Il Baretti - Anno II, n. 14/La cultura calabrese, parte I

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Vito Giuseppe Galati

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Joan Maragall Appia

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La cultura calabrese.

A Benedetto Croce - perchè neg. Appunti della Critica si ricordi della Calabria.

I. — Non è possibile discorrere della cultura calabrese di quest’ultimo trentennio con tagli netti e con elencazioni complete. D’altronde, più che un esauriente studio analitico, qui basta fermare i lineamenti sintetici di quello che più propriamente vorrei chiamare movimento culturale in qualche modo connesso alla Calabria. Per ciò non saranno ricordati quei calabresi, come l’Anile e altri, che più esattamente vanno considerati come italiani per i caratteri dell’opera loro. Già alcuni scrittori nati in Calabria, appena di là dal Pollino a dall’Aspromonte, fecero del loro meglio, come Vincenzo Morello, per cancellare dalla loro vita, e più dai loro scritti, anche il ricordo della terra natale, quasi fosse un obbrobrio, e vi ritornarono soltanto quando l’offa d’un collegio elettorale li sospingeva, benché antiparlamentaristi, a sfoderare la carta di nascita. Ma tant’e: accanto agli spiriti, diciamo così, continentali, aspiranti al cachet nazionale o europeo, altri moltissimi impressero all’opera propria un carattere spiccatamente «calabrese»: e alcuni caddero addirittura in un palese paesanismo, esportatore nella nazione e fuori di merce avariata, che fece apparire la Calabria sotto aspetti affatto fantastici, che nacquero anche all’estero, e di cui, per la dignità e per la verità, non siamo ancora riusciti a sbarazzarci interamente. E’ questo il «caso» della Calabria brigantesca di Nicola Misasi. E bisogna, sia pur di volata, ricordare questa magagna pseudo-romantica e da appendice, benché il cosentino Misasi, morto appena da tre anni, più che all’ultima generazione, appartenga, all’antecedente. Perchè, se qualche anno addietro, il francese Gustavo Hervè, per fare un paragone d’effetto, ricorse anche lui al ricordo dei brigands de Calabre, questo grazioso risultato - dopo la guerra mondiale e civilissima — lo dobbiamo precisamente ai libri di Misasi — quasi sempre senz’arte e vigore — , che, dalle prime novelle intitolate In magna Sila, per venire, giù giù agli ultimi romanzi editi dal Quintieri, in cui ha cercato rammodernarsi, è rimasto, salvo pochi momenti felici, il confezionatore d’un tipo di calabrese inesistente, che, se è valso a eccitare la fantasia di italiani e stranieri di gusti granguignoleschi, non ha certo contribuito a riportare alla conoscenza altrui la Calabria vera e viva, con le sue miserie e le sue bellezze. Al contrario si devono al Misasi alcune riuscite pagine di storia calabrese, di uomini e di fatti, che il pubblico, anche della regione, ha ingiustamente trascurato, attratto dalle produzioni fantastiche di questo, che, certo, fu il più popolare scrittore calabrese da quarant’anni in qua. E se fino a ieri la critica ha taciuto, oggi che il Misasi è morto, può fare il suo dovere, e seppellirlo a sua volta.

I. I poeti.

2. Dialettali. — Questo trentennio, benché siano noti anche in Calabria gli studi folk-loristici, per merito socialmente dell’etnografo Raffaele Corn, di Nicotera, discepolo di Pitrè; e la poesia popolare abbia tentato, dai canti tradizionali del contado e dell’artigianato, fissarsi nello scritto per non disperdersi, é, certo, nella produzione dialettale, il più infelice e dilapidatore. Tre poeti di epoca diversa, tennero viva la tradizione popolare: Donna Pantu (Domenico Piro di Aprigliano, 1664-1696), l’abate Giovanni Conia di Galastro, dotto canonico della Cattedrale di Appiolo Mamertino (1752-1839), e Vincenzo Ammirà di Monteleone (1821-1898). Nomi cari ai calabresi, i quali non fecero mai distinzione di date, quasi i tre poeti fossero nati nello stesso giorno e vissuti insieme: spiriti bizzarri, vivaci e vivi sempre nel popolo, che li onora ripetendone i versi, le invettive, gli aneddoti salaci. Rappresentano le tre Calabrie: Donnu Pantu (ch’ebbe in Vincenzo Padula un seguace appassionato) la provincia di Cosenza, Conia quella di Reggio, e l’Ammirà Catanzaro. I due primi eran preti, come anche il Padula; l’altro professore nel ginnasio di Monteleone, venne destituito per il suo poema erotico La Ceceide. Tutti caustici, ridanciani, e, meno il Conia, lascivi e scurrili. Sono tre poeti che meriterebbero di stare insieme in una ben curata raccolta, che io proposi inutilmente su la Giovine Calabria del 1915, nonostante l’adesione entusiastica del Corso. Invece, è quasi impossibile trovare qualche vecchia copia dei loro libri, che, d’altronde, non recano nè tutta nè la migliore produzione. L’Ammirà è anzi interamente inedito. E ricordo qui La pippa mia, un canto in ottava rima, che è fra i più belli e appassionati che abbia la poesia vernacola non solo calabrese; dove l’amore per la donna e la vita giovanile avventurosa e squattrinata, annegano in una malinconia a volte fatta amara dalle ingratitudini, ma in cui il singhiozzo resta a mezza gola, e poi a mano a mano si scioglie, finché il poeta ritrova la sua energia, e il canto scoppia in forti accenti descrittivi d’un immaginato «giudizio universale» fra l’apocalittico e l’ironico, altamente suggestivo. L’Ammirà migliore è un lirico. La pippa mia è canto «calabrese». che traduce i riflessi dell’anima cabbrese: vivace, pronta, indipendente — Montesquieu non dice che le montagne favoriscono la formazione del carattere indipendente dei popoli? — ; adusata alla sofferenza cruda del clima silano e alla dolcezza delle sue spiagge tirreniche; onesta, frugale e devota, con una umiltà che sa d’altre lontane razze continentali, ma anarchica in certi scatti improvvisi della sua coscienza, troppo vicina ai vulcani ai quali somiglia Ammirà, a differenza degli altri due, ha una più dolce attaglia di rime; il dialetto monteleonese riflette e si plasma meglio dei dialetti reggiani e salentini, i mali sono più aspri, e perciò stesso più incisivi e taglienti negli apoffemi ormai celebri in tutta la regione. Dei tre I Coma è il meno vivace. Egli, del resto, esprime più propriamente il carattere della Piana di Palmi, dove la bonomia prevale su l’impetuosità, la risata grassa, su la sferzata sanguinosa. Sanguinoso, violento, a scatti e risate, è invece Donna Pontu, figlio della Calabria silana, e, se la fama non mente, un po’ alla Fontanarosa della XII novella del Casti. In lui si sente più vivo l’influsso della Sila, dove l’uomo è tagliato con l’ascia, ad angoli duri o a linee diritte e forti. Questi tre poeti rappresentano ancora e rappresenteranno lungamente la Calabria del popolo, proiettata senza orpelli nelle loro rime schiette e sonanti.

Quelli che, compreso il Padula, si sono provati nella poesia dialettale, o li hanno imitati, o non son riusciti a rivelare una personalità. Dei più vicini a noi, nessuno è riuscito ad acquistare fama regionale. Giovanni Patari di Catanzaro scrisse molti versi nel dialetto catanzarese, pieni di umorismo. Pare — ed è errore — che la poesia dialettale debba ridere o tacere. Ricorderò ’A pigghiata, cioè la «presa di Gesù», una scena dal vero delle sacre rappresentazioni, che si danno ancora in Calabria nella settimana di passione, composta di XXI sonetti, qua e là viva come una istantanea, dedicata nel 1903 a Felice Tocco, e da me ripubblicata nel Popolo di Catanzaro (28 marzo 1923).

Il dialetto catanzarese è il meno adatto alla poesia: aspro, incapace di armonia e, va sans dire, sboccato. Il Patari l’ha un po’ valorizzato.

Michele Pane, nicastrese, è un temperamento essenzialmente lirico piegato alla malinconia, e suggestivo. I suoi Accuordi e Peccati imitano troppo l’Ammirà. Ma il Pane è certo il poeta dialettale più degno di avvicinarsi alla vecchia triade ricordata. E’ interessante ch’egli, vivendo in America, più forte senta il bisogno di cantare nella lingua del focolare lontano. Pare che voglia sfidare la civiltà meccanica, e infatti, lanciando le sue rime dice sprezzante: — E 'llu progressu chi' n nei le vo’! (E’ il progresso che non le vuole!) — . Un amore lontano, così tenace come quello del Pane verso la sua terra, non può non trovare voci appassionate e pure di poesia.

Qualche giovane, Nicola Giunta, e qualche vecchio poeta, Felice Soffrè, si cimentano già con intenti riformatori: di entrambi i versi dialettali sono inediti, anche se noti al pubblico reggino. Il Giunta, temperamento moderno, porta nel verso la cesellatura che manca forse ai vecchi poeti calabresi. Stupendo un suo sonetto Diu (Dio) -, e belli molti altrì. Questo giovane che scrive anche per il teatro siciliano, al quale ha dato buoni lavori, aveva tentato creare un teatro calabrese. L’idea è fallita: ma era degna d’un più ampio dibattito, benché i più siano di avviso che un teatro calabrese dovrebbe vivere alle spalle di quello siciliano anche perchè privo d’un qualsiasi repertorio. Pure il Soffrè è un cesellatore: ma quando vedremo il volume?

E’ superfluo rilevare il valore del dialetto per una regione che conserva, come la Calabria, vivi e saldi i suoi caratteri unitari. Non mancano gli studi filologici, ma insufficienti a risvegliare un interesse adeguato fra gli studiosi. Notevoli i lavori dell’Accatalis, di Antonio Julia, di G. Lidonnici. Ma, in complesso, bisogna osservare che l’amore per il dialetto va perdendosi. La scarsa produzione poetica, un tempo così feconda, ne è la prova più convincente. E invece, il suo valore anche politico — per una regione che deve essere regionalista sino alla disperazione — sarebbe inestimabile. Una ripresa del regionalismo in grande stile, come bisognerà propugnarla, potrebbe forse agire indirettamente anche ne le poesia dialettale, e risvegliarla.

3. Italiani. — Dei calabresi poeti nella lingua nazionale, è più difficile l’inquadramento. Sono essi più calabresi, sia pure per le risonanze dell’opera loro nella regione? Pochi, certamente. Un caso interessante è dato dalla poesia di Domenico Milelli («841-1905), un bohémien alla Costanzo degli Eroi della soffitta: uno spirito tormentato e amato assai dagli intellettuali di Calabria. Il suo sentimentalismo alla maniera della Signora dalle camelie commosse la generazione calabrese di trent’anni fa. I contemporanei ripetono ancora i versi di lui, col malinconico ardore d’un tempo che fu; e la «dolce Mina» milelliana pare stereotipata nelle loro anime. C’è una nota tetra, disperata nel Milelli, che il suo sfarfallare a seconda delle mode poetiche non riescono a vincere: ed è certo la sua nota più profonda. Spirito bizzarro e avventuroso, egli credeva nella potenza del sogno e delle immagini che riscaldano il cuore. Visse povero, mori povero. Tutti i fiori d’una generazione che è al neo tramonto, se non è addirittura tramontata, e che noi intravvediamo solo a traverso le carte polverose e ingiallite, ricoprono la sua tomba, adornano la sua memoria, e formano una corona che, non saprei perchè, non vuol morire. (Cfr. In giovinezza, Odi pagane, Hyemalia, Canzoniere, Povertà, ed altre raccolte).

Meno noto, ma caro agli intellettuali, è Vincenzo Sulia (Acri, 1838-1894). della vecchia guardia anche lui. Ma più calabrese nell’anima è Filippo Greco, un poeta quasi sconosciuto al pubblico, morto giovanissimo. Di lui usciranno quanto prima i versi editi ed inediti, che Antonio Duile ha raccolto amorosamente e illustrato per la «Collezione» del Brutium. Spezzato a vent’anni dalla morte, il Greco sentì più d’ogni altro, forse la suggestione potente della tradizione bruzia. La storia e la leggenda sacra, rivissute poeticamente da lui, imprimono alla sua poesia un carattere locale di speciale valore; e il sentimento profondo che pervade i suoi canti li illumina, li avvicina all’anima calabrese, irta di istinti avventurosi e magnanimi, di malinconie struggenti e di eroismi scardinatori, dove il fondo religioso, col suo misticismo non sciolto interamente dal paganesimo coreografico, agisce da propulsore e da salvatore. Dei vecchi ricordo Vincenzo Baffi (1829-1881) le cui Poesie ebbero molta diffusione; Francesco Buffa e mons. G. Morabito; dei viventi: Felice Soffrè (Cfr. Versi, 1900, Ultime foglie, 1920), e G. Zupponi-Strani. Fra i più vicini a noi, che sentirono l’attrazione della regione, fu Luigi Siciliani, forse più intellettualmente che per intima corrispondenza d’anima. Nella poesia e nel romanzo Giovanni Fràncica (ed. Quintieri), il suo spirito è in lotta, fra un rimarcato classicismo ed una modernità insuperata, troppo esercitati nelle lezioni formali e linguistiche, e vorrei dire scolastiche, che gl’impedivano quella profonda e spontanea intuizione, che genera l’arte più potenta e schietta, e strappa alle genti la parola viva e decisiva della loro anima. Io lo ricordo oggi che non è più, per ricordare agli altri scrittori calabresi che il suo tentativo di abbracciare la regione e riportarla nel suo essere spirituale alla vita intellettuale più vasta ed alla poesia, è certo il più notevole nel bilancio calabrese di questi ultimi trent’anni. S’intende che da questa rassegna sono esclusi i giovanissimi e l’Anile, ch’entrerebbe un po’ in tutte le «categorie» per la varietà della sua produzione.

Vito G. Galati.