Pagina:Il Baretti - Anno II, n. 14, Torino, 1925.djvu/2

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
58 il baretti

Poeti catalani:

JOAN MARAGALL

1860-1912

Nato e morto a Barcellona. «Pochi uomini hanno ispirato una più generale simpatia» dice Joaquim Ruyra, che nel suo prologo alle opere complete del poeta ha fatto dello spirito e della figura di questi una inarrivabile descrizione. Del Ruyra sono anche queste parole rivelatrici: «Maragall era più anima che corpo. La sua faccia di una chiara adustezza, nell'impeto d'una emozione qualsiasi si coloriva d’un subito rossore quasi luminoso, simile a un’aurora che invade un pallido cielo, e ciò, unito allo splendore degli occhi e all’esalazione fulgida del sorriso, gli dava una specie di trasparenza che accusava una fiamma interna; si sarebbe detto che attraverso la fragile materia si dilatasse intorno il tempestoso spirito».

Joan Maragall portò allo poesia catalana respiro nuovo: d’un uomo che, vivendo nella città turbinosa, rimpianga la semplicità primitiva della campagna e — in un clima più alto — d’un essere appassionato delle cose terrene che si sente commosso in tutto lo spirito da una corrente di alto misticismo. Egli era un fervido adoratore della divinità e voleva trovarne il riflesso puro nella bellezza, la quale gli si offriva quasi sempre in forme viventi. Lo scrittore Ramon-Maria Tenreiro — che ha fatto un’ammirevole analisi del talento poetico del nostro artista — lo ha detto: «Maragall ama tanto più gli esseri vivi, quanto più spontanea è la loro attività, anche se diretta per vie errate», e ricorda a prova di ciò talune composizioni maggiori del poeta quali Fra Gari e il Conte Arnau. Da questa doppia natura del suo temperamento il poeta derivava le due vene gemelle del suo lirismo: la divagazione spirituale — che in lui aveva sempre la geniale imprecisione d’una illuminazione divina — e la descrizione poetica e calda della terra. Il poeta Diaz Canedo ha compreso e rivelato come nella poesia maragalliana le leggende non siano che una derivazione del paesaggio. Queste due correnti liriche, che nella produzione del poeta barcellonino si alternano, si ritrovano unite nella grande tela del Conte Arnau, nei versi fervidi di «Escolium» e un ultimo lampo di genio le fonde mirabilmente nel «Canto spirituale».

Il Maragall non riconosceva altri limiti estetici oltre quelli costituiti dalla sua emozione interna. Per lui l’emozione era tutta la poesia e la poesia il centro stesso della sua vita. Fu un avversario della rettorica, proclamando il potere parola viva contro la disciplina della metrica e che l’ideale della poesia è quello di «suggerire tutto un mondo con una sola parola». Teorizzava che in poesia il concetto nasce dal ritmo delle parole e che compito del poeta non è dire cose nuove, sibbene scoprire l’ignota meraviglia delle cose note; e ciò perchè egli considerava e sentiva il momento della creazione poetica come un momento di grazia.

Nata al calore d’una fervente visione delle idee e delle cose, la poesia maragalliana non poteva non rivelare la sua interiore inquietudine, e da ciò viene ad essa poesia quel che di commosso che prende il lettore come un’apparenza di vita intensissima sopravvivente nel nesso delle parole.

Maragall fu poeta aperto a tutte le correnti dello spirito, uno dei più grandi del nostro tempo, secondo Unamuno. Era in lui l’avidità delle forme belle, desiderata dissetarsi a tutte le acque per trovare in tutte la stessa freschezza e voleva raccogliere la scintilla che arde in ogni idea. Ma gli mancò l’istinto dell’analisi il che gli vietò di conferire forma di speculazione concreta ed ordinata al suo pensiero. Le sue teorie furono la giustificazione e l’esplicazione più giusta della sua natura. All’incapacità analitico-critica oppose la forza d’emozione. E quando il ritmo gli saliva alle labbra, sembrava che si trasfondesse nel suo canto una febbre sacra. Perciò Manuel de Montoliu ha potuto chiamarlo poeta dionisiaco e dire che la sua poesia è «la scuola delle grandi divinazioni e delle grandi incoerenze».

Ci immaginiamo il Maragall egualmente devoto a Novalis e a Goethe (di cui fu il traduttore): la sua immaginazione oscilla come una fiamma tra le due fornaci accese dai due grandi tedeschi. Tuttavia egli appartiene a quella specie di poeti che non possono essere giudicati con un definitivo e completo giudizio dai contemporanei i quali subiscono ancora il fascino della loro grandezza.

Cesarino Giardini.

Opera: dopo la morte di Joan Maragall fu pubblicata l’edizione completa delle sue opere in undici volumi. Cinque formano la serie catalana e sei quella castigliana.

Serie catalana: vol. I - Poesie, Visioni e canti, Le disperse, Al di là, Sequenze. - Vol, II - Nausica, Canti omerici, traduzione della Prima olimpica di Pindaro, Ton e Guida, Frammenti dell’Enrico d’Ofterdingen di Novalis, frammenti del Così parlò Zaratustra e altre traduzioni. Voll. III e IV - Scritti in prosa (Note autobiografiche, Prologhi, Elogi, Discorsi, Necrologi e Scritti diversi) - Vol. V - Traduzioni dal Goethe: Ifigenia in Tauride, Faust (parte I°), ecc, ecc.

LE NUVOLE DI NATALE


Non so quale secreto faccia dolci
le nubi di Natale che nel cielo
non portano tristezza. Nel purissimo,
azzurro stanno come un tenue velo
che s’accende alla luce del tramonto
e lascia a notte scorgere le stelle.

Veder brillare gli astri tra le nuvole
è la più bella delle cose belle.

Tenebre di Natal, non siete tenebre:
io vedo meglio in voi che nel più limpido
giorno. Oh! notte che passi silenziosa!
Nubi che sulle stelle trascorrete!
Luce che ovunque splendi e non hai luogo!
Oh! Stalla di Betlèmm che ovunque sei!


Quando vogliate rallegrarmi il cuore
parlate dei Natali nuvolosi
e mi vedrete simile al fanciullo
che sorride nel sogno a ciò die vede
meravigliosamente ad occhi chiusi.

CANTO SPIRITUALE


Se il mondo è tanto bello per chi sappia
guardarlo, gli occhi pieni della pace
vostra, Signore, che di più potreste
darmi in un’altra vita?

Perciò sono
geloso dei miei occhi, del mio volto,
Signor, del corpo che m’avete dato
e del cuor che vi palpila incessante-
mente... perciò temo così la morte !

Con che sensi diversi mi farete
valere questo cielo azzurro sopra
le montagne e l’immenso mare e il sole
che scintilla su tutto?

A questi sensi
date l’eterna pace e non vorrò
altro cielo che questo cielo azzurro.

Non comprendo colui che disse «fermati!»
solo al momento della morte, chè
ogni giorno io vorrei fermare tanti
istanti di bellezza e farli eterni
dentro il mio cuore.

Forse «fare eterno»
è già la morte? E allora che sarebbe
l’esistenza? Soltanto l’ombra, forse,
del tempo che trascorre, l’illusione
di ciò ch’è presso o pur di ciò ch’è lunge,
l’ingannatore compiuto del molto
e del poco e del troppo? ingannatore
perchè il tutto è già tutto.

Che m’importa?
Sia come sia, la terra su cui vivo,
così vasta e diversa e transitoria,
questa terra, con tutto che vi ha un nome,
Signore, è la mia patria. E non potrebbe
essere anche una patria celestiale?
Uomo sono ed è umana la natura
di quanto posso credere e sperare:
se qui, Signor, si ferma la mia fede
e la speranza mia, me ne farete
una colpa nel cielo?

Io vorrei essere
anche nel cielo, tra le stelle, uomo.
Se fatto avete agli occhi miei si belle
tutte le cose; se per esse avete
fatti i miei sensi e gli occhi miei, perchè.
Signor, volete chiuderli e obbligarli
a speculare un altro «come»?

Invano,
poiché nessuno avrà per me lo stesso
valor di questo che possiedo.

Io so.
Signor, che sono; ma ove sono chi
potrà dirmelo? Tutto quel ch’io vedo
a me d’intorno e in me si sintetizza
vi somiglia... Lasciate dunque ch’io
possa credere d’ esser qui... E allorché
giunga l’ora ch’io temo, in cui si serrino
questi occhi umani, apritemene due,
Signor, più grandi
per contemplar la vostra faccia immensa.
Siami la morte nascita più grande!


LA VACCA CIECA

Ora in un tronco ora nell’altro urtando,
guidata dall’istinto, verso l’acqua
sen va la vacca solitaria. E’ cieca.
Un garzone di stalla con un sasso
malamente lanciato le accecò
un occhio; un velo scese sopra l’altro:
la vacca è cieca. A bere ella si reca
come faceva un tempo alla sorgente,
ma non col passo fermo d’una volta
nè con le sue compagne. Ella va sola,
Le compagne per valli e per alture,
pel silenzio dei prati, presso il fiume,
fan tinnire i sonagli mentre pascolano
a caso l’erba fresca... Ella cadrebbe.
Urta il muso nell’abbeveratoio
e rincula spaurita; ma ritorna
e abbassa il capo verso l’acqua. Beve
tranquilla. Poco beve, senza sete.
Poi alza al cielo con gran gesto tragico
la testa gocciolante; un poco sulle
morte pupille battono le palpebre;
toma nel buio, sotto il sole che arde,
per la via sconosciuta, dondolando
languidamente la sua lunga coda.

La cultura calabrese.

A Benedetto Croce - perchè neg. Appunti della Critica si ricordi della Calabria.


I. — Non è possibile discorrere della cultura calabrese di quest’ultimo trentennio con tagli netti e con elencazioni complete. D’altronde, più che un esauriente studio analitico, qui basta fermare i lineamenti sintetici di quello che più propriamente vorrei chiamare movimento culturale in qualche modo connesso alla Calabria. Per ciò non saranno ricordati quei calabresi, come l’Anile e altri, che più esattamente vanno considerati come italiani per i caratteri dell’opera loro. Già alcuni scrittori nati in Calabria, appena di là dal Pollino a dall’Aspromonte, fecero del loro meglio, come Vincenzo Morello, per cancellare dalla loro vita, e più dai loro scritti, anche il ricordo della terra natale, quasi fosse un obbrobrio, e vi ritornarono soltanto quando l’offa d’un collegio elettorale li sospingeva, benché antiparlamentaristi, a sfoderare la carta di nascita. Ma tant’e: accanto agli spiriti, diciamo così, continentali, aspiranti al cachet nazionale o europeo, altri moltissimi impressero all’opera propria un carattere spiccatamente «calabrese»: e alcuni caddero addirittura in un palese paesanismo, esportatore nella nazione e fuori di merce avariata, che fece apparire la Calabria sotto aspetti affatto fantastici, che nacquero anche all’estero, e di cui, per la dignità e per la verità, non siamo ancora riusciti a sbarazzarci interamente. E’ questo il «caso» della Calabria brigantesca di Nicola Misasi. E bisogna, sia pur di volata, ricordare questa magagna pseudo-romantica e da appendice, benché il cosentino Misasi, morto appena da tre anni, più che all’ultima generazione, appartenga, all’antecedente. Perchè, se qualche anno addietro, il francese Gustavo Hervè, per fare un paragone d’effetto, ricorse anche lui al ricordo dei brigands de Calabre, questo grazioso risultato - dopo la guerra mondiale e civilissima — lo dobbiamo precisamente ai libri di Misasi — quasi sempre senz’arte e vigore — , che, dalle prime novelle intitolate In magna Sila, per venire, giù giù agli ultimi romanzi editi dal Quintieri, in cui ha cercato rammodernarsi, è rimasto, salvo pochi momenti felici, il confezionatore d’un tipo di calabrese inesistente, che, se è valso a eccitare la fantasia di italiani e stranieri di gusti granguignoleschi, non ha certo contribuito a riportare alla conoscenza altrui la Calabria vera e viva, con le sue miserie e le sue bellezze. Al contrario si devono al Misasi alcune riuscite pagine di storia calabrese, di uomini e di fatti, che il pubblico, anche della regione, ha ingiustamente trascurato, attratto dalle produzioni fantastiche di questo, che, certo, fu il più popolare scrittore calabrese da quarant’anni in qua. E se fino a ieri la critica ha taciuto, oggi che il Misasi è morto, può fare il suo dovere, e seppellirlo a sua volta.

I. I poeti.

2. Dialettali. — Questo trentennio, benché siano noti anche in Calabria gli studi folk-loristici, per merito socialmente dell’etnografo Raffaele Corn, di Nicotera, discepolo di Pitrè; e la poesia popolare abbia tentato, dai canti tradizionali del contado e dell’artigianato, fissarsi nello scritto per non disperdersi, é, certo, nella produzione dialettale, il più infelice e dilapidatore. Tre poeti di epoca diversa, tennero viva la tradizione popolare: Donna Pantu (Domenico Piro di Aprigliano, 1664-1696), l’abate Giovanni Conia di Galastro, dotto canonico della Cattedrale di Appiolo Mamertino (1752-1839), e Vincenzo Ammirà di Monteleone (1821-1898). Nomi cari ai calabresi, i quali non fecero mai distinzione di date, quasi i tre poeti fossero nati nello stesso giorno e vissuti insieme: spiriti bizzarri, vivaci e vivi sempre nel popolo, che li onora ripetendone i versi, le invettive, gli aneddoti salaci. Rappresentano le tre Calabrie: Donnu Pantu (ch’ebbe in Vincenzo Padula un seguace appassionato) la provincia di Cosenza, Conia quella di Reggio, e l’Ammirà Catanzaro. I due primi eran preti, come anche il Padula; l’altro professore nel ginnasio di Monteleone, venne destituito per il suo poema erotico La Ceceide. Tutti caustici, ridanciani, e, meno il Conia, lascivi e scurrili. Sono tre poeti che meriterebbero di stare insieme in una ben curata raccolta, che io proposi inutilmente su la Giovine Calabria del 1915, nonostante l’adesione entusiastica del Corso. Invece, è quasi impossibile trovare qualche vecchia copia dei loro libri, che, d’altronde, non recano nè tutta nè la migliore produzione. L’Ammirà è anzi interamente inedito. E ricordo qui La pippa mia, un canto in ottava rima, che è fra i più belli e appassionati che abbia la poesia vernacola non solo calabrese; dove l’amore per la donna e la vita giovanile avventurosa e squattrinata, annegano in una malinconia a volte fatta amara dalle ingratitudini, ma in cui il singhiozzo resta a mezza gola, e poi a mano a mano si scioglie, finché il poeta ritrova la sua energia, e il canto scoppia in forti accenti descrittivi d’un immaginato «giudizio universale» fra l’apocalittico e l’ironico, altamente suggestivo. L’Ammirà migliore è un lirico. La pippa mia è canto «calabrese». che traduce i riflessi dell’anima cabbrese: vivace, pronta, indipendente — Montesquieu non dice che le montagne favoriscono la formazione del carattere indipendente dei popoli? — ; adusata alla sofferenza cruda del clima silano e alla dolcezza delle sue spiagge tirreniche; onesta, frugale e devota, con una umiltà che sa d’altre lontane razze continentali, ma anarchica in certi scatti improvvisi della sua coscienza, troppo vicina ai vulcani ai quali somiglia Ammirà, a differenza degli altri due, ha una più dolce attaglia di rime; il dialetto monteleonese riflette e si plasma meglio dei dialetti reggiani e salentini, i mali sono più aspri, e perciò stesso più incisivi e taglienti negli apoffemi ormai celebri in tutta la regione. Dei tre I Coma è il meno vivace. Egli, del resto, esprime più propriamente il carattere della Piana di Palmi, dove la bonomia prevale su l’impetuosità, la risata grassa, su la sferzata sanguinosa. Sanguinoso, violento, a scatti e risate, è invece Donna Pontu, figlio della Calabria silana, e, se la fama non mente, un po’ alla Fontanarosa della XII novella del Casti. In lui si sente più vivo l’influsso della Sila, dove l’uomo è tagliato con l’ascia, ad angoli duri o a linee diritte e forti. Questi tre poeti rappresentano ancora e rappresenteranno lungamente la Calabria del popolo, proiettata senza orpelli nelle loro rime schiette e sonanti.

Quelli che, compreso il Padula, si sono provati nella poesia dialettale, o li hanno imitati, o non son riusciti a rivelare una personalità. Dei più vicini a noi, nessuno è riuscito ad acquistare fama regionale. Giovanni Patari di Catanzaro scrisse molti versi nel dialetto catanzarese, pieni di umorismo. Pare — ed è errore — che la poesia dialettale debba ridere o tacere. Ricorderò ’A pigghiata, cioè la «presa di Gesù», una scena dal vero delle sacre rappresentazioni, che si danno ancora in Calabria nella settimana di passione, composta di XXI sonetti, qua e là viva come una istantanea, dedicata nel 1903 a Felice Tocco, e da me ripubblicata nel Popolo di Catanzaro (28 marzo 1923).

Il dialetto catanzarese è il meno adatto alla poesia: aspro, incapace di armonia e, va sans dire, sboccato. Il Patari l’ha un po’ valorizzato.

Michele Pane, nicastrese, è un temperamento essenzialmente lirico piegato alla malinconia, e suggestivo. I suoi Accuordi e Peccati imitano troppo l’Ammirà. Ma il Pane è certo il poeta dialettale più degno di avvicinarsi alla vecchia triade ricordata. E’ interessante ch’egli, vivendo in America, più forte senta il bisogno di cantare nella lingua del focolare lontano. Pare che voglia sfidare la civiltà meccanica, e infatti, lanciando le sue rime dice sprezzante: — E 'llu progressu chi' n nei le vo’! (E’ il progresso che non le vuole!) — . Un amore lontano, così tenace come quello del Pane verso la sua terra, non può non trovare voci appassionate e pure di poesia.

Qualche giovane, Nicola Giunta, e qualche vecchio poeta, Felice Soffrè, si cimentano già con intenti riformatori: di entrambi i versi dialettali sono inediti, anche se noti al pubblico reggino. Il Giunta, temperamento moderno, porta nel verso la cesellatura che manca forse ai vecchi poeti calabresi. Stupendo un suo sonetto Diu (Dio) -, e belli molti altrì. Questo giovane che scrive anche per il teatro siciliano, al quale ha dato buoni lavori, aveva tentato creare un teatro calabrese. L’idea è fallita: ma era degna d’un più ampio dibattito, benché i più siano di avviso che un teatro calabrese dovrebbe vivere alle spalle di quello siciliano anche perchè privo d’un qualsiasi repertorio. Pure il Soffrè è un cesellatore: ma quando vedremo il volume?

E’ superfluo rilevare il valore del dialetto per una regione che conserva, come la Calabria, vivi e saldi i suoi caratteri unitari. Non mancano gli studi filologici, ma insufficienti a risvegliare un interesse adeguato fra gli studiosi. Notevoli i lavori dell’Accatalis, di Antonio Julia, di G. Lidonnici. Ma, in complesso, bisogna osservare che l’amore per il dialetto va perdendosi. La scarsa produzione poetica, un tempo così feconda, ne è la prova più convincente. E invece, il suo valore anche politico — per una regione che deve essere regionalista sino alla disperazione — sarebbe inestimabile. Una ripresa del regionalismo in grande stile, come bisognerà propugnarla, potrebbe forse agire indirettamente anche ne le poesia dialettale, e risvegliarla.

3. Italiani. — Dei calabresi poeti nella lingua nazionale, è più difficile l’inquadramento. Sono essi più calabresi, sia pure per le risonanze dell’opera loro nella regione? Pochi, certamente. Un caso interessante è dato dalla poesia di Domenico Milelli («841-1905), un bohémien alla Costanzo degli Eroi della soffitta: uno spirito tormentato e amato assai dagli intellettuali di Calabria. Il suo sentimentalismo alla maniera della Signora dalle camelie commosse la generazione calabrese di trent’anni fa. I contemporanei ripetono ancora i versi di lui, col malinconico ardore d’un tempo che fu; e la «dolce Mina» milelliana pare stereotipata nelle loro anime. C’è una nota tetra, disperata nel Milelli, che il suo sfarfallare a seconda delle mode poetiche non riescono a vincere: ed è certo la sua nota più profonda. Spirito bizzarro e avventuroso, egli credeva nella potenza del sogno e delle immagini che riscaldano il cuore. Visse povero, mori povero. Tutti i fiori d’una generazione che è al neo tramonto, se non è addirittura tramontata, e che noi intravvediamo solo a traverso le carte polverose e ingiallite, ricoprono la sua tomba, adornano la sua memoria, e formano una corona che, non saprei perchè, non vuol morire. (Cfr. In giovinezza, Odi pagane, Hyemalia, Canzoniere, Povertà, ed altre raccolte).

Meno noto, ma caro agli intellettuali, è Vincenzo Sulia (Acri, 1838-1894). della vecchia guardia anche lui. Ma più calabrese nell’anima è Filippo Greco, un poeta quasi sconosciuto al pubblico, morto giovanissimo. Di lui usciranno quanto prima i versi editi ed inediti, che Antonio Duile ha raccolto amorosamente e illustrato per la «Collezione» del Brutium. Spezzato a vent’anni dalla morte, il Greco sentì più d’ogni altro, forse la suggestione potente della tradizione bruzia. La storia e la leggenda sacra, rivissute poeticamente da lui, imprimono alla sua poesia un carattere locale di speciale valore; e il sentimento profondo che pervade i suoi canti li illumina, li avvicina all’anima calabrese, irta di istinti avventurosi e magnanimi, di malinconie struggenti e di eroismi scardinatori, dove il fondo religioso, col suo misticismo non sciolto interamente dal paganesimo coreografico, agisce da propulsore e da salvatore. Dei vecchi ricordo Vincenzo Baffi (1829-1881) le cui Poesie ebbero molta diffusione; Francesco Buffa e mons. G. Morabito; dei viventi: Felice Soffrè (Cfr. Versi, 1900, Ultime foglie, 1920), e G. Zupponi-Strani. Fra i più vicini a noi, che sentirono l’attrazione della regione, fu Luigi Siciliani, forse più intellettualmente che per intima corrispondenza d’anima. Nella poesia e nel romanzo Giovanni Fràncica (ed. Quintieri), il suo spirito è in lotta, fra un rimarcato classicismo ed una modernità insuperata, troppo esercitati nelle lezioni formali e linguistiche, e vorrei dire scolastiche, che gl’impedivano quella profonda e spontanea intuizione, che genera l’arte più potenta e schietta, e strappa alle genti la parola viva e decisiva della loro anima. Io lo ricordo oggi che non è più, per ricordare agli altri scrittori calabresi che il suo tentativo di abbracciare la regione e riportarla nel suo essere spirituale alla vita intellettuale più vasta ed alla poesia, è certo il più notevole nel bilancio calabrese di questi ultimi trent’anni. S’intende che da questa rassegna sono esclusi i giovanissimi e l’Anile, ch’entrerebbe un po’ in tutte le «categorie» per la varietà della sua produzione.

Vito G. Galati.


NOVITÀ

VITO G. GALATI

RELIGIONE E POLITICA

Con prefazione di A. Anile

L. 10 Editore P. Gobetti