Il Circolo Pickwick/Capitolo 48

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Riferisce in qual modo il signor Pickwick, con l'aiuto di Samuele Weller, tentasse di addolcire il cuore del signor Beniamino Allen e di ammollire la rabbia del signor Roberto Sawyer

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Charles Dickens - Il circolo Pickwick (1836)
Traduzione dall'inglese di Federigo Verdinois (1904)
Riferisce in qual modo il signor Pickwick, con l'aiuto di Samuele Weller, tentasse di addolcire il cuore del signor Beniamino Allen e di ammollire la rabbia del signor Roberto Sawyer
Capitolo 47 Capitolo 49

Il signor Ben Allen e il signor Bob Sawyer se ne stavano insieme a sedere nella piccola officina chirurgica dietro la bottega, discutendo sopra una fricassea di vitella e sui disegni di avvenire, quando il discorso molto naturalmente venne a cadere sulla clientela acquistata dal detto Bob e sulle attuali probabilità di ricavare una discreta indipendenza dall’onorevole professione cui s’era dedicato.

— ...le quali, — osservò Bob seguendo il filo del discorso, — le quali, pare a me, sono piuttosto dubbie.

— Che cosa è dubbia? — domandò Ben, cercando nel tempo stesso di aguzzar l’ingegno con un sorso di birra. — Che cosa è dubbia?

— Le probabilità, diamine!

— L’avevo dimenticato. La birra mi ha fatto ricordare che l’avevo dimenticato, Bob. Sicuro, sono dubbie, non c’è dubbio.

— È maraviglioso davvero come la povera gente mi protegge, — disse Bob tutto cogitabondo. — Vengono a svegliarmi a tutte l’ore della notte, prendono medicine in una proporzione che avrei creduto impossibile, si applicano empiastri e sanguisughe con una perseveranza degna di miglior causa, ed aumentano le famiglie loro con una fecondità spaventevole. Sei di coteste noterelle mi scadono oggi, tutte nello stesso giorno, Ben.

— È una cosa consolante, non è vero? — disse Ben, avanzando il piatto per avere dell’altra vitella.

— Altro! Non tanto però quanto sarebbe la fiducia di ammalati che potessero disporre di un par di scellini. Il programma parlava chiaro, Ben; apriva le braccia a tutti, come la misericordia divina. In somma una clientela, una estesissima clientela, e nient’altro che una clientela.

— Bob, — disse Ben Allen posando coltello e forchetta e fissando gli occhi in faccia all’amico, — Bob, vi dirò io come sta la cosa.

— Sentiamo?

— Dovete rendervi padrone, al più presto possibile, delle mille sterline di Arabella.

— Tre per cento, rendita consolidata, intestata a lei nei registri del governatore e della compagnia della Banca d’Inghilterra, — aggiunse Bob con fraseologia legale.

— Precisamente. Ne entra in possesso, uscendo di minorità o maritandosi. Tra un anno, appena sarà maggiore, e in quanto al maritarsi, con un po’ di animo risoluto da parte vostra, non ci vorrebbe che un mese.

— È una creatura adorabile, caro Ben, e non ha che un solo difetto, il quale disgraziatamente è un difetto di gusto. Pare che io non le piaccia.

— Per me credo ch’ella non sappia quel che le piace, — disse Ben con disprezzo.

— Può darsi. Ma per me credo ch’ella sappia invece quel che non le piace, il che importa assai più.

— Vorrei proprio sapere, — disse Ben, digrignando i denti e parlando più come un guerriero selvaggio che si mangiasse stracciandolo con le mani un brandello di carne di lupo, anzi che come un pacifico giovinotto che assaporasse della fricassea di vitella, — vorrei proprio sapere se mai qualche furfante le si sia attaccato alle gonne per carpirne l’affetto. Credo, Bob, credo che l’assassinerei.

— Io gli metterei una palla in corpo se lo incontrassi, — disse Bob arrestandosi a mezzo di una bevuta di birra e scagliando di sopra al labbro del boccale una occhiata feroce. — E se la palla, non bastasse a spacciarlo, ne farei l’estrazione per ucciderlo a quest’altro modo.

Il signor Beniamino Allen guardò per qualche minuto in silenzio e astrattamente all’amico, e poi domandò:

— Non le avete mai fatto una dichiarazione, Bob?

— No, mai. Sapevo benissimo che ce l’avrei sprecata.

— Prima che passino ventiquattr’ore gliela farete, — disse Ben con calma disperata. — Ella vi accetterà, o mi dovrà dire la ragione del rifiuto. Farò valere la mia autorità.

— Benissimo, vedremo.

— Vedremo, amico mio, vedremo, — ripetette Ben tutto corrucciato. Poi tacque per qualche minuto ed aggiunse con voce rotta dall’emozione: — Voi l’avete amata da bambina, amico mio; l’avete amata quando s’andava insieme a scuola, e fin da allora ella facea la schifiltosa e teneva in non cale i vostri giovani sentimenti. Vi ricordate, Bob, vi ricordate di quel giorno quando con tutto il fuoco di un primo amore volevate per forza ch’ella accettasse una mela e due biscottini pepati, avvolti per benino nella pagina di un quaderno?

— Me ne ricordo.

— Rifiutò, non è vero?

— Disse che avevo tenuto il pacchetto tanto tempo nella tasca dei calzoni, che la mela era calda.

— Sì, me ne sovviene. E allora ce la mangiammo noi, un morso per uno.

Bob Sawyer, con un malinconico cipiglio, fece intendere che ben si ricordava; e i due amici stettero un pezzo in silenzio, assorti ciascuno nelle proprie meditazioni.

Mentre questo discorso intimo avea luogo e mentre il fattorino in livrea grigia, stupendo alla insolita lunghezza del desinare, gettava di tratto in tratto un’occhiata piena di ansietà alla vetrata dell’uscio, preso da certi biechi sospetti sulla quantità di fricassea che gli sarebbe in ultimo riservata, procedeva tranquillamente per le vie di Bristol una carrozzella chiusa, di color verde smorto, tirata da una rozza grigia e guidata da un uomo arcigno con calzoni da fantino e soprabito da cocchiere. Tali apparenze sono comuni a molti veicoli appartenenti a vecchie signore di abitudini economiche; e in questo veicolo sedeva precisamente una vecchia signora che n’era padrona e proprietaria.

— Martino! — chiamò la vecchia signora dallo sportello di fronte.

— Padrona? — fece l’uomo arcigno toccandosi il cappello.

— Dal signor Sawyer.

— Ci vado.

La vecchia mostrò con un cenno del capo la soddisfazione che questa preveggenza dell’uomo arcigno le procurava; e l’uomo arcigno dando alla rozza una brava frustata, arrivò e fece alto davanti alla porta del signor Roberto Sawyer, successore Nockemorf.

— Martino! — chiamò la vecchia signora.

— Padrona? — rispose il cocchiere.

— Dite al fattorino che venga fuori e stia attento al cavallo.

— Ci starò attento da me, — rispose Martino posando la frusta sul cielo della carrozzella.

— Non lo posso permettere a nessun costo. La vostra testimonianza sarà importantissima, e dovete venire dentro con me. Non vi dovete staccare da me per tutto il colloquio. Avete inteso?

— Ho inteso.

— Bè, e perchè vi fermate?

— Per niente.

E così dicendo l’uomo arcigno discese a tutto suo comodo dalla ruota sulla quale si andava bilanciando sulla punta del piede destro, e dopo aver chiamato il fattorino in livrea grigia, aprì lo sportello, spiegò il montatoio, e cacciando dentro una mano con guanto di pelle di dante grigia, tirò giù la vecchia signora con la stessa indifferenza come se si fosse trattato di una scatola.

— Oh Dio! — esclamò la vecchia signora, — mi sento così convulsa ora che ci sono, che tremo tutta da capo a piedi.

Il signor Martino tossì dietro il suo guanto grigio, ma non diè altro segno di simpatia; e la vecchia signora, cercando di ricomporsi, montò gli scalini del signor Sawyer seguita dal suo Martino. Non appena la signora ebbe messo il piede nella farmacia, i due amici che aveano fatto sparire bottiglie e liquori e rovesciato delle droghe nauseanti per neutralizzare l’odor del tabacco, si precipitarono fuori con un impeto irrefrenabile di piacere e di affetto.

— Mia cara zia, — esclamò Ben, — quanta bontà, quanto onore! Signore Sawyer, mia zia; il mio amico Bob Sawyer del quale vi ho parlato tante volte a proposito di... voi mi capite, zia.

E Ben, che non era proprio tutto in sè, pronunciò il nome di Arabella con una voce che pretendeva di esser sommessa, ma che non si poteva fare a meno di udire, anche ad esser sordi.

— Mio caro Beniamino, — disse la vecchia signora, affannando e tremando, — non vi spaventate, mio caro, ma vorrei parlare un momento da sola a solo col signor Sawyer, appena un momento.

— Bob, — disse Ben, — volete condurre mia zia nel gabinetto chirurgico?

— Ma certo, ma certo, — rispose Bob in tono dottorale. — Di qua, mia cara signora, di qua. Non abbiate paura. S’aggiusterà tutto in meno di niente, non dubitate, signora. Di qua, se non vi dispiace, di qua. Prego, prego.

E il signor Bob Sawyer, fatta sedere la vecchia signora, chiuse la porta, trasse presso di lei un’altra seggiola, ed aspettò ch’ella minutamente gli riferisse i sintomi di qualche suo malanno dal quale vedeva già in prospettiva scaturire una vena larghissima di guadagni.

La prima cosa che la vecchia fece fu di crollare il capo molte e molte volte e di mettersi a piangere.

— Nervosa, — disse Bob Sawyer con indulgenza. — Giulebbe canforato tre volte al giorno, e un calmante la sera.

— Non so come incominciare, signor Sawyer, — disse la vecchia signora. — È una cosa così penosa, così dolorosa.

— Non c’è bisogno che incominciate, signora. Io indovino tutto quel che vorreste dire. Il male è alla testa.

— Io direi piuttosto al cuore, — rispose la vecchia signora con un gemito.

— Nessunissimo pericolo, signora. La causa principale è nello stomaco.

— Signor Sawyer! — esclamò trasalendo la vecchia signora.

— Non c’è dubbio, signora, non c’è dubbio, — rispose Bob con aria saputa. — Un rimedio in tempo, mia cara signora, avrebbe riparato a tutto.

— Signor Sawyer, — disse la vecchia più furiosa di prima, — la vostra condotta verso una donna nella mia posizione o è molto impertinente o dipende dal non aver capito l’oggetto della mia visita. Se con la medicina si fosse potuto impedire, se soltanto si fosse potuto prevedere quel ch’è accaduto, io l’avrei fatto. È meglio che parli subito con mio nipote, — aggiunse la vecchia girando le pupille inferocite ed alzandosi.

— Un momento, signora, un momento. Temo di non aver capito. Domando scusa. Di che si tratta in somma?

— Mia nipote, signor Sawyer, la sorella del vostro amico...

— Sicuro, sicuro. Ebbene? — disse Bob, scoppiando dall’impazienza, perchè la vecchia signora, benchè agitatissima, parlava con una lentezza disperante, come sogliono spesso le vecchie signore. — Ebbene?

— È uscita di casa tre giorni fa, signor Sawyer, col pretesto di fare una visita a mia sorella, un’altra sua zia, che tiene una scuola proprio accosto alla terza pietra miliare, con un grande abete vicino e una porta di quercia.

E la vecchia signora si fermò per asciugarsi gli occhi.

— Che il diavolo si porti l’abete, signora! — disse Bob, mandando all’aria la sua dignità dottorale. — Un po’ più spiccia, signora; un po’ più di vapore, prego.

— Stamane, — riprese lentamente la vecchia signora, — stamane, ella...

— È tornata, mi figuro. È tornata, non è così?

— No, non è tornata... Ha scritto.

— E che dice? che dice?

— Dice, signor Sawyer... ed è a questo che io vorrei preparar Beniamino, a poco a poco, con delicatezza... dice che s’è... ho qui la lettera, signor Sawyer, ma ho lasciato gli occhiali in carrozza, e perderei troppo tempo se tentassi senza l’aiuto delle lenti d’indicarvi il passo... dice in somma, signor Sawyer, che s’è maritata.

— Che! — gridò Bob.

— Maritata.

Il signor Bob Sawyer non volle sentir altro; con un salto dal gabinetto balzò nella farmacia, gridando con voce stentorea:

— Ben, bambino mio, ce l’hanno soffiata!

Il signor Ben Allen, che se ne stava dormendo dietro il banco col capo fra le ginocchia, non sì tosto ebbe udito la terribile comunicazione, che precipitosamente si slanciò addosso al taciturno Martino, e pigliandolo pel collo espresse l’affettuosa intenzione di strozzarlo, e con la prontezza della disperazione cominciò a recarla in atto con molto vigore e gran perizia chirurgica.

Il signor Martino, ch’era uomo di poche parole e non aveva molto sviluppata la facoltà dell’eloquenza e della persuasione, si sottomise a questa operazione con una fisonomia tranquilla e deferente; ma trovando che la cosa minacciava di metterlo nell’impossibilità assoluta di riscuotere mai più per l’avvenire alcuna sorta di salario, borbottò una protesta inarticolata e gettò a terra il signor Beniamino. Ma siccome questi avea le mani impicciate nella cravatta di lui, così tutti e due stramazzarono. E stavano così dimenandosi e lottando, quando la porta s’aprì, e due inaspettati personaggi arrivarono, il signor Pickwick e il signor Samuele Weller.

La prima impressione del signor Weller fu che il signor Martino fosse preso a nolo dallo stabilimento Sawyer successore Nockemorf, per prendere degli eccitanti, o per offrirsi ad esperimenti di convulsioni, o per ingoiare di tanto in tanto dei veleni affin di provare l’efficacia di alcuni nuovi antidoti, e in somma per fare una cosa o l’altra a vantaggio della scienza ed a soddisfazione dell’ardente spirito di ricerca che animava il petto dei due giovani professori. Sicchè, senza alcuna idea di entrar di mezzo, Sam stette immobile al suo posto, osservando la scena come se molto gli stesse a cuore il risultato dell’esperimento. Non così il signor Pickwick. Con l’usata energia si slanciò sugli stupiti combattenti e ad alta voce invocò l’aiuto degli astanti.

Questo appello scosse il signor Bob Sawyer, che fin qui era stato paralizzato dalla frenesia del compagno; e con l’aiuto di lui, il signor Pickwick riuscì a rimettere in piedi Ben Allen. Il signor Martino, trovandosi solo per terra, si rizzò e si guardò intorno.

— Signor Allen, — disse il signor Pickwick, — che cosa è stato?

— So io, so io! — rispose sdegnosamente Beniamino.

— Che è stato? — domandò il signor Pickwick, volgendosi a Bob. — Non si sente bene?

Prima che Bob potesse rispondere, il signor Ben Allen afferrò per la mano il signor Pickwick, e mormorò con accento doloroso:

— Mia sorella, signore, mia sorella!

— Ah, questo è tutto? — esclamò il signor Pickwick. — Aggiusteremo facilmente la cosa, non dubitate. Vostra sorella è sana e salva, ed io son qui, mio caro signore, per...

— Mille scuse se interrompo cotesta bella conversazione, come disse il re quando sciolse il parlamento, — venne su il signor Weller che avea spinto un’occhiata di là dalla porta a vetri, — ma c’è qui un altro esperimento, signore, una venerabile signora distesa per terra, che aspetta di essere sezionata, galvanizzata, o fatto qualche altra cosa scientifica di nuova invenzione.

— Ah, me ne scordava! — disse Ben. — Mia zia

— Povera signoral — esclamò il signor Pickwick. — Adagino, Sam, adagino.

— Strana situazione per una persona della famiglia, — osservò Sam sollevando la zia sopra una seggiola. — A voi, piccolo Segaossi, fuori le boccette.

Era diretta questa eccitazione al fattorino grigio, il quale, lasciata la carrozzella in custodia di un vicino, era tornato dentro per veder che cosa era tutto quel fracasso. Un po’ per uno, il ragazzo grigio, Bob ed Allen (il quale avendo spaventato la zia fino a farla cadere in convulsione, era tutto sollecito di vederla rinvenire) furono intorno alla vecchia signora, la quale alla fine tornò in sè; e allora Ben Allen, volgendosi al signor Pickwick, gli domandò pieno di curiosa maraviglia, che cosa gli stesse per dire quando così disgraziatamente era stato interrotto.

— Siamo tutti amici qui, mi figuro? — disse il signor Pickwick, dando un’occhiata all’uomo arcigno mezzo fantino e mezzo cocchiere.

Questa domanda fece accorto il signor Bob che il fattorino grigio stava lì con tanto d’occhi sbarrati e d’orecchie allungate. Il piccolo farmacista fu sollevato pel collo e gettato fuori della porta, e Bob Sawyer assicurò il signor Pickwick che parlasse pure senza riserva.

— Vostra sorella, mio caro signore, — disse il signor Pickwick volgendosi a Beniamino Allen, — è in Londra; sta bene ed è felice.

— La sua felicità non mi riguarda, signor mio, — rispose il signor Beniamino con un gesto sdegnoso della mano.

— Suo marito invece riguarda me, signore, — disse Bob Sawyer. — Mi riguarda, mi riguarderà, quando saremo a dodici passi, sul terreno; gli mostrerò io, gli mostrerò come si trattano i furfanti suoi pari!

Questa sfida, così espressa, era in sostanza discretamente magnanima; ma il signor Bob Sawyer ne indebolì l’effetto conchiudendo con alcune sue osservazioni generali a proposito di capi rotti e di occhi cavati, che al paragone erano piuttosto volgari.

— Un momento, signore, — disse il signor Pickwick; — prima di dare cotesti epiteti alla persona in questione, riflettete spassionatamente alla misura del suo fallo, e ricordatevi ch’egli è amico mio.

— Che! — esclamò Bob.

— Il suo nome, — gridò Ben, — il suo nome!

— Il signor Nataniele Winkle, — rispose con fermezza il signor Pickwick.

Il signor Beniamino Allen scaraventò a terra i suoi occhiali e dopo averli pestati col tacco dello stivale, ne raccattò i frantumi, se li cacciò in tre tasche separate, piegò le braccia, si morse le labbra, e guardò con occhio gravido di minaccie alla fisonomia tranquilla del signor Pickwick.

— Siete dunque voi, o signore, siete voi che avete incoraggiato e dato mano a questo matrimonio? — domandò alla fine.

— E dev’essere il domestico di questo signore, — interruppe la vecchia zia, — che è venuto a ronzare attorno a casa mia e a subornare la mia servitù per cospirare contro la padrona. Martino!

— Padrona! — rispose l’uomo arcigno avanzandosi.

— È questi il giovane che vedeste nel viale, di cui m’avete parlato stamane?

Il vecchio Martino, uomo che già s’è visto di poche parole, guardò a Sam, crollò il capo e grugnì:

— Proprio lui.

Il signor Weller, che non era mai superbo, sorrise amichevolmente all’uomo arcigno, ed ammise in termini cortesi che avea già avuto l’onore di conoscerlo.

— Ed è questo il fedel servitore, — esclamò Ben Allen, — che io aveva quasi strozzato! E come osate voi, signor Pickwick, permettere al vostro uomo di cooperare al ratto di mia sorella? Domando spiegazioni, o signore.

— Spiegatevi! — gridò terribilmente Bob Sawyer.

— È una cospirazione, — disse Ben.

— Un complotto organizzato, — aggiunse Bob.

— Una indegnità, — incalzò la vecchia signora.

— Una trappola, — conchiuse Martino.

— Ascoltatemi, di grazia, — riprese il signor Pickwick, mentre Ben si gettava sulla seggiola destinata a quelli che si facevano cavar sangue, e tirava fuori il fazzoletto. — Io non ho prestato alcun aiuto a questa faccenda, meno quello di aver assistito ad un colloquio tra i due giovani, colloquio che non potevo impedire e che con la mia presenza veniva a perdere ogni menomo carattere di sconvenienza, che altrimenti avrebbe avuto. Questa è tutta la parte che io ho preso nella cosa, e non sospettava nemmeno che si avesse in mente un prossimo matrimonio. Benchè, badate, — aggiunse il signor Pickwick subito ripigliandosi, — badate, non dico già che l’avrei impedito se l’avessi saputo.

— Voi l’udite tutti, voi l’udite! — disse Beniamino Allen.

— Lo spero bene, — dolcemente osservò il signor Pickwick, guardandosi intorno; — e spero anche, — aggiunse con forza mentre il sangue gli montava alla faccia, — spero anche che odano questo, o signore; che da quanto m’è stato riferito, io posso affermare che voi non eravate in alcun modo autorizzato a violentare come facevate le inclinazioni di vostra sorella, e che voi avreste piuttosto dovuto studiarvi con la dolcezza e l’indulgenza e l’affetto di non farle sentir la mancanza di quei più stretti parenti che da bambina ella non ha conosciuti. In quanto al mio giovane amico, debbo aggiunger questo che la sua posizione è pari alla vostra se pure non è di molto superiore, e che se non si vuol discutere la cosa con la debita moderazione, io non voglio assolutamente sentire altro.

— Desidero di fare una piccola osservazione in aggiunta alle cose dette dall’onorevole preopinante, — disse il signor Weller, avanzandosi, — che è questa: un individuo qui presente mi ha chiamato uomo.

— Questo non ha nulla da fare con la questione, — interruppe il signor Pickwick. — Tacete, Sam, vi prego.

— Non volevo dir nulla su questo punto qui, signore, — rispose Sam, meno che una cosa sola. Forse quel signore si figura che c’era nella signorina un amore precedente, ma il fatto è che non c’era nulla di nulla, perchè la signorina disse fin dalla bella prima che non lo poteva soffrire. Nessuno gli ha dato lo sgambetto, e per lui sarebbe stato precisamente lo stesso, se la signorina non avesse mai conosciuto il signor Winkle. Questo soltanto volevo dire, e spero adesso di aver tranquillizzato quel signore.

Successe a queste consolanti osservazioni del signor Weller una breve pausa, dopo della quale il signor Ben Allen alzandosi in piedi protestò che non avrebbe mai più veduto la faccia di Arabella, mentre Bob Sawyer, a dispetto delle graziose assicurazioni di Sam, giurò la più terribile vendetta sul capo dello sposo felice.

Ma proprio nel punto che le cose stavano al colmo del calore e minacciavano di rimanerci, il signor Pickwick trovò una potente ausiliaria nella vecchia signora, la quale, scossa dalle parole di lui in favore della nipote, si avvicinò al signor Beniamino con alcune sue riflessioni confortanti, di cui la principale era questa che, in somma, poteva esser peggio; le parole son d’argento ma il silenzio è d’oro, e in parola d’onore il diavolo non è poi così brutto come si dipinge. Il fatto era fatto, e i malanni quando non si possono curare bisogna tenerseli, con altre svariate sentenze non meno nuove ed efficaci. A tutte le quali cose il signor Beniamino rispose ch’ei non intendeva mica mancar di rispetto nè alla zia, nè ad alcun altro degli astanti, ma se a loro faceva lo stesso e se gli permettevano di regolarsi a modo suo, ei voleva in tutti i modi odiar la sorella fino alla morte e anche dopo.

Finalmente, quando questa determinazione fu annunziata una cinquantina di volte, la vecchia signora ad un tratto inalberandosi e mettendosi in tono, domandò di sapere che cosa ella avea fatto perchè si mancasse di rispetto alla sua età e al suo grado, e la si costringesse ad umiliarsi davanti al proprio nipote, ch’ella si ricordava venticinque anni prima che fosse nato, e che personalmente avea conosciuto quando non aveva denti in bocca; per non dir nulla dell’essere stata presente quando gli avevano tagliato i capelli, e dell’assistenza prestatagli in varie altre occasioni e cerimonie della sua infanzia; tutte cose che le davano un diritto assoluto all’affetto, all’obbedienza, alle simpatie di lui ora e sempre. Mentre la buona signora faceva al signor Ben Allen questa lavata di capo, Bob Sawyer e il signor Pickwick s’erano ritirati a stretto colloquio nel gabinetto in fondo, dove fu veduto il primo abboccare più d’una volta una bottiglia nera, sotto la cui influenza i lineamenti di lui presero a grado a grado una espressione allegra e perfino gioviale. E finalmente uscì dalla camera, armato della magica bottiglia, e dichiarandosi dolentissimo di aver fatto lo scimunito, propose di bere alla salute del signor Winkle e della signora Winkle, della cui felicità non che essere invidioso egli sarebbe stato il primo a congratularsi. Ciò udendo, il signor Ben Allen si alzò di botto, diè di piglio alla bottiglia nera e bevve con tanta furia e cordialità da farsi in volto non meno nero della stessa bottiglia. In ultimo, tanto girò la bottiglia che se ne vide il fondo, e vi furono tante strette di mani e così vivo scambio di complimenti, che la stessa faccia lignea del signor Martino condiscese a sorridere.

— Ed ora, — disse Bob Sawyer, fregandosi le mani, — passeremo un’allegra serata.

— Mi duole, — annunziò il signor Pickwick, — di dover ritornare al mio albergo. È un pezzo che son disabituato alla fatica, e il viaggio mi ha molto stancato.

— Volete prendere un po’ di tè, signor Pickwick? — domandò con irresistibile dolcezza la vecchia signora.

— Grazie, grazie, non ne prenderei, — rispose questi. Il vero è che la palese e crescente ammirazione della vecchia signora era il motivo più forte della subitanea partenza del signor Pickwick. Ei pensava alla signora Bardell ed ogni occhiata della vecchia signora lo facea sudar freddo.

Siccome non si potette in alcun modo svolgerlo dal suo proposito, fu convenuto, a proposta sua stessa, che il signor Beniamino Allen lo avrebbe accompagnato dal signor Winkle padre, e che la carrozza sarebbe lì alle nove precise del giorno appresso. Tolse poi commiato, e seguito da Sam, se ne tornò alla Siepe. È da notare che la faccia del signor Martino era orribilmente convulsa, quando Sam congedandosi gli strinse la mano, e che nel punto stesso ei sbozzò un sorriso ed attaccò un moccolo; dai quali indizi hanno inferito le persone bene informate della peculiarità di carattere di questo signore, ch’ei si mostrava compiaciutissimo della conversazione di Sam e domandava l’onore di far miglior conoscenza.

— Debbo ordinare un salottino privato, signore? — domandò Sam, quando furono all’albergo.

— No, Sam, no, — rispose il signor Pickwick; — visto che ho desinato nel caffè e che tra breve andrò a letto, non ne mettete il conto. Vedete piuttosto chi c’è nella sala dei viaggiatori.

Il signor Weller andò a vedere, e tornò subito a dire che c’era soltanto un signore cieco d’un occhio e l’albergatore, che bevevano insieme del vino caldo.

— Voglio andare anch’io, — disse il signor Pickwick.

— Un bel tipo quel guercio, — osservò Sam precedendo il padrone. — Sta irnbrogliando quel pover’omo di albergatore, che non sa più se si trova ritto coi piedi in terra o col capo all’ingiù.

L’individuo cui si riferiva questa osservazione, quando il signor Pickwick entrò, stava seduto in fondo alla camera, fumando una grossa pipa olandese, con l’occhio fisso sulla faccia tonda ed allegra dell’albergatore, al quale avea dovuto contare qualche gran maraviglia, come facevano testimonianza varie esclamazioni rotte di: "Questa sì che non l’avrei creduta! la cosa più straordinaria ch’io abbia mai udito! pare impossibile!" ed altre espressioni ammirative che gli sfuggivano dalle labbra nel contraccambiare lo sguardo fiso del guercio.

— Servitor vostro, signore, — disse questi al signor Pickwick. — Bella serata, signore.

— Bellissima, — rispose il signor Pickwick, mescolando l’acquavite che gli avea portato il cameriere.

Il guercio lo guardò con attenzione a più riprese, e poi disse:

— Se non erro, vi ho visto un’altra volta.

— Veramente non mi ricordo di voi, — rispose il signor Pickwick.

— Capisco benissimo. Non mi conoscevate allora, ma io invece conobbi due amici vostri che stavano all’albergo del Paone a Eatanswill, a tempo dell’elezione.

— Ah, davvero!

— Sicuro. Anzi narrai loro un fatterello a proposito di un mio amico di nome Tom Smart. È probabile che ve n’abbiano parlato.

— Spesso, — rispose sorridendo il signor Pickwick. — Era vostro zio, credo?

— No, no; era semplicemente un amico di mio zio.

— Un uomo straordinario cotesto zio vostro, — notò l’albergatore crollando il capo.

— Credo di sì, credo poter dire di sì. Vi potrei contare una certa storia a proposito di questo zio, signori miei, che vi sorprenderebbe un pochino.

— Davvero? — esclamò il signor Pickwick. — Contatela dunque, contatela in tutti i modi.

Il guercio si versò dalla catinella un bicchiere di vino caldo, e lo ingollò; trasse poi una larga boccata di fumo dalla sua pipa olandese, e avvertendo Sam che non c’era bisogno se n’andasse, a meno che non avesse da fare, perchè non si trattava mica di una storia segreta, fissò l’unico suo occhio sull’albergatore e prese a parlare con le parole del capitolo seguente.