Il Fiore delle Perle/24. I cacciatori di teste

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24. I cacciatori di teste

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– No, Hong, ma ci vedremo e forse meglio, poichè il bagani non farà risparmio di legna.

– Che pensi ad arrostirci?...

– Darà fuoco agli alberi per costringere i mandayas a scendere.

– Per Fo e Confucio!... La prospettiva è ben poco piacevole. Combattere sta bene, ma venire arrostiti vivi!...

– Quando gli uomini del bagani udranno le nostre carabine non resisteranno molto. Comprenderanno che vi sono uomini valorosi e diverranno prudenti.

– Non avrà armi da fuoco il bagani?

– Forse qualche vecchio fucile.

– Oh!...

Uno scricchiolìo prolungato, che di quando in quando si ripeteva, si udiva sul margine della piattaforma, là dove si appoggiavano le due lunghe pertiche che servivano a salire al villaggio.

– Qualcuno sale – mormorò il capo, con un tremito nella voce.

– Sì – rispose Pram-Li. – Cercano di sorprenderci.

– Devo dare il segnale della difesa?

– Non ancora: lasciamoli montare.

Gli scricchiolìi continuavano sull’orlo della piattaforma. Uno o più uomini si arrampicavano sulle pertiche, sperando di poter giungere al villaggio e di sorprendere i selvaggi nel sonno.

Hong si era spinto fino a quel punto assieme a Sheu-Kin ed entrambi aspettavano la comparsa dei primi assalitori coi kampilang in pugno, volendo risparmiare le munizioni.

Trascorse mezzo munito, poi fra l’oscurità apparve una forma umana. Uno degli assalitori era giunto sull’orlo della piattaforma e si preparava a slanciarsi innanzi.

Due colpi di kampilang piombarono su di lui e l’uomo precipitò nel vuoto col cranio fracassato, mandando un rantolo.

– Ohe!... Attenti a chi sta sotto!... – gridò Hong.

Urla terribili scoppiarono fra le tenebre, poi rimbombarono subito due spari.

– Morte di Fo!... – esclamò Hong. – I bricconi hanno delle armi da fuoco.

Si avanzò fino all’orlo e con tre colpi di kampilang tagliò i bambù che servivano di scala. Le lunghe canne caddero ma assieme a loro precipitarono pure degli uomini che vi erano aggrappati per dare la scalata al villaggio dei mandayas.

– Tu vuoi storpiarli – disse Sheu-Kin, ridendo. – Odi che urla?...

– Tanto peggio per loro – rispose il chinese.

– Ehi, Hong, dobbiamo cominciare il fuoco? – chiese Than-Kiù. [p. imm16 modifica] [p. - modifica] [p. 173 modifica]

– Non ancora, fanciulla mia. Aspettiamo di vederci un po’, tuttavia Pram-Li può ordinare al capo di cominciare la sassaiuola.

Le urla degli assalitori erano cessate, però quei bricconi non avevano abbandonato il campo della lotta, quantunque avessero già subìto un primo scacco. Credendo di aver da fare solamente coi poveri mandayas, si preparavano invece a snidarli.

Ad un tratto l’oscurità viene rotta da una luce intensa che si alza intorno ai grandi alberi sostenenti la piattaforma. Enormi fastelli di rami gommiferi bruciano come zolfanelli, lanciando in aria nembi di scintille e nuvoloni di fumo acre e pesante.

I cacciatori di teste sono visibili. Sono almeno cento, quasi tutti seminudi, armati di scuri, di bolos, di kampilang, di parang e di coltellacci ed alcuni di archi e di frecce e forse queste avvelenate. Per loro difesa poi hanno dei grandi scudi che sembrano fatti di grossa corteccia d’albero e di pelle di tapiro.

Sono tutti assai più alti dei mandayas, più robusti, dalla pelle giallo-bronzina ed i loro lineamenti sono feroci.

In mezzo a loro si mostra per un istante il bagani, un bell’uomo col mento coperto da una folta barba e che ha il capo avvolto in un turbante rosso, segno di uomo valoroso.

Ha in mano un vecchio fucile dalla canna grossa e lunga che tiene puntato in aria ed al fianco gli pende un kampilang enorme.

Da uomo prudente però, dati rapidamente gli ultimi ordini, si affretta a rifugiarsi dietro il tronco d’un albero, prima ancora che Hong avesse avuto il tempo di prenderlo di mira.

– Non importa – mormorò il chinese. – Ti colpirò più tardi, pezzo di briccone!...

Intanto i mandayas, spaventati pel fumo che sale da tutte le parti e dalle scintille che minacciano di comunicarsi alle capanne e di distruggere l’intero villaggio, si difendono come possono.

Sparpagliati sui margini della piattaforma, scagliano sugli assalitori sassi, bastoni, grossi rami e lance, ma con poco successo, poichè gli scudi bastano a riparare i cacciatori di teste.

Le donne invece corrono ora qua ed ora là, per ispegnere le scintille che cadono sui tetti delle capanne.

Gli uomini del bagani non stanno inoperosi. Alcuni rispondono a colpi di freccia e gli altri, fattisi sotto la piattaforma, assalgono gli alberi a colpi di bolos per far rovinare l’intero villaggio.

– A me, amici!... – grida ad un tratto Hong. – È il momento di agire.

Attraversa rapidamente la piattaforma, si caccia fra le capanne, raggiunge l’ultima che si trova fra la biforcazione dell’albero più [p. 174 modifica] grosso e prende posizione in mezzo al fitto fogliame. Than-Kiù, il malese e Sheu-Kin lo avevano seguìto.

– Io e la fanciulla faremo fuoco sugli uomini che assalgono gli alberi e voi due contro gli arcieri. Tenete d’occhio il bagani e appena si mostra fategli scoppiare la testa.

Quattro spari rintronano a breve distanza l’uno dall’altro, e quattro cacciatori di teste cadono fulminati.

A quella fucilata inaspettata e così micidiale, gli assalitori s’arrestano, guardando il villaggio aereo con stupore e fors’anche con ispavento.

Come mai quelle palle vengono dall’alto?... Non è possibile che i mandayas abbiano delle armi da fuoco. Credono di essersi ingannati e quei feroci bricconi riprendono le armi per abbattere gli alberi, quando altri quattro spari scoppiano e tre uomini cadono ancora.

Era troppo per quei furfanti, abituati a combattere quei piccoli uomini così male armati. Dopo un altro istante di esitazione volgono le spalle e si affrettano a rifugiarsi dietro i tronchi dei grandi vegetali.

Gridano tutti come aquile o come oche che vengono spennacchiate. S’interrogano a vicenda nella loro barbara lingua, chiedendosi forse come i mandayas siano riusciti a provvedersi di fucili.

Il bagani ed uno dei suoi uomini, i soli armati di moschetti, si provano a far fuoco sul villaggio aereo, sperando di spaventare i difensori. Hong ed i suoi compagni non rispondono e si limitano a far segno ai selvaggi loro amici di mettersi al coperto.

– Ora rideremo – disse Hong. – Sette sono già a terra e ne manderemo degli altri a casa del diavolo.

– Che ritentino l’assalto? – chiese Than-Kiù.

– Il bagani sarà furioso per questo secondo scacco e ritenterà la prova.

– Ci va di mezzo la sua fama o meglio il suo turbante rosso – disse Pram-Li. – Se tornasse al suo villaggio senza teste, i dato, ossia i nobili della tribù, sarebbero capaci di destituirlo dal suo grado di provveditore di teste umane.

– Allora si mostrerà allo scoperto.

– Certo, Hong.

– L’aspetto per piantargli una palla nel cranio; così sarà la sua testa che ornerà il villaggio dei mandayas.

– Non mancheranno di farlo, te lo assicuro io.

I cacciatori di teste intanto non osavano mostrarsi; pareva che si consigliassero sul da farsi, prima di ritentare l’attacco. Probabilmente il loro slancio era stato domato da quell’inaspettata resistenza e da quelle armi da fuoco, superiori alle loro per numero e precisione. [p. 175 modifica]

I mandayas invece si preparavano ad appoggiare validamente i loro amici. Strappavano dagli alberi grossi rami e li ammucchiavano ai margini della piattaforma per rovesciarli sulle teste degli assalitori e dietro consiglio di Pram-Li, accendevano vari fuochi per far piovere sui nemici una tempesta di tizzoni accesi.

Erano trascorsi dieci minuti, quando gli uomini del bagani si videro abbandonare gli alberi protettori e scagliarsi innanzi, come una torma di lupi affamati.

Portavano tutti sul capo dei grossi fasci di legna coi quali speravano forse di ripararsi meglio degli scudi contro i colpi degli assediati e ravvivare i fuochi per incendiare il villaggio.

– Eccoli!... – gridò Hong. – Fuoco in mezzo al gruppo!...

La fucilata ricominciò a far strage, però i cacciatori di teste, incoraggiati dal bagani, questa volta non cedevano il campo.

Gettavano i fasci contro i tronchi degli alberi, li accendevano, poi correvano a prenderne degli altri, formando delle cataste enormi.

I mandayas rovesciavano rami e sassi sulla testa dei nemici e scagliavano in tutte le direzioni rami accesi e con buon successo, poichè non pochi di quei furfanti fuggivano urlando di dolore, mentre Hong ed i suoi compagni continuavano a bruciar cariche, mandandone colle gambe all’aria delle mezze dozzine.

Le fiamme intanto diventavano sempre più minacciose ed il fumo così denso, che certe volte riusciva quasi impossibile agli assediati di scorgere gli assedianti.

Lingue di fuoco salivano contorcendosi attorno ai tronchi degli alberi, le cui cortecce crepitavano e nembi di scintille cadevano sulle capanne. Le donne accorrevano dappertutto, strappando le canne e le foglie che s’incendiavano, ma non potevano operare miracoli.

Hong cominciava a diventare inquieto e gettava sguardi angosciosi su Than-Kiù, la quale si manteneva sempre tranquilla, continuando a sparare nel più folto degli assalitori.

Anche Pram-Li e Sheu-Kin cominciavano a temere dell’esito della difesa e si chiedevano se non fosse stato meglio abbandonare quel posto pericoloso.

La tenacia dei cacciatori di teste ad un tratto cedette.

Spaventati dalle gravi perdite subìte e da quegli spari incessanti, cominciavano a esitare. Alcuni, meno coraggiosi, non osavano più esporsi e si tenevano nascosti dietro le macchie malgrado le grida del bagani.

Hong comprese che era il momento decisivo.

– Amici – gridò. – Un ultimo sforzo e li vinceremo.

Mentre i mandayas precipitavano giù un pezzo di piattaforma, i chinesi ed il malese raddoppiavano gli spari. [p. 176 modifica]

I cacciatori di teste fucilati dai chinesi e schiacciati dalle travi che gettavano i selvaggi si ritiravano da tutte le parti, impotenti a resistere.

Il bagani, che fino allora si era tenuto nascosto, furioso per quella sconfitta, si precipitò verso gli alberi, urlando a piena gola. Sperava col suo esempio di incoraggiare i suoi uomini e di trascinarli all’assalto; Hong lo aspettava.

– Ah!... Eccolo!... – urlò il chinese.

Si rizzò sulla biforcazione dei rami, lo mirò per qualche istante, poi lasciò partire il colpo.

Il feroce capo, colpito nel cranio, s’arrestò di colpo, abbandonando il bolo che teneva in mano, poi stramazzò pesantemente in mezzo ad un fascio di legna infiammata.

Fu quello il segnale della disfatta. I suoi guerrieri, ormai demoralizzati, vedendo cadere anche il capo, fuggirono precipitosamente in tutte le direzioni, scomparendo sotto gli alberi.

– Il diavolo vi porti!... – urlò dietro a loro Hong.

– E che le pantere vi mangino – concluse Pram-Li.

I mandayas, visti fuggire i loro implacabili nemici, avevano calate alcune liane e si erano affrettati a scendere per spegnere i fuochi e strappare dai tronchi d’albero le cortecce infiammate.

Il capo li aveva seguìti. Il suo primo atto era stato quello di raccogliere un bolo abbandonato dai nemici e di troncare la testa al bagani.

Avvolse il sanguinoso trofeo nel turbante rosso del suo mortale nemico, poi risalì prontamente sulla piattaforma e avvicinandosi a Hong, gli disse:

– Tu sei il più valoroso di tutti: a te adunque la testa del bagani.

– Rinuncio a simile regalo – rispose il chinese, quando Pram-Li gli ebbe tradotte quelle parole. – Io non ho alcuna collezione di crani, mio caro mandaya.

– Se non lo vuoi, lo terrò io per ornare la mia capanna – rispose il selvaggio.

Poi si avvicinò a Hong e riprese, con una certa nobiltà:

– A te, alla valorosa fanciulla che ti segue ed ai tuoi compagni, la mia tribù deve la salvezza. Parla, chiedi quanto puoi desiderare e noi tutto quello che possediamo te lo daremo, se tu lo vorrai. Aspetto la tua domanda.

– Cosa chiedo?... – rispose Hong, imbarazzato. – Siete così poveri da non poterci dare nulla, nemmeno dei viveri che pur ci sarebbero necessari. Insegnaci la via per giungere al lago e non desideriamo altro.

– A quale lago? – chiese il capo.

– Al Butuan. [p. 177 modifica]

– È là che dovete recarvi?

– Sì.

– Forse per vedere quel Sultano?...

– Sì.

– Un uomo cattivo e molto crudele.

– Come lo sai tu?

– Sono stato suo schiavo, prima di diventare capo della mia tribù. Non recarti da lui, poichè non mancherebbe di ridurti in schiavitù.

– È impossibile; bisogna che lo veda.

– Ti guida un motivo molto grave?...

– Andiamo a liberare degli uomini bianchi che sono stati fatti prigionieri da lui.

– Degli uomini dalla pelle bianca?... – chiese il capo con uno stupore così vivo che non isfuggì nè a Hong, nè a Than-Kiù.

– Sì, capo.

– Ma sei ben certo che si trovino prigionieri del Sultano di Butuan?

– Lo credo.

– O forse t’inganni?

– Perchè dici questo, capo?...

– Perchè io so che degli uomini bianchi si trovano prigionieri d’un capo mandaya, d’un mio parente.

– Quanti sono?... – chiese ansiosamente Than-Kiù, che seguiva attentamente la traduzione di quelle parole.

– Quattro – rispose il capo.

– Vi è anche una donna fra loro?

– Sì, sì!...

– Dalla pelle bianca?...

– Sì.

– Ed un uomo che ha la pelle bruna?...

– Sì, l’ho veduto e me lo ricordo ancora.

Than-Kiù aveva mandato un grido ed era diventata pallidissima, come se tutto il sangue le fosse affluito al cuore.

Hong la ricevette fra le braccia, dicendole con un accento di dolce rimprovero:

– Il Fiore delle perle amerebbe ancora colui che le ha infranto il cuore e ucciso il fratello, l’eroe degli uomini gialli?...

– No, Hong, no, amico mio – diss’ella con suprema energia. – Lo vedrai il giorno che io mi troverò dinanzi a lui.

Poi afferrando Pram-Li per un braccio, gli disse con voce rotta:

– Prega il capo di narrarci tutto, tutto!... Voglio sapere dove si trovano e come sono sfuggiti al Sultano di Butuan.