Il Giorno/Il Meriggio

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Il Meriggio

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Il Mattino seconda edizione Il Vespro

Il Meriggio

Ardirò ancor tra i desinari illustri
sul meriggio innoltrarmi umil cantore,
poi che troppa di te cura mi punge,
signor, ch’io spero un dì veder maestro
e dittator di graziosi modi5
all’alma gioventù che Italia onora.
Tal, fra le tazze e i coronati vini
onde all’ospite suo fe’ lieta pompa
la punica regina, i canti alzava
Jopa crinito; e la regina in tanto10
dal bel volto straniero iva beendo
l’oblivion del misero Sicheo:
e tale, allor che l’orba Itaca in vano
chiedea a Nettun la prole di Laerte,
Femio s’udìa co’ versi e con la cetra15
la facil mensa rallegrar de’ Proci,
cui dell’errante Ulisse i pingui agnelli
e i petrosi licori e la consorte
convitavano in folla. Amici or china
giovin signore al mio cantar gli orecchi,20
or che tra nuove Elise e novi Proci
e tra fedeli ancor Penelopèe
ti guidano a la mensa i versi miei.
  Già dall’alto del cielo il sol fuggendo
verge all’occaso: e i piccoli mortali25
dominati dal tempo escon di novo
a popolar le vie ch’all’oriente
spandon ombra già grande. A te null’altro
dominator fuor che te stesso è dato,
stirpe di numi: e il tuo meriggio è questo.30
  Alfin di consigliarsi al fido speglio
la tua dama cessò. Cento già volte
o chiese o rimandò novelli ornati;
e cento ancor de le agitate ognora
damigelle or con vezzi or con garriti35
rovesciò la fortuna. A sé medesma
quante volte convien piacque e dispiacque;
e quante volte è d’uopo a sé ragione
fece e a’ suoi lodatori. I mille intorno
dispersi arnesi alfin raccolse in uno40
la consapevol del suo cor ministra:
al fin velata di legger zendado
è l'ara tutelar di sua beltate;
e la seggiola sacra un po’ rimossa
languidetta l’accoglie. Intorno a lei45
pochi giovani eroi van rimembrando
i cari lacci altrui, mentre da lunge
ad altra intorno i cari lacci vostri
pochi giovani eroi van rimembrando.
Il marito gentil queto sorride50
a le lor celie; o, s’ei si cruccia alquanto,
del tuo lungo tardar solo si cruccia.
Nulla però di lui cura te prenda
oggi o signore. E s’ei del vulgo a paro
prostrò l’anima imbelle, e non sdegnosse55
di chiamarsi marito, a par del vulgo
senta la fame esercitargli in petto
lo stimol fier degli oziosi sughi
avidi d’esca: o se ai mariti alcuno
d’anima generosa impeto resta,60
ad altra mensa il piè rivolga; e d’altra
dama al fianco si assida, il cui marito
pranzi altrove lontan d’un’altra al fianco
che lungi abbia lo sposo: e così nuove
anella intrecci a la catena immensa65
onde alternando Amor l’anime avvince.
  Pur sia che vuol; tu baldanzoso innoltra
ne le stanze più interne. Ecco precorre
ad annunciarti al gabinetto estremo
il noto scalpiccio de’ piedi tuoi.70
Già lo sposo t’incontra. In un baleno
sfugge dall’altrui man l’accorta mano
de la tua dama: e il suo bel labbro in tanto
ti apparecchia un sorriso. Ognun s’arretra
che conosce tuoi dritti; e si conforta75
con le adulte speranze, a te lasciando
libero e scarco il più beato seggio.
Tal, colà dove infra gelose mura
Bisanzio ed Ispaàn guardano il fiore
de la beltà che il popolato Egeo80
manda e l’Armeno e il Tartaro e il Circasso
per delizia d’un solo, a bear entra
l’ardente sposa il grave musulmano.
Nel maestoso passeggiar gli ondeggiano
le late spalle, e su per l’alta testa85
le avvolte fasce: dall’arcato ciglio
intorno ei volge imperioso il guardo:
ed ecco al suo apparire umìl chinarsi
e il piè ritrar l’effeminata occhiuta
turba che d’alto sorridendo ei spregia.90
  Ora comanda o signor che tutte a schiera
vengan le grazie tue; sì che a la dama
quanto elegante esser più puoi ti mostri.
Tengasi al fianco la sinistra mano
sotto il breve giubbon celata; e l’altra95
sul finissimo lin posi, e s’asconda
vicino al cor; sublime alzisi il petto;
sorgan gli omeri entrambi; a lei converso
scenda il duttile collo; ai lati un poco
stringansi i labbri; ver lo mezzo acuti100
escano alquanto; e da la bocca poi,
compendiata in forma tal, sen fugga
un non inteso mormorio. Qual fia
che a tante di beltade arme possenti
schermo si opponga? Ecco la destra ignuda105
già la bella ti cede. Or via, la strigni;
e con soavi negligenze al labbro
qual tua cosa l’appressa; e cader lascia
sovra i tiepidi avori un doppio bacio.
Siedi fra tanto; e d’una mano istrascica110
più a lei vicin la seggioletta. Ognaltro
tacciasi; ma tu sol, curvato alquanto,
seco susurra ignoti detti, a cui
concordin vicendevoli sorrisi
e sfavillar di cupidette luci, 115
che amor dimostri o che il somigli al meno.
  Ma rimembra o signor che troppo nuoce
in amoroso cor lunga e ostinata
tranquillità. Nell’oceàno ancora
perigliosa è la calma. Ahi quante volte120
dall’immobile prora il buon nocchiero
invocò la tempesta; e sì crudele
soccorso ancor gli fu negato; e giacque
affamato assetato estenuato,
dal venenoso aere stagnante oppresso, 125
fra le inutili ciurme al suol languendo!
Dunque a te giovi de la scorsa notte
ricordar le vicende; e con obliqui
motti pugnerla alquanto, o se nel volto
paga più che non suole accòr fu vista130
il novello straniero, e co’ bei labbri
semiaperti aspettar quasi marina
conca la soavissima rugiada
de’ novi accenti; o se cupida troppo
col guardo accompagnò di loggia in loggia135
l’almo alunno di Marte, idol vegliante
de’ feminili voti, a la cui chioma
col lauro trionfal mille s’avvolgono
e mille frondi dell’idalio mirto.
Colpevole o innocente, allor la bella140
dama improvviso adombrerà la fronte
d’un nuvoletto di verace sdegno
o simulato, e la nevosa spalla
scoterà un poco; e volgeransi al fine
gli altri a bear le sue parole estreme. 145
Fors’anco rintuzzar di tue rampogne
saprà l’agrezza, e noverarti a punto
le visite furtive ai cocchi ai tetti
e all’alte logge de le mogli illustri
di ricchi popolari, a cui sovente150
scender per calle dal piacer segnato
la maestà di cavalier non teme.
Felice te, se mesta o disdegnosa
tu la guidi a la mensa; o se tu puoi
solo piegarla a tollerar de’ cibi155
la nausea universal! Sorridan pure
a le vostre dolcissime querele
i convitati; e l’un l’altro percota
col gomito maligno. Ahi non di meno
come fremon lor alme! e quanta invidia160
ti portan te mirando unico scopo
di sì bell’ire! Al solo sposo è dato
in cor nodrir magnanima quiete,
aprir nel volto ingenuo riso e tanto
docil fidanza ne le innocue luci. 165
   Oh tre fiate avventurosi e quattro
voi del nostro buon secolo mariti,
quanto diversi da’ vostr’avi! Un tempo
uscia d’Averno con viperei crini,
con torbid’occhi irrequieti e fredde170
tenaci branche un indomabil mostro
che ansando e anelando intorno giva
ai nuziali letti, e tutto empiea
di sospetto e di fremito e di sangue.
Allor gli antri domestici le selve175
l’onde le rupi alto ulular s’udiéno
di femminili stridi. Allor le belle
dame con mani incrocicchiate e luci
pavide al ciel tremand, lagrimando
tra la pompa feral de le lugùbri180
sale vedean dal truce sposo offrirsi
le tazze attossicate o i nudi stili.
Ahi pazza Italia, il tuo furor medesmo
oltre l’alpe oltre il mar destò le risa
presso agli emuli tuoi, che di gelosa185
titol ti diero: e t’è serbato ancora
ingiustamente. Non di cieco amore
vicendevol desire alterno impulso,
non di costume simiglianza or guida
giovani incauti al talamo bramato: 190
ma la prudenza coi canuti padri
siede librando il molto oro e i divini
antiquissimi sangui: e allor che l’uno
bene all’altro risponda, ecco Imeneo
scoter sue faci; e unirsi al freddo sposo, 195
di lui non già ma de le nozze amante,
la freddissima vergine che in core
già i riti volge del bel mondo; e lieta
la indifferenza maritale affronta.
Così non fien de la crudel Megera200
più temuti gli sdegni. Oltre Pirene
contenda or pur le desiate porte
ai gravi amanti; e di femminee risse
turbi Oriente: Italia oggi si ride
di quello ond’era già derisa; tanto205
puote una sola età volger le menti.
  Ma già rimbomba d’una in altra sala
signore il nome tuo. Di già l’udiro
l’ime officine ove al volubil tatto
de gl’ingenui palati arduo s’appresta210
solletico che molle i nervi scota
e varia seco voluttà conduca
fino al centro dell’alma. In bianche spoglie
affrettansi a compir la nobil opra
gravi ministri: e lor sue leggi detta215
una gran mente del paese uscita
ove Colberto e Risceliù fur chiari.
Forse con tanta maestade in fronte
presso a le navi ond’Ilio arse e cadéo
agli ospiti famosi il grande Achille220
disegnava la cena: e seco in tanto
le vivande cocean sui lenti fochi
Pàtroclo fido e il guidator di carri
Automedonte. O tu, sagace mastro
di lusinghe al palato, udrai fra poco225
sonar le lodi tue dall’alta mensa.
Chi fia che ardisca di trovar mai fallo
nel tuo lavoro? Il tuo signor fia tosto
campion de le tue glorie: e male a quanti
cercator di conviti oseran motto230
pronunciar contro a te; ché sul cocente
meriggio andran peregrinando poi
miseri e stanchi; e non avran cui piaccia
più popolar de le lor bocche i pranzi.
  Imbandita è la mensa. In piè d’un salto235
alzati e porgi almo garzon la mano
a la tua dama; e lei dolce cadente
sopra di te col tuo valor sostieni,
e al pranzo l’accompagna. I convitati
vengan dopo di voi; quindi lo sposo240
ultimo segua. O prole alta di numi,
non vergognate di donar voi anco
brevi al cibo momenti. A voi non vile
cura fia questa. A quei soltanto è vile
che il duro irrefrenabile bisogno245
stimola e caccia. All’impeto di quello
cedan l’orso la tigr, il falc, il nibbi,
l’orca il delfino e quanti altri animanti
crescon qua giù: ma voi con rosee labbra
la sola voluttade al pasto appelli, 250
la sola voluttà, che le celesti
mense apparecchia, e al nèttare convita
i viventi per sé dei sempiterni.
  Forse vero non è; ma un giorno è fama,
che fur gli uomini eguali: e ignoti nomi255
fur nobili e plebei. Al cibo al bere
all’accoppiarse d’ambo i sessi al sonno
uno istinto medesmo un’egual forza
sospingeva gli umani: e niun consiglio
nulla scelta d’obbietti o lochi o tempi260
era lor conceduto. A un rivo stesso
a un medesimo frutto a una stess’ombra
convenivano insieme i primi padri
del tuo sangue o signore e i primi padri
de la plebe spregiata: e gli stess’antri265
e il medesimo suol porgeano loro
il riposo e l’albergo, e a le lor membra
i medesmi animai le irsute vesti.
Sola una cura a tutti era comune,
di sfuggire il dolore: e ignota cosa270
era il desire agli uman petti ancora.
L’uniforme degli uomini sembianza
spiacque a’ celesti: e a variar lor sorte
il Piacer fu spedito. Ecco il bel genio,
qual d’Ilio sui campi Iride o Giuno, 275
a la terra s’appressa: e questa ride
di riso ancor non conosciuto. Ei move,
e l’aura estiva del cadente rivo
e dei clivi odorosi a lui blandisce
le vaghe membra; e lenemente sdrucciola280
sul tondeggiar de’ muscoli gentile.
A lui giran d’intorno i vezzi e i giochi;
e come ambrosia le lusinghe scorrono
da le fraghe del labbro; e da le luci
socchiuse languidette umide fuori285
di tremulo fulgore escon scintille,
ond’arde l’aere che scendendo ei varca.
Al fin sul dorso tuo sentisti o Terra
sua prima orma stamparsi: e tosto un lento
fremere soavissimo si sparse290
di cosa in cosa; e ognor crescendo tutte
di natura le viscere commosse:
come nell’arsa state il tuono s’ode,
che di lontano mormorando viene,
e col profondo suon di monte in monte295
sorge; e la valle e la foresta intorno
mugon del fragoroso alto rimbombo.
Oh beati fra gli altri e cari al cielo
viventi a cui con miglior man Titano
formò gli organi egregi, e meglio tese300
e di fluido agilissimo inondolli!
Voi l’ignoto solletico sentiste
del celeste motore. In voi ben tosto
la voglia s’infiammò, nacque il desio:
voi primieri scopriste il buono, il meglio: 305
voi con foga dolcissima correste
a possederli. Allor quel dei duo sessi,
che necessario in prima era soltanto,
d’amabile e di bello il nome ottenne.
Al giudizio di Paride fu dato310
il primo esempio: tra femminei volti
a distinguer s’apprese; e fur sentite
primamente le Grazie. Allor tra mille
sapor fur noti i più soavi. Allora
fu il vin preposto all’onda; e il vin s’elesse315
figlio de’ tralci più riarsi, e posti
a più fervido sol ne’ più sublimi
colli dove più zolfo il suolo impingua.
Così l’uom si divise: e fu il signore
dai mortali distinto, a cui nel seno320
giacquero ancor l’ebeti fibre, inette
a rimbalzar sotto ai soavi colpi
de la nova cagione onde fur tocche;
e, quasi bovi al suol curvati, ancora
dinanzi al pungol del bisogno andaro; 325
e tra la servitude e la viltade,
e il travaglio e l’inopia a viver nati,
ebber nome di plebe. Or tu, garzone
che per mille feltrato invitte reni
sangue racchiudi, poi che in altra etade330
arte forza o fortuna i padri tuoi
grandi rendette; poi che il tempo al fine
lor divisi tesori in te raccolse,
godi degli ozi tuoi a te dai numi
concessa parte: e l’umil vulgo in tanto335
dell’industria donato a te ministri
ora i piaceri tuoi, nato a recarli
su la mensa regal, non a gioirne.
  Ecco splende il gran desco. In mille forme
e di mille sapor di color mille340
la variata eredità degli avi
scherza in nobil di vasi ordin disposta.
Già la dama s’appressa: e già dai servi
il morbido per lei seggio s’adatta.
Tu signor di tua mano all’agil fianco345
il sottopon sì che lontana troppo
ella non sieda o da vicin col petto
ahi! di troppo non prema: indi un bel salto
spicca, e chino raccogli a lei del lembo
il diffuso volume: e al fin t’assidi350
prossimo a lei. A cavalier gentile
il lato abbandonar de la sua dama
non fia lecito mai; se già non sorge
strana cagione a meritar ch’ei tolga
tanta licenza. Un nume ebber gli antiqui355
immobil sempre, che al medesmo padre
degli dei non cedette allor ch’ei scese
il Campidoglio ad abitar, sebbene
e Giuno e Febo e Venere e Gradivo
e tutti gli altri dei da le lor sedi360
per riverenza del Tonante usciro.
  Indistinto ad ognaltro il loco sia
all’alta mensa intorno: e, s’alcun arde
ambizioso di brillar fra gli altri,
brilli altramente. Oh come i vari ingegni365
la libertà del genial convito
desta ed infiamma! Ivi il gentil motteggio,
malizioso svolazzando, reca
sopra le penne fuggitive ed agita
ora i raccolti da la fama errori370
de le belle lontane, or degli amanti
or de’ mariti i semplici costumi;
e gode di mirar l’intento sposo
rider primiero, e di crucciar con lievi
minacce in cor de la sua fida sposa375
i timidi segreti. Ivi abbracciata
co’ festivi racconti esulta e scherza
l’elegante licenza. Or nuda appare
come le Grazie; or con leggiadro velo
solletica più scaltra, e pur fatica380
di richiamar de le matrone al volto
quella rosa natia che caro fregio
fu dell’avole nostre, ed or ne’ campi
cresce solinga, e tra i selvaggi scherzi
a le rozze villane il viso adorna. 385
 Forse a la bella di sua man le dapi
piacerà ministrar, che novi al senso
gusti otterran da lei. Tu dunque il ferro
che forbito ti giace al destro lato,
quasi spada sollecito snudando, 390
fa’ che in alto lampeggi; e chino a lei
magnanimo lo cedi. Or si vedranno
de la candida mano all’opra intenta
i muscoli giocar soavi e molli:
e le Grazie piegandosi con essa395
vestiran nuove forme, or da le dita
fuggevoli scorrendo, ora su l’alto
de’ bei nodi insensibili aleggiando,
ed or de le pozzette in sen cadendo
che de’ nodi al confin v’impresse Amore. 400
Mille baci di freno impazienti
ecco sorgon dal labbro ai convitati:
già s’arrischian già volano già un guardo
sfugge da gli occhi tuoi, che i vanti audaci
fulmina ed arde e tue ragion difende. 405
Sol de la fida sposa a cui se’ caro
il tranquillo marito immoto siede:
e nulla impression l’agita o move
di brama o di timor; però che Imene
da capo a piè fatollo. Imene or porta410
non più serti di rose al crine avvolti,
ma stupido papavero grondante
di crassa onda letèa, che solo insegna
pur dianzi era del Sonno. Ahi quante volte
la dama delicata invoca il Sonno415
ché al talamo presieda, e seco in vece
trova Imeneo; e timida s’arretra,
quasi al meriggio stanca villanella
che fra l’erbe innocenti adagia il fianco
lieta e secura, e di repente vede420
un serpe, e balza in piedi inorridita,
e le rigide man stende, e ritragge
il cubito, e l’anelito sospende,
e immota e muta e con le labbra aperte
il guarda obliquamente. Ahi quante volte425
incauto amante a la sua lunga pena
cercò sollievo; e d’invocar credendo
Imene, ahi folle! invocò il Sonno: e questi
di fredda oblivion l’alma gli asperse;
e d’invincibil noia e di torpente430
indifferenza gli ricinse il core.
  Ma se a la dama dispensar non piace
le vivande o non giova, allor tu stesso
la bell’opra intraprendi. Agli occhi altrui
più così smaglierà l’enorme gemma, 435
dolc’esca agli usurai, che quella osaro
a le promesse di signor preporre
villanamente; e contemplati fiéno
i manichetti, la più nobil opra
che tessesser giammai angliche Aracni. 440
Invidieran tua delicata mano
i convitati; inarcheran le ciglia
al difficil lavoro: e d’oggi in poi
ti fia ceduto il trinciator coltello
che al cadetto guerrier serban le mense. 445
 Sia tua cura fra tanto errar sui cibi
con sollecita occhiata, e prontamente
scoprir qual d’essi a la tua bella è caro;
e qual di raro augel, di stranio pesce
parte le aggrada. Il tuo coltello Amore450
anatomico renda, Amor che tutte
degli animanti annoverar le membra
puote, e discerner sa qual aggian tutte
uso e natura. Più d’ogn’altra cosa
però ti caglia rammentar mai sempre455
qual più cibo le noccia o qual più giovi;
e l’un rapisci a lei, l’altro concedi,
come d’uopo a te pare. Oh Dio, la serba,
serbala ai cari figli. Essi dal giorno
che le alleviaro il delicato fianco460
non la rivider più: d’ignobil petto
esaurirono i vasi, e la ricolma
nitidezza lasciaro al sen materno.
Sgridala, se a te par ch’avida troppo
al cibo agogni; e le ricorda i mali465
che forse avranno altra cagione, e ch’ella
al cibo imputerà nel dì venturo.
Né al cucinier perdona, a cui non calse
tanta salute. A te ne’ servi altrui
ragion fu data in quel beato istante470
che la noia e l’amor ambo vi strinse
in dolce nodo, e pose ordini e leggi.
Per te sgravato d’odioso incarco
ti fia grato colui che dritto vanta
d’impor novo cognome a la tua dama, 475
e pinte strascinar sugli aurei cocchi
giunte a quelle di lei le proprie insegne:
dritto sacro a lui sol, ch’altri giammai
audace non tentò divider seco.
Vedi come col guardo a te fa cenno, 480
pago ridendo, e a le tue leggi applaude;
mentre l’alta forcina in tanto ei volge
di gradite vivande al piatto ancora.
  Non però sempre a la tua bella intorno
sudin gli studi tuoi. Anco tal volta485
fia lecito goder brevi riposi;
e de la quercia trionfale all’ombra,
te de la polve olimpica tergendo,
al vario ragionar degli altri eroi
porgere orecchio; e il tuo sermone ai loro490
frammischiar ozioso. Uno già scote
le architettate del bel crine anella
su la guancia ondeggianti; e, ad ogni scossa,
de’ convitati a le narici manda
vezzoso nembo d’arabi profumi. 495
A lo spirto di lui l’alma natura
fu prodiga così che più non seppe
di che il volto abbellirgli; e all’arte disse:
«Tu compi il mio lavoro»: e l’arte suda
sollecita d’intorno all’opra illustre. 500
Molli tinture preziose linfe
polvi pastiglie delicati unguenti
tutto arrischia per lui. Quanto di novo
e mostruoso più sa tesser spola
o bulino intagliar gallico ed anglo505
a lui primo concede. Oh lui beato
che primo ancor di non più viste forme
tabacchiera mostrò. L’etica invidia
i grandi eguali a lui lacera e mangia;
ed ei pago di sé, superbamente510
crudo, fa loro balenar sugli occhi
l’ultima gloria onde Parigi ornollo.
Forse altera così d’Egitto in faccia
vaga prole di Sèmele apparisti
i giocondi rubini alto levando515
del grappolo primiero: e tal tu forse
tessalico garzon mostrasti a Jolco
l’auree lane rapite al fero drago.
  Or vedi or vedi qual magnanim’ira
nell’eroe che dell’altro a canto siede520
a sì novo spettacolo si desta!
Vedi quanto ei s’affanna; e il pasto sembra
obliar declamando! Al certo al certo
il nemico è a le porte. Oimè i penati
tremano e in forse è la civil salute! 525
Ma no; più grave a lui, più preziosa
cura lo infiamma. Oh depravato ingegno
degli artefici nostri! In van si spera
da la inerte lor man lavoro egregio,
felice invenzione d’uom nobil degna. 530
Chi sa intrecciar, chi sa pulir fermaglio
a patrizio calzar? chi tesser drappo
soffribil tanto che d’ornar presuma
i membri di signor che un lustro a pena
conti di feudo? In van s’adopra e stanca535
chi la lor mente sonnolenta e crassa
cerca destar: di là dall’Alpi è d’uopo
appellar l’eleganza: e chi giammai
fuor che il genio di Francia osato avria
sui menomi lavori i grechi ornati540
condur felicemente? Andò romito
il bongusto finora spaziando
per le auguste cornici e per gli eccelsi
timpani de le moli ai numi sacre
o agli uomini scettrati; ed or ne scende545
vago al fin d’agitar gli austeri fregi
entro a le man di cavalieri e dame.
Ben tosto si vedrà strascinar anco
fra i nuziali doni e i lievi veli
le greche travi; e docile trastullo550
fien de la moda le colonne e gli archi
ove sedeano i secoli canuti.
  «Commercio» alto gridar, gridar: «commercio»
all’altro lato de la mensa or odi
con fanatica voce: e, tra il fragore555
d’un peregrino d’eloquenza fiume,
di bella novità stampate al conio
le forme apprendi, onde assai meglio poi
brillantati i pensier picchin lo spirto.
Tu pur grida «Commercio»: e un motto ancora560
la tua bella ne dica. Empiono è vero
il nostro suol di Cerere i favori,
che per folti di biade immensi campi
ergesi altera; e pur ne mostra a pena
tra le spighe confuso il crin dorato. 565
Bacco e Vertunno i lieti poggi e il monte
ne coronan di poma: e Pale amica
latte ne preme a larga mano; e tonde
candidi velli; e per li prati pasce
mille al palato uman vittime sacre. 570
Sorge fecondo il lin, soave cura
De’ verni rusticali: e d’infinita
serie ne cinge le campagne il tanto
per la morte di Tisbe arbor famoso.
Che vale or ciò? Su le natie lor balze575
rodan le capre; ruminando il bue
per li prati natii vada; e la plebe
non dissimile a lor si nutra e vesta
de le fatiche sue: ma a le grand’alme
di troppo agevol ben schife Cillenio580
il comodo ministri, a cui le miglia
pregio acquistino e l’oro: e d’ogn’intorno
«Commercio» risonar s’oda, «commercio».
Tale dai letti de la molle rosa
Sibari un dì gridar soleva; e i lumi585
disdegnando volgea dai frutti aviti
troppo per lei ignobil cura; e mentre
Cartagin dura a le fatiche e Tiro
pericolando per l’immenso sale
con l’oro altrui le voluttà cambiava, 590
Sibari si volgea su l’altro lato;
e non premute ancor rose cercando,
pur di commercio novellava e d’arti.
  Ma chi è quell’eroe che tanta parte
colà ingombra di loco; e mangia e fiuta595
e guata; e de le altrui fole ridendo
sì superba di ventre agita mole?
Oh di mente acutissima dotate
mamme del suo palato! Oh da’ mortali
invidiabil anima che siede600
fra l’ammiranda lor testura, e quindi
l’ultimo del piacer deliquio sugge!
Chi più saggio di lui penètra e intende
la natura migliore? O chi più industre
converte a suo piacer l’aria la terra605
e il ferace di mostri ondoso abisso?
Qualora ei viene al desco altrui paventano
suo gusto inesorabile le smilze
ombre degli avi, che per l’aria lievi
aggiransi vegliando ancor intorno610
ai ceduti tesori; e piangon lasse
le mal spese vigilie, i sobri pasti,
le in preda all’aquilon case, le antique
digiune rozze, gli scommessi cocchi
forte assordanti per stridente ferro615
le piazze e i tetti: e lamentando vanno
gl’in van nudati rustici, le fami
mal desiate, e de le sacre toghe
l’armata in vano autorità sul vulgo.
  L’altro vicin chi fia? Per certo il caso620
congiunse accorto i duo leggiadri estremi,
perché doppio spettacolo campeggi;
e l’un dell’altro al par più lustri e splenda.
Falcato dio degli orti, a cui la greca
Làmsaco d’asinelli offrir solea625
vittima degna, al giovane seguace
del sapiente di Samo i doni tuoi
reca sul desco. Egli ozioso siede
aborrendo le carni; e le narici
schifo raggrinza; e in nauseanti rughe630
ripiega i labbri; e poco pane in tanto
rumina lentamente. Altro giammai
a la squallida inedia eroe non seppe
durar sì forte: né lassezza il vinse
né deliquio giammai né febbre ardente: 635
tanto importa lo aver scarze le membra
singolare il costume e nel bel mondo
onor di filosofico talento.
Qual anima è volgar la sua pietade
serbi per l’uomo: e facile ribrezzo640
déstino in lei del suo simìle i danni
o i bisogni o le piaghe. Il cor di questo
sdegna comune affetto; e i dolci moti
a più lontano limite sospinge.
«Pèra colui che prima osò la mano645
armata alzar su l’innocente agnella
e sul placido bue: né il truculento
cor gli piegaro i teneri belati,
né i pietosi mugiti, né le molli
lingue lambenti tortuosamente650
la man che il loro fato aimè stringea.»
Tal ei parla o signor: ma sorge in tanto
a quel pietoso favellar dagli occhi
de la tua dama dolce lagrimetta,
pari a le stille tremule brillanti655
che a la nova stagion gemendo vanno
dai palmiti di Bacco entro commossi
al tiepido spirar de le prim’aure
fecondatrici. Or le sovvien del giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella660
vergine cuccia de le Grazie alunna,
giovanilmente vezzeggiando, il piede
villan del servo con gli eburnei denti
segnò di lieve nota: e questi audace
col sacrilego piè lanciolla: ed ella665
tre volte rotolò; tre volte scosse
lo scompigliato pelo, e da le vaghe
nari soffiò la polvere rodente:
indi i gemiti alzando, «aita aita»
parea dicesse; e da le aurate volte670
a lei la impietosita Eco rispose;
e dall’infime chiostre i mesti servi
asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitaro. Accorse ognuno: il volto675
fu d’essenze spruzzato a la tua dama:
ella rinvenne al fine. Ira e dolore
l’agitavano ancor: fulminei sguardi
gettò sul servo; e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa680
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti,
vergine cuccia de le Grazie alunna.
L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse685
merito quadrilustre: a lui non valse
zelo d’arcani ufici. Ei nudo andonne
de le assise spogliato onde pur dianzi
era insigne a la plebe: e in van novello
signor sperò; ché le pietose dame690
inorridiro, e del misfatto atroce
odiàr l’autore. Il perfido si giacque
con la squallida prole e con la nuda
consorte a lato su la via spargendo
al passeggero inutili lamenti: 695
e tu vergine cuccia idol placato
da le vittime umane isti superba.
  Né senza i miei precetti o senza scorta
inerudito andrai, signor, qualora
il perverso destin dal fianco amato700
ti allontani a la mensa. Avvien sovente,
che con l’aio seguace o con l’amico
un grande illustre or l’Alpi or l’oceàno
varchi e scenda in Ausonia, orribil ceffo
per natura o per arte, a cui Ciprigna705
rose le nari, o sale impuro e crudo
snudò i denti ineguali. Ora il distingue
risibil gobba, or furiosi sguardi
obliqui o loschi; or rantoloso avvolge
fra le tumide fauci ampio volume710
di voce, che gorgoglia, ed esce al fine
come da inverso fiasco onda che goccia;
or d’avi or di cavalli ora di Frini
instancabile parla; or de’ celesti
le folgori deride. Aurei monili715
e nastri e gemme, gloriose pompe,
l’ingombran tutto: e gran titolo suona
dinanzi a lui. Qual più tra noi risplende
inclita stirpe ch’onorar non voglia
d’un ospite sì degno i lari suoi? 720
Ei però col compagno ammessi fiéno
di Giuno ai fianchi: e tu lontan da lei
co’ Silvani capripedi n’andrai
presso al marito; e pranzerai negletto
col popol folto degli dei minori. 725
  Ma negletto non già dagli occhi andrai
de la dama gentil, che a te rivolti
incontreranno i tuoi. L’aere a quell’urto
arderà di faville: e Amor con l’ali
l’agiterà. Nel fortunato incontro730
i messagger pacifici dell’alma
cambieran lor novelle: e alternamente
spinti ritorneranno a voi con dolce
delizioso tremito sui cori.
Allor tu le ubbidisci; o se t’invita735
le vivande a gustar, che a lei vicine
l’ordin dispose; o se a te chiede invece
quella che innanzi a te sue voglie pugne
non col soave odor, ma con le nove
leggiadre forme onde abbellir la seppe740
dell’ammirato cucinier la mano.
Con la mente si pascono le dive
sopra le nubi del brillante Olimpo:
e lor labbra immortali irrita e move
non la materia, ma il divin lavoro. 745
Né allor men destro ad ubbidir sarai
che di rado licor la bella strigne
colmo bicchiere, a lo cui orlo intorno
serpe striscia dorata; e par che dica:
«Lungi o labbra profane: ai labbri solo750
de la diva che qui soggiorna e regna
è il castissimo calice serbato:
né cavalier con alito maschile
osi appannarne il nitido cristallo;
né dama convitata unqua presuma755
i labbri apporvi; e sien pur casti e puri,
e quanto esser può mai cari all’amore».
Tu al cenno de’ bei guardi e de la destra,
che reggendo il bicchier sospesa ondeggia,
affettuoso attendi. I lumi tuoi760
di gioia sfavillando accolgan pronti
il brindisi segreto: e ti prepara
in simil modo a tacita risposta.
  Ecco d’estro già punta ecco la Musa
brindisi grida all’uno e all’altro amante; 765
all’altrui fida sposa a cui se’ caro,
e a te signor sua dolce cura e nostra.
Quale annoso licor Lieo vi mesce,
tale Amore a voi mesca eterna gioia,
non gustata al marito, e da coloro770
invidiata che gustata l’hanno.
Veli con l’ali sue sagace oblio
le alterne infedeltà che un cor dall’altro
porieno un giorno separar per sempre:
e solo agli occhi vostri Amor discopra775
le alterne infedeltà che in ambo i petti
ventilar ponno le cedenti fiamme.
Di sempiterno indissolubil nodo
canti (cento) augùri per voi vano cantore:
nostra nobile Musa a voi desia780
sol quanto piace a voi durevol nodo.
Duri fin che a voi piace: e non si sciolga
senza che Fama sopra l’ale immense
tolga l’alta novella; e grande n’empia
col reboato dell’aperta tromba785
l’ampia cittade e dell’Enotria i monti
e le piagge sonanti e, s’esser puote,
la bianca Teti e Guadiana e Tule.
Il mattutino gabinetto il corso
il teatro e la mensa in vario stile790
ne ragionin gran tempo. Ognun ne chieda
il dolente marito: ed ei dall’alto
la lamentabil favola cominci.
Tal su le scene, ove agitar solea
l’ombre tinte di sangue Argo piagnente, 795
squallido messo al palpitante coro
narrava come furiando Edipo
al talamo sen corse incestuoso,
come le porte rovescionne, e come
al sùbito spettacolo ristette800
quando vicina del nefando letto
vide in un corpo solo e sposa e madre
pender strozzata; e del fatale uncino
le mani armosse; e con le proprie mani
a sé le care luci da la testa805
con le man proprie misero strapposse.
  Ma già volge al suo fine il pranzo illustre:
già Como e Dionisio al desco intorno
rapidissimamente in danza girano
con la libera Gioia. Ella saltando810
or questo or quel de’ convitati lieve
tocca col dito: e al suo toccar scoppiettano
brillanti vivacissime scintille,
ch’altre ne destan poi. Sonan le risa:
il clamoroso disputar s’accende: 815
la nobil vanità punge le menti:
e l’amor di sé sol, baldo scorrendo,
porge un scettro a ciascuno; e dice: «regna».
Questi i concili di Bellona, e quegli
penetra i tempii de la Pace. Un guida820
i condottieri; ai consiglier consiglio
l’altro dona: e divide e capovolge
con seste ardite il pelago e la terra.
Qual di Pallade l’arti e de le Muse
giudica e libra; qual ne scopre acuto825
l’alte cagioni; e i gran princìpi abbatte
cui creò la natura, e che tiranni
sopra il senso degli uomini regnaro
gran tempo in Grecia, e nel paese tosco
rinacquer poi più poderosi e forti. 830
  Cotanto adunque di saper fia dato
a nobil capo? Oh letti oh specchi oh mense
oh corsi oh scene oh feudi oh sangue oh avi
che per voi non s’apprende? Or tu signore
co’ voli arditi del felice ingegno835
sovra ognaltro t’innalza. Il campo è questo
ove splender più déi. Nulla scienza,
sia quant’esser mai puote arcana o grande,
ti spaventi giammai. Se cosa udisti
o leggesti al mattino onde tu deggia840
gloria sperar; qual cacciator che segue
circuendo la fera, e sì la guida
e volge di lontan che a poco a poco
a le insidie s’accosta e dentro piomba,
tal tu il sermone altrui volgi sagace845
fin che là cada over spiegar ti giove
il tuo novo tesoro. E se pur ieri
scesa in Italia pellegrina forma
del parlar t’è già nota, allor tu studia
materia espor che favellando ammetta850
la nova gemma; e poi che il punto hai colto,
ratto la scopri; e sfolgorando abbaglia
qual altra è mente che superba andasse
di squisita eloquenza ai gran convivi.
In simil guisa il favoloso mago, 855
che fe’ gran tempo desiar l’amante
all’animosa vergin di Dordona,
dai cavalier che l’assalien bizzarri
oprar lasciava ogni lor possa ed arte;
poi ecco in mezzo a la terribil pugna860
strappava il velo a lo incantato scudo;
e quei sorpresi dal bagliore immenso
ciechi spingeva e soggiogati a terra.
  Talor di Zoroastro o d’Archimede
discepol sederà teco a la mensa. 865
Tu a lui ti volgi, seco lui ragiona,
suo linguaggio ne apprendi; e quello poi
qual se innato a te fosse alto ripeti.
Né paventar quel che l’antica fama
narra de’ lor compagni. Oggi la diva870
Urania il crin compose; e gl’irti alunni
smarriti vergognosi balbettanti
trasse da le lor cave, ove già tempo
col profondo silenzio e con la notte
tenean consiglio: e le servili braccia875
fornien di leve onnipotenti, ond’alto
salisser poi piramidi, obelischi
ad eternar de’ popoli superbi
i gravi casi: o pur con feri dicchi
stavan contro i gran letti: o, di pignone880
audace armati, spaventosamente
cozzavan con la piena, e giù a traverso
spezzate rovesciate dissipavano
le tetre corna: decima fatica
d’Ercole invitto. Ora i selvaggi amici885
Urania ingentilì. Baldi e leggiadri
nel gran mondo li guida, o tra il clamore
de’ frequenti convivi, o pur tra i vezzi
de’ gabinetti; ove a la docil dama
e al caro cavalier mostran qual via890
Venere tenga, e in quante forme o quali
suo volto lucidissimo si cangi.
  Né del poeta temerai che beffi
con satira indiscreta i detti tuoi;
o che a maligne risa esponer osi895
tuo talento immortal. All’alta mensa
voi lo innalzaste; e tra la vostra luce
beato l’avvolgeste; e, de le Muse
a dispetto e d’Apollo, al sacro coro
l’ascriveste de’ vati. Ei de la mensa900
fece il suo Pindo: e guai a lui se quindi
le dee sdegnate giù precipitando
con le forchette il cacciano. Meschino!
Più non poria su le dolenti membra
del suo infermo signor chiedere aita905
da la buona Salute; o con alate
odi ringraziar, né tesser inni
al barbato figliuol di Febo intonso.
Più del giorno natale i chiari albori
salutar non potrebbe; e l’auree frecce910
nomi-sempiternanti all’arco imporre.
Non più gli urti festevoli, o sul naso
l’elegante scoccar d’illustri dita
fora dato sperare. A lui tu dunque
non disdegna o signor volger talora915
tu’ amabil voce; a lui tu canta i versi
del delicato cortigian d’Augusto,
o di quel che tra Venere e Lieo
pinse Trimalcion: la Moda impone
ch’Arbitro o Fiacco ai begli spirti ingombri920
spesso le tasche. Oh come il vate amico
te udrà maravigliando il sermon prisco
o sciogliere o frenar qual più ti piace!
e per la sua faretra e per li cento
destrier focosi che in Arcadia pasce925
ti giurerà che di Donato al paro
il difficil sermone intendi e gusti!
  E questo ancor di rammentar fia tempo
i novi sofi che la Gallia o l’Alpe
ammirando persegue; e dir qual arse930
de’ volumi infelici, o andò macchiato
d’infame nota; e quale asilo appresti
filosofia al morbido Aristippo
del secol nostro, e qual ne appresti al novo
Diogene dell’auro sprezzatore935
e della opinione de’ mortali.
Lor famosi volumi, o a te discesi
per calle obliquo e compri a gran tesoro,
o da cortese man prestati, fiéno
lungo ornamento a lo tuo speglio innante. 940
Poi che brevi gli avrai scorsi momenti
ornandoti o a la man garrendo indotta
del parrucchier; poi che t’avran più notti
conciliato il facil sonno, al fine
anco a lo speglio passeran di lei, 945
che comuni ha con te studi e liceo,
ove togato in cattedra elegante
siede interprete Amore. Or fia la mensa
il favorevol loco ove al sol esca
de’ brevi studi il glorioso frutto. 950
Chi por freni oserà d’inclita stirpe
al’animo a la mente? Il vulgo tema
oltre natura: e quei cui dona il vulgo
titol di saggio mediti romito
il ver celato; e al fin cada adorando955
la sacra nebbia che lo avvolge intorno.
Ma tu come sublime aquila vola
dietro ai sofi novelli. Alto dia plauso
tutta la mensa al tuo poggiare audace.
Te con lo sguardo e con l’orecchio beva960
la dama da le tue labbra rapita:
con cenno approvator vezzosa il capo
pieghi sovente: e il calcolo e la massa
e la inversa ragion sonin ancora
su la bocca amorosa. Or più non odia965
de le scole il sermone Amor maestro:
e l’accademia e i portici passeggia
de’ filosofi al fianco; e con la molle
mano accarezza le cadenti barbe.
Ma guardati o signor guardati oh Dio970
dal tossico mortal che fuora esala
dai volumi famosi: e occulto poi
sa per le luci penetrato all’alma
gir serpendo ne’ cori; e con fallace
lusinghevole stil corromper tenta975
il generoso de le stirpi orgoglio,
che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli
che ciascun de’ viventi all’altro è pari;
è caro a la Natura e caro al cielo
e non manco di te colui che regge980
i tuoi destrieri e quei ch’ara i tuoi campi;
e che la tua pietade o il tuo rispetto
devrien fino a costor scender vilmente.
Folli sogni d’infermo! Intatti lascia
così strani consigli: e solo attigni985
ciò che la dolce voluttà rinfranca,
ciò che scioglie i desiri e ciò che nudre
la libertà magnanima. Tu questo
reca solo a la mensa; e sol da questo
plauso cerca ed onor: così dell’api990
l’industrioso popolo ronzando
gira di fiore in fior di prato in prato;
e i dissimili sughi raccogliendo
tesoreggia nell’arnie: un giorno poi
ne van colme le patere dorate995
sopra l’ara de’ numi; e d’ogni lato
ribocca la fragrante alma dolcezza.
  Or versa pur dall’odorato grembo
i tuoi doni o Pomona; e l’ampie colma
tazze che d’oro e di color diversi1000
fregia il sassone industre; E tu dai greggi;
rustica Pale coronata vieni
di melissa olezzante o di ginebro;
e co’ lavori tuoi di presso latte
declina vergognando a chi ti chiede; 1005
ma deporli non osa. In su la mensa
porien deposti le celesti nari
pungere ahi troppo; e con ignobil senso
gli stomachi agitar: soli torreggino
sul ripiegato lino in varia forma1010
i latti tuoi cui di serbato verno
assodarono i sali, e fecer atti
a dilettar con sùbito rigore
di convitato cavalier le labbra.
  Tu signor che farai poi che la dama1015
con la mano e col piè lieve puntando
move in giro i begli occhi; e altrui dà cenno
che di sorger è tempo? In piè d’un salto
balza primo di tutti; a lei soccorri,
la seggiola rimovi, la man porgi, 1020
guidala in altra stanza, e più non soffri
che lo stagnante de le dapi odore
il celabro le offenda. Ivi con gli altri
gratissimo vapor la invita, ond’empie
l’aere il caffè, che preparato fuma1025
in tavola minor, cui vela ed orna
indica tela. Ridolente gomma
quinci arde in tanto, e va lustrando e purga
l’aere profano, e fuor caccia de’ cibi
le volanti reliquie. Egri mortali, 1030
che la miseria e la fidanza un giorno
sul meriggio guidaro a queste porte,
tumultuosa ignuda atroce folla
di tronche membra e di squallide facce
e di bare e di grucce, or via da lunge1035
vi confortate; e per le alzate nari
del divin prandio il nettare beete,
che favorevol aura a voi conduce:
ma non osate i limitari illustri
assediar, fastidioso offrendo1040
spettacolo di mali a i nostri eroi.
  E a te nobile garzon tazza in tanto
apprestar converrà, che i lenti sorsi
ministri poi de la tua dama ai labbri;
e memore avvertir s’ella più goda, 1045
o sobria o liberal, temprar col dolce
la bollente bevanda: o se più forse
l’ami così come sorbir la gode
barbara sposa, allor che molle assisa
ne’ broccati di Persia al suo signore1050
con le dita pieghevoli il selvoso
mento vezzeggia; e, la svelata fronte
alzando, il guarda; e quelli sguardi han possa
di far che a poco a poco di man cada
al suo signore la fumante canna. 1055
Mentre i labbri e la man v’occupa e scalda
l’odoroso licor, sublimi cose
macchinerà tua infaticabil mente.
Quale oggi coppia di corsier de’ il carro
condur de la tua bella: o l’alte moli1060
che per le fredde piagge educa il Cimbro;
o quei che abbeverò la Drava; o quelli
che a le vigili guardie un dì fuggiro
de la stirpe campana: oggi qual meglio
si convegna ornamento ai dorsi alteri; 1065
se semplici e negletti, o se pomposi
di ricche nappe e variate stringhe
andran su l’alto collo i crin volando,
e sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie
ondeggeranno li ritondi fianchi. 1070
Quale oggi cocchio trionfanti al corso
vi porterà: se quel cui l’oro copre
fulgido al sole, e de’ vostr’alti aspetti
per cristallo settemplice concede
al popolo bearsi; o quel che, tutto1075
caliginoso e tristo e a la marmorea
tomba simìl che de’ vostr’avi chiude
i cadaveri eccelsi, ammette a pena
cupido sguardo altrui. Cotanta mole
di cose a un tempo sol nell’alto ingegno1080
tu verserai; poi col supremo auriga
arduo consiglio ne terrai; non senza
qualche lieve garrir con la tua dama.
Servi l’auriga ogni tua legge: e in tanto
altra cura subentri. Or mira i prodi1085
compagni tuoi che, ministrato a pena
dolce conforto di vivande ai membri,
già scelto il campo e già distinti in bande
preparansi giocando a fieri assalti.
Così a queste, o signore, illustre inganno1090
ore lente si faccia. E s’altri ancora
vuole Amor che s’inganni; altronde pugni
la turba convitata; e tu da un lato
sol con la dama tua quel gioco eleggi,
che due soltanto a un tavoliere ammetta. 1095
  Già per ninfa gentil tacito ardea
d’insoffribile ardor misero amante,
cui null’altra eloquenza usar con lei
fuor che quella degli occhi era concesso:
poi che il rozzo marito ad Argo eguale1100
vigilava mai sempre; e quasi biscia
ora piegando or allungando il collo
ad ogni verbo con gli orecchi acuti
era presente. Oimè, come con cenni
o con notate tavole giammai1105
o con servi sedotti a la sua bella
chieder pace ed aita? Ogni d’Amore
stratagemma finissimo vincea
la gelosia del rustico marito.
Che più lice sperare? Al tempio ei viene1110
del nume accorto che le serpi annoda
all’aurea verga, e il capo e le calcagna
d’ali fornisce. A lui si prostra umìle;
e in questi detti lagrimando il prega:
«O propizio agli amanti, o buon figliuolo1115
de la candida Maia, o tu che d’Argo
deludesti i cent’occhi, e a lui rapisti
la guardata giovenca, i preghi accogli
d’un amante infelice; e a lui concedi
se non gli occhi ingannar, gli orecchi almeno1120
d’importuno marito». Ecco si scote
il divin simulacro, a lui s’inchina,
con la verga pacifica la fronte
gli percote tre volte: e il lieto amante
sente dettarsi ne la mente un gioco, 1125
che i mariti assordisce. A lui diresti
che l’ali del suo piè concesse ancora
il supplicato dio, cotanto ei vola
velocissimamente a la sua donna.
Là bipartita tavola prepara, 1130
ov’ebano ed avorio intarsiati
regnan sul piano, e partono alternando
in due volte sei case ambe le sponde.
Quindici nere d’ebano rotelle
e d’avorio bianchissimo altrettante1135
stan divise in due parti; e moto e norma
da duo dadi gittati attendon, pronte
gli spazi ad occupar, e quinci e quindi
pugnar contrarie. Oh cara a la fortuna
quella che corre innanzi all’altre; e seco1140
trae la compagna, onde il nemico assalto
forte sostenga! Oh giocator felice
chi pria l’estrema casa occupa, e l’altro
degli spazi a sé dati ordin riempie
con doppio segno! Ei trionfante allora1145
da la falange il suo rival combatte;
e in proprio ben rivolge i colpi ostili.
Al tavolier s’assidono ambidue:
l’amante cupidissimo e la ninfa.
Quella una sponda ingombra e questi l’altra. 1150
Il marito col gomito s’appoggia
all’un de’ lati; ambo gli orecchi tende;
e sotto al tavolier di quando in quando
guata con gli occhi. Or l’agitar dei dadi
entro a’ sonanti bossoli comincia, 1155
ora il picchiar de’ bossoli sul piano,
ora il vibrar lo sparpagliar l’urtare
il cozzar dei duo dadi, or de le mosse
rotelle il martellar. Torcesi e freme
sbalordito il geloso: a fuggir pensa, 1160
ma rattienlo il sospetto. Il fragor cresce,
il rombazzo il frastono il rovinio:
ei più regger non puote; in piedi balza,
e con ambe le man tura gli orecchi.
Tu vincesti o Mercurio. Il cauto amante1165
poco disse: e la bella intese assai.
Tal ne la ferrea età, quando gli sposi
folle superstizion chiamava all’arme,
giocato fu. Ma poi che l’aureo venne
secol di novo, e che del prisco errore1170
si spogliaro i mariti, al sol diletto
la dama e il cavalier volsero il gioco
che la necessità trovato avea.
Fu superfluo il romor: di molle panno
la tavola vestissi e de’ patenti1175
bossoli ’l sen: lo schiamazzio molesto
tal rintuzzossi; e durò al gioco il nome,
che ancor l’antico strepito dinota.