Il Partigiano D'Artagnan/Capitolo IV

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Capitolo IV - Campo di contumacia

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Ad Udine, dove arrivammo, vi era una zona in cui, per un mese si rimaneva isolati; le autorità dicevano per eventuali malattie, ma molto probabilmente per farci rimettere un po’ dopo la tremenda esperienza.

All’entrata del campo contumaciale si faceva il controllo di tutto il materiale avuto in consegna alla partenza: fucile, giberne, indumenti, scarpe... I capi avuti in consegna, all’arrivo venivano addebitati, se mancanti. A me vennero meno due paia di calze e l’equivalente mi fu trattenuto dalla decade (decade è la cifra che riceve il soldato in dieci giorni).

Dopo la contumacia avemmo tutti un mese di licenza con un premio di smobilitazione di lire mille. Presi il treno a Udine, era pieno zeppo di militari, ma anche di civili, che dai centri urbani si spostavano verso le campagne per vedere di poter racimolare qualcosa da mangiare; tutto era cercato: cavoli, insalata, ravanelli; i più fortunati riuscivano a comprare qualche patata o un po’ di farina, ovviamente a mercato nero, ossia non a prezzo corrente, ma alla cifra stabilita da chi vendeva. Questo per tutto il viaggio; c’era chi, inoltre, entro la valigia, aveva sistemato un recipiente di metallo per trasportare di nascosto l’olio.

Il caos era generale, la 1ͣ, la 2ͣ e la 3ͣ classe erano letteralmente assaltate. In 3ͣ classe ove i militari erano obbligati, non si entrava, tutto pieno zeppo. Andai in 1ͣ, il viaggio procedette bene fino nei pressi di Firenze, poi salì un controllore, vedendomi, venne subito, primo per elevarmi contravvenzione perché ero in 1ͣ classe, poi per mandarmi subito in 3ͣ.

Feci notare che lì non vi era posto. «Non ha importanza» disse «questo è il regolamento e lei deve rispettarlo, altrimenti, oltre alla multa, paghi il biglietto maggiorato». Acconsentii, mi diede la ricevuta dell’ammenda più il biglietto, io avevo dato a lui tutti i connotati che mi riguardavano, alla fine dissi: «Non ho soldi». «Guardi che la denuncio» rispose. «Che vuole mandarmi al fronte? Vuole mandarmi in Russia? Sono appena tornato!» Ma non pagai. «Mi mandi il conto al comando» aggiunsi. S’allontanò, parlando di regolamento fra sé e sé, poiché anche i presenti presero posizione in mio favore, facendo anche la voce grossa. Il controllore avrebbe riferito al comando tappa.

Eravamo ormai vicino ad Orte quando in piena campagna il treno si fermò. «Allarme» dissero «scendere dal treno!» poiché si pensava che sicuramente sarebbe stato attaccato; invece no, due apparecchi a bassa quota stavano lanciando manifesti propagandistici, descrivevano varie sconfitte dell’asse, facendo appello al popolo perché cacciasse Mussolini. Si citava anche Stalingrado, al che un milite sentenziò: «È tutta propaganda». Non risposi, dopo la Russia non mi sorrideva l’idea di essere denunciato per disfattista. Si riprese la marcia e fino a Roma non avvenne altro. Tornai quindi a Roma.

Quanti imboscati! Tutti quelli della mia classe che avevano avuto conoscenze non si erano mai mossi dalla città, militari a Roma, dormire a casa, tecnici indispensabili, funzionari ai Ministeri, dirigenti di organismi per mandare i militari ai vari fronti.

Siccome ero modellista in un’officina militare, feci domanda di esonero ed a maggio lo ebbi. Tornai a lavorare all’Ottica. Il 25 luglio 1943 quindi ero a Roma e vidi, senza prenderne parte, quelle manifestazioni contro il fascismo che culminarono nell’abbattimento delle statue di Mussolini, nella sparizione in un giorno di tutti i quadri del Duce che prima si trovavano ovunque: uffici, ministeri, sindacati, scuole (tutte, in ogni aula ce n’era uno). Si davano bastonate ai tram poiché sulle fiancate era dipinto il fascio.

Fu lo sfogo di un giorno, in quanto tutti i problemi restarono: la guerra che, oltre al fronte, si faceva sentire con i bombardamenti ovunque, la fame per cui molte volte si andava a letto, dopo aver cenato soltanto con l’acqua di una fontanella pubblica...