Il Partigiano D'Artagnan/Capitolo IX

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Capitolo IX - In Romagna

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Decidemmo di partire, La Mossa ci diede un nome, un indirizzo ed una parola d’ordine. Un mattino, Tito ed io, dopo esserci procurati una giacca con tante toppe, un cappello di paglia, vecchio e sporco di verderame, usato tante volte per irrorare le viti, con in spalla una zappa per uno, c’incamminammo a piedi, attraverso i campi, verso la Romagna.

Eravamo due perfetti agricoltori, si dava l’impressione di ritornare a casa dai campi dopo il lavoro e quando ci si avvicinava ad una strada ove era qualche passante, fingevamo, nell’andare, di essere molto stanchi, fermandoci anche qualche minuto per riposarci; questo al mattino, poiché al pomeriggio non vi era bisogno di fingere (eravamo stanchi veramente!).

Nel percorso si cercava di scegliere le capezzagne fra una proprietà e l’altra, cosa facile da intuire in quanto, a quei tempi, quasi tutti i campi, ai loro confini, avevano una spessa siepe di biancospino prospiciente le strade con bei cespugli fitti ed alti. Dico "avevano" perché queste siepi ora non esistono più nei campi e allora rappresentavano un riparo ed un nascondiglio agli appartenenti ai G.A.P. e alle S.A.P. che, dopo aver seminato chiodi a quattro punte o effettuato atti di sabotaggio, potevano sottrarsi immediatamente alla visuale.

I nazisti, dopo aver sperimentato, a loro danno, quest’aspetto, purtroppo si affrettarono a porvi rimedio, ordinando l’abbattimento di tutte le siepi. Si abbatterono le siepi, ma non per questo cessarono i sabotaggi!

Noi quindi nell’andare seguivamo il resto degli arbusti tagliati, questo perché il proprietario del fondo vedendoci e non conoscendoci fosse portato a pensare che avessimo rapporti di lavoro con il contadino confinante. Era un camminare un po’ "a zig-zag", per evitare le case, in quanto in diverse abitazioni di campagna vi erano accantonati dei tedeschi e quando vedevamo una divisa presso qualche casa o per la strada ecco che ci mettevamo a zappare finché la divisa (tedesca o di brigata nera) non fosse sparita.

Passammo nei pressi di un casolare e non ci accorgemmo che in esso vi erano tedeschi, li vedemmo all’improvviso, tre o quattro uscirono dalla casa, si fermarono a guardarci, prontamente noi ci mettemmo a zappare. Uno di loro entrò, ne uscì con un uomo in borghese, probabilmente il proprietario. Noi continuammo il nostro lavoro, "con la coda dell’occhio", vedevamo il tedesco che, additandoci, discuteva con la persona in borghese. Questi capì "al volo" la situazione, dopo un po’ tutti rientrarono. Come se la fosse cavata non saprei dirlo, certo è che ci fece superare un momento alquanto difficile e rischioso. Avevamo preso con noi un po’ di cibo, ma non ci fermammo a mangiare, lo si fece camminando.

Nel pomeriggio inoltrato, chiedendo informazioni, arrivammo all’indirizzo che avevamo: era anche questa una casa colonica, ampia, con una lunga loggia centrale che attraversava tutta la costruzione, con porte a destra e a sinistra ed una scala larga nel fondo. Chiamammo, uscì un uomo attempato, pronunciammo la parola d’ordine e raccontammo la ragione per cui eravamo andati.

Non ci fece entrare e non ne palesò il motivo. Lì, davanti al portone spalancato, ci disse: «Guardate, se proprio volete andare nel gruppo Corbari, io vi ci faccio arrivare, però ve lo sconsiglio». «Come, ce lo sconsiglia?» E qui si dilungò ad illustrarci che negli ultimi tempi vi era stata una scaramuccia con i tedeschi, il gruppo se l’era cavata bene, non aveva subito gravi perdite, ma ne erano nate divergenze e contrasti nell’interno del gruppo stesso, per cui ci sconsigliava di aggregarci. Non chiedemmo altro, si fece dietro front e, con lo stesso sistema dell’andata, ci apprestammo al ritorno.

Fatti pochi chilometri, essendo ormai sera, dovevamo pensare per il pernottamento. Bussammo ad un’altra casa colonica e a chi ci aprì, dopo esserci assicurati che non vi fossero tedeschi, raccontammo che eravamo stati rastrellati proprio dai tedeschi e che, dopo essere fuggiti a piedi, cercavamo di ritornare alle nostre case (questi fatti allora erano all’ordine del giorno).

Chiedemmo se per quella notte potevamo dormire nel fienile. Ci invitarono dentro, ci fecero cenare assieme a loro, dopodiché, non avendo posto migliore da offrirci e scusandosi, ci portarono nel fienile. Stanchi come eravamo, ci addormentammo subito, non sentimmo neanche le zanzare che sciamavano intorno a noi a nugoli, ce ne accorgemmo al mattino, poiché tutte le parti scoperte del corpo erano piene di puntini rossi. Ringraziando il contadino, al mattino, ci rimettemmo in viaggio, per tornare nel nostro casotto sui terreni della Partecipanza.