Il Trecentonovelle/CL

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Novella CL

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CXLIX CLI

Uno cavaliere, andando in una podestería, porta uno suo cimiero; uno Tedesco il vuole combatter con lui ed elli niega la battaglia: in fine si fa dare fiorini cinque, che gli è costato, e pigliane un altro, e avanza fiorini tre.

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Uno cavaliere de’ Bardi di Firenze, piccolissimo della persona, e poco o quasi mai niente, non che uso fosse in arme, ma eziandio poco s’era mai esercitato a cavallo, il quale ebbe nome messer... essendo eletto Podestà di Padova, e avendo accettato, cominciò a fornirsi di quelli arnesi che bisognavano d’andare al detto officio: venendo a voler fare uno cimiero, ebbe consiglio co’ suoi consorti che cosa dovesse fare per suo cimiero. Li consorti si ristrinsono insieme e dicono:
- Costui è molto sparuto e piccolo della persona; e pertanto ci par che noi facciamo il contrario che fanno le donne, le quali, essendo piccole, s’aggiungano sotto i piedi, e noi alzeremo e faremo grande costui sopra il capo.
Ed ebbono trovato uno cimiero d’un mezzo orso con le zampe rilevate e rampanti, e certe parole che diceano: «Non ischerzare con l’orso, se non vuogli esser morso». E fatto questo e ogni suo arnese, ed essendo venuto il tempo, il detto cavaliere molto orrevolmente partí di Firenze per andare nel detto officio.
E giugnendo a Bologna, fece la mostra della maggior parte delle sue orrevoli cose; e poi passando piú oltre, intrando in Ferrara, la fece via maggiore, immaginandosi tuttavia accostarsi a entrare nel detto officio. E mandato innanzi e barbute e sopraveste, e ’l suo gran cimiero dell’orso, passando per la piazza del Marchese, essendo nella piazza molti soldati del Marchese, passando costui per mezzo di loro, uno cavaliere tedesco, veggendo il cimiero dell’orso, comincia a levarsi del luogo dove sedea, e favellare in sua lingua superbamente dicendo:
- E chi è questo che porta il mio cimiero? - e comanda a uno suo scudiere che meni il cavallo, e rechi le sue armadure, però ch’egli intende di combattere con colui che ’l porta e intende di appellarlo di tradimento.
Era questo cavaliere tedesco uno uomo valentissimo di sua persona, grande quasi come terzuolo di gigante, e avea nome messer Scindigher. Veggendo alcuni e tedeschi e italiani tanta fierezza, furono intorno a costui per rattemperarlo e niente venía a dire; se non che due per sua parte andorono all’albergo a dirli che convenía metter giú quel cimiero dell’orso, o e’ gli convenía combatterlo con messer Scindigher tedesco, il quale loro lui mandava, dicendo che questo era il suo cimiero. Il cavaliere fiorentino, non uso di questa faccenda, risponde che elli per sé non era venuto a Ferrara per combattere, ma per passar oltre e andare alla podestería di Padova; e che elli avea ognuno per fratello e per amico: e altro non ebbono. Tornando a messer Scindigher con questo, egli era già armato, cominciando a menar maggior tempesta, e chiamando li fosse menato il cavallo. Gli ambasciadori il pregano si rattemperi e che vogliono ritornare a lui: e cosí feciono. E giunti all’albergo, dicono a questo cavaliero:
- Egli è il meglio che qui si vegga modo, però ch’egli è tanta la furia del cavaliere tedesco, ch’egli è tutto armato, e crediamo ora che sia a cavallo.
Dicea il cavaliere de’ Bardi:
- E’ può armarsi e fare ciò che vuole, ché io non sono uomo da combattere, e combattere non intendo.
Alla per fine dopo molte parole dice costui:
- Or bene, rechiànla a fiorini, e l’onore stia dall’uno de’ lati; se vuole che io vada a mio viaggio, come io c’entrai, io me n’andrò incontenente; se vuole dire che io non porti il cimiero suo, io giuro su le sante Dio guagnele ch’egli è mio, e che io lo feci fare a Firenze a Luchino dipintore, e costommi cinque fiorini; se egli il vuole, mandimi fiorini cinque, e tolgasi il cimiero.
Costoro ritornorono con questo a messer Scindigher, il quale come gli udí, chiama un suo famiglio, e fa dare a costoro cinque ducati di zecca, e dice al famiglio vada con loro per quello cimiero, e cosí feciono; che portorono fiorini cinque, e ’l cavaliere per lo migliore se gli tolse e diede il cimiero; il quale con uno mantello coperto il portorono a messer Scindigher, al quale parve aver vinto una città. E ’l Podestà che andava a Padova, rimaso sanza il cimiero, fece andar cercando se in tutta Ferrara si trovasse qualche cimiero, il quale con seco portasse in scambio dell’orso. E per avventura trovò a uno dipintore uno cimiero d’uno mezzo babbuino, vestito di giallo con una spada in mano; e copertamente essendoli recato, disse uno suo giudice:
- E’ v’è venuta la piú bella ventura del mondo; fate levare a questo la spada di mano, e per iscambio di quella abbia un piccone rosso in mano, e serà l’arma vostra.
Al Podestà piacque, e cosí fu fatto, che gli costò in tutto forse uno fiorino; ed in spignere e ripignere alcuna targhetta, costò un altro, e in tutte l’altre cose era l’arma sua alla distesa. Sí che egli avanzò fiorini tre, e ’l tedesco rimase con l’orso, e costui lo rimutò in babbuino, e andossene alla podesteria dove dovea.
Ma, se costui avesse fatto di quelle che uno fece in simil caso, forse ne serebbe riuscito piú netto, il quale avendo uno cimiere d’una testa di cavallo, uno todesco gli mandò a dire che portava il suo cimiero, e che lo ponesse giú, o elli lo volea combattere con lui. E quelli rispose:
- O che cimiero è quello che porta questo valentre uomo?
E colui disse:
- Una testa di cavallo.
E quelli rispose:
- E la mia è una testa di cavalla; sí che non ha fare nulla con quello.
E rimase il todesco per contento, e colui ne riuscí con questa sottile risposta, e schifò la battaglia, della quale non ne sarebbe stato molto vago.