Il Trecentonovelle/CLXXXI

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Novella CLXXXI

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CLXXX CLXXXII

Messer Giovanni Augut a due frati minori, che dicono che Dio gli dia pace, fa una subita e piacevole risposta.

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Quella che fece messer Giovanni Augut a due frati minori fu assai piacevole risposta; i quali frati, andando a lui per alcun loro bisogno a uno suo castello, laddove egli era, chiamato Montecchio, quasi uno miglio di qua da Cortona, e giugnendo dinanzi alla sua presenza, come di loro usanza, dissono:
- Monsignore, Dio vi dia pace.
E quelli subito risponde:
- Dio vi tolga la vostra elemosina.
Li frati, quasi spaventati, dissono:
- Signore, perché ci dite voi cosí?
Disse messer Giovanni:
- Anzi voi perché dite voi cosí a me?
Dissono i frati:
- Noi credevamo dire bene.
E messer Giovanni rispose:
- Come credete dir bene che venite a me, e dite che Dio mi facci morir di fame? non sapete voi che io vivo di guerra, e la pace mi disfarebbe? e cosí come io vivo di guerra, cosí voi vivete di lemosina; sí che la risposta che io v’ho fatta è stata simile alla vostra salutazione.
I frati si strinsono nelle spalle, e dissono:
- Signore, voi avete ragione; perdonateci, ché noi siamo gente grossa.
E fatta alcun’altra faccenda che aveano a fare con lui si partirono e tornorono al convento di Castiglione Aretino, e la contorono questa per una bella e nuova novella, spezialmente per messer Giovanni Augut, ma non per chi averebbe voluto stare in pace. E per certo e’ fu quell’uomo che piú durò in arme in Italia che altro durasse mai, ché durò anni sessanta, e ogni terra quasi gli era tributaria; ed elli ben seppe fare, sí che poca pace fu in Italia ne’ suoi tempi. E guai a quelli uomeni e populi che troppo credono a’ suoi pari, però che populi e’ comuni e tutte le città vivono e accrescono della pace, ed eglino vivono e accrescono della guerra, la quale è disfacimento delle città, e struggonsi e vengon meno. In loro non è né amore, né fede. Peggio fanno spesse volte a chi dà loro i soldi, che non fanno a’ soldati dell’altra parte; però che, benché mostrino di voler pugnare e combattere l’uno contro all’altro, maggior bene si vogliono insieme che non vogliono a quelli che gli hanno condotti alli loro soldi; e par che dicano: ruba di costà, che io ruberò ben di qua. Non se n’avveggono le pecorelle che tutto dí con malizia di questi tali sono indotte a far guerra, la quale è quella cosa che ne’ popoli non può gittare altro che pessima ragione. E per qual cagione sono sottomesse tante città in Italia a signore, le quali erano libere? Per qual cagione è la Puglia nello stato ch’ella è, e la Cicilia? E la guerra di Padova e di Verona ove le condusse, e molte altre città, le quali oggi sono triste ville?
O miseri adunque quelli pochi, che pochi sono, che vivono liberi: non credano alli inganni della gente dell’arme; stiano in pace, e innanzi siano villaneggiati due o tre volte, che si movano a far guerra; però che la si comincia agevolmente, e balestra in parte che nessuno il crede, e ’l suo male non si può emendare per fretta.