Il continente misterioso/18. Prigionieri nel tronco d'un albero

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18. Prigionieri nel tronco d'un albero

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18. Prigionieri nel tronco d'un albero
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18.

PRIGIONIERI NEL TRONCO D'UN ALBERO


Un animale dal pelame color mattone, somigliante ad un kanguro, ma di statura molto più piccola, aveva attraversato la piccola pianura balzando sulle gambe ineguali con scatti da molla, si era arrampicato su di un albero con velocità fulminea ed era scomparso in mezzo ad un gruppo di foglie, prima che Cardozo avesse avuto il tempo di puntare il fucile.

— Toh — esclamò il mastro stupito. — Un kanguro, che s'arrampica sugli alberi come una scimmia!...

— È una sariga — disse Cardozo.

— Somigliava ad un kanguro.

— Appartiene alla stessa famiglia.

— È buona a mangiarsi?

— Dicono che sia eccellente.

— Allora fa per noi. Ma dove si è nascosta, che non la vedo più?

— Avrà raggiunto il suo covo.

— Ma io non la vedo fra le foglie di quell'albero, che pare sia stato spezzato da un fulmine.

— Mi hanno detto che si nasconde nell'interno degli alberi.

— Allora quell'eucalipto dev'essere vuoto.

— Certamente, marinaio.

— Andiamo a vedere, Cardozo.

S'avvicinarono all'albero e lo osservarono con curiosità. Apparteneva alla famiglia degli eucalyptus, ma sembrava vecchio assai e quasi moribondo. Aveva il tronco grossissimo, tanto anzi che dieci uomini non sarebbero stati capaci di abbracciarlo, ma ad otto metri dal suolo era spezzato e mostrava dei margini irregolari, coperti solamente da un ciuffo di foglie rossastre. Certamente la parte superiore era stata distrutta da qualche fulmine o da qualche malattia. Il mastro lo percosse col rovescio della scure e s'accorse, dal suono che emise, che era vuoto.

— La sariga si è trovata un covo ben nascosto e comodo, — diss'egli, — ma noi la costringeremo ad uscire assieme alla sua famiglia.

— In qual modo, marinaio? — chiese Cardozo. — Se speri di tagliare quest'albero perderai il tuo tempo inutilmente, poiché, se la sua prima corteccia è tenera, quella interna ha le fibre così solide e compatte da sfidare la miglior scure.

— Ci arrampicheremo sull'albero e la faremo uscire gettandovi dentro dei tizzoni accesi.

— Arrampicarsi! Ci vorrebbero i tentacoli di un polipo gigante per abbracciare il tronco.

— Imiteremo la manovra degli australiani.

— È inutile, Diego. Ho trovato la scala; guarda quella liana che pende da quel ramo.

— È una marra, — disse il mastro, — e non cederà sotto il nostro peso. Ci servirà meglio di un paterazzo dell'albero maestro.

Cardozo s'aggrappò a quella liana, la strinse fortemente e sentendo che non cedeva, si mise a salire coll'agilità di un gatto, raggiungendo la cima dell'eucalipto; il mastro, un po' più lentamente, non essendo più giovane, lo seguì subito e si misero a cavalcioni di due grossi rami semirecisi. Dinanzi a loro scorsero una nera apertura, una specie di pozzo largo una mezza dozzina di metri, che s'apriva nel tronco dell'albero.

— È vuoto — disse il mastro, chinandosi su quell'apertura. — Ma dove sono le sarighe?

— Eccole laggiù — disse Cardozo che si era pure curvato. — Ve ne sono sei, sette, otto, una famiglia intera.

— Quaranta chilogrammi di carne fresca!... che bella caccia, figliuol mio. Prova a scaricare il fucile.

Cardozo si levò dalla spalla lo snider, mentre il mastro impugnava la scure e fece fuoco dentro l'enorme albero, ma non potè vedere l'effetto di quella scarica. Sia che la cartuccia contenesse una quantità di polvere eccessiva o che il fucile si fosse improvvisamente guastato, ricevette tale contraccolpo da perdere l'equilibrio.

Cercò colla mano sinistra di aggrapparsi al ramo, ma gli mancò il tempo e precipitò in quella specie di pozzo gettando un grido. Diego, pronto come il lampo, l'afferrò per una gamba, ma non resse all'urto e i due disgraziati marinai capitombolarono dentro l'albero schiacciando col loro peso tre o quattro animali.

— Mille fulmini! — esclamò il mastro, alzandosi di scatto. — Il mio naso zampilla come una botte di vino!...

— Ed io mi sono fracassate le costole o poco meno — rispose Cardozo.

— Non ci mancherebbe altro!... Guarda le sarighe!...

— Al diavolo le sarighe!... Ne ho abbastanza io!

Gli animali sfuggiti a quelle due masse che erano rovinate nell'albero, dopo essersi gettati a destra e a sinistra come se fossero impazziti dallo spavento, fuggivano a tutte gambe arrampicandosi su per la corteccia interna. In due secondi scomparvero.

— Lampi e tuoni! — esclamò il mastro. — Per poco, non mi fracassavo il cranio!... come ti senti, figliuol mio?...

— Sono tutto ammaccato, ma spero di non essermi rotte le ossa — rispose Cardozo ridendo. — Sai, marinaio, che l'avventura è comica.

— Purché non diventi molto seria.

— Temi di avere il naso fratturato?

— Bah!... Il mio naso si accomoderà.

— E dunque?

— Io mi domando come faremo ad uscire da questo pozzo, che ha le pareti così lisce da sfidare le unghie d'un gatto. Dannate sarighe!

— È colpa del fucile, Diego. Mi ha dato tale contraccolpo da gettare a terra anche un granatiere.

— L'arrosto l'abbiamo guadagnato a caro prezzo. Proviamo ad uscire.

— Temo che sia un po' difficile.

— Ho la mia scure.

— Rimbalzerà sulle fibre tenaci di quest'albero.

— Se potessimo salire?

— Anche montando sulle tue spalle, non riuscirei a toccare i margini dell'albero. Vi sono per lo meno otto metri d'altezza e noi due non ne misuriamo che tre e mezzo.

— La cosa è grave! — mormorò il mastro, diventando inquieto. — Ed abbiamo lasciato il dottore solo!...

— E la notte sta per calare — disse Cardozo.

— Proviamo.

Il mastro impugnò solidamente la scure e vibrò alcuni potenti colpi contro il tronco ma l'acciaio rimbalzava come se percuotesse una lastra di ferro. Quelle fibre opponevano una resistenza incalcolabile e non avrebbero ceduto che dinanzi ad una sega.

— Mille fregate! — esclamò Diego, tergendosi il sudore, più freddo che caldo, che piovevagli dalla fronte. — Eccoci in un brutto imbarazzo.

— Una parola, marinaio.

— Parla, figliuol mio.

— Quanto credi che sia lontano il dottore?

— Tre o quattro miglia.

— Scarichiamo le nostre armi a intervalli di un minuto. Udendo queste scariche regolari, comprenderà che noi corriamo qualche pericolo e forse accorrerà in nostro soccorso.

— Proviamo.

Cardozo caricò lo snider e fece fuoco; un minuto dopo il mastro faceva altrettanto, poi riprese Cardozo poi ancora Diego sparando sei colpi. Sostarono un quarto d'ora aguzzando gli orecchi, ma nessuna detonazione, né vicina, né lontana, giunse fino a loro.

Ripresero il fuoco e mandarono in aria altre sei palle, ma non ottennero risposta alcuna. La loro inquietudine non ebbe più limiti; una vaga paura cominciava ad invaderli.

— Che sia stato ucciso? — chiese il mastro, che era diventato pallido. — È impossibile che non abbia udito i nostri colpi e che non abbia compreso che il nostro fuoco, così regolato, deve avere un significato.

— Che il vento soffi dal sud? — disse Cardozo. — In questo caso, le nostre detonazioni non possono giungere fino all'accampamento.

— Non so più cosa pensare, figliuol mio. Io comincio ad avere paura. Quale imprudenza abbiamo commesso!... E Forse, mentre noi siamo qui imprigionati in questa specie di pozzo, il dottore sta per essere assalito!... cosa penserà di noi?... ci crederà caduti in qualche agguato... e non c'è alcun mezzo per uscire o per avvertirlo della nostra grave situazione. Ah! Coco!... Se riesco a prenderti, guai a te!...

— Non disperiamo, marinaio — disse Cardozo che pure cominciava a temere un disastro. — Aspetteremo che la notte sia inoltrata, poi ricominceremo il fuoco. Il vento in questo frattempo può cambiare direzione, e poi di notte una detonazione si espande più facilmente.

— Aspettiamo, figliuol mio, ma non ti nascondo che le mie ansie crescono di minuto in minuto.

Si sdraiarono nel tronco ineguale dell'albero gigante, mettendosi le sarighe sotto il capo, e attesero pazientemente, ma fra continue inquietudini e tristi pensieri, che la notte si inoltrasse per riprendere i loro segnali. Il sole era tramontato da qualche minuto e le tenebre calavano con fantastica rapidità addensandosi nella cavità dell'albero. Verso l'orifizio di quella specie di pozzo, ormai non si scorgeva che un lembo di cielo oscuro punteggiato da poche stelle.

Al di fuori il silenzio era quasi assoluto. Gli uccelli della foresta non cantavano più e sonnecchiavano nei loro nidi; il ronzìo degli insetti era cessato; solo si udiva di quando in quando il lamentevole urlo di qualche dingo in cerca di preda.

Invano i due marinai aguzzavano gli orecchi sperando sempre di udire qualche lontana detonazione o qualche grido, qualche chiamata. Ad ogni urlo dei dingos balzavano in piedi credendo che fosse un grido umano: ad ogni scoppiettio del buftalmo o ad ogni tintinnìo dell'uccello-orologio trasalivano scambiando quei rumori con un passo e con una lontana fucilata, ma ben presto s'accorgevano di essersi ingannati.

Tristi pensieri li assalivano allora e si credevano condannati a perire in fondo a quel tronco d'albero, che non permetteva a loro alcuna uscita. Verso la mezzanotte, parve a loro di udire un passo umano nei pressi dell'albero.

— Hai udito, Cardozo? — chiese il mastro.

— Sì — rispose il marinaio con voce alterata. — Qualcuno passeggia presso di noi.

— Che sia qualche australiano?

— O il dottore che ci cerca?

— Avrebbe segnalato il suo avanzarsi con qualche colpo di fucile.

— Hai ragione, Diego.

— Ascolta.

Tesero gli orecchi appoggiandoli contro il tronco dell'albero e udirono distintamente dei passi leggeri che parevano si avvicinassero.

— Qualcuno passa al di fuori — disse Cardozo. — Chiamiamo.

— E se sono australiani, quelli dello stregone o di Coco?...

— Meglio farsi prendere che rimanere qui per sempre; e poi, non abbiamo i fucili e le rivoltelle?

— È vero, marinaio.

Il mastro si allungò quanto più potè verso l'orifizio di quella specie di pozzo, e gridò:

— Olà!... Olà!...

Il rumore subito cessò, ma poco dopo i due marinai udirono un leggero colpo vibrato contro la corteccia esterna dell'albero, poi un secondo più in alto, un terzo più sopra, un quarto e un quinto.

— È un australiano — disse Cardozo.

— Sì — rispose il mastro. — Sale facendo delle tacche sul tronco.

— Tieni pronto il tuo fucile.

In alto udirono agitarsi le foglie e poco dopo, all'incerto chiarore degli astri, scorsero una forma rotonda e nera che somigliava ad una testa umana.

— Chi sei? — chiese il mastro.

Udendo quella voce salire dalla cavità dell'albero, quella testa subito si ritrasse emettendo un grido.

— Ci avrà scambiato per qualche cattivo genio — disse Cardozo.

— Aspetta... odi?...

— Che cosa?...

— Mi pare che al di fuori parlino.

Infatti, si udiva un bisbiglìo leggero leggero che saliva e scendeva. Pareva che quell'uomo discorresse con dei compagni. Poco dopo si udirono degli altri colpi che parevano prodotti da un corpo pesante, Forse da una scure di pietra e sull'orlo dell'orifizio apparvero due teste, poi una terza.

— Scendete — disse il mastro. — Siamo uomini come voi.

Invece di scendere quegli australiani scomparvero. Cardozo scaricò un colpo di rivoltella, ma ottenne l'effetto contrario, poiché al di fuori si udirono delle grida che parevano di terrore e uno scalpiccio affrettato che si perdette in distanza.

— Stupidi! — esclamò il mastro.

— Hanno avuto paura — disse Cardozo. — Forse non conoscono le armi da fuoco quei selvaggi e ho fatto male a sparare quel colpo.

— Non sarebbero egualmente scesi, figliuol mio.

— Che ritornino?...

— Forse domani, a sole alzato, verranno a vedere di cosa si tratta. Zitto!...

— Ancora?

— Odi, Diego! — esclamò Cardozo afferrandolo strettamente per le braccia. In lontananza si udivano clamori spaventevoli, un concerto orribile di urla diaboliche, di vociferazioni tali da far fremere.

— I selvaggi! — esclamò il mastro, che provò una stretta al cuore.

— Sono grida di guerra, Diego — disse Cardozo con voce rotta. — Che assaltino il nostro campo?...

— Temo pel dottore, Diego!...

— Mille milioni di fulmini!...

In quell'istante, si udì una serie di detonazioni che crescevano d'intensità, e che convertirono quelle urla di guerra in urla di furore e di dolore. Diego emise un vero ruggito.

— La mitragliatrice!... — esclamò.