Il maestro di setticlavio/Il demonio muto/II

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Il demonio muto - Parte II

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Il demonio muto - I Il demonio muto - III


Ho trovato, nipote mio, quel che ti devo lasciare. È una cosa che mi salvò quasi la vita.

Prima che tu nascessi, i medici di Brescia e di Milano mi avevano spacciato. Una maledetta malattia nervosa del ventricolo s’era ostinata a volermi spingere al mondo di là, ed ero ridotto, per tutto pasto, a nutrirmi di pezzettini di cacio lodigiano che tenevo in bocca, e di cui a poco a poco succhiavo la sostanza. Pigliai questo malanno, il primo e l’ultimo della mia vita, cacciando nelle valli; quando, dopo avere mal dormito qualche ora in un casolare, alle tre della notte mi alzavo, camminavo fino alle sei in cerca del miglior sito della palude, con il freschetto del dicembre o del gennaio ed una sottile umidità che entrava nelle ossa, e poi dall’alba al tramonto mi piantavo immobile nell’acqua e nella nebbia ad aspettare una folaga, la quale molto spesso non voleva mostrarsi. Mi scordavo di mangiare. Bevevo, io che sono sempre stato mezzo astemio, de’ larghi sorsi di acquavite. Vedi bestia che è l’uomo! Amando le montagne e le balze, cacciarsi con tanta fatica e con sì misero fine dentro ai pantani! Tornavo a casa, dopo qualche giorno, affranto, sfinito. La Menica mi dava brodi, petti di pollo, latte di gallina, vino vecchio e il suo sorriso tutta bontà; ma io non avevo fame e digerivo male. Pensa che malinconia m’era venuta addosso!

Non potevo uscire di camera: andavo dal letto al lettuccio. Se per caso giravo gli occhi allo specchio, vedendo un coso allampanato, con le guance smunte, gli occhi spenti, il quale non somigliava affatto al mio signor io, non sapevo vincere l’ombra di un tristissimo sorriso, che mi correva sulle labbra e si trasmutava tosto in due lagrime lente. Da quindici giorni, all’aprirsi della primavera, mangiavo, non ostante, un pochino di più, dicevo qualche parola volentieri, cavavo qualche accordo flebile con meno stento dalla mia amata chitarra, la quale mi stava accanto sul sofà o sul letto. Quand’ecco a un tratto, una sera, mi sento esinanire1. La Menica si spaventa. Era un gran pezzo ch’ella non dormiva sotto le coltri, non andava nel brolo2 a respirare una boccata d’aria, non faceva altro che starmi intorno sollecita, sempre attenta ad un’allegria fiduciosa e serena, che non le veniva dal cuore, ma che ella simulava virtuosamente per il suo povero infermo. Ell’aveva pensato fino allora al mio corpo: pensò in quel punto alla mia anima.

Mezz’ora dopo entrò il curato e, sottovoce, mi chiese s’io voleva confessarmi. Gli occhi della Menica m’imploravano. La camera era buia, silenziosa, sepolcrale. Mi confessai a spizzico, quasi senza fiato; ma non fu cosa lunga, poiché non credo in mia vita di avere mai desiderato male a nessuno. Toccai la mano alla mia buona infermiera, che mi ringraziò con effusione angelica e mi baciò sulla fronte.

Mi sentivo sollevato. Il prete stava sempre in piedi a sinistra del letto, duro duro, brontolando le sue preghiere. Negl’infermi le impressioni son rapide come il lampo. Guardai fisso il volto del prete, e nell’osservarlo provai dentro un irrefrenabile impeto di riso.

Bisogna che tu sappia come quel curato, uomo di mezza età, rubicondo, tarchiato, panciuto, ottimo di cuore, ma un po’ beone e mangiatore insaziabile, era il più gioviale matto di questa terra. Cantava certe canzonette da fare sbellicare dalle risa, faceva certi giuochi di prestigio con i bussolotti da maravigliare un mago, scriveva sonetti buffoneschi, imitava con la sola varietà dei fischi la predica del Vescovo biascicone e con la sola varietà delle inflessioni di voce tutte le lingue, compresa la turca; faceva dietro una tela bianca le ombre cinesi con le mani, figurando cigni, lepri, porci, elefanti, gatti e una pantomima di burattini, in cui Arlecchino era innamorato di Rosaura e bastonava Pantalone; finalmente con la faccia rappresentava il temporale, agitando ora lenti, ora impetuosi tutti i muscoli delle gote, del naso, della bocca, del fronte, persino le orecchie, così che pareva proprio di vedere i primi lampi, di sentire il rombo dei primi tuoni, e poi via via crescere la tempesta e, scrosciare la pioggia e scoppiare le folgori, finché un po’ alla volta, con qualche ritorno di vento e d’acqua, la bufera si dileguava e, rinata la calma, tornava a splendere la viva luce del giorno. Tu avessi visto come a questo punto il viso del prete sbocciava, come s’irradiava, come brillava: era il sole tale e quale.

Il gaio curato veniva, prima della mia malattia, tutte le domeniche a desinare da noi, e di quando in quando, bevuta una bottiglia di quel vecchio, ci dava lo spettacolo esilarante del suo temporale. Ora, al vedere il muso tondo, comicamente solenne, a cui neanche l’aspetto della morte avrebbe potuto cancellare l’impronta della giovialità, borbottare le orazioni fra i denti agitando le labbra, battendo le ciglia ed increspando la fronte, mi tornò alla memoria il temporale, e scoppiai in una fragorosa e interminabile risata. Il prete, che era lesto di cervello, capì in un attimo la ragione delle mie risa e, scordando il suo ministero, non potendosi più tenere cominciò a sghignazzare a crepapelle. La Menica e la serva, che erano presenti, ci credettero impazziti; ma, giacché il riso è contagioso ed il prete riesciva tanto bizzarro nei suoi contorcimenti, si misero a ridere anch’esse. La solennità dell’olio santo s’era trasformata così in una farsetta da carnevale.

Allora io pigliai da lato la mia chitarra e cominciai gli accordi, e il prete intonò una canzone delle sue più sguaiate; ed egli cantava con pazza gioia ed io accompagnavo con tanto felice ardore, che mi pareva di esser il dio della contentezza. Ma la saggia Menica mi fece smettere per forza, e, mandò via il curato bislacco, che si sentiva ridere ancora sulle scale e in istrada di questo suo penitente mezzo morto, resuscitato.

Il dì seguente mi svegliai con un rabbioso appetito. Due giorni dopo giravo tutta la casa; quattro giorni appresso andavo nel brolo e nel paese, e, passata una settimana, mi arrampicavo sui monti e avrei mangiato i gusci delle ostriche.

La mia guarigione fu cominciata dalle smorfie del prete, ma fu compiuta dalla chitarra. Tu non puoi pensare quale beatitudine fosse la mia nel potere di nuovo agitare fieramente le corde di quello strumento, che amo sin da fanciullo, e che mi è sempre stato una grande consolazione nelle traversie della vita giovanile e ne’ piccoli fastidii della vecchiaia. Tu mi hai sentito suonare. Sono un buon chitarrista, non è vero? Ho le mie ambizioncelle anch’io, caro nipote. Quando andavo sotto il balcone della Menica, settant’anni addietro, e suonavo dolce dolce un minuetto del Monteverde, la gente stava ad ascoltarmi a bocca aperta, e il cuore batteva forte alla mia fidanzata, che mi scoccava dalle imposte socchiuse delle occhiate assassine.

Adesso ancora mi diverto a cercare nelle antiche melodie le antiche memorie. Vado nella cappella del palazzo, che è, come tu sai, all’angolo della galleria, ed ha l’altare tutto di legno ad angeli paffuti e a cartocci barocchi, i quali mostrano ne’ luoghi più riposti i segni delle scomparse dorature: e vi sono i vetri a figure colorate, qua e là rotti e restaurati con pezzi di vetri bianchi, sicché ad un Santo manca la testa, all’altro un braccio o una gamba: e non ostante la chiesetta ha qualcosa di severo e di sacro nella sua mezza oscurità. Non c’è neanche un quadro; le pareti son nude; solo da una parte si vede appesa ad un chiodo la mia chitarra, che è quasi una reliquia. Stacco lo strumento, e, salendo dallo scalone interno, quello scalone lungo e diritto, che ha i suoi dugento gradini tutti sconnessi, vado pian piano nel giardino alto, da cui si domina il villaggio e la valle, e mi metto a sedere sui graticci, i quali, servendo solo per i bachi da seta, restano quasi tutto l’anno accatastati nel padiglione delle feste. Questo magazzino, gioia dei topi e dei ragni, era una piccola reggia tre secoli addietro. I nostri antenati vi godevano le loro orgie, che non invidio: donne, balli, buffoni, cene, le quali non terminavano prima dell’alba e lasciavano uomini e femmine arrotolati per terra. Col vino scorreva qualche volta il sangue. I muri portano ancora, quasi cancellati dal tempo, i nomi ed i motti di qualcuno dei violenti e gaudenti cavalieri. V’è, tra le altre, sotto al disegno rozzo di un cuore trafitto, l’impresa: Dopo il bacio il pugnale.

Così, seduto al fresco ne’ bei giorni d’estate, strappo alle corde i miei vecchi ricordi in questi ultimi anni, che sono i più tranquilli e i più lieti della mia vita. Lascio morire flebilmente le armonie sotto la vòlta della sala, seguendo attentissimo con l’orecchio le ultime oscillazioni, che si dileguano nel brontolìo lontano del Chiese. Poi, sentendomi ringalluzzito, picchio forte su tutte quante le corde e comincio un allegro amoroso, una gavotta saltellante; ma pur troppo la mia mano sinistra ha perduto un poco di agilità, e la mia destra è scemata un poco di vigore. Oggi son più valente negli adagi, nelle ariette patetiche: ai vecchi s’addice meglio il rimpianto.

La mia chitarra ha cinque corde doppie; sale dal la al mi, due ottave e mezzo. È uno strumento ammirabile per la sonorità e l’eleganza. La rosa, intagliata a minuti intrecci e trafori di cerchi, di triangoli, di foglioline, pare un’opera in filigrana. Il manico, intarsiato di avorio e di ebano con dei filetti d’oro, rappresenta una caccia in figure alte un’oncia: cavalcatori, dame, falconieri, con cani, caprioli, lepri, cignali e ogni sorta di selvaggina. Al basso della cassa armonica s’ammira poi una figuretta d’argento, un Apollo sdraiato che suona la cetra, cosa che più graziosa al mondo non si potrebbe vedere. Oltre a ciò, accomodate in vago ornamento, stanno un centinaio di perle, alcune assai grosse, e così bene incastonate, che sette soltanto si sono rotte o perdute. Insomma questa chitarra magnifica desidero, dopo la mia morte, lasciarla al mio caro nipote. Fors’è un’ubbia dello zio quasi rimbambito, ma non vorrei che la chitarra uscisse dalla nostra famiglia. C’è sotto una storiella. Te la racconterò, prima perché giova che tu la sappia, e poi per amore di me medesimo. Non posso dormire, come accade ai vecchioni, più di due o tre ore la notte, e ho gli occhi sani, e non cavo troppo gusto a leggere libri per cagione della memoria, che mi serve benissimo nelle cose lontane, ma pochissimo nelle vicine, sicché alla fine di un volume rischio di non rammentarmi il principio. Bisogna dunque ch’io metta un poco di nero sul bianco per occupar la sera in qualcosa, mentre la Menica, tenendo in grembo il suo micio, pisola nel seggiolone.


Note

  1. Svenire.
  2. Parco.