Il maestro di setticlavio/Il maestro di setticlavio/VI

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Il maestro di setticlavio - Parte VI

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Il maestro di setticlavio - V Il maestro di setticlavio - VII


La mattina seguente Nene si alzò mutata. Gli occhi parevano diventati più grandi e più infossati nella faccia smorta; ma il sorriso aveva ripreso tutta la sua dolcezza, e nelle sue maniere ricomparivano la modestia e la calma di qualche settimana addietro. Per il nonno non aveva mai mostrato tanta devozione, tanta sollecitudine. Tornò ai fiori, al lavoro, talvolta alla cucina. Dal suo animo s’era dileguata quella irrequietezza dell’amore ignoto, che la faceva diventare impetuosa e cattiva; tutto le si presentava sotto un aspetto diverso di prima: la vita acquistava uno scopo, e il vedersi tracciata innanzi un’unica via le metteva in petto una sicurezza, un riposo, ch’ella scambiava quasi con la felicità.

L’amante per lei era diventato un altro uomo; non che fossero scomparsi tutti i suoi difetti, bensì codesti difetti le si affacciavano come conseguenze od eccessi di qualità belle e forti. La passione, che la spingeva a lui, non riesciva meno intensa, meno infrenabile; solo assumeva una giustificazione nuova, una specie di nuova dignità e, quasi a dire, virtù. Oramai non pensava ad altro che al matrimonio, ma senza impazienza o sospetti; anzi non sentiva nemmeno il bisogno di parlarne a Mirate, quando egli, vogando da sé, giungeva con un leggero sandolo verso il tocco dopo la mezzanotte alla riva dell’orto, mentre il vecchio nonno e la serva dormivano. Nell’andare incontro al suo sposo Nene non provava nessun rimorso; scendeva le scale in punta di piedi, lentamente, origliando, apriva la pesante porta, la quale girava senza cigolare, dacché la prudenza aveva consigliato di ungere i cardini e il catenaccio, conduceva Mirate per mano nel chiosco circondato e coperto di rampicanti, e si metteva a sedere accanto a lui. Dopo un’ora o poco più, il giovinotto diceva addio e, memore del suo primo mestiere, balzava sulla poppa del sandolino e s’allontanava cantando.

Nene qualche volta lo aspettava invano, con il portone della riva socchiuso, con l’orecchio intento ad ogni lieve rumore, senza curarsi degli enormi topi, che di solito la facevano strillare di ribrezzo. Udiva suonare le due, le tre, le quattro; aspettava il crepuscolo quasi senza pensare, dominata dall’unico sentimento d’una speranza, che ad ogni minuto scemava.

Una notte, appena Mirate ebbe messo il piede sul gradino, gli disse:

"Devi farmi un piacere: conducimi a casa tua".

"Sei matta?".

"Per mezz’ora, per pochi minuti, tanto da conoscere il luogo ove dormi, e pensare meglio a te, quando non vieni".

"Pazzie. Se qualcuno ti vedesse!".

"Chi vuoi che mi veda a quest’ora, imbacuccata nello scialle?".

"La casa dove sto non ha riva: bisogna percorrere un buon tratto di Frezzeria. È un capriccio".

"Sia pure, ma è un capriccio innocente. Contentami".

"E poi se il maestro si sentisse male, se chiamasse".

"Insomma non mi vuoi condurre. Temi forse di comprometterti?".

Il tenore fece una risata, esclamando:

"Non c’è pericolo".

Nene ebbe un sussulto di gelosia, ma non disse nulla; solo insistette ancora più per andare, finché l’altro aderì. Entrata cautamente nel sandolino, si mise a sedere sul trasto di prora; e sebbene la barchetta snella ondeggiasse ad ogni movimento, quasi ad ogni colpo di remo, la donna innamorata non sentiva nessuna paura, e ripeteva con compiacenza al giovinotto:

"Come sei bravo!".

Nel percorrere invece al suo fianco un ramo della Frezzeria, ella si nascose con lo scialle la faccia, ch’era diventata rossa di vergogna.

La camera le piacque poco: tende annerite, pareti sudicie, biancheria e vestiti sossopra, puzzo di muschio, molti ritratti qua e là, persino sul comodino, di ballerine e d’altre femmine mezzo svestite. Nene avrebbe voluto andarsene subito, ma non ardiva; e nel guardare le correvano per la mente cento pensieri, che si riassumevano in questo rammarico: "Dio sa quante ne ha amate prima di me!"; poi si confortava, pensando come per mezzo dell’affetto e delle cure pazienti lo avrebbe reso migliore, come gli avrebbe creato intorno un nuovo mondo di gioie domestiche e pure, tali da fargli dimenticare il passato.

Cominciava l’alba quando Nene rientrò nell’orto e sali nella sua camera; un’alba nebbiosa, umida, piena di tristezza. Nel passare vicino alle piante del suo giardinetto la giovane donna aveva loro gettato uno sguardo: sembravano melanconiche anch’esse in quella scialba luce crepuscolare, e, invece di rizzarsi attendendo il bacio del primo raggio di sole, chinavano verso terra le foglie e i fiori. A letto Nene non poté chiudere occhio, tanto era contristata dalla sicurezza di non vedere l’amante per quattro interi, per quattro interminabili giorni. Glielo aveva detto lui dianzi nel darle l’ultimo abbraccio. Eppure ella non poteva negare che avesse ragione: doveva in queste sere andarsene a casa di buon’ora, tenersi riparato dall’aria della notte, curare la gola, se voleva presentarsi con tutta la freschezza della propria voce nella solenne messa delle esequie al Soldini, per la quale un celebrato maestro bolognese aveva scritto apposta la musica. Questi dirigeva le prove da più di due settimane, e aveva saputo destare la curiosità di tutti, così abbondavano i giornali ed anche i cantori ed i professori d’orchestra di strabocchevoli lodi. Uno dei pochi che, modestamente, ci trovasse a ridire era il maestro Chisiola, cui non piaceva nella casa di Dio e per onorare un morto quello sfoggio di canti teatrali, di cori strepitosi e di strumenti assordanti.

"Spezziamo le tradizioni della nostra gloriosa cappella!" diceva sospirando. Ma, appunto per questo, era un’ansia per la città, quanto se si fosse trattato di un’opera nuova del Verdi al teatro della Fenice: nelle botteghe da caffè, nei ritrovi, passeggiando su e giù in piazza di San Marco o sul Molo non si parlava d’altro. C’era come l’attesa di una rivoluzione musicale. Già il pubblico si divideva in progressisti e conservatori, in liberali e codini.

Ogni sotterfugio pareva buono pur di assistere alle prove; e chi non poteva ficcarsi nella gran sala del Ridotto, ove avevano luogo, si contentava di starsene nell’atrio o giù in calle, e, dopo finiti i pezzi, applaudivano freneticamente. Poco mancava che gridassero, come la notte del Redentore, fuori il maestro. Si sentivano zufolare, magari sotto le Procuratie e nei salotti aristocratici, i più spiccati motivi della messa; si sapeva quante arie, quanti duetti e terzetti, quanti cori formavano la partitura; si sapeva come Mirate, unica bella voce della cappella e vera colonna della messa, cantasse quasi dal principio alla fine; si sapeva come il maestro bolognese, dopo avere udito il primo basso, quel seccante maniaco di setticlavio, non l’avesse voluto a nessun patto, anzi avesse fatto venire dalla basilica di San Petronio un cantore stupendo, talché il disgraziato basso veneziano doveva sfogarsi nei pieni; si sapeva come vi fosse un coretto delizioso di voci bianche, eseguito dai bimbi dell’Orfanotrofio, ai quali insegnava il Chisiola, quel vecchio, che ha quella tal nipote bruttina, amante di quella buona lana del tenore, i quali se ne vanno insieme di notte con tanto scandalo per le vie della città, ed il vecchio, che sembra un santarello, vede e chiude gli occhi. Non s’ignorava inoltre che il maestrone aveva lasciato fuori la solita fuga, con viva soddisfazione dei più, che la dichiaravano un vecchiume da parrucconi, e con sommo sdegno dei meno, i quali borbottavano:

"Allora addio musica religiosa, tanto conta di far ballare la gente anche in chiesa; ma la fuga, se non l’ha fatta, vuol dire che non ha saputo farla: è una bestia".

Insomma ci fu qualcuno, che la notte precedente al grande avvenimento non andò a dormire, per essere ben sicuro di trovarsi davanti alle porte della basilica nell’ora in cui le aprono, e assicurarsi un buon posto. Prima delle otto la chiesa era piena; alle nove non si poteva entrare nemmeno nelle gallerie superiori; la messa doveva principiare alle dieci e mezzo. Sagrestani e scaccini, fendendo faticosamente la folla a forza di gomitate, andavano qua e là per i loro servizi: si udiva un continuo strepito di scranne e di panche, un continuo bisbiglio, che talvolta diventava frastuono, ripercosso dalle maestose vòlte del tempio. Nella nave di mezzo si alzava il catafalco, una specie di tempio romano, tutto ornato di velluto nero con frangie d’argento e di figure allegoriche, tutto circondato d’innumerevoli ceri accesi. Ai lati stavano dall’una parte i vecchioni dell’Ospizio di Carità, i più rubizzi, dall’altra le vecchie, le più floride, in segno di riconoscenza al defunto per il pingue legato: curiosa serie di profili allineati, in cui dominava la bazza.

Nene era giunta in tempo di pigliare il suo posto consueto nella cappella di San Clemente, di fianco al presbiterio vuoto, ove si alzava, sopra la cattedra patriarcale, l’ampio baldacchino di seta bianca a larghi fiorami d’oro. Il cuore le batteva forte, pensando al tenore, che doveva comparire tra poco innanzi al giudizio di tanto pubblico; e guardava con febbrile impazienza alla cantoria ancora deserta. Poi, fantasticando, girava gli occhi ora sulla fila dei bruni apostoli, ora sull’angelo dorato, che minacciava di precipitare dalla sua mensola, ora sulle gaie signore corteggiate nelle tribune. Gli scintillamenti dei musaici d’oro finirono per produrle un grave assopimento, durante il quale scendeva, come in un sogno, nel fondo del proprio essere. Allora uno sgomento misterioso, una vergogna immensa la invadevano. Tentava di distrarsi, contemplando in alto le storie dell’arcone, la Vergine con l’angelo annunziatore, il Bambino adorato dai Magi, e mormorava:

"Dio voglia!".

Alzava lo sguardo ancora più, fino ai simboli bizantini degli evangelisti nei sostegni della cupola. Il leone aveva l’artiglio somigliante a una mano, a una mano che volesse frugare nella coscienza; aveva il muso in forma di grugno da vecchia megera barbuta. E la orribile strega continuava a fissare, bieca, minacciosa, le occhiaie vuote e nere nel volto impaurito di Nene.

Circa alle dieci entrarono pomposamente nel presbiterio i canonici, e si posero a sedere nei loro stalli. Un faccione tondo e ridente comparve al parapetto della cantoria: era quello dell’organista. Seguì un corista zoppo, che aveva in custodia la musica e disponeva sui leggii le parti. Vennero in seguito uno ad uno gli altri quaranta cantori, tutti in cotta bianca, fra cui il soprano, più sparuto del solito, il Chisiola, accompagnato dai bimbi dell’Orfanotrofio, lo Zen, che non s’era fatto la barba e aveva il viso stralunato, proprio da funerale. Il nuovo basso bolognese, piantati i gomiti sul parapetto, cacciava in fuori il busto quanto più poteva, per esaminare l’uditorio ed essere veduto bene: insieme molti se lo mostravano a dito. Andò accanto al maestro di cappella, appena questi fu entrato. Tutti presero il loro posto, aggruppandosi fra i tenori, soprani, baritoni e bassi. Non si vedeva ancora la testa baldanzosa di Mirate, al proposito del quale alcuni ponevano a se stessi questo arduo quesito: "La metterà la cotta quest’oggi, o non la metterà?".

Frattanto nell’altra cantoria, quella dell’orchestra, la quale stava sopra la cappella di San Clemente e non poteva quindi essere veduta da Nene, continuava il pestar dei piedi sui gradini di legno, con qualche tonfo e vivi chiacchiericci dei professori, che andavano al loro posto, portando il proprio strumento. Indi, acconciatisi a sedere, diedero dentro nelle accordature, da prima sommessamente con gli archi, di poi fastidiosamente persino con i corni e i tromboni, sicché uno zitto non faceva cessare la babele, che poco dopo ricominciava. Doveva essersi fatto innanzi il celebre maestro, impaziente di dirigere la propria creazione, perché tutti guardavano da quella parte, molti rizzandosi sulla punta dei piedi e puntando il binocolo da teatro. L’agitazione cresceva; erano pochi quelli che non cavassero dal taschino a ogni tratto l’orologio:

"Dieci e mezzo precise".

"No, mancano sei minuti".

"Quattro".

"Dieci".

"Due".

"Sono passate".

Quando il maestro compositore diede il primo segnale, picchiando forte sul leggìo, si fece tale un silenzio, che si sarebbe sentito ronzare una zanzara; ma il maestro di cappella, dalla cantoria di rimpetto, si sbracciava nel fare segno di attendere.

Era già’ comparso dalla porta della sagrestia, preceduto e seguito da una quantità di chierici e accoliti, il venerando patriarca, tenuto in mezzo dai due canonici mitrati. Le alte mitre d’argento, gli splendidi piviali attrassero per un istante la curiosità della folla.

Eppure fra le due cantorie non cessavano i segnali. Il maestro di cappella, con aria molto agitata, aveva lasciato il suo posto e dava ordini, consultandosi con lo Zen, col Chisiola, con altri; correvano giù dalle scale erte alquanti coristi, gettando via la cotta, e uscivano a precipizio dalla basilica. Nene, immobile, con gli occhi fissi alla cantoria, pareva una morta in piedi. Nel presbiterio non si raccapezzavano; davano delle rapide occhiate in su; si scambiavano qualche parola sotto voce, senza mostrar di perdere la calma sacerdotale. Bensì il popolo s’impazientiva, né gli importava di dissimularlo: era un ciarlare generale, un chiedersi a vicenda:

"Oh, che cosa succede?".

"Sia venuto male a qualcuno".

"Forse al patriarca".

"Pare di no. La confusione è nelle cantorie. Guardi lì a sinistra, non sanno a che santo votarsi".

"Certo, è stato un colpo d’accidente".

"A chi?".

"Al maestro, forse".

"Al maestro un colpo d’accidente".

"Un colpo apoplettico al maestro".

"Morto?".

"Poveretto, era ancora giovine!".

"Quanti anni poteva avere?".

"Intorno alla sessantina".

"Li portava bene; ma veda, è lui al parapetto, che si dimena".

"È proprio lui: chi sarà dunque il morto?".

"Dicono un incendio".

"Dove?".

"Nell’organo".

"È impossibile: non c’è indizio di fumo".

"Sarà sui tetti".

"Sarà nelle cupole".

"Senta, senta: lo scaccino annunzia che non si trova il tenore, e che senza di lui non si può eseguire la messa".

"Mirate è scappato".

"È fuggito Mirate".

"Scappato solo?".

"Con una donna, probabilmente".

"Ha preso il volo coll’amante".

"Allora la nipote del maestro Chisiola".

"La conosce lei?".

"La ho sentita cantare".

"È bella?".

"Così così".

"Altro che amori! È Scappato per debiti".

"Si può dire che ne avesse piantati dei chiodi".

"Buona lana!".

"Mariolo, farci marcire quattro ore in chiesa con questo sugo!".

"Ehi, ehi, signor sagrestano, è vero che è scappato Mirate?".

"È vero che non si trova il tenore. Ci hanno mandati a quietare la gente, e a riferire che si canterà una messa del Furlanetto".

"Roba vecchia".

"Roba noiosa".

"Abbiano pazienza, signori, abbiano pazienza".

E i sacrestani e gli scaccini s’affaticavano a girar da per tutto, ripetendo le stesse parole. Il pubblico aveva pigliato la cosa in burletta. Ridevano, scherzavano e, a poco a poco, alla spicciolata uscivano dalla chiesa, formando capannelli in piazza di San Marco e sotto le Procuratie. Quando poté principiare la messa a voci sole, la cantoria dell’orchestra era tutta sgomberata, nelle tribune e nelle logge non rimaneva un’anima, e le navi e le cappelle erano quasi deserte. Solo ai fianchi dell’enorme catafalco, biascicavano e sbadigliavano per l’appetito e per la noia i vecchi e le vecchie dell’Ospizio di Carità.