Il monopolio dell'uomo

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Anna Kuliscioff

1890 I discorsi/saggi/Femminismo letteratura Il monopolio dell'uomo Intestazione 25 agosto 2009 75% discorsi

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La questione della donna e gli altri problemi1


Signore e Signori,
Voglio anzitutto confessarvi che, pensando intorno alla inferiorità della condizione sociale della donna, una domanda mi si affacciò alla mente, che mi tenne per un momento perplessa e indecisa. Come mai – mi dissi – isolare la questione della donna da tanti altri problemi sociali, che hanno tutti origine dall’ingiustizia, che hanno tutti per base il privilegio d’un sesso o d’una classe?

Potrebbe, teoricamente, sembrare che, poiché al giorno d’oggi il privilegio di qualsiasi natura – cardine essenziale di tutti gli istituti sociali, dei diritti civili e politici, dei rapporti fra le varie classi e fra l’uomo e la donna – viene discusso, combattuto e perde terreno dovunque – potrebbe sembrare, dicevo, che da ciò venir dovesse anche un po’ di giustizia per la donna, la vittima più colpita nei rapporti sociali moderni.

Ma l’esperienza di altre e molte donne che si attentarono a deviare dal binario tradizionale della vita femminile in genere, e sopratutto l’esperienza mia propria, m’insegnarono che, se per la soluzione di molteplici e complessi problemi sociali si affaticano molti uomini generosi, pensatori e scienziati, anche delle classi privilegiate, non è così quanto al problema del privilegio dell’uomo di fronte alla donna.

Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, per una infinità di ragioni poco lusinghiere per un sesso che passa per forte, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, chiesa, scienza, etica e le leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante. Ed è per questo che, malgrado gli intimi rapporti che corrono fra i vari problemi, mi parve di poter isolare il problema della condizione sociale della donna, da tutti gli altri fenomeni morbosi dell’organismo sociale, generati in gran parte da quel dramma terribile della vita, ch’è la lotta per l’esistenza.

In questa lotta lunga, continua e faticosa, col progredire e coll’evolvere della società è germogliato un sentimento, che si fa sempre più coscienza – il sentimento della giustizia sociale – della civile eguaglianza degli esseri umani. Con questo sentimento che nel proletario, spesso, pur troppo, è ancora incosciente, l’operaio alza la testa e reclamai diritti che gli spettano dal suo lavoro; il contadino abbrutito dall’ignoranza e dallo stento, non sapendo e non potendo reclamare coscientemente quel che gli spetta, pur sentendo l’ingiustizia, si ribella violentemente per dar un’ultima scossa a tutti i residui feudali, che non si reggono più in piedi nei rapporti sociali moderni.

Tutti i diseredati, tutti i paria della società cominciano a muoversi, a chiedere anch’essi un po’ di luce, di aria ed una vita conforme alla dignità umana; ed è quindi naturalissimo che, giusto nel secolo nostro, si sia accentuato un movimento serio e vasto fra gli ultimi e più numerosi dei paria, che formano mezza umanità, cioè fra le donne.

In tutta Europa ed in America si costituiscono eserciti di donne, che combattono per la loro redenzione e per iscuotere il giogo secolare, imposto loro dal sesso maschile. E, sebbene questa lotta delle donne non sia tanto manifesta, perché – per una infinità di ragioni fisiologiche e psichiche – non può mai assumere quel carattere di asprezza e di odio, che distingue la lotta delle diverse classi sociali; essa non può tuttavia aver altro significato che la tendenza ad abbattere il privilegio dell’uomo, e a scrollarne il potere.

Ed è perciò che, volendo parlare della condizione sociale della donna, non ho trovato miglior modo per scendere al midollo della questione, che mettere in evidenza il monopolio dell’uomo nelle varie sue manifestazioni, nelle attività e nelle funzioni sociali.

So che, trattando la questione da questo punto di vista, debbo affrontare maggiori difficoltà, perché generalmente chi occupa un gradino inferiore nella scala della convivenza sociale, per rendersi accettabile, non deve mai assalire di fronte i nemici potenti, ma al più domandar loro modestamente, qualche piccola concessione, a guisa di favore e di buona grazia, difendersi dagli eventuali attacchi, e non far mai uso dell’arme spietata della critica; deve insomma modulare la voce in chiave d’umiltà, se pur gli preme di farsi ascoltare.

Non farò, tuttavia, una requisitoria. Non è una condanna ad ogni costo dell’altro sesso che le donne domandano; esse aspirano anzi ad ottenere la cooperazione cosciente ed attiva degli uomini migliori, di quanti essendosi emancipati, almeno in parte, dai sentimenti basati sulla consuetudine, sui pregiudizi e sopratutto sull’egoismo maschile, sono già disposti a riconoscere i giusti motivi che le donne hanno di occupare nella vita un posto degno per averne conquistato il diritto.

D’altronde, pur denunciando la tirannide maschile, non mi mancherà l’occasione di dire cose che parranno forse aspre anche per il sesso al quale appartengo. Ma, appunto, mi pare che mi vi autorizzi l’appartenervi io stessa ed il sentirmi con esso solidale in tutto e per tutto – anche nelle debolezze; le quali poi, al pari delle malattie del corpo, non si tolgono né si scemano senza averle prima coraggiosamente confessate e diagnosticate. – S’intende bene che le mie osservazioni non possono aver nulla di assoluto: esse cercano una media delle cose e delle persone, al di qua e al di là della quale abbondano le eccezioni, che, come è noto, non scuotono punto la regola.


Condizioni della donna a traverso la Storia


Chi osserva spassionatamente i fenomeni sociali moderni deve riconoscere che la condizione sociale della donna, questo elemento così importante della civiltà, è uno dei fenomeni più tristi in mezzo alle istituzioni moderne, è un residuo di un mondo intellettuale e morale che va scomparendo dovunque.

Non è con una breve chiacchierata che potrei indagare le cause di codesto fenomeno, cause molto complesse, che richiederebbero lunghi e profondi studi ed interi volumi. Non è neppure con una polemica più o meno brillante sulla inferiorità o superiorità della donna, o coll’attribuire al solo egoismo ed alla prepotenza maschile la sua soggezione secolare all’altro sesso, che si potrebbe spiegare un fatto che dura dacché mondo è mondo, e che poté avere le sue necessità biologiche e le sue utilità storiche come le ha forse avute anche la schiavitù del maschio2.

Qualunque fosse quindi l’origine dell’inferiorità sociale della donna, origine fisiologica, economica, etica, o fosse puramente un prodotto del prevalere brutale della forza, il fatto sta che ora si tratta di una questione di dominio, si tratta del privilegio di tutto il sesso maschile, privilegio e dominio che sono un vero anacronismo in un’epoca, in cui la donna ha progredito sotto tutti i rapporti e morali e intellettuali.

Sebbene oggigiorno la evoluzione intellettuale e morale della specie umana abbia temperata l’antica schiavitù della donna e l’abbia convertita in una semplice sottomissione dell’uno all’altro sesso, non si può tuttavia non rimanere sorpresi del fatto che, mentre col progredire della civiltà e della cultura umana, fin dai tempi degli stoici e del primo cristianesimo, si alzarono voci in favore degli schiavi, la schiava non ha trovato patrocinio neppure nella migliore delle religioni, qual è la cristiana.

Anzi il cristianesimo, se da un lato, colla madre del Salvatore, volle consacrare la dignità della donna, dall’altro lato ha servito a consolidare vieppiù il concetto biblico della donna, cioè della sua creazione dall’uomo e per l’uomo. Direi persino che mai il disprezzo e l’oltraggio alla donna non sono stati così palesi e chiaramente confessati, come dai propugnatori del cristianesimo. I detti di San Paolo, di San Giovanni Grisostomo, di Sant’Agostino, di Sant’Ambrogio ed altri, tutti d’accordo a chiamare la donna la porta del demonio, lo provano a sufficienza. E questi concetti, modificati e rifatti poi dalle varie chiese e sopratutto dalla chiesa cattolica, informano ancora dopo tanti secoli la sostanza delle opinioni che hanno gli uomini e, pur troppo, anche le donne stesse, sulle capacità, sulle attitudini e sui rapporti reciproci dei due sessi.

La stessa Rivoluzione francese dell’89, che ha demolito tutte le istituzioni basate sul diritto divino, non ha recato che ben poco profitto – in concreto – alla causa della donna e, nonostante i grandi principi di libertà, fratellanza ed uguaglianza, la volle lasciata al posto di massaia, negandole i diritti civili e politici. Condorcet e Sieyès potevano invocare con tutte le forze la sua emancipazione politica e sociale; ma l’autoritario Robespierre coi Giacobini non davano ascolto.

E così per le donne sono rimaste leggi ed istituzioni che hanno origine dalla forza brutale, consacrate e sanzionate dalla chiesa e diventate poi anche base dei codici civili vigenti.

La causa delle donne però ha intanto progredito di molto, e gli uomini stessi, per quanto avvinti dall’abitudine, da interessi e sentimenti egoistici, dovettero anch’essi velare, mitigare e trasformare la loro dominazione.

Ma non per questo la soggezione della donna è meno crudele che per lo passato. Anche perché la donna d’oggi non è più quell’essere impersonale, senza individualità e senza cultura, che una volta fu. Siamo ben lungi dai tempi che la donna si considerava come un animale domestico, da potersi maltrattare, scacciare od uccidere a capriccio del suo padrone; o quando si discuteva nei Concili se la donna avesse un’anima o no, e finalmente il Concilio di Macon gliela concedeva a piccola maggioranza. di voti; o quando il fondatore delle Orsoline, a Dijon, raccoglieva i dottori in teologia per decidere se non fosse un peccato l’insegnare alle donne il leggere e lo scrivere.

Oramai, quasi in tutta Europa e meglio ancora in America, non v’ha ramo dell’industria, nel quale le donne non prendano parte; le loro scuole elementari e professionali diventano sempre più numerose; non è lor negato l’accesso all’istruzione superiore; non si vietano loro i titoli necessari ad esercitare tutte le professioni che finora furono, e sono tuttavia, il monopolio dell’uomo. Neppure in Italia, che, eccettuate la Turchia e la Spagna, è dei paesi d’Europa quello dove la lotta pei diritti della donna è rimasta più in embrione, neppure qui l’istruzione della donna trova ora quelle opposizioni decise che, non oltre una diecina di anni fa, formavano ancora uno scoglio quasi insuperabile.

Quale donna studiosa in Italia non sa gli sforzi tenaci e coraggiosi di alcune elette di animo e d’intelligenza, come la Poggiolini, la Anna Maria Mozzoni, la Laura Mantegazza, la Beccari ed altre alle quali le donne italiane debbono il diritto acquistato di percorrere studi superiori e professionali?

Sembrerebbe quindi che, una volta la donna ha conquistato tutti i requisiti necessari ad esercitare certe professioni, certe arti e mestieri, non vi avrebbe ad essere alcuna sufficiente ragione di negargliene poi direttamente od indirettamente l’esercizio oppure di ammettervela solo in condizioni molto inferiori a quelle dell’uomo. Eppure, per quanto ciò sia assurdo ed ingiusto vi è una desolante contraddizione fra la logica e la realtà delle cose.


La donna nella lotta per l’esistenza


Il monopolio dell’uomo è troppo vasto per poterne trattare tutte le manifestazioni: in famiglia, nei diritti civili e politici e nel campo della lotta per l’esistenza, sia materiale sia intellettuale.

Mi limiterò principalmente al monopolio dell’uomo nel campo della lotta per l’esistenza, dove la donna ha sempre avuto una parte notevole, ma sempre anche subordinata a quella dell’uomo. Né poteva essere diversamente, quando l’arme più efficace per procurarsi i mezzi di sussistenza stava nella forza muscolare, che nella donna è relativamente più debole, e quando il maschio, guidato dall’istinto sessuale, conquistava la femmina stessa colla forza brutale del fisicamente più forte.

Si potrebbe dire con Letourneau che il primo animale domestico dell’uomo è stata la donna, perché, in condizioni dispari di lotta, essa rimaneva la vinta, ma vinta soltanto dalla forza brutale. Invero nella divisione del lavoro per la conservazione della specie, animata da quella potente forza che è il sentimento della maternità, la donna, anche nelle società primitive, si palesa attiva e capace di invenzioni industriose e, come dice giustamente il prof. Vignoli nel suo notevole studio sulla Psicologia sessuale: – “nelle primitive condizioni umane la protezione e le cure pei neonati rendono la mente della madre alacre e sveglia e la spronano ad escogitare industrie nuove, industrie che nella prima età umana sono tutte scoperte”3.


La donna nei popoli primitivi


La donna quindi esercitava in tal modo lavori equivalenti a quelli dell’uomo, anzi lavori non solo equivalenti, ma ben più faticosi e molteplici. Chiunque abbia letto libri di viaggiatori o missionari sui popoli primitivi nell’Africa, nell’Australia o nelle isole abitate ancora da selvaggi, sarà probabilmente rimasto addirittura atterrito dalla sorte terribile che tocca alle donne. Se per l’uomo le occupazioni principali sono la caccia e la guerra, che, del resto, non sono continue, la donna invece deve continuamente attendere ai lavori più duri.

Il capitano Bove nel suo Viaggio nella terra del Fuoco, dopo aver narrato con quali fatiche i Fuegini si procurano uno scarso nutrimento, dice: “Di questa lotta la più gran parte spetta alla donna. Ad essa i più penosi lavori; la pesca, la condotta delle canoe, la conservazione del fuoco... – Quante volte ho veduto gli uomini tranquillamente seduti intorno a un buon focolare, mentre le povere donne stavano esposte alla neve, al vento, all’acqua, pescando per gli oziosi loro mariti.”

I giovani Australiani dicono ingenuamente, che prendono moglie per farsi procurare legna, acqua, alimenti e farsi portare il bagaglio durante le trasmigrazioni della vita nomade. E, in tutte le fasi che percorse lo sviluppo umano, la donna ebbe quella sorte particolare di essere considerata dall’uomo come uno strumento di lavoro.

Se gettiamo uno sguardo rapido nella famiglia patriarcale, la donna cura i bambini, il bestiame, prepara gli abiti, costruisce le capanne e, quando cominciò la coltivazione della terra, il primo animale attaccato all’aratro fu la donna.

Per queste utilità che presentava come forza di lavoro, e non soltanto per istinto sessuale, anche nei periodi primitivi dell’evoluzione umana l’uomo sentiva la necessità di conquistare la donna, dapprima colla forza – onde il matrimonio per ratto, di cui rimane ancora la tradizione simbolica nei costumi nuziali di tanti popoli – indi con prestazioni di lavoro e col servaggio. Così Giacobbe – secondo la Bibbia – servì sette anni per ottenere Rachele, ma il padre di questa, furbo, gli diede invece la sorella Lia, per costringerlo, se voleva Rachele, al lavoro per altri sette anni. Al matrimonio per conquista succede il matrimonio per compra-vendita. Il fidanzato pagava un tanto, ed erano quasi sempre giovenche, ai proprietari della sposa – cioè ai genitori – indi alla sposa medesima. Chi sa se i regali, che i fidanzati usano ancora oggi di fare alle loro promesse, non traggono origine di là, e, se non hanno più il carattere d’una vera compera, tuttavia quanti uomini non sanno trovare mezzo più efficace per conquistarsi il cuore d’una ragazza, del regalarle un anello, un braccialetto, una catena o qualche altro ninnolo lusingatore della vanità femminile! È vero però che oggi – fattisi i tempi più civili – non avviene, tanto che l’uomo comperi la moglie, quanto il suo contrario; che cioè sia la donna che deve comperarsi un marito. E le ragazze senza dote ne sanno qualche cosa.


La donna nel medio evo


La triste vita della schiava in Grecia ed in Roma è troppo nota perché io la rammenti. Ma, venuto il Medio Evo, sembrerebbe che, sotto l’influenza del Cristianesimo, di questa religione tutta pietà ed amore pel prossimo, la sorte della donna dovesse migliorare, poiché il prossimo più vicino dell’uomo, mi pare, è sempre stata la donna. Eppure – passatemi l’eresia – fu appunto il Cristianesimo che sanzionò e, per così dire, consacrò quella soggezione della donna, che dapprima non aveva altro fondamento che il predominio del fisicamente più forte. L’ascetismo cristiano fece considerare la donna, a quegli uomini assetati di paradiso, come una tentazione di peccato, un pericolo di perdizione, insomma – l’ho già detto – come la porta dell’inferno.

Così agli obblighi già gravi di un lavoro, del quale le massaie moderne non hanno pure una lontana idea – poiché la donna del medio evo doveva filare, tessere, imbiancare la tela, confezionare abiti e biancheria, preparar sapone e candele, attendere al campo, all’orto, alla stalla, a tutti insomma, i lavori che quella civiltà esigeva si compiessero nelle mura domestiche e dai quali rifuggivano, disdegnosi, gli uomini guerrieri – si aggiunse il cosciente disprezzo, di cui era fatta segno, in nome di una fede proclamata umanitaria e redentrice.

Né ci parlino i sentimentali romantici della poesia del medio evo, de’ suoi trovatori, delle castellane e delle creazioni poetiche che innalzarono la donna al settimo cielo!

Ma quelle creazioni poetiche erano forse donne Davvero? Le Beatrici, le Laure, le Leonore non furono che allucinazioni, create dal vago intuito dei grandi poeti, che sentivano l’uomo un mezzo essere, se non è completato dalla donna; e poi che l’eterno femminino reale era disprezzato ed oltraggiato, la fantasia ascetica doveva pur foggiarlo in una forma eterea di donna bionda, linfatica, vicina agli angioli e possibilmente lontanissima dal poeta. Queste creazioni poetiche, più che lusingare l’amor proprio femminile, sono atte a rattristare l’animo, pensando che gli uomini d’ingegno, per trovare uno sfogo alla loro espansione affettiva, dovevano collocare la donna immaginaria nel cielo o nelle visioni allucinatorie. E non poteva essere diversamente, data la condizione reale della donna in quei tempi, nei quali i precetti d’una religione, allora in tutto il suo vigore, le prescrivevano, norma suprema, l’ubbidire ed il soffrire in silenzio.


La donna moderna


Così tutta la storia dello sviluppo dell’eterno femminino sin dall’età primitiva si presenta agli occhi nostri come un lungo martirologio.

Il diritto del fisicamente più forte, principio informatore degli organismi sociali sviluppatisi dalla cellula embrionale delle società primitive, fa della donna la eguale del vinto – animale domestico prima, poi schiava, poi serva, poi semplicemente soggetta. Ed è anche perciò che in molte famiglie la nascita d’una femmina è considerata quasi una sventura. Oggi ancora fra i Brettoni in Francia, i contadini nel loro linguaggio immaginoso e rustico, quando la donna partorisce una bimba, usano dire qu’elle a fait une fausse couche. Ed è così generale questo sentimento, che lo si ritrova, rivestito persino d’identica espressione, nei luoghi più diversi e lontani. Anche in certe plaghe della Russia usano la stessa frase; dicono che la donna sdielala vikidisch’ – cioè che ha abortito.

Coll’evoluzione però delle civiltà moderne l’elemento della forza muscolare andò sempre più eliminandosi in moltissime attività sociali, nelle produzioni industriali e persino nell’agricoltura, così che la donna, nelle classi sociali che si guadagnano la vita col lavoro, si è trovata a poco a poco in condizioni su per giù eguali a quelle dell’uomo. Ed è sopratutto nel secolo nostro, che la donna, per leggi di economia politica, che qui non è né il momento né il luogo di prender in considerazione, collaborando direttamente nella produzione delle ricchezze sociali, ha potuto diventar consapevole della sua equivalenza all’uomo.


Cause odierne che spingono la donna al lavoro

Il desiderio sempre più manifesto della donna di rendersi economicamente indipendente è un fenomeno particolare dei tempi recenti; poiché la vita moderna spinge dovunque la donna al lavoro, per necessità economiche nella grande maggioranza delle classi lavoratrici e delle classi medie, e per ragioni morali nella piccola minoranza delle classi privilegiate. Imperocché anche la donna delle classi dominanti non si contenta più d’essere un fiore, un angelo, un oggetto d’arte o la docile compagna e serva dell’uomo, ma reclama di cooperare con lui al lavoro sociale e rappresentare anch’essa un valore sociale.

Ma, sopratutto, quello che spinge la donna al lavoro è il fatto che il matrimonio, l’unica prospettiva per la donna per ottenere una relativamente sicura posizione sociale, diventa anch’esso una cosa molto difficile; e lo sanno, pur troppo, assai bene le mamme che hanno ragazze da marito. Come volete che l’uomo si addossi a cuor leggero il peso di mantener una famiglia, quando la lotta per la vita si fa sempre più aspra anche per gli uomini? E se la ragazza non ha una dote, non le rimane che il ridicolo di cui la copre la società col nome di zitellona e l’amarezza di una vita squallida e vuota, se non è preparata a bastar a se stessa col proprio lavoro.

La vita moderna offre inoltre all’uomo celibe molti di quegli agi che per lo passato non poteva procurarsi se non in casa propria, di modo che egli adesso può far a meno della massaia che gli prepari il pranzo, la biancheria ed il resto, evitando così le noie ed il peso d’una famiglia.

Per le crescenti difficoltà della vita il matrimonio degenera in un semplice affare commerciale – la dote è il suo obbiettivo – la ragazza un’appendice inevitabile.

E lo è diventato tanto un affare commerciale, che in Germania, in Inghilterra, in America ed in Francia esistono vere Borse del matrimonio, di offerte e domande, come le Borse del lavoro. Uffici matrimoniali, giornali d’avvisi per chi cerca una moglie od un marito, coi loro bravi mediatori che percepiscono un tanto per cento su ogni matrimonio combinato.

E con tutto ciò il Bertillon ci dà, nella sua statistica sui matrimoni, un terzo degli uomini che rimangono celibi in Francia e, nello stesso tempo, numerosi connubi di giovinette con rispettabili mariti di più di 60 anni. E così il matrimonio moderno, salvo poche eccezioni, è diventato una delle selezioni più vergognose: selezione di capitali, senza riguardo né alle simpatie né alle grandi disparità d’età. Con qual vantaggio poi per la specie, lasciamolo decidere agli antropologi.

In tali condizioni è naturale che il trovar marito è diventata la professione quasi più difficile di tutte le altre. E, se poniamo mente che le donne quasi dappertutto, tranne in America, eccedono il numero degli uomini (secondo il censimento del 1871, in Inghilterra eccedevano di quasi un milione, ed un po’ meno in Francia) si capirà bene come, secondo Elysée Reclus, possa rimanere il 40 per 100 delle donne non maritate che devono pur in qualche modo guadagnarsi la vita. Contate poi le vedove, le donne separate dai mariti, le divorziate che aumentano in proporzione enorme in Francia, in Belgio ed in Isvizzera, ed ecco formarsi tutto un esercito di donne che, se non lavorassero, dovrebbero o vendersi – e sarebbero ancor troppe – o suicidarsi.

È evidente, mi pare, che non è soltanto l’idea teorica dell’emancipazione, od un principio astratto qualsiasi, che spinge la donna ad essere la concorrente dell’uomo, ma è la lotta per l’ esistenza nel vero senso della parola.


Perché prescelta la questione del lavoro della donna


Ho prescelto poi la questione del lavoro della donna, perché credo questa il nocciolo di tutta la questione femminile, convinta come sono di questa grande verità fondamentale dell’etica moderna, che vale per l’uomo come per la donna: che, cioè, il solo lavoro, di qualunque natura esso sia, diviso e retribuito con equità, è la sorgente vera del perfezionamento della specie umana. Ed infatti, se ogni individuo dell’uno e dell’altro sesso, permettendoglielo le condizioni di salute e d’età, sentisse tutta la portata morale di cotesto ideale e dovesse procurarsi da sé i mezzi di sussistenza, partecipando in un modo qualsiasi nella gran divisione del lavoro sociale, certo sarebbe tolta una delle più grandi piaghe della società moderna – il parassitismo – fenomeno così raro fra gli animali inferiori d’una stessa specie e, pur troppo, così generale fra gli animali superiori della specie umana.

Il Sergi (vedete che non vi cito un anarchico, né un rivoluzionario e neppure un socialista, ma semplicemente il più illustre degli antropologi d’Italia), il Sergi, dicevo, vede in cotesta piaga del parassitismo sociale la più potente causa della degenerazione umana. E un altro dei sociologi più studiosi e colti d’Italia, e quindi anche non conosciuto quanto merita, Angelo Vaccaro, dimostra come “la vita parassitica nuoce tanto alla vittima quanto al parassita; la prima subisce una diminuzione del potere vitale, l’altro una diminuzione della sua complessità organica”4.

Questa legge biologica, applicata ai rapporti sociali, allarma gli antropologi ed i sociologi quanto all’avvenire della specie umana, nella quale il parassitismo tiene un posto così considerevole nella gran disparità delle diverse classi sociali. Ma anche gli scienziati sono pur sempre uomini, e si cercherebbe invano nei loro scritti l’applicazione di cotesta legge, così positiva e scientifica, ai rapporti fra l’uomo e la donna, dove spiegherebbe davvero tutto il suo immenso valore.


Parassitismo morale della donna


E qui debbo rendermi un po’ più chiara. – Può sembrare strano che, dopo aver insistito sul fatto che la donna ha sempre lavorato ed anche più dell’uomo, io le assegni ora un posto di parassita. Ma il parassitismo della donna, nocivo a lei ed all’uomo, non è di natura biologica o materiale, ma bensì di natura etica o morale.

Della piccolissima minoranza delle donne, che non vivono che di frivolezze; di visite e di toilettes, non parlo neppure, perché sono parassiti veri e degenerano al pari dell’uomo della loro classe. Il patrizio romano, che cercava di vomitare molte volte per la voluttà di poter riempirsi di nuovo, era degenerato al pari della matrona romana, che, dopo ritornata dai giuochi del circo, e dopo aver assistito all’agonia del gladiatore, si divertiva poi a torturare cogli spilli le sue schiave.

Ma il parassitismo morale della maggioranza delle donne, che è quello di cui voglio propriamente parlare, ha la sua origine invece nel servilismo e nella sottomissione.

Nella sottomissione e nel servilismo come si è fatta la selezione morale della donna?

Questa ha dovuto sempre compiacere all’uomo in tutto e per tutto. Tutta la sua intelligenza e tutta la sua energia dovettero venire sempre dirette a contentare il suo padrone. Non un’idea, non un sentimento che non fossero i sentimenti e le idee del suo dominatore.

La donna fa l’eco dell’uomo, la sua personalità è quasi abolita. E, se non fa l’eco, deve in famiglia, pro bono pacis, fingere almeno di farlo; onde quell’astuzia e proclività alla finzione, che tutti le rimproverano, è stata la sua unica arme di difesa e, se non altro, è una prova della potenza e della vitalità intellettuale della donna. Se non avesse finto e simulato – sarebbe demolita e ridotta al grado di vero automa.

Così avviene che i bambini, anche di buona indole, appunto e soltanto perché deboli, scappino facilmente a dire le bugie, e specialmente dove hanno genitori o custodi tirannici. Ma i bambini fortunatamente, se d’indole buona, perdono quel vizio e ne rifuggono, non appena hanno raggiunto un sufficiente sviluppo del loro carattere; le donne, per cotesto rapporto, non possono uscire mai del tutto dall’adolescenza.

Pur troppo questo stato di cose non offrì le condizioni più favorevoli allo sviluppo del vero carattere nella donna.

Il carattere non si allea mai col servilismo.

Ed infatti gli uomini e le donne, e soprattutto queste ultime, se sono di carattere indipendente, vengono considerate ribelli, gente inquieta, turbolenta e pericolosa alla società. Basta che una donna affermi la sua personalità, perché le donne stesse le diano subito la croce addosso, forse perché così piace all’uomo; e per compiacergli, preciso come nelle tribù selvagge, sono le donne che malmenano la sfortunata loro compagna, se per sua sventura perde, per qualche ragione, la grazia del padrone comune.

Nella donna il sentimento della maternità ha sviluppato, è ben vero, bellissimi ed elevatissimi lati di altruismo domestico. Essa è pronta a sacrificarsi con amore e rassegnazione per tutte le persone della sua famiglia. Ma questi sentimenti, se in origine furono la base della convivenza sociale, nei tempi moderni confinati a forza nella cerchia ristretta degli interessi esclusivamente familiari, degenerano in grettezza, avarizia ed egoismo domestico. L’altruismo familiare, spinto ad oltranza, è diventato nemico dell’altruismo sociale, che la donna sente poco o nulla. Onde, come osservarono molti sociologi e fra gli altri il Prof. Vignoli, la donna nella società è un elemento essenzialmente reazionario e conservatore.

Ripercussione sull’uomo

Ma questa tendenza non si ferma in lei. L’uomo stesso, nella convivenza continua colla donna, subisce, volere o non volere, per una suggestione inavvertita ed incosciente, tutto il conservantismo della donna, tutto il suo timore delle innovazioni, tutti i suoi sentimenti antisociali. E l’uomo -George Dandin – viene punito da quel lato dal quale ha peccato. – Egli ha voluto tale la donna, la tiene e la mantiene tale, e la donna, invece di completare l’uomo ed aumentarne la potenza vitale, ne impaccia tutti gli slanci, ond’egli si sente come tarpate le ali.

Forse la leggenda di Sansone, l’eroe biblico, a cui Dalila recide colla chioma le forze, contiene un intuito primitivo dell’accennato fenomeno.

Anche, oggidì, se c’è da scrollare le colonne di un tempio di superstizioni, se c’è dei Filistei da percuotere e da annientare, se si dà il caso di un sacrifizio pecuniario per qualche intento generoso o se bisogna sacrificare tempo e fatica, con danno lieve della famiglia, per una utilità sociale – per un ideale; allora l’uomo risente tutte le conseguenze del non avere nella sua compagna una vera compagna, che senta e pensi con lui, all’unisono, che s’interessi anche di ideali più larghi ed elevati, e che veda anch’essa, come il benessere familiare sia indivisibile dal benessere sociale.

L’uomo, in questi casi, o cede, o s’allontana moralmente dalla moglie; – in ogni modo, se la donna, da questa vita moralmente parassitica, perde nella sua complessità, perché non si sviluppa né intellettualmente né moralmente, l’uomo a sua volta subisce una diminuzione di potere vitale, perché deve o disperdere gran parte delle sue forze più preziose nelle sterili lotte intestine della famiglia, o sacrificare i migliori slanci del suo carattere.

La donna è in sostanza quale l’ha fatta l’uomo, le donne non hanno nessuna colpa del non avere idee e sentimenti propri. Ci vorrebbe una lega di uomini onesti, i quali, non con cortesie di cavaliere medioevale, che hanno solo l’apparenza del rispetto alla donna, ma con una vera cooperazione di fatti, aiutassero a toglierla, mercé una istruzione più seria e più soda, dalla sua eterna minorennità. E ciò sarebbe anche nell’interesse dell’uomo e della specie umana, perché, se la donna è quale l’ha tenuta l’uomo fin ad ora, l’uomo, viceversa, è la creazione della donna – è lei che influisce sullo sviluppo del suo carattere – è lei che forma la sua intelligenza; ond’è che giustamente fu detto che, se gli uomini fanno le leggi, sono invece le donne che fanno i costumi; e sapete pure che, quando è conflitto fra le leggi ed i costumi, il costume, in definitiva, è sempre il vincitore.

Tutti mettono tanti lagni sulla decadenza del carattere degli uomini grandi e piccini al giorno d’oggi; oh! lasciate, lasciate sviluppare il carattere e la personalità nella donna – e la donna, vera madre, non educherà caratteri di pasta frolla, ma uomini veri.


L’indipendenza economica condizione dei diritti civili e politici


Mi pare quindi, che solo col lavoro equamente retribuito, o retribuito almeno al pari dell’uomo, la donna farà il primo passo avanti ed il più, importante, perché soltanto col diventare economicamente indipendente, essa si sottrarrà al parassitismo morale, e potrà conquistare la sua libertà, la sua dignità ed il vero rispetto dell’altro sesso. Credo che soltanto allora le donne avranno la forza morale di non subire più le pressioni del padre, del marito, del fratello, e potranno creare anch’esse, in mezzo al loro sesso, quell’arme potente delle lotte sociali moderne, ch’è l’associazione, per conquistare poi con quest’arme i diritti civili e politici, che sono loro negati come agli uomini interdetti per imbecillità, per pazzia o per delinquenza.

Le leggi vigenti infliggono alla donna questa umiliazione atroce, perché non solo gli uomini, ma anche le donne stesse considerano la donna come un’eterna minorenne, ed essa non potrà mai diventare maggiorenne se non quando potrà bastare a se stessa colla propria intelligenza, le proprie capacità e le proprie forze morali.

In America c’è voluto un mezzo secolo di lavoro femminile nell’industria, nell’istruzione pubblica, nelle professioni libere, nessuna esclusa, perché le donne americane ottenessero, non il diritto al voto deliberativo, che si è ottenuto in uno solo degli Stati Uniti, ma soltanto il diritto al voto consultivo nei corpi politici, nelle commissioni legislative e nelle assemblee generali.

Non sono che sette anni che la legislatura del Kentuky sentiva due donne, la Benet e la Hoggart, patrocinare i diritti del loro sesso. Le donne avvocatesse di se medesime suscitarono, naturalmente, grande curiosità sia fra i deputati sia fra il pubblico accorso numerosissimo alla Camera. Gli scettici ed i maligni furono disarmati e vinti dall’eloquenza e dall’erudizione giuridica della Miss Hoggart; e lo stesso giorno fu presentato un bill, che conferiva alle donne il diritto all’amministrazione dei loro beni ed alle madri un’autorità sui figli eguale a quella del padre.

Questo fatto, che troverebbe in Francia, in Inghilterra ed altrove molti riscontri, che qui ometto per amore di brevità, non è che un esempio isolato inteso a dimostrare, come le leggi giuridiche sono la conseguenza di abitudini e costumi sociali, e non altro che la sanzione dei rapporti sociali già esistenti, allo stesso modo che le leggi cosmiche e biologiche non sono che la sintesi dei fenomeni osservati.

Non voglio però cadere nell’assoluto e non negherò che, se oggi, per una specie di miracolo, i legislatori uomini concedessero alle donne i diritti civili e politici, questo fatto eserciterebbe un’immensa influenza sul loro sviluppo intellettuale e morale, poiché è legge biologica che le funzioni nuove creano, a poco a poco, organi loro adatti. Fra le donne sarebbe avvenuto su per giù lo stesso fenomeno che si osserva nella gran massa degli operai, uomini poco atti ancora alla vita civile e politica. Eppure, dopo pochi anni di partecipazione diretta degli operai alla vita politica, vediamo come dal loro balbettare quasi infantile si sviluppano oratori poderosi, forniti di cognizioni serie e di studi profondi sulle questioni vitali che agitano la loro classe.

Ma ormai nessuna persona intelligente e di buon senso crede più ai miracoli; e le leggi vigenti, che riguardano le donne, subiranno la stessa evoluzione di tutte le altre leggi. Perché, direi colle parole dello Spencer, che “a misura che la cooperazione volontaria modifica sempre più il carattere del tipo sociale, il principio tacitamente ammesso dell’eguaglianza dei diritti per tutti diventa condizione fondamentale della legge.”5

Le donne, quindi, cooperando a titolo eguale degli uomini al lavoro sociale sotto qualsiasi aspetto, renderanno impossibili le leggi attuali, che le mettono in condizione d’inferiorità fra i minorenni e fra gli incapaci per imbecillità o pazzia quanto ai diritti politici, e assegnano loro un posto così inferiore in famiglia quanto ai diritti civili. Certo è che, finché la donna non potrà bastare a se stessa e per vivere dovrà dipendere dall’uomo, la legge, che la considera come proprietà del marito, dovendo la moglie seguirlo dovunque, rimarrà in tutto il suo vigore; e se quell’articolo, così oltraggioso alla dignità umana della donna, venisse anche abolito, quest’abolizione non rimarrebbe che lettera morta, data la dipendenza economica, in cui si trova la grande maggioranza delle donne.


Il privilegio dell’uomo moderno


Ed infatti gli uomini intuiscono vagamente tutto cotesto processo di conseguenze morali che saranno immancabili, una volta la donna, non solo delle classi povere, ma anche delle classi medie, entrasse nel gran campo della lotta per l’esistenza; e mettono tutti gli ostacoli possibili per impedire il lavoro professionale delle donne.

È vero che ci entra anche in buona parte il timore della concorrenza, che viene dissimulato con ragioni di etica sociale, basate per lo più sui pregiudizi religiosi e sulla consuetudine: ma più di tutto vi influisce il timore incosciente di dover un giorno rinunziare, o per amore o per forza, alla loro autorità e prepotenza di sesso, radicate in essi fin dai tempi preistorici; E l’abdicare un potere è sempre cosa difficile e, lo consento, anche, dolorosa.

Vediamo dunque qual’è il monopolio moderno dell’uomo di fronte alla donna che lavora nell’industria, nell’istruzione, nelle arti e nelle professioni, e se vi siano ragioni sufficienti che lo giustifichino.


La operaia


Prima di tutto parlerò del lavoro e della retribuzione della donna salariata, perché la gran maggioranza delle donne è concorrente degli uomini sul gran campo delle produzioni industriali e perché, quanto al valore morale comparativo dei vari lavori, mi pare che non vi siano lavori che possano né inorgoglire né avvilire in modo speciale; fare la sarta o la filatrice non è inferiore, dal punto di vista dell’utilità sociale, al fare il medico o l’avvocato.

E poi è anche una questione di giustizia. Chi risente maggiormente tutto l’orrore: dell’inferiorità sociale della donna è precisamente la donna operaia. Essa è doppiamente schiava: da una parte al marito, dall’altra al capitale.

Donna operaia – parola empia” dice Michelet, da un punto di vista sentimentale, e attribuisce al nostro secolo di ferro questo fenomeno che lo fa inorridire. Ed io direi; “donna operaia -parola redentrice”; poiché è appunto l’industrialismo moderno, con tutti i suoi mali, che renderà la donna povera uguale all’uomo e la sottrarrà alla sua dipendenza dall’altro sesso.

Il numero delle donne impiegate nelle industrie e nelle manifatture è un vero esercito, che in certi paesi e in date industrie supera l’esercito operaio maschile. E ce lo provano meglio di tutto le statistiche, per quanto siano incerte ed incomplete, poiché vere statistiche del lavoro e dei salari non esistono ancora, e i dati finora vengono forniti dai privati e dalle Camere di Commercio; essi sono però sufficienti per formarci un’idea approssimativa sui vari problemi dell’industria moderna.


Invasione della donna nelle industrie


Vittorio Ellena, avendo potuto studiare, coi mezzi fornitigli dal Ministero del Commercio, alcune industrie italiane nel 18806, trovò in esse, su 382,131 operai, il 27,10% di uomini e il 49,32% di donne, ossia – a parte i fanciulli – 103,562 uomini e 188,486 donne, così ripartiti nelle varie industrie:

Uomini Donne
Seta 15,692 120,428
Cotone 15,558 27,309
Lana 12,544 7,765
Lino e Canape 4,578 5,959
Tessitura in materie miste 2,185 2,530
Carta quasi eguali
Manifatture tabacchi 1,947 13,707
Conce di pelli tutti uomini
e così pure nelle officine delle Strade ferrate e nelle lavorazione di cordami.

E fra le varie provincie del regno, escluse certe provincie centrali e quasi tutte le meridionali, ove l’industria è quasi in embrione, trovò la prevalenza del sesso debole nell’industria, nella proporzione seguente:

Uomini Donne
Piemonte 22,617 40,388
Lombardia 24,438 78,743
Veneto 11,151 21,257
Emilia 4,448 6,114
Marche 2,753 6,248
Toscana 7,759 11,386

E questo non avviene solo in Italia.

In Inghilterra ed Irlanda nel 1861 erano occupate nelle manifatture 467,261 donne, contro soli 308,273 uomini; e la cifra delle donne operaie, secondo i dati di Leroy-Beaulieu, si è aumentata in dieci anni del 60%7. Infatti il censimento del 1875 – cioè 14 anni più tardi – ci dà che in Inghilterra il numero delle donne impiegate solo nell’industria tessile giungeva già a 541,837; quello degli uomini a soli 233,5378.

Molte altre simili cifre avrei raccolto e dell’Inghilterra e della Francia e di altri paesi, il citare le quali tedierebbe oltre il tollerabile; ma che tutte confermano questo doppio singolare fenomeno: da un lato l’invasione delle donne nel lavoro manuale, così da formare, esse sole, veri popoli di lavoratrici; dall’altro il fatto che l’aumento delle donne nelle industrie è, comparativamente, assai più rapido e più grande di quello dell’elemento maschile. Potrebbe quasi dirsi che, mentre per gli uomini esso avviene in proporzione aritmetica o poco più, per le donne esso avviene poco meno che in proporzione geometrica.

In molte industrie dove gli uomini erano numericamente di gran lunga prevalenti, la proporzione si è perfettamente invertita.

Questo avvenne, per esempio, in Inghilterra, nella produzione delle materie prime. Là nel 1861 le donne erano circa 300 mila e gli uomini quasi mezzo milione. In soli 7 anni queste due cifre si scambiarono il posto, con qualche vantaggio anzi per le donne.

Vi sono poi industrie numerosissime – cito per esempio i così detti articoli di Parigi – ove le donne stanno ai maschi come 3 ad 19.

Altre -i lavori in perle, in diamante, certe fabbriche di strumenti musicali o chirurgici, che esigono molta pazienza e finezza di lavoro – sono completamente, o quasi, in mano alle donne.

In Francia il grande Opificio dei Gobelins e la Stamperia nazionale non impiegano che donne e, stando ai rapporti, se ne trovano benissimo.

Col perfezionamento della meccanica vi sono ormai pochissime industrie alle quali non prenda parte la donna.

Né fanno eccezione le così dette industrie insalubri e pericolose. Basti il dire che la si trova nelle miniere nella lavorazione dei metalli, nelle fabbriche dove si producono le intossicazioni croniche da esalazioni chimiche velenose.

Per questa grande maggioranza del sesso femminile che è la donna operaia, nessuno parla della famiglia che va di mezzo, se la donna ha da faticare per 10, 12 e in certe produzioni anche 14 e 16 ore. Qui si calpesta la femminilità, la maternità, l’allevamento dei figli, tutto ciò, di cui si fanno arme gli uomini della borghesia quando è la donna del loro ceto che diventa loro concorrente nelle professioni.


Salari femminili


E come vien retribuita la donna – produttrice di tante e così svariate ricchezze in tutti i paesi d’Europa?

Per rispondere a questa domanda, converrebbe far di nuovo ricorso alle cifre. Basti il dire che da tutte le statistiche – per quanto ancora scarse – si desume però, con sufficiente certezza, questa conclusione: che la donna, a pari lavoro, è sempre pagata molto meno, dell’uomo.

Come semplice esempio, piglio qualche dato, che ci offre la Direzione Generale delle Statistiche in Italia nel 188210.

Qui nel milanese, nei cotonifici Cantoni, i filatori ricevono 1,86, le filatrici 1 lira; i tessitori 2,35 le tessitrici 1,18.

Nella filatura del lino e della canapa, gli uomini ricevono 3,20, le donne 1,05. Questo rapporto si mantiene quasi costante in tutte le industrie. Sempre la donna, a lavoro eguale, è pagata un terzo o la metà dell’uomo.

Per Leroy-Beaulieu, in Francia, il rapporto è del doppio alla metà11. Per Charles Elliot, in Germania, da 3 franchi ad 1,6012.

E allora si capisce, come sia vero che la donna operaia, se deve vivere del solo lavoro, non possa generalmente bastare a se stessa.

E si capisce perché tanti economisti, come il Leroy-Beaulieu e il Jules Simon, tante signore filantropiche, tanti pastori anglicani, che fecero lavori speciali sopra questo argomento, concludono tutti, suppergiù, come concludeva Michelet nel suo umanitario studio, Le peuple:

“La donna la si compiange meno, ed è la più da compiangere. Schiava del lavoro, essa guadagna così poco, che l’infelice deve mettere a profitto la sua gioventù per cavare qualche cosa dai piaceri che offre all’altro sesso”13.


Supposte cause di bassi salari.

Domanda ed offerta


Qual’è ora la causa di codesta inferiorità dei salari femminili?

L’economia politica risponde che la causa più generale che determina i salari è la legge della concorrenza, ossia della domanda ed offerta, perché il lavoro umano è anch’esso una merce, che si vende sul mercato come tutte le altre.

Senonché, con questo criterio si potrebbero spiegare i salari femminili così bassi, in confronto ai maschili, se appunto, oggidì, il lavoro femminile fosse più offerto e meno ricercato.

Ma abbiamo visto che le donne oggi sono ammesse nelle industrie al pari, se non anche più, degli operai.

Bisogna dunque cercare altrove.


Minore produttività


1.° Si dirà: minor forza produttiva.

Sì: sarebbe questa una causa dei minori salari se fossimo ancora ai tempi in cui la forza muscolare era uno dei fattori prevalenti nella produzione.

Ma oggimai non è più così.

Oggi, salvo in certe sfere molto limitate – come il facchinaggio, l’arte del barcaiolo e simili – la macchina ha sostituito il muscolo.

Oggi quel che si chiede a un buon operaio non è più la valida muscolatura, ma la sorveglianza continua, l’attenzione sempre desta, abilità, pazienza, destrezza – tutte doti che nessuno negherà alla donna, nelle quali anzi vince spesso il suo competitore.

Nella Contea di York, dove è in vigore l’industria della lana – una di quelle che un tempo richiedevano molta forza fisica – esisteva questo proverbio: “il lavoro della lana vuol dell’uomo la mano”. Or bene, oggi questo proverbio si è invertito.

Leroy Beaulieu sentì da un grande industriale esservi molte donne che attendono contemporaneamente a due o tre telai; e non un solo uomo che sappia fare altrettanto.

E là dove il lavoro è a cottimo, la moglie e le figlie spesse volte portano in casa più guadagni del padre e dei fratelli.

Aggiungete ancora che, dove lavorano le sole donne, la giornata di lavoro è molto più lunga.

Da un rapporto fatto dal senatore Paris al Senato di Francia nel 1881, risulterebbe che la durata del lavoro delle donne, in Francia, è in media di 15 ore e mezza.

E voi sapete come sia lunga la giornata di lavoro delle vostre setaiole, mondatrici di risaia e così via.

Non è dunque la minore produttività della donna che può spiegare l’inferiorità dei salari.


Minori bisogni


2.° Dicono poi che le donne hanno minori bisogni.

E chi determina cotesti bisogni?

Prima di tutto i bisogni non sono una quantità costante. Chi vive di acqua e polenta, con tutti gli orrori della pellagra, certo ha minori bisogni dell’operaio di Parigi, per esempio, che mangia carne e beve vino ogni giorno.

Del resto, la donna ha da vestirsi, pagare l’affitto, il lume, la lavandaia, precisamente come l’uomo.

Rimane la differenza nel vitto. Ma, se la donna esegue lavori uguali a quelli dell’uomo, consumerà anche forze eguali – anzi ne consumerà di più, essendo più debole – e quindi dovrebbe nutrirsi più, e non meno, dell’uomo.

Il suo salario, per questo riguardo, dovrebbe essere superiore o almeno eguale.


Le cause vere. Disunione ed ossequio


Eliminate coteste due grandi obbiezioni, che si fanno dagli economisti e dai non economisti, per giustificare il vergognoso sfruttamento del lavoro femminile, accennerò ad altre cause, che sono – mi pare – la origine vera di cotesta grande ingiustizia.

Le donne non sono affatto coalizzate, non presentano resistenza al capitale sfruttatore, ed è ben raro che si servano dell’arme temibile dello sciopero.

La donna è ossequente alla tradizione, più ligia dell’uomo all’autorità, la routine la domina da per tutto ed è anche più ignorante. Qui in Italia le donne analfabete, secondo l’ultimo censimento, sono il 73,51%; gli uomini analfabeti il 61,03%14.

È vero che nell’alfabetismo anche il sesso forte non è molto più forte dell’altro.

Per tutte coteste virtù femminili: l’obbedienza, la coscienza meno viva della propria personalità, la rassegnazione, la pazienza -oh! di questa le donne ne hanno fin troppa! – il capitalista preferisce la donna operaia, perché, strumento più sfruttabile dell’uomo, si identifica con più facilità colla macchina produttrice, diventando anch’essa una macchina lavoratrice.

Come ho già detto, i secoli di servilismo e di sottomissione della donna all’autorità maschile non hanno lasciato sviluppare in essa il carattere vero – che consiste nella potenzialità, dell’agire e del reagire.


È un salario complementare


Finalmente mi possono dire che il salario della donna è minore perché non serve che a completare quello dell’uomo.

Questa pare sia anche l’opinione di tutti gli economisti, perché invano si cercherebbe nelle loro opere voluminose una parola, un cenno, sul salario delle donne.

Si parla del salario familiare, dell’uomo che deve guadagnare non meno di un tanto per mantenere moglie e figlioli. Ma della moglie – lavoratrice anch’essa – non si parla, come se fosse un fenomeno eccezionale, di cui non mette conto occuparsi.

La donna insomma è considerata come un’appendice dell’uomo, non come persona a sé, che abbia diritto al lavoro ed a vivere lavorando.


Legge del costume


Ciò che, adunque, principalmente determina l’inferiorità della mercede della donna, non è tanto una legge strettamente e propriamente economica, quanto questo assieme di concetti e di tradizioni, questa che chiamerei volentieri la legge del costume. Quella stessa legge del costume che concorre pure, sebbene con minor forza, a determinare e a tenere stazionari i salari maschili. Così, nei paesi sopratutto agricoli, certi salari, dal medio evo sino all’epoca nostra, si mantennero allo stesso livello, nonostante tutte le vicissitudini dei progressi moderni. Tali in Toscana, per es., i famosi du’ paoli (circa una lira) che si danno, da tempo immemorabile, ai braccianti, per mercede giornaliera, alla quale – buone o cattive volgano le annate, infieriscano più o meno la grandine e l’esattore – nessuno oserebbe toccare. Or è questa legge del costume che, dacché mondo è mondo, sanzionò il privilegio maschile; è questa legge inesorabile che pesa sopratutto sulla iniquità della retribuzione della donna.


La insegnante


L’altra carriera la più accessibile alla donna, e che meno le si contesta, è quella dell’insegnamento.

La donna insegna, non solo nei giardini d’infanzia, nelle scuole elementari, normali e professionali, ma anche quelle materie che conducono ai più alti gradi della scienza, come in America.

Nello stato di New-York vi sono 19,400 istitutrici, di fronte a 8000 istitutori. E Mr Hippeau, incaricato dalla Francia di una missione in America, ha udito donne tradurre Senofonte e spiegare la geometria.

In altri Stati americani si trova super giù lo stesso. Per una meravigliosa trasformazione, quasi tutto il sistema dell’istruzione pubblica in America venne a poco a poco a trovarsi in mano alla donna, che pure, per tanti secoli, fu tenuta come straniera alla scienza.

Una statistica recentissima (dell’89) ci dà in Francia un numero d’insegnanti di circa 100,000, diviso quasi a giusta metà fra uomini e donne.

Per il resto d’Europa mi mancano dati precisi. Ma so che in Russia quasi tutta l’istruzione elementare e dei ginnasi femminili è in mano alle donne.

Anche in Italia pare che il numero delle professore, maestre e maestrine, cresce ogni anno assai di più delle scuole, con grande allarme dei genitori che hanno figlie fra le concorrenti.


Stipendi delle insegnanti


E come sono retribuite le donne insegnanti?

S’intende bene che, ad eguali doveri, hanno minori diritti dell’uomo.

Basti dire che in America, un maestro riceve 3000 dollari e una maestra 1900 – oltre un terzo di meno.

E questo è in America, dove la donna sin dall’infanzia studia sulla stessa panca coi ragazzi – dove la donna, colla propria attività; si è già conquistata un posto incontestabile dappertutto – dove le donne sono più rispettate e sono anche in numero minore degli uomini.

Figuratevi poi nella nostra vecchia Europa quanto meno viene retribuita la donna maestra!

Eppure i posti se li conquista per concorso, vi è anche preferita, e i rapporti riboccano di elogi all’indirizzo delle donne nell’insegnamento.

Qui, come per la operaia, la causa vera sta nel costume: l’uomo ha il privilegio d’essere maschio; la donna ha la sfortuna di portare gonnelle.


Le donne impiegate e commercianti


Le note diventerebbero ancor più lamentose se dovessimo gettar uno sguardo, anche superficiale, sull’innumerevole esercito delle donne impiegate nel commercio, come lavoranti nelle confezioni o come contabili.

La povera vita della commessa (impiegata allo smercio dei prodotti) fu già illustrata ad abbondanza dalla letteratura e dalla statistica. Abbiamo statistiche eloquentissime, relative a Parigi ed a Londra, sui guadagni derisori di coteste disgraziate fanciulle, che pure, oltre un lavoro esauriente, sono obbligate al pari e più dei commessi, pagati circa il doppio di loro, a fare quello che si dice buona figura, ossia a figurar bene nel vestiario e nella persona; poiché anche questo è uno dei requisiti del mestiere, quando pure non si pretende che siano veramente belle.

Immaginate come se la cavano queste infelici, il cui stipendio – detratti i giorni festivi e i giorni possibili di malattia – a mala pena raggiungerà L. 600 all’anno!

Questa somma, come aggiunta al guadagno del marito, può portare un po’ d’agio nella famiglia. Ma, per una donna sola, ragazza o vedova, che deve bastare a se stessa, immaginate quanti sforzi, quante privazioni, impongono finanze così limitate.

E se la donna ha ancora un figlio da mantenere, allora abbiamo la vera miseria, il ricorso alla Congregazione di Carità, la prostituzione o sofferenze inaudite.

Il peggio è che lo Stato sembra incoraggiare i privati nell’ingiusto, odioso, vergognoso sfruttamento della donna.

Le impiegate al telegrafo, al telefono, alle ferrovie, nelle manifatture dei tabacchi sono tutte regolarmente retribuite meno degli uomini, mentre esercitano funzioni identiche con eguale capacità ed abilità.

Sembrerebbe quasi che anche il lavoro abbia sesso e si trasformi per il solo fatto che è una donna che lo esegue.

Forse che la donna commerciante non affronta come l’uomo tutti i pericoli e le difficoltà del commercio, forse che paga meno tasse o che ha minore responsabilità se fa bancarotta?

Eppure nelle Camere di Commercio essa non ha voce.

E quando in Francia, nella penultima legislatura, fu agitata nelle Camere legislative la proposta di concedere alle commercianti il diritto di eleggere i propri giudici nei tribunali di Commercio, indovinate voi a chi si rivolse il Ministro Tirard per avere un avviso in proposito?

Niente altro che alle Camere di Commercio – cioè agli uomini che le compongono.

Questa consultazione è veramente qualche cosa di comico. Tanto varrebbe domandare al Papa la sua opinione sul diritto dei liberi pensatori.

Non occorre aggiungere quale fu la risposta e come la legge abbia naufragato.

Ma che importava al signor Tirard di sapere il parere delle donne commercianti sulla convenienza che, quando hanno conflitti coi loro concorrenti, i loro interessi si trovino in mano di giudici eletti dai loro avversari?

Ciò del resto non recherà nessuna meraviglia, se si porrà mente che i governi difendono sempre e dappertutto il monopolio ed il privilegio – e non poteva esservi eccezione pel monopolio dell’uomo commerciante.


La donna professionista


Tuttavia si deve confessare che questo stato di cose comincia ad essere scosso nei paesi più inciviliti. Il principio: ad eguale lavoro eguale retribuzione, si fa sempre più strada nell’opinione pubblica.

In Francia fu recentemente proposto l’aumento dei salari delle donne impiegate nelle poste e nei telegrafi. In Danimarca il governo stesso propone il pareggiamento dei salari. – A Londra, a Bruxelles, a Parigi, si fondano Borse del lavoro femminile per la difesa del lavoro delle lavoratrici.

E l’aver ormai le donne acquistato il diritto di esser elette – e l’esserlo, talune, state realmente – nei Consigli dipartimentali ed anche nei Consigli Superiori della pubblica istruzione, come di recente in Francia ed in Isvezia e Norvegia, mentre è un segno dei tempi, è pure una garanzia che anche al lavoro delle insegnanti presto sarà resa un po’ di giustizia.

Lo stesso non può dirsi, finora, per la donna nelle professioni così dette liberali, cioè per la donna medico, avvocato, dottore in scienze o letterata!

Qui l’uomo borghese è doppiamente monopolista – o come sesso, e come appartenente alla classe dominante – e si vale di tutti i mezzi per demolire la sua concorrente.

Esso mette in giuoco tanti artifizi, tanti cavilli, si appella alle differenze intellettuali (a scapito, s’intende, della donna), alla frivolezza e vanità, che non le permettono di applicarsi con costanza ed assiduità a lavori intellettuali seri: ma soprattutto grida l’allarme perché così si distrugge la famiglia, si perdono la femminilità e la grazia. Insomma chi più ne ha, più ne metta.

Cominciando dai pastori e dai preti, per finire con Bischoff, Waldayer, Charcot ed altri scienziati, tutti si danno la mano per metter un argine all’invasione della donna borghese nel campo intellettuale della lotta per l’esistenza.


Obbiezioni


Vediamo un po’ che cosa vi ha di serio in tutte queste obbiezioni.

Quanto alle differenze intellettuali, quale dei fisiologi e psicologi moderni potrebbe sul serio basarsi sui dati del volume del cervello? Chi non sa che il volume del cervello è così vario anche fra gli uomini di grande ingegno! Il Cuvier, per esempio, ebbe un cervello di 1861 gr., ed Haussmann invece di non oltre 1226, preciso come la media del volume cerebrale della donna.

Chi non sa che piccoli animali, come le api e le formiche, con una goccia di massa cerebrale, sono intellettualmente superiori alle capre ed alle giovenche? Che si sa, p. es., sulla struttura finissima del cervello? E, se anche il microscopio ci avesse fornito le minimissime differenze istologiche fra il cervello dell’uomo e quello della donna, rimarrebbero ancora tanti coefficienti extra-microscopici, come la composizione molecolare, il movimento molecolare dei tessuti nervosi, il chimismo cerebrale, ecc., che non permetterebbero a un vero scienziato di pronunciare in buona fede la condanna del sesso debole per la sua debolezza intellettuale.

Ma le donne, pure studiando, che cosa hanno esse scoperto? Che invenzioni hanno aggiunto al capitale scientifico dell’umanità? – Con queste domande credono demolirci od avvilirci.

Ma come pretendere che le donne, le quali non studiano che da poco tempo, diventino addirittura tanti Newton o tanti Kopernico? Anzi, c’è da far le meraviglie di quello che esse, in così breve tempo, hanno fatto.

E poi il cervello, come ogni altro organo, è atto allo sviluppo. Concedo che oggidì il cervello medio della donna possa essere inferiore a quello dell’uomo, poiché è l’organo che fin’ora in essa ha meno funzionato. Abbiamo anche visto che le donne, pur avendo una muscolatura più sottile e debole di quella dell’uomo, si sono presentate in isquadre di pompiere all’esposizione di Parigi, e non cedevano agli uomini né in forza, né in destrezza. Certo i loro muscoli si saranno sviluppati come quelli dell’uomo.

Ed infatti, nei paesi ove le donne non cedono gran fatto nello sviluppo intellettuale agli uomini, come in Inghilterra, in Francia e in Isvezia, Büchner trovò differenze minime fra il volume del cervello dei due sessi. Sopratutto la differenza è minima in Francia.

Non sarà già che gli uomini francesi si siano imbecilliti; ciò contraddirebbe del tutto alla storia moderna, che ci presenta in quest’ultimo secolo la Francia come faro della civiltà moderna.

Del resto, questa è ormai una questione così esaurita e poco seria, che non voglio tediarvi più a lungo con tutto ciò che in vario senso se ne è detto; citerò solo il Topinaud, discepolo di Broca, fondatore della scuola antropologica, che si esprime così:

“…non v’ha differenza di sesso quanto allo sviluppo cerebrale, e si potrebbe persino sostenere, tenuto conto di quello che l’anatomia comparata dà come il vero progresso nella morfologia dell’encefalo, che nell’evoluzione cerebrale la donna è più avanzata dell’uomo”15.

Le altre obbiezioni meritano ancora meno di essere confutate.

La frivolezza, la vanità femminile – ma non trovano esse un riscontro nel sesso maschile? Io non vedo davvero gran differenza fra il desiderio femminile d’ornarsi d’una piuma, d’un nastro o di qualche fronzolo, e la smania di tanti uomini borghesi di ottener una croce, una commenda o qualche altra chincaglieria di decorazione artificiale!

Si perde la grazia, la femminilità. – Se queste due parole dissimulano l’ignoranza, debbo convenire che la grazia infatti si perde. Ma non so perché una bella e gentile signorina debba perdere in bellezza, se nei suoi occhi brilla anche una delle più grandi bellezze, qual’è il pensiero?

Ma la donna studiosa è così pedante, piena di pretese e di presunzione, diventa insomma bas bleu – dicono gli uomini.

Ammetto che qualche volta, sopratutto fra le prime donne che studiano, s’incontrano delle pedanti, appunto perché lo studio non è ancora diffuso fra le donne. Là dove la donna borghese è già da gran tempo pari intellettualmente all’uomo borghese, l’istruzione superiore non la fa inorgoglire più del saper leggere e scrivere. Le ragazze americane sono le più deliziose di questo mondo e le ragazze russe conservano tutta la loro semplicità, non so se malgrado lo studio o mercé lo studio.

Del resto non voglio indugiarmi più oltre sovra obiezioni che considero poco serie; e, quanto alla distruzione della famiglia, mi riserbo di parlarne per ultimo.

E poi, come già dissi, non faccio questione di superiorità od inferiorità della donna; le polemiche su questo terreno furono già fatte e con tutto il possibile brio, da molte donne valentissime. Che cosa si potrebbe dire di più e più brillantemente di ciò che scrisse la Jenny d’Héricourt nella sua Femme affranchie, rispondendo a Proudhon, accanito accusatore del sesso femminile?

Tutto muta col tempo; il repubblicano ed il monarchico del giorno d’oggi non sono più quelli del quarantotto; le argomentazioni in favore della donna hanno cambiato anch’esse natura.

La polemica su questo terreno ha fatto il suo tempo. Se anche si citasse un numero infinito di donne che si distinsero e sui troni e nelle scienze e nella letteratura, non si caverebbe un ragno dal buco. La Sommerwill, la George Sand, la George Elliot, le Elisabette regine, sono eccezioni, mi diranno: ed anch’io amo meglio parlare della gran massa inosservata delle donne, anziché di quelle a cui nessuno nega di aver mostrato un vero ingegno superiore.

Non voglio neppure fare confronti fra i due sessi, poiché non posso ammettere che l’uomo sia l’essere ideale della creazione e debba servire da unità di paragone. Il fatto è che la donna non è né superiore, né inferiore; è quel che è; e, tale qual’è, con tutte le sue differenze dall’altro sesso, non v’ha ragione ch’essa si trovi in condizioni inferiori.

Ci sono forse leggi eccezionali per gli uomini d’ingegno, gli uomini mediocri e gli uomini cretini? Così dovrebbe essere quanto alla donna di fronte all’uomo, sia essa più o meno colta, più o meno intelligente, più o meno al di qua o al di là della media maschile.


La donna-medico


La vita stessa ci dà la prova che tutte le obbiezioni dell’uomo borghese, per chiudere alla donna la via delle professioni liberali, non valgono ad impedire il suo cammino.

In America vi sono già 3000 medichesse, le quali lavorano negli ospedali, nelle Università, dirigono case di salute e cliniche. Nello stato di New York si fa adesso un’agitazione, perché una legge particolare renda obbligatoria la nomina di medichesse a direttrici dei manicomi femminili. Su 38 Stati, 33 sono favorevoli e soli 5 contrari. Nei manicomi femminili si hanno già in servizio più di 20 medichesse.

In Russia esercitano più di 600 medichesse. Sono medici negli ospedali, assistenti nei laboratori scientifici, medici condotti, hanno vastissima pratica privata fra le donne ed i bambini, presiedono società di medici come a Mosca, e gli uomini medici, dopo una guerra accanita fatta alle loro concorrenti, hanno finito per accettare il fatto compiuto; poiché si possono schiacciare una, due, tre pioniere, ma non le si schiacciano più quando diventano centinaia. Il numero si fa forza, per lottare con esso più non bastano semplici artifizi maligni.

In Inghilterra, dove solo 10 anni fa le prime giovani, che coraggiosamente si accinsero a frequentare la scuola di medicina, a Edimburgo vennero cacciate da quegli studenti, ora la donna medico, in così breve tempo, ha conquistata la stima generale. E il numero delle medichesse vi giunge a 73.

Nello scorso anno fu aperto a Londra un ospedale di donne, diretto da sole donne; le medichesse hanno trionfato. Ed ora, in tutte le principali città d’Inghilterra, Scozia ed Irlanda, esistono speciali scuole di medicina destinate esclusivamente alle giovinette.

Alla Facoltà di Medicina di Boston sono attualmente iscritti ben 478 studenti in medicina, dei quali più della metà sono donne.

A Parigi le medichesse sono già tanto numerose che dovettero ammetterle nei concorsi ai posti d’assistenza pubblica. E, per quanto abbiano fatto i medici-uomini per impedire alle medichesse l’internato negli ospedali, eppure le signorine Klumph ed Ewards, avendo esse vinto nel concorso di un anno fa, furono finalmente ammesse come interne – cioè come medici aiuti che possono fare carriera ospedaliera.

A Parigi nel 1890, vennero nominate negli ospedali 11 donne, come assistenti-medici esterni, e neppur una come interna, perché i giudici dei concorrenti, sempre uomini, per quanto la donna possa avere meriti eguali, preferiscono l’uomo-medico.

All’Università di Ginevra sono iscritte quasi 100 studentesse e l’anno scorso il premio scientifico di Davy fu conferito alla signorina Stefanovskaja, studente in scienze naturali.

Vedendo che la donna in certi paesi, come in America ed in Russia, è riuscita così presto a tener testa agli uomini-medici, sembrerebbe potersene dedurre, che la via dell’esercizio medico sia stata per la donna facile e piana.

Eppure, quali e quanti furono gli ostacoli opposti alla donna-medico dai suoi colleghi, ce lo possono narrare le prime medichesse. Quanti stenti, quante lotte, dirò senza timore del ridicolo, anche quante lagrime furono procurate alle donne, che abbracciarono una carriera così utile alla società!

A Edimburgo – l’ho già detto – gli studenti cacciarono le studentesse. A Londra i pastori predicarono dai pulpiti, che colla donna-medico comincerà il regno di Satana sulla terra. In Russia la stessa Imperatrice attuale non volle che la donna diventasse medichessa. I consigli ospedalieri ovunque chiudevano loro le porte. Il pubblico non si fidava della capacità femminile.

Pretesti per scartare la donna-medico da tutti gli uffici sanitari se ne inventarono di tutti i colori, secondo la persona, la località ed il tempo. Preciso come qui a Milano, quando tre anni fa si presentò una donna-medico al nostro Ospedale Maggiore. Essa fu subito colpita dall’ostracismo. Per quale ragione? Pare per la tutela del buon costume.

Insomma le prime medichesse hanno avuto qualche cosa di eroico nella lotta impari coi pregiudizi e sopratutto coi loro colleghi e, se hanno vinto, bisogna pur riconoscere (e non mi si sospetterà certo di voler adulare il mio sesso dopo tutto ciò che dissi prima) che per attività ed energia il sesso debole si è mostrato più forte del sesso forte. La donna oramai si è meritata il brevetto di capacità.


La donna-avvocato


Chi vince ha ragione; e mi si dirà, che per la donna- medico passi; ma la donna-avvocato, questa fa arricciare il naso in modo sdegnoso o canzonatorio.

I Consigli dell’ordine degli avvocati, le Corti di Cassazione impediranno alle donne l’esercizio dell’avvocatura finché sono poche; quando in Europa diventeranno legione, come le medichesse, allora non si oserà più negare alla donna un diritto conquistato, avendo anch’essa percorso studi regolari ed ottenuto il suo diploma, come ogni avvocato dell’altro sesso.

La Poet a Torino, la Popelin a Bruxelles si sentirono respinte coi pretesti derisori della gravidanza, dell’allattamento, del berretto che non si adatta all’acconciatura femminile, della toga che disconviene alla tournure (e che cosa direbbero ora che questa è passata di moda?!), pretesti che non riescono neppure a dissimulare la loro vacuità e tradiscono troppo l’artificio e lo sforzo impiegati alla difesa del monopolio della casta maschile.


La letterata


E le donne letterate?

Queste, per affrontare il monopolio dell’uomo, è almeno necessario che si camuffino il più possibile da maschio e facciano passare la loro mercanzia, anche se eccellente, coll’etichetta di uno pseudonimo maschile.


La madre


Ma ora mi si dirà: – E la madre? Voi avete tanto parlato della donna operaia, della donna insegnante, commerciante, professionista, e avete dimenticato la donna madre.

No, non l’ho dimenticata – anzi l’ho lasciata per ultima appunto perché la più importante.

Imperocché, se il lavoro della donna riguarda specialmente l’interesse dell’individuo, la maternità abbraccia l’interesse della specie umana, l’interesse e l’avvenire dell’umanità.

Senonché è da osservare che, per svariate cagioni fisiologiche e sociali, a moltissime donne la maternità è negata per tutta la vita; altre, pur godendo(o soffrendo) la maternità fisica, non sanno esser educatrici, perché anche questa, colla civiltà moderna, è diventata una vocazione speciale, come quella che ci porta ad un’arte o professione qualsiasi. D’altronde il periodo attivo della maternità e dell’educazione de’ figli non è che un breve periodo della vita. Anche senza limitarci alla società borghese, dove il malthusianismo pratico limita quasi sempre a due o tre al più il numero dei figli, è certo che in generale, a quarant’anni tutt’al più – quando cioè per l’uomo ed anche per la donna professionista la vita, la carriera sono nel loro fiore e tuttora suscettibili di grande progresso – la donna esclusivamente madre è morta alla sua funzione, incrocia le braccia sul seno, e, a così dire, sopravvive a se stessa, inutile e sovente di peso a sé ed agli altri. Quante ne conobbi e non delle peggiori, anzi di quelle che meno trovano sollievo nel pettegolezzo frivolo e nell’ozio, che giunte a quell’età considerano la vita come una grande delusione, piangono in segreto del vuoto che si fa loro dentro e d’attorno ed invocano la morte, la grande liberatrice.

Certo tutto ciò subirà profonde modificazioni e non ancora precisabili, quando l’evoluzione della famiglia, che fa rapidamente il suo cammino, dissolvendo gli antichi rapporti domestici basati sul dominio maschile e sul tipo dei focolari isolati (come ne dà indizio l’aumento continuo dei divorzi, delle separazioni, delle unioni libere, ecc.), avrà preparato una forma di famiglia più elevata, fondata sulla spontaneità e sull’eguaglianza. È ben possibile che allora una gran parte della tutela della prole venga devoluta alla collettività e si stabilisca, anche fra maternità ed educazione, una separazione più spiccata, in base al principio della divisione del lavoro e della separazione delle funzioni, che è il carattere dell’epoca moderna, ed è, al tempo stesso, causa ed effetto di ogni progresso civile.

Ma, per non precorrere i tempi, voglio limitarmi a considerare la condizione della donna madre nell’attuale periodo di transizione.

La donna maritata, credendo di aver raggiunto col matrimonio lo scopo della sua vita, di essersi conquistata una posizione sociale, è l’essere il più degno di commiserazione. Essa, col suo nome, perde la sua personalità; la sua vita rimane assorbita del tutto dal marito, dal suo associato nella lotta per l’esistenza. Essa non è padrona dei suoi averi, come non è padrona dei suoi figli.

L’inferiorità della posizione della donna in famiglia può venir compensata dall’affetto e dall’armonia psichica di due esseri uniti con vincolo indissolubile e, per fortuna, queste unioni non sono rare; ma nella maggior parte dei casi col matrimonio comincia la via crucis della sua esistenza di lunghe e umilianti sofferenze.

Come ho già detto, il matrimonio, nella gran maggioranza dei casi, è una speculazione; gli uomini, in alto, sposano la dote, in basso, prendono moglie per avere una serva. Ben pochi pensano che verranno dei figli o ci pensano come ad una sventura, e non si preparano affatto ai doveri ed ai carichi che impone la vera educazione dei figli.

E quando i figli ci sono, che cosa avviene?

Le madri non sono che madri a metà: nell’alta società si prende la balia in casa, perché la signora ha da conservare la sua bellezza, deve fare e ricevere visite, frequentare teatri e soirées – il bambino è un incomodo, che si manda all’angolo più remoto dell’appartamento. Nella borghesia che lavora, la moglie aiuta il marito nel lavoro ed il neonato si manda a balia, in campagna. Nel proletariato, le condizioni misere della vita obbligano, anche là, la madre a mandar lontano il bambino, perché la donna deve portar anch’essa la sua quota nel misero ménage della loro esistenza.

Oh! Sì! La maternità sarebbe uno dei compiti più elevati della donna nella vita sociale, dei più soddisfacenti le sue tendenze psichiche e dei più confacenti allo sviluppo del suo organismo.

Ma l’educazione e l’istruzione che si danno generalmente alle donne sono forse dirette a prepararla ad adempiere il più grande dei suoi doveri?

La ragazza, in tutte le classi della Società, ignora tutto, ed è guidata dall’ignoranza e dai pregiudizi delle antenate e delle comari.

Che cosa sanno le ragazze del come nasce, del come cresce e si sviluppa un bambino? Quali nozioni di fisiologia e d’igiene ricevono esse per avere un concetto qualunque del come un bambino si alleva fisicamente e moralmente sano?

La madre dunque, per l’ignoranza in cui si tiene la donna, perde ben presto ogni autorità morale sul figlio. Un ragazzo di la ginnasiale comincia a saperne più della sua madre e, andando avanti, che cosa ne nasce?

L’armonia morale, l’unione intellettuale della madre coi figli va sempre scemando – la madre è rispettata, ma il figlio è un ramo che si stacca dall’albero, e la madre, dopo una vita triste, travagliata da sofferenze e da affanni, non ha con sé e per sé neppure l’ intima amicizia dei suoi figlioli.

Se la donna adempisse i suoi doveri di madre, formando l’intelligenza ed il cuore dei figli, allora anche la sua inferiorità in famiglia, di fronte al padre, sarebbe di gran lunga scemata, anzi forse del tutto scomparsa, poiché anche il marito – padre dei figli – le porterebbe quella stima e quel rispetto, che ora sono così rari. Il marito vede nella moglie una persona ch’egli mantiene, una semplice ménagère nella borghesia, oggetto di lusso nell’alta società e donna di servizio nelle classi povere.

La missione della moglie e della madre è così poco apprezzata come un lavoro di gran fatica e responsabilità, che la donna dura tutte le fatiche del mondo, quando all’ultimo del mese deve ottenere dal marito il tanto per le spese giornaliere, per l’andamento della casa. Non dico poi quando si tratta delle sue spese personali. Il conto della sarta è in molte famiglie un casus belli fra marito e moglie, perché il marito non vuol riconoscerle neppure il diritto di vestirsi, per arrabbiarsi, poi, se la moglie non fa bella figura.

La donna che, essendo madre e direttrice della casa, dovrebbe aver una delle più grate professioni, finisce per essere considerata dal marito come la persona la più oziosa di questo mondo, né le si riconosce il diritto di dividere, con eguale autorità, i mezzi di sussistenza da lui procurati fuori di casa. Quasi, quasi, la donna di servizio, che per un dato lavoro riceve il suo mensile fisso, si trova finanziariamente in condizioni molto migliori della moglie, la quale non riceve quasi mai un compenso materiale spontaneo dalla sua forte metà.

La maternità e l’amministrazione della casa sarebbero una professione assai elevata se la donna vi fosse diversamente preparata e se coteste funzioni venissero considerate dagli uomini-mariti come una professione, se non superiore, certo eguale a quella del far il medico, l’avvocato, la commerciante, la sarta e così via; e se fosse ritenuto che la donna, essendo madre, può ben guadagnarsi con questo solo stato la sua indipendenza materiale, ricevendo dal marito un compenso equivalente al suo lavoro, senza dovere umiliarsi per una spesa di più o di meno.


Speranze e voti


E qui, finalmente, ho terminato.

E la morale della favola? – È breve.

Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ meno d’intolleranza dagli uomini ed un po’ più di solidarietà fra le donne.

Allora forse si avvererà la profezia del più gran poeta del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè “il secolo XIX sarebbe il secolo della donna”.

Note

  1. Nel licenziare, a distanza di ormai quasi 4 anni, la ristampa di questa conferenza – che fu detta il 27 aprile 1890 – null’altro avrei da notare senonché le cifre relative all’invasione della donna nei mestieri, nelle arti e nelle professioni sono tutte aumentate considerevolmente; qualcuna dovrebbe essere a dirittura raddoppiata.
  2. Il matriarcato, che ebbe vigore in epoche remotissime e lo conserva tuttora in qualcuno dei popoli selvaggi, sembrerebbe smentire che la donna sia sempre stata soggetta. Ma è per lo meno molto dubbio che il matriarcato sia stato e sia qualcosa di più e di meglio che una semplice conseguenza della necessità di distinguere gli stipiti e le discendenze nei clans e nelle tribù trovantisi ancora nella fase della promiscuità sessuale. Che il matriarcato non rispondesse ad una vera supremazia morale della donna nell’aggregato sociale primitivo, mi sembra confermato dal fatto che basta una maggiore stabilità di sedi a farlo scomparire, senza lotta o reazione conosciuta da parte della donna e senza che dell’antica supposta signoria rimanga alcuna traccia o tradizione nelle forme di famiglia immediatamente successive.
  3. Prof. Tito Vignoli: Note intorno ad una Psicologia sessuale; pag. 12. - Milano, Dumolard, 1887.
  4. Angelo Vaccaro: Sulla vita degli animali in relazione.alla lotta per l’esistenza; pag. 15. - Milano; Dumolard, 1887.
  5. Herbert Spencer: Principes de Sociologie. - Tome III. pag. 716.
  6. Vittorio Ellena: Statistica di alcune industrie italiane; pag. 32. - Annali di Statistica. Serie seconda. Vol. XIII. 1880.
  7. Leroy-Beaulieu: Le travail des femmes au dix-neuvième siècle. Paris.1887. Pag. 28-29.
  8. Bebel: Die Frau. Zurigo, 1887. Pag. 86.
  9. Edward Watherston: State of labor in Europe, 1887. - Sunto fatto dal signor Viali: Annali di statistica. 1880. Serie seconda, vol. XII.
  10. Contribuzione per una statistica delle mercedi. Annali di Statistica, 1885. Serie terza, vol. XIV.
  11. Leroy-Beaulieu: Opera citata, pag. 132.
  12. Charles W. Elliot: The North American Review. (Rivista dell’America del Nord). Mese d’Agosto 1882.
  13. Michelet: Le Peuple. Paris,1846, pag. 90.
  14. Bodio: Relazione sul censimento generale del 1881. Seduta 26 maggio 1884.
  15. Revue d’Anthropologie: 15 juillet 1882. pag. 409.