Il sociologo, la sociologia e il software libero: open source tra società e comunità/Introduzione: il sociologo, la sociologia e il software libero

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Introduzione

../ ../Capitolo 1 IncludiIntestazione 19 agosto 2011 75% Tesi universitarie

Il sociologo, la sociologia e il software libero: open source tra società e comunità Capitolo 1

Con la ricerca e le riflessioni proposti in questa tesi si cercherà di indagare il fenomeno del software libero e dell’open source cercando di capirne innanzi tutto la rilevanza sociologica partendo, necessariamente, da una domanda cognitiva ampia: come l’open source ed il software cosiddetto libero favoriscono lo sviluppo di un piano riflessivo collettivo, elaborando diverse modalità di accesso ai saperi esperti e di riappropriazione della tecnologia. Il concetto di accesso e riappropriazione divengono centrali e particolarmente fecondi ai fini di questa indagine. Questi sono i termini della domanda cognitiva che permettono il collegamento ai diversi approcci tipici della sociologia.

L’accesso ai saperi esperti e la riappropriazione sono due concetti tipici della modernità radicale (Giddens, 1994). Oltre a ciò, l’accesso ha anche a che fare con i confini che delimitano il sacro, ma anche con i confini che delimitano ciò che è permesso, oltrepassare tali limiti significa porre in pericolo l’equilibrio ed esporre la società al rischio (Douglas, 2003). La riappropriazione, d’altro canto, ha a che fare anche con il capitale simbolico. Si vedrà come la riappropriazione del controllo tecnologico segua delle dinamiche del tutto simili a quelle che hanno portato all’appropriazione da parte del protestantesimo delle sacre scritture, almeno sotto due aspetti: Ascetico e razionale. Dal Punto di vista ascetico entrambi hanno a che fare con una rivelazione; dal punto di vista razionale entrambi comportano una trasformazione a cui segue l’acquisizione di conoscenza: saper leggere le Bibbie volgari da una parte, e saper controllare i sistemi informatici dall’altra; in entrambi i casi si tratta di mettere in discussione la mediazione tra l’uomo e il trascendente, in un caso, tra l’uomo e la tecnologia informatica dall’altro. Si vedrà più avanti come questo aspetto di riappropriazione della conoscenza assuma in entrambi i casi una dimensione testuale in contrapposizione ad una dimensione iconografica. Questo approccio richiede attenzione e precisione, si tratta di un campo di indagine molto articolato e le relative argomentazione rischiano di essere fraintese. È quindi necessario avvertire sin d’ora che queste regolarità tra etica hacker ed etica protestante riguardano il processo di riappropriazione e non i valori in sé.

D’altro canto la riflessione nasce dal bisogno di rielaborare la fiducia a seguito dall’esperienza concreta del rischio e dell’ansia legato in modo particolare all’informatica che spesso non mantiene ciò che promette in termini di velocità, di effetti attesi, di precisione, di usabilità e accessibilità, rilevante a tal punto che il tecno-stress diviene oggi uno dei campi di ricerca più indagati dalla psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Oggi l’informatica riflette più che altri ambiti la necessità di una riflessività ritenuta inderogabile dagli stessi produttori di software. Diversamente da un tempo, termini come bug e debug sono divenuti familiari anche a chi non sviluppa software. Il fatto che questi termini ricorrano spesso nelle discussioni, sia specialistiche che non, sta ad indicare una peculiarità informatica non in comune ad altri ambiti di consumo e cioè la sua particolare criticità. Per contro il bug1 può essere eliminato ma questo richiede un continuo monitoraggio dei sistemi, una continua interazione tra programmatori e utilizzatori e questo è proprio il dispiegarsi di un atteggiamento riflessivo continuo. Si aggiungano a questo problemi come i malware2, i virus3, lo spamming4, il phishing5 e via dicendo. Quelle informatiche sono attività ansiogene ad alto rischio che necessitano di rielaborare in continuazione la fiducia attraverso la riflessività.

Tale domanda cognitiva impone un discorso altrettanto ampio sulla modernità, sul rapporto tra economia formale ed informale, su come cambia nella contemporaneità questo rapporto tenendo come riferimento il discorso sulla modernità su cui diversi autori (Giddens 1994, Bauman 2000 , Robertson 1991, Beck 1999) offrono un quadro teorico vasto, e più che adeguato per riferirvi il fenomeno open-source.

Aspetti come l’accesso ai saperi esperti, riappropriazione, fiducia, rischio, disgregazione e ri-aggregazione sembrano essere più che coerenti con l’emergere di una tecnologia aperta che incontra la sua operazionalità sociale sul piano del controllo prima ancora che su quello del suo utilizzo. Questo riguarda, o meglio, influenza altri campi del sapere e non solo la tecnologia informatica, come la farmaceutica, il sapere scientifico, umanistico e via dicendo. A differenza di altri campi del sapere, si cercherà di dimostrare come per l’informatica, e in particolare per lo sviluppo software, il codice, le istruzioni che in definitiva fanno funzionare i sistemi, assumano, oltre a ciò, significato di medium nelle relazioni e divengano oggetto di riflessione in un contesto di modernità radicale. Nonostante la comunicazione mediata attraverso il WEB, in determinate situazioni intensamente partecipate, ad esempio nello sviluppo di un progetto, diventa possibile un luogo sacro virtuale.

Si parla di, e ci si autodefinisce, community e si fa spesso appello alla solidarietà, mentre il focus attentivo è la tecnologia nella sua accezione dischiusa in qualche modo rivelata. La domanda cognitiva di partenza impone quindi di verificare se il fenomeno open source nella sua dimensione comunitaria rappresenta anche un fenomeno di ri-aggregazione. Questo aspetto ri-aggregativo non può definirsi vasto tanto quanto la dimensione della diffusione dell’open-source, riguarda gruppi abbastanza limitati che lavorano attorno a progetti specifici e che attraverso il codice condividono un’esperienza di effervescenza e di gratificazione intellettuale propria di chi produce software senza riceverne alcun vantaggio formale o apparente. Si riporta a tale proposito quanto asserisce Richard Stallman (2000):

[...] La mia regola d’oro è: se un programma mi piace devo condividerlo con altre persone che lo apprezzano. Chi vende software adotta il metodo divide et impera con gli utenti, facendo in modo che ogni utente non voglia condividere nulla con gli altri. Io rifiuto una tale mancanza di solidarietà.

Diviene naturale aspettarsi processi di istituzionalizzazioni che offrono spunti coerenti con l’approccio fenomenologico e ideal-tipico dell’ascesi intra-mondana. Innanzi tutto il tema del carisma, e quindi il suo processo di istituzionalizzazione. Sarà quindi necessario individuare un ideal-tipo, spiegarlo, o meglio, comprenderlo, attraverso la caratteristiche che emergono da alcuni personaggi storici come Linus Torvalds o Richard Stallman, ma riscontrabile in maniera più o meno attenuata in altri persone che operano in questi ambiti.

A questo punto diventa necessario investigare anche le implicazioni organizzative del processo di istituzionalizzazione. È possibile, a questo scopo, cogliere un’analogia tra la strategia divulgativa di Lutero attraverso i pamphlet sediziosi e la pubblicazione nella rete delle prime implementazioni di Gnu/Linux da parte di Linus Torvalds. In realtà, come si è già storicamente dimostrato, i paesi protestanti sono in testa al processo di istruzione della popolazione, in quanto i fedeli dovevano vedere con i loro occhi la parola di Dio (Bagnasco, Barbagli, Cavalli, 2007). Anche questo in fondo è un processo di riappropriazione del capitale simbolico costituito dai testi sacri, svolto attraverso un appello alla responsabilità individuale che compensa la mancanza di struttura di potere e quindi di un’organizzazione gerarchica come poteva essere la Chiesa cattolica in contrapposizione alle sette protestanti, frammentate, diffuse, distribuite e organizzate in modo policentrico. Distribuire il capitale simbolico, darlo in custodia alla responsabilità dei singoli individui sembra quindi l’unica possibilità per compensare la carenza di organizzazione. Anche nella fattispecie dell’open source e del software libero ci troviamo di fronte ad una dualità di strutture: quella industriale delle grandi software house e quella policentrica e diffusa del software libero.

Se Weber aveva mostrato come un certo atteggiamento religioso ascetico portasse ad un agire razionale, qui sembrerebbe esattamente l’opposto, e quindi l’atteggiamento razionale che determina un agire ascetico non propriamente mondano ma globale. Ma ciò che ne consegue, almeno in una certa fase, è la compresenza di entrambi questi aspetti tra loro connessi. Lo scopo di questo lavoro è quello di individuare ambiti di indagine plausibili che, attualmente, si ritengono trascurati dalle scienze sociali benché sia l’economia, la psicologia e anche la sociologia vi abbiano ad oggi investigato in altre direzioni. A questo riguardo vale la pena anticipare come l’aspetto iconografico del software proprietario e l’aspetto invece testuale del software libero si ripropongano nella modernità radicale. Anche questa analogia si inserisce nel dualismo organizzativo che vede da una parte chiesa cattolica all’epoca della riforma e organizzazioni industriali moderne versus sette protestanti e software libero dall’altra. Quindi l’intensificazione del culto dei santi attraverso le immagini da una parte e la diffusione di bibbie volgari dall’altra. Tra l’altro questo dualismo, sia esso casuale o causale, viene ripreso proprio da un personaggio, Eric Steven Raymond, altrettanto ideal-tipico, quand’anche controverso all’interno della stessa community, con il suo saggio The Cathedral and the Bazaar (1997).

Altro aspetto che conferma questo dualismo è poi l’identificarsi come smanettoni da parte di chi si occupa di diffusione del software libero e quindi utilizza il computer con abilità installando e testando programmi liberi e funzioni open source. Smanettone riguarda non un’abilità generica, ma un’abilità specifica negli ambienti testuali a loro volta tipici dei sistemi GNU-linux. I server Gnu/Linux solitamente non vengono equipaggiati con interfaccia grafica a differenza di sistemi server proprietari. Benché le interfacce grafiche siano disponibili anche nei sistemi server open source il fatto che non vengano installate ha nel contempo un significato in parte razionale, volto ad aumentare l’efficienza e la robustezza, e in parte simbolico come segno di distinzione dai sistemi server proprietari che montano l’interfaccia grafica e quindi, di conseguenza, di distinzione per la community. Un sistemista Gnu/Linux si distingue perché usa comandi testuali da linea di comando. Nonostante si tratti di un atteggiamento razionale, volto ad aumentare le prestazioni del sistema, questo comporta nel contempo anche un’idea di purezza ed essenzialità coerente con la dimensione del sacro da delimitare e proteggere dalle icone sediziose. Un sistema server non deve essere amichevole ma ontologicamente puro, robusto e performante, nonché essenziale. Si cercherà quindi di verificare il grado di coerenza tra razionalità, etica hacker, dimensione emozionale, gratificazione intellettuale e tecnica. l’idea è che esista uno schema di senso del tutto coerente con quello indagato nell’etica protestante pur partendo da presupposti non religiosi e non necessariamente di massa. Non religioso non significa che non sia plausibile l’atteggiamento religioso: dimensione comunitaria; rivelazione delle scritture del codice aperto; i simboli; i guru; i processi iniziatici; le prescrizioni formali, informali e morali; l’ascetismo e l’etica.

Si useranno diversi approcci di analisi strutturalisti, fenomenologici, finanche il tentativo di utilizzare i grafici dell’economia classica per verificare come il mercato delle licenze sia una costruzione volta a rendere, quasi funzionalmente, scarsa, e quindi compatibile con la legge della domanda e dell’offerta, una risorsa che per sua natura non lo è, cioè il software, mentre trascura ciò che realmente è scarso, cioè le competenze che vedono ridotto il loro spazio. Si cercherà di vedere alla luce della teoria dei sistemi di Luhmann come questi due sistemi apparentemente contraddittori tendano all’auto-referenzialità e all’auto-poiesi ma anche si compenetrino, come la tecnologia, che d’ora in avanti chiameremo proprietaria, tenda maggiormente dell’open source e del software libero all’entropia. Ma anche su questo piano la coerenza è forte, finanche nell’uso delle grammatiche che sono le stesse della tecnologia: sistema, ambiente, ricorsività (ricorsione in gergo informatico), ma più che altro informazione. Si aggiunga a questo la necessità della devianza e l’amplificazione della stessa al fine di permettere al sistema di elaborare soluzioni ed informazioni e che trova la sua espressione ideal-tipica nell’immagine dell’hacker. Solo da un punto di vista sociologico la fisiologia della devianza, e la sua funzione sistemica, può essere coerente con l’accezione positiva che il termine hacking assume tra i sostenitori del software libero e dell’open source.

Di tutto questo, non si daranno delle risposte esaustive, si individueranno dei temi di indagine tentando di misurarne euristicamente la portata sociologica. Si farà uso di bibliografie, di cui si avverte già da subito che alcune forniranno gli schemi interpretative tipici della sociologia, altre serviranno come riferimenti teorici specifici per la trattazione del fenomeno del software libero, altre ancora avranno lo scopo di fornire materiale documentale assieme a qualche osservazione etnografica e qualche intervista per analisi di secondo e terzo livello, in particolare si andrà ad analizzare come lo stesso movimento del software libero interpreta il fenomeno open source. Si sono già spesso usati i termini software libero e open source, ma non indistintamente. Infatti Richard Stallman (2000) precisa spesso la differenza semantica di questi due epiteti. Al fine di renderne comprensibile la differenza usiamo la stessa distinzione che ne fa Richard Stallman (2000):

[...] la retorica di "open source" si focalizza sulla possibilità di creare software di buona qualità e potente ma evita deliberatamente le idee di libertà, comunità, principio [...]

Al di là del fatto che l’omissione delle idee di libertà possa essere o meno intenzionale o moralmente rilevante, l’intenzione è quella di porre l’accento sulla rilevanza epistemologica che assume la diversa intensità etica tra software libero ed open source. Nella stessa edizione dello stesso libro, nel capitolo successivo Michael Tiemann non usa mai il termine software libero. Nella pratica è molto difficile separare questi due termini. Open source si riferisce al sorgente aperto, cioè al fatto che sia possibile modificare i programmi, si riferisce in pratica ad una caratteristica del software di cui si ha a disposizione anche il codice sorgente che può quindi essere modificato e quindi ricompilato. La compilazione del codice riveste un duplice significato: migliora le prestazioni del software ma impedisce che possa essere modificato.

Quindi open source non significa che il software venga interpretato dal computer senza essere compilato, anche se questo accade per molti linguaggi informatici, ma che oltre al programma compilato, quindi chiuso, viene reso disponibile anche il codice sorgente. La definizione software libero nasce quindi nel 1985 con la Fondazione per il software libero (Free Software Foundation) da parte di Richard Stallman e il suo gruppo. Il problema sta nella stessa parola free che in inglese significa sia libero che gratuito e questo sembra un problema insormontabile. Questa fondazione si mantiene sia con donazione che con la vendita di manuali, codice sorgente e programmi compilati, accompagnati al codice sorgente, di cui è permessa la rivendita quindi in contrapposizione al copyright compare il copyleft. Anche questa volta ci si trova di fronte ad un’ambiguità, left significa permesso, ma significa anche sinistra in contrapposizione a right che significa diritto ma anche destra, e attraverso questa ambiguità, come è ovvio, copyleft assume a volte anche un significato politico. In questo contesto viene elaborato un tipo di licenza d’uso, la GNU General Public License indicata come GNU-GPL o semplicemente GPL.

Questa licenza esprime, dal punto di vista contrattuale, le prerogative copyleft. Quindi un software rilasciato con licenza GPL può essere copiato e quindi distribuito dietro pagamento o meno. Esistono però restrizione volte a proteggere la persistenza della caratteristica del software libero, cioè deve essere distribuito con il codice sorgente e con adeguata documentazione. Altra caratteristica di questo contratto è il fatto che altri prodotti software distribuiti con un software coperto da licenza GPL assorbono le stesse peculiarità del software libero. Quindi il software proprietario distribuito assieme a software libero GPL diviene software libero o in alternativa non può essere distribuito affatto. Questo tipo di licenza è quindi persistente e propagativa. Per ora possono bastare questi concetti, l’aspetto contrattuale legato all’open source è molto più articolato e rispecchia diversi paradigmi economici che si vedranno più avanti.

Se la definizione software libero fa spesso riferimento ad un movimento globale con determinati riferimenti etici6. La definizione open source ne rappresenta piuttosto il suo aspetto organizzativo e tecnico. Il software libero comporta che il software sia open source, ma la definizione open source non necessariamente implica la libertà del software. Entrambi questi aspetti sono la conseguenza dell’importante consapevolezza che esistono risorse umane intellettive di cui la stessa umanità si può avvantaggiare e che il mercato non è in grado di ottimizzare. Tale consapevolezza esce dai conventi coinvolge gli utenti, chiede la partecipazione attiva anche dei non specialisti che possono tradurre o comporre manuali d’uso, organizzare eventi ed arriva a coinvolgere anche altri aspetti del sapere umano fino a divenire una visione del mondo e una specifica etica.

Note

  1. Difetto di programmazione
  2. Tutte le attività e i prodotti relativi all'informatica deviante posti in essere allo scopo di danneggiare , truffare o spiare.
  3. Programmi che agiscono nel sistema ospita in modo indesiderato e causando danneggiamenti software, il loro termine deriva anche dalla capacità di replicarsi.
  4. Deriva dal termine inglese “spam” che significa carne in scatola, si riferisce al bombardamento indiscriminato di messaggi ottenendo gli indirizzi sulla rete o attraverso software che scansionano per tentativi i domini dei provider di posta.
  5. Spillaggio di dati sensibili attraverso tecniche ingannevoli.
  6. 0) La libertà di utilizzare qualunque software, a qualunque scopo. 1) La libertà di studiare il funzionamento del programma, e di cambiarlo a piacimento. Ovviamente il presupposto di questa libertà è avere accesso al codice sorgente. 2) La libertà di ridistribuire copie di qualunque software a chi ti pare. 3) La libertà di distribuire copie del tuo software modificato a chi ti pare. Il tutto in una visione altruistica, cioè per aiutare chi ti sta intorno.