Il tesoro della Montagna Azzurra/XV — L'assedio

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XV — L'assedio

../XIV — La caverna degli antropofaghi ../XVI — Il ritorno di Ramirez IncludiIntestazione 22 settembre 2017 75% Da definire

XIV — La caverna degli antropofaghi XVI — Il ritorno di Ramirez

XV — L'assedio


Sembrava che i Keti, spaventati da quei colpi di fucile e per la morte improvvisa del loro stregone, non avessero alcuna fretta di fare la conoscenza con i loro misteriosi nemici, poiché dopo l'introduzione delle none nella galleria e quel po' di fumo, non si erano fatti più vivi. Qualche cosa dovevano però fare per impedire la fuga agli assediati. La prova l'avevano già data occupando subito e rendendo impraticabile il passaggio segreto. Il capitano e i suoi uomini, raggiunto il lagoon, dove si trovavano stesi a breve distanza l'uno dall'altro il defunto capo dei Keti e lo stregone, si erano fermati guardando attentamente in direzione dell'uscita. Non avendo gli antropofaghi prese le torce, una luce abbastanza viva regnava nell'immenso sotterraneo, però non arrivava fino all'apertura.

— Non vedo nulla, — disse il capitano. — Eppure è per di là che sono fuggiti.

— Che l'abbiano chiusa? — chiese Reton.

— Tu che sei stato portato qui per quell'apertura, sai dirmi se è larga?

— Mi hanno portato dentro la gabbia e non ho avuto il tempo di fare osservazioni, capitano, — rispose il lupo di mare. — Mi trovavo d'altronde così scombussolato. Credevo che mi volessero divorare, senza aspettare un minuto di più.

— La gabbia! Ah, buona idea! — esclamò don José. — Potrà servirci come un gigantesco scudo e difenderci dai colpi di scure e di giavellotto... Aiutami, Matemate.

I due naufraghi, aiutati dagli indigeni, la rovesciarono e la fecero scorrere sul pavimento che era livellato, avvicinandola al fondo della caverna. Era così vasta da poter contenere una dozzina d'uomini, e si trovavano tutti ben riparati. Anche se don Ramirez si fosse trovato fra gli antropofaghi, poco successo avrebbe potuto ottenere con i suoi fucili. Spingendo sempre la gabbia, gli assediati non tardarono ad arrivare all'uscita, e con loro non poco dispetto si trovarono invece davanti a una enorme barricata di tronchi d'albero e di macigni grossissimi che la ostruiva interamente.

Carrai... — esclamò il capitano, furioso. — Me l'aspettavo! Quei bricconi ci hanno rinchiusi!

— E ci vorrebbe un buon cannone per smontare questo ostacolo, — aggiunse Reton. — Per salvare la mia vecchia pelle vi siete perduti.

— L'affare è serio, — disse don José, dopo avere riflettuto per alcuni istanti. — Fortunatamente la caverna è molto vasta perché l'aria ci manchi.

— Non vi preoccupate per questo, comandante. Se fosse spuntato il sole, vedreste delle numerose fessure nella volta.

— Abbastanza larghe per permetterci di scappare?

— Oh, no — rispose il bosmano. — Non sarebbero sufficienti nemmeno per un gatto e molto magro.

— Che cosa fare ora? A te la parola, Matemate.

Il kanako, che sembrava immerso in profondi pensieri, udendo quelle parole s'era scosso.

— Pensavo in questo momento al lagoon, capo bianco, — disse, facendo scoppiettare le dita. — Se fosse possibile sarebbe un bel tiro per i Keti.

— Al lagoon!... — esclamò con stupore. — La paura di venire divorato ti ha fatto impazzire forse?

— Io credo invece, comandante, — disse Reton che capiva abbastanza bene la lingua dei neo-caledoni — che questo selvaggio sia più furbo di noi. Io ho osservato, durante la mia prigionia in questa maledetta gabbia, che l'acqua del bacino sale e scende ogni sei ore. Questo vuol dire, per un marinaio, che sente gli effetti del flusso e del riflusso.

— E cosa vuoi concludere, Reton? — chiese il capitano.

— Che ci deve essere qualche comunicazione con il mare e che per di là potremmo andarcene.

— Tu che conosci i dintorni, è lontano il villaggio dal mare?

— Non più di un centinaio di metri, capitano, e non ci sono rhizophore lungo la spiaggia.

— Cento metri d'acqua da attraversare, senza tirare il fiato e all'oscuro, sono qualche cosa, vecchio mio.

— E venire mangiati o arrostiti è peggio ancora, capitano, — rispose il marinaio.

— Il fuoco che dovrebbe cucinarci non è ancora stato acceso, — ribatté il capitano. — Andiamo a vedere questo lagoon e richiamiamo i nostri compagni, visto che i Keti non hanno nessuna fretta di mostrarsi.

Ritornarono verso il bacino, arrivando contemporaneamente a don Pedro e alla sua scorta.

— Siamo presi, è vero, don José? — chiese il giovane.

— Dite assediati, ma non ancora acciuffati dagli antropofaghi, — rispose il capitano, che non voleva impressionarlo.

— Tutte le uscite sono chiuse.

— Cercheremo di aprirne qualche altra, don Pedro.

— Non avete perso la speranza di andarvene?

— Niente affatto. Finché non mi vedrò steso sulla graticola, non mi mancherà il coraggio. Lasciamo fare a Matemate che mi sembra il più furbo di tutti. Ha qualche buon progetto lui. Ha avuto già l'approvazione di Reton e voi sapete che il bosmano non è uno stupido.

Infatti il kanako non perdeva il suo tempo. Sempre fisso nell'idea di raggiungere il mare attraverso il passaggio sotterraneo che alimentava il lagoon, continuava a girare intorno alla riva, osservando attentamente l'acqua che sembrava avesse raggiunto la sua massima altezza.

— Aspettiamo la bassa marea, — disse finalmente, avvicinandosi al capitano. — Bisogna prima di tutto che io sappia da quale parte l'acqua entra.

— Speri di riuscire? — chiese don José.

— Non posso averne la certezza assoluta, — rispose il kanako. — Un canale esiste: potrò percorrerlo tutto senza affogare? Ecco quello che ancora non so.

— Dovremo aspettare un bel po'.

— I Keti non ci disturberanno — rispose Matemate. — Sperano di farci capitolare per fame. Hanno troppo paura delle armi che tuonano, per assalirci.

— Al diavolo! — esclamò don Josè, battendosi la fronte. — Mi viene ora un sospetto.

— Quale? — chiesero Reton e don Pedro.

— Che mandino a chiamare quel cane di Ramirez.

— È quello che pensavo anch'io poco fa, — disse il bosmano. — Quando l'ho visto, aveva dieci uomini con sé e tutti bene armati di carabine e anche di pistole.

— Tu lo hai visto il miserabile?

— Come vedo voi, comandante.

— E che cosa ti ha detto?

— Mi ha dato del ladro, accusandomi di volerlo derubare del tesoro della Montagna Azzurra.

— E ti ha domandato di me?

— Sa che siete qui con don Pedro e con la señorita Mina.

— Chi glielo ha detto?

— Quella canaglia di Emanuel. È quel furfante, sapete, che ci tradiva! È lui che gettava in mare i sugheri; è lui che ha guastato i vostri strumenti; è lui che ha informato Ramirez di tutto.

— Possibile!...

— Volete una prova lampante? Io sono stato dato nelle mani degli antropofaghi, perché divorassero la mia povera carcassa, mentre quel furfante di mozzo è stato subito liberato e trattato da Ramirez come un vecchio e caro amico.

— Quel fanciullo! — esclamò don Pedro.

— Ah, lo chiamate un fanciullo quel chiquiyo! È più furbo di tutti noi presi insieme, — disse Reton con violenza. — Che mi capiti fra le mani quel miserabile e vedrete che cosa ne farà di lui il bosmano dell'Andalusia!

— Non l'avrei mai creduto, — rispose il capitano, che appariva sgomento. — L'avevo trattato come un figlio, essendomi stato raccomandato da un devoto amico.

— Io sentivo in lui, per istinto, una grande canaglia, — disse Reton. — Forse che non bisticciavo ogni giorno con quella canaglia?

Nonostante la gravità della situazione, il capitano e don Pedro non poterono trattenere una risata.

— Dimmi un po', Reton, — chiese don José — come lo trattavano i selvaggi, quel cane di Ramirez?

— Con grande rispetto, capitano, — rispose il lupo di mare. — Deve essersi spacciato per qualche dio marino, ma i regali che ha fatto ai selvaggi devono aver molto influito. Egli ha ucciso il loro capo e nessuno si è occupato di vendicarlo. È vero che quegli antropofaghi sono ubriachi dalla mattina alla sera, poiché ho visto in tutti i villaggi un gran numero di barili che puzzavano di rhum e acquavite.

— Ha agito da grande diplomatico il pirata, — disse don Pedro.

— Conosce i selvaggi quanto me, — osservò il capitano. — Ha sempre navigato, a quanto ne so, nell'Oceano Pacifico... Sai dove sia andato ora, Reton?

— Non lo so, — rispose il bosmano — non l'ho più visto dopo il nostro primo incontro. Da tre giorni mi trovavo rinchiuso in questa caverna, dentro quella maledetta gabbia.

— Ed Emanuel è mai venuto a vederti?

— Sì, mi ha portato una noce di cocco, che io gli ho tirata dietro; se l'avessi colto, non so se la sua testa sarebbe ancora intera.

— Ah, mio povero Reton! — esclamò il capitano.

— Oh, prima che lasci quest'isola gliela spaccherò, la zucca, parola di Reton! — disse il bosmano furibondo.

— L'improvvisa partenza di Ramirez mi preoccupa molto, — soggiunse il capitano, dopo qualche istante di silenzio. — Che sia andato alla sua nave o che marci già verso i villaggi dei Krahoa, per impadronirsi del tesoro della Montagna Azzurra? E mentre lui è libero, noi siamo qui prigionieri e con la brutta prospettiva di dover lottare con la fame!

— Con le lance e con le mazze degli antropofaghi, e non già con la fame, comandante, — dichiarò il bosmano. — Qui troveremo dei veri magazzini di viveri.

— Scherzi, Reton?

— Non è questo il momento, comandante. Li ho visti coi miei occhi seppellire qui delle centinaia di ceste piene di popoi. Questa caverna è fresca e adatta a conservare la pasta degli alberi del pane. Scommetterei che perfino sotto i nostri piedi ci sono dei viveri.

— E non l'hai detto prima?

— Dovevo pensare al mangiare, proprio io che da tre giorni vengo nutrito a forza? Ho mangiato per lo meno dieci chilogrammi di popoi in sole ventiquattro ore.

— Con nessun profitto a quanto pare, — disse il capitano. — Ti volevano mangiare grasso e tondo, ma si sono ingannati.

— Sono davvero stupidi questi antropofaghi! Voler ingrassare un vecchio che ha sulle spalle sessanta primavere! Credevo che i selvaggi fossero più furbi.

— Lascia gli antropofaghi e mostraci dove nascondevano le loro riserve di popoi, — soggiunse il capitano.

Il lupo di mare girò intorno gli occhi, poi accennando un piccolo rialzo del suolo, disse:

— Ecco uno dei loro magazzini; basta scavare un po'.

Il capitano si fece dare da Matemate la scure di pietra e vibrò tre o quattro colpi sul punto indicato dal bosmano. La terra, che era stata già smossa, si aprì agevolmente e apparvero subito alcune foglie di baniano appena appassite.

— Ve lo avevo detto io che sotto i nostri piedi c'erano dei viveri, — disse Reton. — Venivano tre o quattro volte al giorno a seppellire delle ceste.

Il capitano, aiutato da Matemate e da Koturé, ritirò le foglie e mise allo scoperto una massa giallastra che mandava un leggiero odore acidulo.

— È vero popoi questo, — disse. — Ce ne sono dieci o dodici chili in questa buca.

— Che cos'è il popoi? — chiese don Pedro.

— Frutta dell'albero del pane, — rispose il capitano.

— E perché le seppelliscono?

— Per conservarle. Siamo nella stagione della grande raccolta, ora. La polpa si guasta facilmente, oppure diventa così dura che non la si può più mangiare. Gli indigeni, che si nutrono buona parte dell'anno di queste frutta, prima le fanno cuocere a fuoco lento per levare la scorza, quindi tolgono la polpa giallognola e spugnosa, poi la triturano per bene dentro un recipiente, pestandola con una mazza di legno e finalmente la seppelliscono dentro buche abbastanza profonde.

— E poi ci bombardano, — aggiunse il bosmano facendo un salto indietro.

Un grosso sasso era caduto vicino a loro, spezzandosi contro il duro pavimento della caverna e tempestandoli di schegge.

— Keti! — gridò Matemate.

Il capitano e don Pedro avevano impugnate le carabine gettando intorno un rapido sguardo.

— Dove sono — chiese il primo, non scorgendo nessuno.

— Li abbiamo proprio sopra le nostre teste, comandante, — rispose il bosmano. — Vi avevo già detto che la volta ha numerose fessure.

Un altro sasso che per poco non spaccò il cranio a Koturé, cadde dall'alto spezzandosi.

— Cerchiamo un rifugio, amici, — disse il capitano.

— E dove? — chiese don Pedro.

— Nella galleria? Là ci sono le none.

— E la mia gabbia l'avete dimenticata? — gridò Reton. — È solida come un treponti d'alto bordo!

— Purché gli antropofaghi non vengano a ingrassarci, — disse don José.

Mentre il bosmano con quattro Nuku correva a prendere la gabbia i Keti continuavano a lanciare pietre attraverso i crepacci della volta. Non erano sassolini; ma massi che potevano accoppare facilmente un uomo. Don José sacrificò una carica di polvere, scatenando nell'ampia caverna un rombo formidabile, assordante, che fu sufficiente a mettere in fuga gli antropofaghi, poiché la pioggia di pietre cessò immediatamente.

— Serba la tua gabbia per un'altra occasione, — gridò il capitano a Reton, il quale faceva sforzi prodigiosi per spingerla verso il lagoon. — Scommetterei che quei mangiatori di uomini hanno più paura del tuono che delle palle.

— Se ne sono andati.

— Almeno così sembra, — rispose il capitano.

— Nondimeno non sono del tutto tranquillo, comandante, — disse il bosmano. — Preferirei un assalto furioso.

— Noi potremo resistere delle settimane e anche dei mesi, con le riserve dei popoi. Che cosa temi?

— Mi è venuto un sospetto.

— Quale?

— Che questi cannibali abbiano mandato dei messaggeri a Ramirez per farlo ritornare.

— E ti preoccupi per questo? Sarei anzi ben lieto di vedere quel briccone, per finirla una buona volta con lui. Finché non l'avremo in nostra mano non potremo partire per il paese dei Krahoa, né impadronirci del tesoro della Montagna Azzurra.

— Ha un equipaggio, signore, e forse più numeroso di quello che crediamo e bene armato. Che cosa potrebbero fare tre carabine contro venti o trenta? La mia mi è stata presa e non potete più contare su quella.

— Vedo che Matemate guarda l'acqua.

— Che cosa spera quel kanako?

— Lasciamolo fare, Reton, deve avere la sua idea.

— Che fallirà, perbacco! — esclamò il bosmano. — Egli spera di raggiungere il mare imboccando il canale che fornisce l'acqua al lagoon. Ma non siamo mica dei pesci.

— Questi selvaggi valgono più dei granchi, Reton.

— Uhm! — fece il lupo di mare, tirandosi la barba. — Vedremo, comandante.

Matemate, che aveva sempre la sua idea fissa, osservava l'acqua del lagoon che cominciava ad abbassarsi. I suoi occhi neri e penetranti si erano fissati su un punto dove l'acqua gorgogliava più insistentemente che altrove.

— È là, — disse al capitano che gli si era avvicinato.

— Che l'acqua entra e fugge?

— Sì, capo bianco.

— E se tu t'ingannassi?

— È da molto tempo che osservo, — rispose il kanako.

— Il canale può essere lunghissimo.

— Io non affermo con sicurezza che usciremo di qui. Faccio una prova e nulla di più, per la salvezza di tutti.

— Sei un brav'uomo, Matemate.

— Cerco di salvare la mia e la vostra pelle, — rispose il kanako. — Se ci prendono, ci mangeranno, sono sicuro.

— Abbiamo ancora più di quattrocento colpi da sparare, — disse il capitano — e siccome io e il mio giovane amico siamo abituati a uccidere sempre l'uomo che prendiamo di mira, la tribù dei Keti, rimarrebbe ben presto con pochi uomini.

— È meglio risparmiare i colpi di tuono, — rispose il kanako. — Più tardi potrebbero diventare preziosissimi. La mia tribù è lontana e molte altre tribù nemiche incontreremo al nostro passaggio e non meno feroci dei Keti. Lasciami provare, capo bianco. Il passaggio deve essere là.

— E se tu non potessi più ritrovare la via del ritorno?

— Non temere per me. Mio fratello, che nuota come me, verrà in mio soccorso.

Il kanako si tolse il pareo, una specie di gonnellino fatto con scorza d'albero, si fece dare dal capitano la navaja, potendo incontrare qualche pescecane e si gettò risolutamente nel lagoon, scomparendo subito sott'acqua.

Rayo de sol! — esclamò Re ton. — Quel selvaggio ha del fegato! Riuscirà? Ecco il problema!

— Ne dubiti? — chiese il capitano.

— Un po', lo confesso.

— Perché?

— Il canale potrebbe essere più lungo di quello che Matemate crede... Oh, i bombardieri ricominciano la musica! Señor Pedro, fate suonare il vostro trombone. Ottiene sempre un meraviglioso effetto.

Gli antropofaghi avevano ripresa la sassaiuola, scaraventando grosse pietre addosso ai naufraghi e ai loro alleati. Di quando in quando si interrompevano per mandare urla feroci. Don Pedro, vedendo un foro che cominciava a illuminarsi per il sorgere del sole, alzò la carabina e fece fuoco. Un urlo acuto fu la risposta.

Rayo de sol! — esclamò il bosmano che saltava qua e là come una scimmia per non farsi accoppare. — Voi, señor, tirate come un gaucho delle frontiere. Scommetto che avete fracassata la mano a quel furfante che si ostinava a lapidarci.

— Taci, chiacchierone, — disse don José, che stava curvo sul lagoon.

— Ah, diavolo! Avevo dimenticato il kanako che si è immerso per tentare il nostro salvataggio. Si vede, comandante?

— Non ancora.

— Che un pescecane lo abbia tagliato in due? Quelle brutte bestie amano rifugiarsi nei canali e nelle caverne sottomarine.

— Da quando ti hanno messo dentro quella gabbia non stai più zitto, — rispose don José.

— Sarò diventato, senza saperlo, un canarino, — disse il bosmano.

— Taci: Matemate ritorna.

— Con la libertà nelle tasche che non ha mai avute, — borbottò il bosmano, che non voleva rinunciare ad avere per ultimo la parola.

Il capitano aveva sentito un leggero gorgoglio lungo una delle pareti rocciose del lagoo. Koturé e i Nuku lo avevano sentito, poiché si erano tutti alzati, guardando attentamente lo specchio d'acqua.

— Lo vedi, — chiese il capitano al kanako che teneva in mano una torcia.

— Mi sembra d'aver visto un'ombra, — rispose Koturé.

— Perché non sale?

— Tieni, capo bianco, — disse il kanako porgendogli la torcia.

Alzò le mani e si precipitò nel bacino, prima che i suoi compagni avessero potuto indovinare il suo progetto.

— Che Matemate si trovi in pericolo? — chiese don Pedro.

— Temo che abbia perso le forze — rispose don José, il quale appariva inquieto. — Forse ha contato troppo sui suoi polmoni.

Un grido di Koturé li avvertì che qualcosa di grave doveva essere avvenuto.

— Aiutatemi!... — esclamò il selvaggio.

Abbassate le torce lo si vide a fior d'acqua che reggeva a gran fatica un corpo umano, cinque o sei Nuku si erano gettati nel bacino.

— Koturé! — gridò il capitano. — È tuo fratello?

— Sì, — rispose il kanako con voce soffocata.

— Morto?

— Non credo.

Il bosmano aveva allungate rapidamente le braccia.

— Qua! A me l'affogato! — esclamò. — Me ne intendo di queste faccende.

Straordinariamente robusto, malgrado, la sua età, afferrò il kanako che i Nuku avevano alzato e lo depose a terra. Il povero selvaggio sembrava morto. Aveva gli occhi spaventosamente dilatati, i denti stretti, la pelle cinerea, e dal naso gli usciva dell'acqua.

Rayo de sol! — brontolò il bosmano. — Quest'uomo ha fatto una bella bevuta. Ne ha tre o quattro pinte nel ventre. Bah! Hanno la pelle dura questi colossi.

— Taci e agisci, — disse il capitano, che si era inginocchiato presso il kanako. — Tu fa funzionare i polmoni, mentre io mi occupo della lingua. Pochi minuti di ritardo e quest'uomo era spacciato.

— Lo salveremo... — rispose il bosmano. — Fulmini! Del sangue!... Ecco qui, sulla coscia destra, due bellissimi colpi di dente, che lasceranno un bel tatuaggio. Questa è roba dei pescicani.

— Non occuparti della ferita, per il momento.

— Gli massaggerò il petto.

Il bosmano fregava vigorosamente lo stomaco del kanako, dando di quando in quando dei colpetti, mentre il capitano tirava la lingua a intervalli di tre o quattro secondi e don Pedro faceva alzare e abbassare all'affogato le braccia. Koturé e i Nuku stavano a osservarli, impassibili, senza dire una parola e senza dimostrare alcuna preoccupazione. A quanto pareva avevano piena fiducia nelle manovre dei tre uomini bianchi. Non s'ingannavano infatti, poiché dopo pochi minuti Matemate chiuse gli occhi per riaprirli subito, aspirando nello stesso tempo una lunga boccata d'aria.

— Ehi, amico, — disse il bosmano. — Va la macchina? Pare che la tua caldaia non sia scoppiata.

Matemate, che non doveva aver provato che un principio d'asfissia, grazie al pronto intervento di suo fratello si era alzato un po' appoggiandosi sulle braccia, guardando il capitano, poi don Pedro, quindi il vecchio marinaio.

— Puoi parlare? — chiese don José.

— Sì, uomo bianco, — rispose quel demonio d'uomo, dopo avere starnutito rumorosamente.

— Questo selvaggio deve avere dei polmoni blindati, — disse il bosmano, che lo guardava estatico. — Sono più pesci che uomini questi cannibali.

— Hai trovato il passaggio? — continuò don José.

— Sì, — rispose Matemate — ma non ci potrà servire.

— Perché?

— Ho urtato contro una massa di rocce, attraverso le quali ho cercato inutilmente di scivolare.

— Sicché non abbiamo alcuna speranza di uscire dalla parte del lagoon?

— Se non sono riuscito io, che posso resistere molto sott'acqua, nessuno potrà riuscire.

— E chi ti ha fatto quella ferita? La tua coscia destra sanguina.

— Un pesce che non ho potuto vedere, essendo l'oscurità profondissima nel passaggio e che nondimeno devo avere sventrato, poiché la tua arma è rimasta conficcata nella sua carne.

Il capitano si asciugò alcune grosse gocce di sudore.

— Siamo perduti, — mormorò poi.

— Che cosa accadrà di mia sorella? — chiese don Pedro che lo aveva udito.

— Non vi preoccupate per lei, amico mio, — rispose don José. — Io conosco la ferocia, ma anche la lealtà di questi selvaggi. Vostra sorella è tabuata e nessuno dei Nuku oserebbe torcerle un capello. Sono capaci di farne una regina, nel caso che non tornassi più fra loro.

— È questo che non desidero affatto, capitano, — rispose don Pedro. — Che cosa farei io senza di voi? Che non ci sia proprio nessun mezzo per uscire di qui? Se tentassimo una sortita?

— Ci hanno rinchiusi e poi quand'anche ci aprissimo il passo attraverso la barricata, che cosa potremmo fare contro tre o quattrocento selvaggi? I Neo-Caledoni sono coraggiosissimi e affrontano la morte senza tremare.

— Eppure qualcosa bisognerà pure tentare. Le provviste di popoi non potranno durare mesi.

Il capitano stava per rispondere, quando una scarica di fucili echeggiò in lontananza. I due naufraghi si erano guardati l'un l'altro con angoscia, mentre delle imprecazioni sfuggivano dalle labbra del bosmano.

— Questi sono i marinai di Ramirez! — esclamò don José. — Questi selvaggi hanno troppa paura delle armi da fuoco per servirsene. Miserabili! Sono venuti per costringerci alla resa.

— Se ci arrenderemo. — disse don Pedro con suprema energia. — Anche noi abbiamo delle armi da fuoco e daremo, a questi antropofaghi, lo spettacolo di uomini bianchi che combattono contro uomini bianchi.

Mil diables! — urlò il bosmano. — Ecco delle belle parole, señor Pedro. Forniremo i selvaggi di carne bianca, ma faremo il possibile che non sia la nostra. Il vecchio lupo di mare ne butterà giù parecchi prima di cadere, caramba!