Il tesoro della Montagna Azzurra/XXII - Sotto il fuoco

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XXII — Sotto il fuoco

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XXII — Sotto il fuoco


I kahoa, già avvertiti che il momento di andarsene era arrivato, si erano raccolti silenziosamente sull'estremo margine della collina, decisi ad aprirsi la via con la forza, se gli avversari avessero tentato d'impedire loro la fuga. Sotto di loro, presso il corso d'acqua, delle ombre si agitavano, come se fossero occupate in qualche misterioso lavoro che le tenebre impedivano di scorgere. Sui cornicioni dell'opposta montagna rombava di quando in quando qualche colpo di carabina. Don José, don Pedro e Reton, attraversata rapidamente la spianata, tenendosi al riparo dell'ultimo angolo formato dal ridotto, avevano raggiunto i kahoa, guidati da Matemate. Vedendo tutte quelle ombre che andavano e venivano presso il torrente, si erano fermati un po' perplessi.

— Che cosa hai preparato, Matemate, per farci evadere da questa collina? — chiese il capitano. — Non dobbiamo arrischiarci a occhi chiusi.

— Seguimi, capo bianco, — rispose il kanako. — Io rispondo di tutto.

— Purché tu non ci faccia affogare! — disse Reton che non aveva mai avuto una completa fiducia negli antropofaghi.

— Il vecchio uomo bianco confesserà più tardi di aver avuto torto, — rispose il kanako. — Prima che sorga il nuovo sole noi saremo alla foce del Diao.

I tre americani scesero la collina: seguiti dai kahoa e con non poca sorpresa si trovarono davanti a una specie di ponte gettato fra quelle scogliere e la montagna che sorgeva di fronte e che non era quella occupata dalle genti di Ramirez. Consisteva in due lunghissimi tronchi di kauris, saldamente legati fra loro da un numero infinito di liane e che servivano benissimo per attraversare il torrente. Come i due kanaki e i loro operai improvvisati erano riusciti a spingere, al di sopra di quel corso d'acqua, quel ponte che aveva una discreta lunghezza? Un passaggio era stato preparato da quei bravi selvaggi e questo era più importante di qualunque altra spiegazione.

— Sarà sicuro questo ponte? — chiese Reton.

— Possiamo fidarci dell'abilità di questi isolani, — rispose il capitano. — Quello invece che mi preoccupa sono questi continui colpi di fuoco. Si direbbe che gli uomini di Ramirez si sono accorti che ci prepariamo a sgombrare l'isolotto.

— Infatti i colpi sono più numerosi che quest'oggi, — disse don Pedro.

— E le palle fischiano, ben vicine, — aggiunse il bosmano.

— Bah, passeremo egualmente — disse il capitano. — Siamo troppo affamati per rimanere altre ventiquattro ore su questo isolotto.

— E noi saremo i primi, per proteggere questi bravi selvaggi — soggiunse don Pedro risolutamente.

Prima che il capitano avesse avuto il tempo di fermarlo, il coraggioso giovane si era già lanciato sul ponte.

— Seguiamolo, — disse Reton.

I due marinai, a loro volta, avanzarono, stringendo le carabine. I tronchi, urtati dalla corrente che di quando in quando li copriva, subivano delle scosse, malgrado la loro mole enorme. La corrente che scendeva sempre impetuosissima, con un fragore di tuono, urtava contro quell'ostacolo, cercando di schiantarlo e di trascinarlo via. Nondimeno i tre americani avanzavano intrepidamente, badando bene dove posavano i piedi. Erano arrivati quasi a mezzo ponte, quando due colpi di fucile rimbombarono sulla montagna e don Pedro cadde aggrappandosi con una mano ai tronchi, avendo l'altra impedita dalla carabina. Don José, che lo seguiva a qualche passo di distanza, aveva mandato un grido.

— Vi hanno ferito, don Pedro?

— No, non è nulla. Silenzio, — rispose il giovane. — Non indicate ai nostri nemici la nostra posizione.

Altri due colpi rintronarono, seguiti subito da una scarica di parecchie carabine. Le palle grandinavano sul ponte. Il grido mandato dal capitano era stato certamente sentito dagli uomini di Ramirez che sparavano rabbiosamente verso il luogo da dove era partito.

— Caramba! — borbottò Reton, lasciandosi cadere a cavalcioni del ponte per paura di ricevere qualche palla nella schiena. — Comincia a far caldo.

— Non vi muovete, — disse il capitano. — Aspettiamo che si siano sfogati.

Per un paio di minuti le palle continuarono a sibilare intorno ai fuggiaschi, poi il fuoco cessò.

— Sembra che si siano persuasi che la nostra carne è troppo dura per il loro piombo, — disse Reton.

Per un caso miracoloso erano usciti illesi dalla terribile prova; ma forse non tutti, poiché don Pedro indugiava a muoversi.

— Amico, — gli disse il capitano che era inquietissimo. — Siete ferito, è vero?

— No, capitano.

— Non volete dirlo?

— Approfittiamo di questo momento di tregua per compiere l'ultimo tratto... Avanti, don José.

Il giovane, che si trovava immerso fino alle anche, si rimise in piedi e percorse, quasi correndo, il resto del ponte, raggiungendo la sponda opposta che era cosparsa di rocce. Il capitano e Reton l'avevano subito seguito, mentre i kahoa a loro volta si lanciarono sul ponte preceduti da Matemate e da Koturé.

— Che cosa è successo dunque? — chiese il capitano a don Pedro, quando furono in salvo.

— Una cosa da nulla, ma che però mi rincresce in questo momento, perché ci priverà d'una bocca da fuoco, — rispose il giovane. — La mia carabina è ormai fuori uso. Una palla ha fracassato il calcio e per poco, a causa dell'urto, non sono precipitato nel fiume.

— Ecco una perdita terribile! — esclamò Reton. — Che cosa potremo fare con due soli fucili contro quindici o venti che avrà il capitano dell'Esmeralda?

— E i miei sudditi non li conti? — chiese don José — Aspetta che abbiano la pancia piena e vedrai che daranno non poco filo da torcere agli uomini di quel pirata... Ehi Matemate?

Il kanako, che aveva già attraversato il ponte guidando i kahoa, fu pronto ad accorrere.

— Conosci la via? — chiese don Josè.

— Sì, uomo bianco.

— Dobbiamo però evitare, per il momento, l'incontro degli uomini che ci sparano.

— C'è il torrente fra noi e loro, — rispose il kanako. — Varchiamo questa montagna e saremo subito sulle rive della baia. Riorganizza la colonna e approfittiamo della notte per calare verso la spiaggia. Questa gente muore di fame e non potranno trovare viveri che presso il mare.

I kahoa avevano finito di passare e, sebbene indeboliti dalle lunghe privazioni, non aspettavano che un segnale per rimettersi in marcia. Matemate, dopo aver dato un rapido sguardo alla montagna che si alzava per sette od ottocento metri, quasi tagliata a picco e tutta coperta di cespugli, additò una specie di canalone che sembrava fosse stato aperto dalle acque.

— Là, — disse. — Saliamo.

La colonna lasciò la riva del torrente e cominciò a salire, mentre sull'opposta montagna continuavano a echeggiare colpi di fucile. Spinti dalla fame, i kahoa non impiegarono che due ore ad attraversare quella catena che si prolungava in direzione del mare e verso la mezzanotte arrivavano sulle spiagge della baia di Bualabea, tutta coperta da superbi cocchi. Mentre una parte degli indigeni assalivano le piante e altri frugavano fra le sabbie e le scogliere, raccogliendo ostriche e datteri di mare, il capitano, don Pedro, Reton e Matemate si erano spinti verso un promontorio dietro al quale si sentiva rumoreggiare cupamente il Diao. Cercavano la nave di Ramirez che supponevano vicina. Infatti avevano appena raggiunta la estremità di quella lingua di terra, quando Matemate, che precedeva il drappello, si fermò.

— Il gran canotto è là! — esclamò.

Il capitano e i suoi compagni si erano lanciati avanti. Una nave, di forme snelle ed eleganti, attrezzata a brik, si dondolava graziosamente in mezzo alla foce del Diao, a meno di trecento metri dal promontorio. Tutte le sue vele erano chiuse e le sue imbarcazioni erano issate sulle gru di babordo e di tribordo.

— Ecco uno splendido legno che sarei lieto di poter montare! — esclamò il bosmano. — Quel pirata si è fatto costruire una vera nave da corsa che non ha eguale su tutto il Pacifico.

— Nave negriera, mio caro, — disse il capitano. — Avrà certo delle artiglierie a bordo.

— Che faranno scappare, al primo colpo, tutti i vostri coraggiosi sudditi, — replicò Reton un po' ironicamente. — D'altronde mi sentirei tremare le gambe anch'io.

— Non avevate pensato all'armamento di quelle navi, è vero don José? — chiese don Pedro.

Il capitano, che era molto preoccupato, non rispose.

— E così, comandante — domandò Reton. — Dovremo rinunciare alla vostra prima idea?

— Andiamo a cenare, — rispose il capitano. — Ho qualche progetto però mi sarebbe necessario un uomo risoluto e deciso a sfidare qualunque pericolo.

— Sono a vostra disposizione, — disse don Pedro.

— No, no, voi non avete l'aspetto d'un marinaio.

Rayo de sol! — esclamò Reton. — E io che cosa sono dunque? Un lupo di mare o un damerino di Valparaiso o di Asuncion?

— Vecchio mio, ti avverto che potresti correre il pericolo di venire impiccato a qualche pennone di contra-pappafico, — disse il capitano.

— Sarebbe una morte migliore di quella che mi serbavano i nuku, — rispose il bosmano. — Ditemi quello che devo fare, comandante. Io sono pronto a tutto.

— Ne riparleremo, cenando.

I kahoa, che si erano gettati come uno stormo di corvi sugli alberi e sulle scogliere, avevano fatto una ampia provvista di frutta e di ostriche e mangiavano avidamente per rimettersi in forze. Non avevano però dimenticato i loro amici bianchi, mettendo da parte un bel mucchio di noci di cocco, di banani, di bellissime ostriche e di grossi granchi. Pieni da scoppiare, si erano stesi sotto l'ombra degli alberi, in attesa che il loro capo prendesse una decisione. Don José e i suoi due compagni e Matemate cenarono di buon appetito, poiché non erano meno affamati dei selvaggi e discussero a lungo. Mancava qualche ora alla spuntare del sole, quando il bosmano si alzò, spogliandosi della giacca e levandosi le scarpe ridotte già ormai in uno stato compassionevole.

— Se mi appiccheranno, cercherete di vendicarmi, — disse con voce perfettamente tranquilla. — La mia carcassa ormai non vale più di una piastra.

— Voi siete un valoroso, Reton! — esclamò don Pedro molto commosso.

— Non valgo più degli altri, — rispose il bosmano. — E poi penso che forse a bordo si possa trovare vostra sorella. Mi sembra un po' difficile che quel brigante di Ramirez l'abbia condotta con sé, fra i krahoa. Vedremo.

— Noi aspettiamo il tuo segnale, — dichiarò il capitano. — Saremo pronti a montare all'abbordaggio.

— Lasciate fare a me, comandante. Vai sapete che non sono mai stato uno stupido.

— Andiamo, vecchio uomo bianco — disse Matemate. — La marea sale e ci porterà, senza fatica, fino al gran canotto.

Strinsero le mani al capitano e al giovane e si avviarono verso il promontorio, soli e senz'armi. Arrivati verso l'estrema punta osservarono attentamente l'acqua per timore che ci fossero delle murene, poi scesero risolutamente la spiaggia, mentre i kahoa, avvertiti che c'era bisogno del loro aiuto, si alzavano brandendo le scurii, le lance, gli archi e le mazze.

— Lasciati andare, vecchio bianco, — soggiunse Matemate. — Non si tocca più.

Si erano messi a nuotare vigorosamente, dirigendosi verso la nave che sembrava deserta e che continuava a cullarsi sotto gli incessanti urti del Diao. Dovendo attraversare soltanto quattrocento metri, in pochi minuti i due nuotatori si trovarono a breve distanza dalla poppa del veliero. Il bosmano, con un poderoso colpo di tallone si sollevò sull'acqua, gridando a pieni polmoni:

— Ohè, della nave!...

Sulle prime nessuno rispose, poi dopo qualche momento si udì una voce rauca, come di un uomo che avesse bevuto troppo, chiedere:

— Chi è quel balordo che viene a guastare i miei sonni? Poteva aspettare almeno l'alba.

— Ohè, della nave! — ripeté il bosmano, con maggiore forza.

— Che il diavolo t'impicchi, seccatore! — gridò il marinaio di guardia, furioso.

— Non siete troppo gentili voi, con i camerati che hanno avuto la disgrazia di naufragare e che sono scampati miracolosamente ai denti degli antropofaghi.

A quelle parole, il marinaio che faceva così malamente il suo quarto di guardia, si curvò sulla murata di poppa, borbottando:

— Un naufrago! Da dove diavolo viene costui?

— Mi getti una corda, sì o no? — chiese il bosmano. — Non posso più reggermi.

— Un momento, amico: calo la scala. Ohè, camerati! In coperta, se avete digerito l'aguardiente.

Poco dopo, una scala di corda scendeva lungo il tribordo, facendo rimbalzare due getti di spuma. Reton con quattro bracciate la raggiunse e si issò fino alla murata, seguito da Matemate. Una decina di uomini, usciva in quel momento dalla camera di prora muniti di lanterna, facendo scricchiolare il ponte con i loro pesanti stivali di mare. Sembravano tutti mezzi ebbri e ancora assonnati. Uno di loro, vedendo il bosmano passare sopra la murata, gli mise sotto il naso la lampada, chiedendogli con una risata:

— Sei barbablu o barba bianca, amico?

— Sono un bosmano, — rispose Reton.

— E quel pezzo di liquirizia che ti segue? Non verrà mica con l'intenzione di mangiarci?

— È un bravo selvaggio, che mi ha salvata la vita.

— E da quale paese vieni, bosmano? Si direbbe che sei un nostro compatriota o per lo meno un peruviano.

— L'hai indovinato, amico. Sono del Perù.

— E la tua nave?

— Naufragata tre giorni fa sulle coste dell'isola di Bualabea.

— Hai avuto una bella fortuna, barba bianca, — disse il marinaio sghignazzando.

— Barba bianca!... Bene, benissimo! — gridarono in coro gli altri, ridendo.

A Reton cominciava a saltare la mosca al naso.

— A quale razza d'antropofaghi appartenete? — gridò. — È così che accogliete un disgraziato naufrago che muore di sete? Voi non siete marinai, vivaddio!

Gli uomini di Ramirez avevano cessato di ridere.

— Hai ragione, barba bianca, — disse uno di loro. — Noi siamo imbecilli impertinenti... Portate da bere e da mangiare e se avete ancora la testa annebbiata dal rhum tornate a dormire.

L'uomo che parlava così era un gigantesco marinaio, che aveva un aspetto meno patibolare degli altri e che doveva, per la sua forza erculea, farsi prontamente obbedire. Infatti, un momento dopo il bosmano sedeva davanti a una cassa su cui erano state deposte delle bottiglie di acquavite e della carne salata, con una dozzina di gallette.

— Andatevene, — comandò il gigante ai compagni. — Terrò io compagnia a questo vecchio. È un marinaio come noi, buffoni!

I marinai se ne andarono, brontolando contenti forse di riprendere il loro sonno.

— Mangia liberamente, bosmano, — riprese il gigante quando furono soli, — e soprattutto bevi e dà da bere anche al selvaggio che ti accompagna e che mi pare un brav'uomo. Tu hai scovato una perla, poiché questi antropofaghi sono tutti pessimi soggetti.

— Questo invece è il più bravo selvaggio che io abbia conosciuto nella mia lunga vita avventurosa, — rispose Reton, che assaporava un bel pezzo di carne salata fredda e la bagnava di quando in quando con dei buoni bicchieri di vino di Spagna.

— Ma di dove veniva la tua nave?

— Dal Callao.

— E andava?

— A Canton.

— E la tempesta l'ha spazzata via?

— L'ha scaraventata sui frangenti e si è spaccata come una nocciola.

— E gli altri?

— Tutti divorati dai pescicani.

— Non ti dar pensiero per il tuo avvenire, bosmano. Il padrone ti arruolerà.

— Non chiedo di meglio, — rispose Reton. — Sono vecchio eppure valgo più di un giovanotto e forse nessuno meglio di me conosce il Pacifico. Sono suo amico da quarant'anni.

— E ti ha tradito!

— Le amicizie non durano secoli... — rispose il bosmano. — E chi comanda questa bella nave? Tutti i capitani che frequentano il Pacifico li conosco.

— Don Alonso Ramirez.

— Un cileno? — chiese.

— Sì, di Asuncion.

— To'! Eppure questo nome non mi è nuovo e mi pare di averlo udito anche in qualche porto della Cina.

— È probabile, — rispose il gigante. — Il capitano ha esercitata la tratta, e la nostra nave ha frequentato i porti del Celeste Impero.

— Siete venuti a fare un carico di caledoni, ora?

Il marinaio di Ramirez si era messo a ridere.

— Non si potrebbero imbarcare neppur dieci schiavi, — disse, poi. — Questi isolani preferiscono mangiarseli anziché venderli. Siamo qui per ben altro motivo. Sarà un fiume d'oro che riempirà la stiva.

— C'è dell'oro qui! E dove?

— Alto là, bosmano. Questo è un segreto che non appartiene che al capitano e ai suoi marinai. Se ti arruolerà, come spero, allora saprai qualcosa anche tu.

— Fammi arruolare dunque.

— In questo momento il capitano non è qui. È partito ieri sera con una diecina d'uomini e una tribù di selvaggi per quel misterioso paese dell'oro e non tornerà prima di quindici giorni. Siccome in sua assenza comando io a bordo, tu rimarrai qui. Ti assumo per mio conto in qualità di carceriere; la smorfiosa non avrà paura di un vecchio dalla barba bianca e ci seccherà meno.

Reton dovette fare uno sforzo poderoso per trattenere un grido che stava per uscirgli di gola.

— Carceriere d'una smorfiosa! — esclamò, fingendo il più alto stupore. — Che specie di carica è questa? Spiegati un po' meglio, camerata, perché io ho la testa un pò dura.

— Il capitano ci ha affidato una ragazza, molto bella, ma che ci annoia mortalmente con le sue incessanti proteste e con i suoi ripetuti tentativi di fuga. Non siamo più liberi di ubriacarci per paura che ci scappi, e se ciò avvenisse, addio la nostra parte di oro. Il capitano ha parlato chiaro.

— E che cosa dovrò fare io? — chiese Reton.

— Installarti nella cabina vicina a quella occupata dalla ragazza e vigilare attentamente. Ti avverto però, bosmano, che se ti scapperà avrai da fare i conti con i miei pugni, che come vedi, pesano molto!

— Non mi sono mai ubriacato in cinquant'anni di navigazione, quindi puoi avere completa fiducia in me.

— Tu hai pescato una perla di selvaggio, — disse il gigante, ridendo — io ho pescato una perla di marinaio. Hai finito di mangiare?

— Come vedi non bevo nemmeno più.

— Allora vieni con me con il tuo selvaggio. Quattro occhi vedono meglio di due.

Prese una lanterna e si alzò. Reton e Matemate l'avevano imitato. Attraversarono la tolda e scesero nel quadro, dove un marinaio russava, steso in mezzo al quadrato.

— Vedi come vegliano i miei uomini, — disse il gigante, dando un calcio all'addormentato. — Non posso fidarmi ormai di nessuno.

Si era fermato davanti a un uscio, posando un orecchio presso la toppa.

— La smorfiosa dorme, — disse poi.

Apri una porta vicina e spinse dentro il bosmano, soggiungendo:

— Questo sarà il tuo posto finché ritorna il capitano. Apri bene gli occhi, camerata, e veglia sulla piccina. Se dovesse scappare, il capitano sarebbe capace di impiccarci.

— Fidati di noi, marinaio, — rispose Reton. — La smorfiosa non avrà mai avuto due guardiani migliori.

— Buona notte. Vado a terminare il mio sonno interrotto, — disse il gigante.

Reton, che si fregava le mani, mezzo istupidito da tanta fortuna, attese che il rumore dei passi fosse cessato, poi passò, silenziosamente, nel quadrato dove il marinaio di guardia continuava a russare, e staccò una lanterna.

— Vedrete, mascalzoni, come veglierò sulla smorfiosa, — borbottò. — Questo si chiama aver fortuna e che fortuna! Don Pedro non s'immaginava di certo che la señorita fosse qui. E noi che stavamo per abbordare la nave! Queste canaglie erano capaci di ucciderla, prima che cadesse nelle nostre mani.

Rientrò nella cabina girando intorno un rapido sguardo. Non c'erano che una branda e un tavolino ingombro di carte geografiche.

Non erano però i mobili, che interessavano il bosmano. Era il sabordo che dava sul mare, un vero sabordo, che un tempo doveva aver servito per il tiro di qualche pezzo da caccia così ampio da permettere il passaggio a due uomini in una volta sola.

— Se questa nave non avesse esercitato la tratta, quest'apertura non ci sarebbe stata, — disse Reton. — Ecco un bel buco per calarci in mare.

Accostò poi la lanterna alla parete che divideva la cabina da quella occupata da Mina, e soggiunse:

— Una buona punta schioderà le tavole.

Matemate, sempre silenzioso, lo osservava. Non doveva aver capito nulla ancora, poiché non conosceva lo spagnolo.

— Tutto va bene, sai, amico, — gli disse il bosmano. — La fanciulla bianca è lì, dietro questa parete.

— L'amica del piccolo uomo bianco? — chiese il kanako.

— Sì, Matemate.

— E non la porteremo via, noi?

— Adagio, amico. In certi affari non bisogna aver fretta. Tu non hai nessuna arma addosso?

— Il capo bianco non ha voluto che portassi la mia scure.

— Ho visto nella fascia dell'uomo che russa un coltellaccio. Saresti capace di levarglielo senza che si svegli?

Il kanako, invece di rispondere, uscì dalla cabina senza fare alcun rumore.

— Tieni, — disse poco dopo, rientrando. — L'uomo bianco non si è mosso.

— Ne ero persuaso. Quello stupido ha convertito il suo stomaco in un barile di caña. Mettiti di guardia davanti all'uscio e se qualcuno scende o se quell'uomo si sveglia, avvertimi subito. Se ci sorprendono ci impiccheranno senza misericordia. Questi marinai valgono il loro padrone.