Inni di Callimaco/Cerere

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Cerere

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Callimaco - Inni (III secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Dionigi Strocchi (1816)
Cerere
Pallade Chioma di Berenice


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Ecco il canestro. O donne incominciate: 1
     Salve inventrice delle spiche prime,
     3E voi profani, al suol gli occhi inchinate.

Da fenestre e da luogo altro sublime
     Nè donna nè fanciul nè verginella,
     6Nè alcun digiuno le pupille adime.

Dalle nubi lo mira Espero stella,
     Che a Cere diè di bevere il conforto,
     9Quando in traccia correa di sua donzella.

Quale, o diva, potere il piè t’ha scorto
     Fino all’occaso, e agli Etiòpi ardenti,
     12E delle poma d’oro infino all’orto?

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E tre fiate d’Acheloo gli argenti
     Senza gustar bevanda o scinger vesti,
     15Tre fiate varcasti altri torrenti,

E tante al Siciliano Etna corresti
     Digiuna, e il fianco travagliato accanto
     18Al fonte di Callicoro ponesti.

Deh! taci o Musa, e cose, che di pianto
     Furon cagione a Cerere e di pena,
     21Argomento non sian del nostro canto.

Più bello è dir come cittadi affrena,
     O Trittolemo scorge ai campi avari,
     24O per messi recise i gioghi mena,

E meglio memorare i casi amari
     Della prole di Triope, laonde
     27I numi a riverir ciascuno impari.

Vivean Pelasghi per le sacre sponde
     Dell’ombrifero Dozio, ove fioria
     30Tale una selva di conserte fronde,

Che non avrebbe a stral data la via:
     Quivi poma soavi ed olmi e pini,
     33E chiara come l’ambra onda natia.

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Tanto Cerere amò questi confini,
     Che men la piaggia Triopéa le piacque
     36Meno i campi dell’Enna e gli Eleusini.

Quando il cielo segnò l’ora che spiacque
     A qualche dio di Triope la schiatta,
     39Il mal talento in Erisitton nacque,

Che una man di sergenti ebbe là tratta
     Armata di bipenni e di securi,
     42Una cittade intera avrian disfatta.

Ivi un bel pioppo fea coi rami oscuri
     Incontro alla solar ferza molesta
     45Balli di ninfe a mezzo dì sicuri.

Asce e bipenni pria posero a questa,
     Laonde rimbombò sinistro carme
     48Ad ogni stel per tutta la foresta.

Come sentito il risuonar dell’arme
     Ebbe la diva, in grande ira si accese,
     51E gridò: chi mie piante osa schiantarme?

Della vecchia Nicippe aspetto prese,
     Alle bende, ai papaveri di mano
     54Diede, e la chiave agli omeri sospese;

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E per cangiar del rio proposto insano
     L’audace Erisittone, a lui si accosta
     57Con questo favellar soave e piano:

Figlio, desio de’ tuoi, deh! figlio sosta,
     Deh! non guastar queste corteccie avanti,
     60Son sacre a numi, i tuoi sergenti scosta;

Potresti penitenza averne e pianti,
     Se Cere se n’addasse, a cui sacrati
     63Sono i dì della pianta, che tu schianti.

Con quelli truculenti occhi affocati,
     Che suol leena a cacciator di Tmaro
     66Posata al nido de’ suoi erudi nati,

Del cui piglio non ha altro più amaro,
     Squadrolla, e cominciò: Vattene o certo
     69Proverai come fenda questo acciaro.

Da quella trave mi sarà sofferto
     Il coverchio d’ostel, che dovrà stare
     72Sempre a letizia di convivi aperto.

Nemesi registrò l’empio parlare,
     Arse la diva, e Cerere mostrossi,
     75E dalla terra al ciel parve arrivare.

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Da riverenza e da spavento mossi
     Subitamente diedero al terreno
     78Le scuri, e al bosco i fuggitivi dossi.

La diva un guardo non piegò nemmeno
     Alle genti, che quinci ivan lontane,
     81Poichè necessità seguita avieno,

E volta al capitano: o cane cane,
     Stanza prepara a tue cene gioconde,
     84Avrai da dimandar spesso del pane.

Per le viscere allor, per le profonde
     Midolle foga di voraci brame
     87Immensa insaziabil gli diffonde.

Parver le gote lì pallide e grame
     Per quella subitana Erinni edace,
     90Che germogliava in lui da cibo fame.

Non era meno la voglia bibace,
     Gran copia vini con vivande agogna,
     93Soggiace a Bacco chi a Cere soggiace.

I miseri parenti per vergogna
     Lo dividean da publico convito,
     96Ed era buona scusa ogni menzogna.

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Se a festi dì gli fean li Ormeni invito,
     La madre rispondea: jeri a Cranone
     99Il prezzo a tor di cento bovi è ito.

Se le nozze venìa di Attorione
     Polisso a nunciar chiamando insieme
     102Con Triope a convito Erisittone,

Ed ella in suon di chi gran doglia preme:
     Or volge il nono dì, plorando sclama,
     105Che il figlio da un cinghial piagato geme.

O madre, per celar la vera fama,
     Quante volte portasti il volto rosso!
     108Se alcuno a nozze il tuo figliuolo chiama,

Misero! inferma, un disco l’ha percosso,
     Ito è sull’Otri a numerar la greggia,
     111Di sella un fero corridor l’ha scosso.

Ed egli notte e dì mense vagheggia
     Chiuso nei penetrali, e tutti ingolla
     114Gli ampi tesor della paterna reggia;

Fame dal manicare in lui rampolla,
     E quanto insacca più tanto più vuole,
     117Lo costui ventre e il mar non si satolla.

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Imagine di cera a rai di Sole
     Tal si dilegua, o gel sovra pendice;
     120La pelle e l’ossa lo informavan sole.

La madre le sirocchie la nudrice
     Struggonsi in pianto, e ne’ canuti sui
123Ambe mette le man Triope, e dice:

O falso padre, o vano autor di nui,
     Vedi, Nettuno, il tuo terzo rampollo,
     126Se nato di Canace e di te fui.

Perchè non l’ha con sue saette Apollo
     Incenerito pria? Perchè sotterra
     129Prima con queste man posto non hollo?

Fame gli stà negli occhi, e gli dà guerra;
     O questo morbo rio fagli lontano,
     132O a lui le mense del tuo mar disserra. 2

Ogni presepe mio di greggia è vano,
     Più cibi a mense dispensar non basto;
     135D’ogni cucinator stanca è la mano.

Cavallo non è qui vivo rimasto,
     Non un bue cui nudria la madre a Vesta,
     138Dei muli ha fatto e fin dei gatti pasto.

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Fuor dei lari domestici di questa
     Indegnità rumor non corse quivi,
     141Mentre che roba alla famiglia resta;

Ma poichè tutto divorò, pei trivi
     Regal germoglio si giacea mendico
     144Accattando reliquie di convivi.

Me non avrà nè commensal nè amico,
     Diva, colui, che l’ira tua castiga,
     147Tristo vicin mi sia sempre nemico.

Ritrovatrice della bionda spiga,
     Dite donne e donzelle: o Cerer’ave,
     150E come aggioghi candida quadriga,

Candido autunno di racemi grave,
     Candida estate e candida succeda
     153Primavera e seren verno soave;

Come avvien che scoverto e scalzo inceda
     Nostro drappel per la città, restauro
     156Aggia così, che al capo e ai piè proveda.

Come sul crine i pien canestri d’auro
     Si recan verginelle, così vada
     159Carca ognuna di noi di gran tesauro.

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Ciascuna donna a cui non si dirada
     Il vel, che questi riti ombra e scolora,
     162Di quà dal Pritanéo fermi sua strada.

Altra chiunque, a cui le chiome ancora
     Il sessagesim’anno non imbianca,
     165Infino al tempio non faccia dimora.

Qual più s’attempa, e del cammino è stanca,
     O a Lucina le man tende per doglie,
     168Verrà poscia, e mercè non avrà manca.

Salve, e in bel nodo di concordi voglie
     L’alme dei cittadin stringi e raccheta,
     171E di felicità scorgi alla soglie.

La greggia impingua, e dolci poma, e lieta
     Messe dispensa e pace ai nostri lidi,
     174Sì che la man, ch’ha seminato, mieta,

E a me, regina delle dee, sorridi. 3