Interviste dal libro "TUTUCH (Uccello tuono)"/Intervista a Rodney Bobiwash

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Intervista a Rodney Bobiwash

../Intervista a Billy Two Rivers ../Intervista a Leonard Bordeau IncludiIntestazione

Intervista a Billy Two Rivers Intervista a Leonard Bordeau

Sono il direttore della Casa delle Prime Nazioni presso l’Università di Toronto e sono docente del corso di studi sugli Aborigeni di questa università.

1. Per la sua tradizione culturale la vita è un dono o una punizione?

Certamente la vita è un dono. Tutto quello che abbiamo è di sostengo alla nostra vita, tutte le cose che abbiamo sono doni per il semplice fatto che noi siamo stati portati qui dal mondo spirituale per un breve lasso di tempo e quando ritorneremo nel mondo spirituale sarà ancora un dono. Per noi tutto è un dono. Il Creatore, secondo quanto mi è stato trasmesso, forse non è un “egli”. Noi diciamo “egli” come i Cristiani dicono di Dio “Egli”, ma potrebbe anche essere “Ella”. Mi hanno sempre insegnato che Egli è l’unico Creatore: prima creò le persone, e poi gli animali e tutto quello che è nel mondo.

La storia della creazione che conosco narra che non siamo stati direttamente creati da Dio, ma dal suo quarto figlio. Questi si sentiva solo e creò le persone: come lei sostiene, c’è forse qualche analogia con la sua religione, perché anche il suo Dio soffrì la stessa angoscia. Si stancò, penso, di parlare con gli animali e si rese responsabile di creare gli esseri umani, a lui uguali. Ecco perché pensiamo a Lui come il primo uomo.

Tuttavia, vi sono molte storie sulla creazione anche contraddittorie: c’è la storia dell’acqua, che dice che veniamo dal cielo, caduti da un posto simile al paradiso. Essere qui non è una punizione, come lei suggerisce, ma direi che è piuttosto una conseguenza. C’erano due bambini che vivevano in cielo, ed erano così curiosi che furono indotti a fare qualcosa di cui pagarono le conseguenze. Punizione è ciò che una persona ti fa, mentre pagare le conseguenze è prendersi la responsabilità di ciò che si fa.

2. Perché siamo qui: per lottarci o per aiutarci?

Non siamo qui per lottarci né per aiutarci: siamo qui per vivere una buona vita. Ciò significa che ci prendiamo cura delle responsabilità che abbiamo come persone: abbiamo responsabilità verso il Creatore che ci ha creati, abbiamo responsabilità verso la terra, che ci dà il sostentamento, abbiamo responsabilità verso la comunità, abbiamo responsabilità verso gli animali, che sono il nostro cibo, verso le piante che ci forniscono cibo e medicine. Tutto questo significa che a volte ci aiutiamo reciprocamente, e a volte invece ci lottiamo l’un l’altro: lottiamo con le persone che intraprendono percorsi pericolosi e fanno cose che danneggiano l’ambiente. Per esempio, se qualcuno è responsabile per l’inquinamento del lago, ho la responsabilità di lottarlo per farlo desistere.

3. Che significa per lei la parola “capo”?

Nella nostra tradizione la parola che usiamo per “capo” è un’altra, e significa comandante, non nel senso di chi ti dice cosa fare, ma nel senso di persona che provvede ai bisogni degli altri. Quindi, il capo deve essere un buon cacciatore, egli deve procurare il cibo e deve prendersi cura della sua comunità. Mai si arroga il diritto di dir loro cosa fare: se ha la capacità di parlare, deve andare fuori e capire qual è l’opinione generale, deve procurarsi il consenso, e solo allora è autorizzato a parlare.

Oggi, certo, abbiamo il sistema elettivo (già dal 1870) ed è un sistema molto moderno, ma in passato si poteva diventare capo in due modi: v’era il sistema ereditario, e vi erano capi perché ottimi guerrieri, o buoni cacciatori, o perché avevano ottime idee, o che sapevano parlare bene. Dovevano essere i migliori, altrimenti nessuno li seguiva. Se il capo era uno stupido o un pessimo cacciatore, chi l’avrebbe seguito? Quindi doveva avere certe abilità!

Nel sistema ereditario selezionavano il bambino e fin dalla tenera età lo educavano ad essere capo. Spesso poteva accadere che un uomo con tale preparazione, e con ambizioni, lasciasse il villaggio col suo seguito e andasse a fondare un’altra comunità. Nessuno poteva fermarlo, perché nessuno poteva costringere l’altro a fare qualcosa contro la sua volontà. C’era libertà democratica nel senso che la guida era determinata dai seguaci: se non hai seguaci non sei un capo!

4. Quali sono le sue responsabilità?

La prima responsabilità era quella di procurare il cibo. Doveva sapere dove si trovavano gli animali, come catturarli, come curarli. Spesso vi erano più capi, uno per ogni settore: capi con abilità diplomatiche, perché erano bravi a parlare, capi per la pace, che andavano a parlare con altri popoli. Spesso vi erano capi guerrieri, che avevano la grande responsabilità di essere generali in guerra. Come vede, la nostra organizzazione sociale era ed è molto differente da quelle democratiche dell’occidente.

5. Che tipo di organizzazione sociale avete?

L’organizzazione tra questi vari capi dipendeva dalle situazioni. Se c’era guerra, tutti ascoltavano il capo guerriero. Tutto dipendeva dalla sua reputazione: se era bravo, tutti correvano da lui. Gli altri capi sapevano della sua reputazione e lo rispettavano, o lo sfidavano. Ma questo accadeva molto di rado, perché rispettavano le abilità altrui. Penso che questa sia la più pura forma di democrazia.

Non penso ci fossero molti conflitti tra i gruppi, al contrario di quanto racconta la storia scritta dai Bianchi. Abbiamo fatto guerre come molte altre comunità: comunque questo era il nostro modo di vivere, ma le sei Nazioni, che costituirono la Confederazione, vivevano differentemen-te. Gli Indiani delle pianure, ad esempio, vivevano in modo diverso, come pure i Creek. Penso che la convinzione che gli Indiani fossero guerrieri sia una fantasia. Non vi sono documenti che attestino che gli Indiani si uccidevano in massa. Certamente, nessuno viveva in Paradiso! Noi non vivevamo in Utopia: vi sono state uccisioni, perversioni, ancora oggi vi sono persone con varie difficoltà, ma sappiamo come trattarle. Non penso che sia questione di spazio, perché in Messico ed in tutta l’America Centrale e del Sud troviamo una popolazione molto densa di Indiani, sicuramente città molto popolate. Queste persone non vivono nella foresta, vivono nei centri urbani, senza la polizia, senza carceri, e non troviamo traccia di violenza. Vi sono, invece, persone che sanno trovare il sostentamento per una popolazione vasta basandosi sull’agricoltura. Forse ciò è possibile perché le persone collaborano attivamente tra di loro. Qui troviamo qualcosa che io scoprii in Italia. Toronto è il Mediterraneo del Nord America, e come tale ha una civiltà fiorente. Infatti, nelle grandi civiltà Mediterranee fiorirono e si divulgarono i più grandi sistemi, nacquero i grandi linguaggi, perché le persone vivevano a più stretto contatto: era un crocevia, le culture si incontravano, venivano commercianti dall’Egitto, dall’Africa, dall’Europa, dalle nazioni slave: ebbero un luogo di incontro nel Mediterraneo e v’era tra loro un interscambio di culture, di lingue. Questi popoli crearono un miscuglio ricchissimo. Lo stesso accadde in Toronto: c’erano le culture indiane che si incontravano, ed erano molto differenti, usavano differenti linguaggi. Se vede la ceramica che abbiamo qui, è della stessa qualità di quelle del Mediterraneo. Abbiamo molti centri di civiltà come, per esempio, le città del Messico.

6. Qual è il ruolo della donna nella vita del gruppo? Chi si occupa dell’educazione dei figli?

La nostra tradizione è patriarcale, il clan è formato dal padre e mio padre era del “clan dell’orso”, quindi io sono un orso. Ma eravamo anche matriarcali: perché vivevamo con la famiglia di mia madre. È un sistema differente, che dà forza alla famiglia delle donne. Gli uomini sono considerati degli aiutanti delle donne: questa è la nostra maggiore responsabilità sia come guerrieri che come capi. Noi non siamo indispensabili, ma non si può rimpiazzare la donna, perché porta tutto in sé: porta la cultura, porta i figli, porta l’educazione, la competenza, la conoscenza delle erbe mediche.

Per farle un esempio: quando la donna è mestruata viene purificata e ha un formidabile potere. L’uomo, invece, per purificarsi deve andare nella sauna, deve sudare molto, al contrario le donne si purificano naturalmente. Ma raramente le donne diventano dei capi.

Tutti i membri della comunità si prendono cura dei bambini. L’educazione abitualmente viene impartita dalle zie o dagli zii: non impari a cacciare da tuo padre, è tuo zio che t’insegna.

La donna apprende quello che le necessita non dalla madre, ma dalla zia: ci sono delle forti relazioni nella nostra famiglia estesa! Le persone non ti dicono quello che devi fare, lo fanno e basta e tu guardi e poi provi da solo. Non siamo mai stati popoli di lettere, non scrivevamo mai. Bisognava ricordare. Non avevamo scuole secondo il modello occidentale. E se avevi, diciamo, l’abilità di parlare agli animali, o il potere della magìa, potevi incontrare un uomo di medicina che ti prendeva con sé e ti insegnava sin da piccolo.

Vivevamo tutti insieme, era una grande famiglia, ciò nonostante avevamo compagni e relazioni monogame: non era certo una monogamia religiosa, ma era considerata molto importante. Gli uomini, maschi e femmine, potrebbero essere puniti per non essere monogami. La punizione abitualmente consiste in una pena pecuniaria, ed anche se non ha soldi il colpevole deve dare in merci come pesce o fagioli, pelli, argento. Spesso non è una punizione, ma una restituzione: se si arreca danno a qualcuno con dei pugni, dai dei doni per regolare l’incidente. A volte le persone venivano uccise per aver fatto delle fatture, o per aver commesso un incesto e molto spesso erano costrette a lasciare il clan. Così morivano di disperazione perché non si può vivere da soli, soprattutto in un ambiente ostile come il nostro.

7. Cosa può dirmi circa la proprietà? Mi spiego: come venivano distribuiti i beni tra i membri del gruppo?

Alcune proprietà erano comuni ed altre personali. La maggior parte era in comune. Ci sono certe pratiche, certe cerimonie interne che chiamiamo “dare via” (potlach): si organizzano, cioè, delle feste per donare agli altri membri del gruppo le cose di cui in quel momento possiamo fare a meno. Lo facciamo periodicamente per segnare un’occasione, per esempio: mi sono sposato due anni fa e parte della mia cerimonia matrimoniale fu costituita dal donare, “dare via”. Così feci l’inventario di quello che avevo, spesi anche dei soldi per comprare cose varie, ed infine misi cinquecento dollari sul letto: gli invitati che vennero alla cerimonia andavano in camera a prendere quello che volevano. D’altra parte, io potevo andare alle cerimonie matrimoniali degli altri e prendere quello che mi necessitava nei potlach organizzati dagli altri. Le cose circolano constantemente. Ora, bisogna ricordare che una volta le persone non possedevano molto, perché abitualmente erano in continuo cammino e le difficoltà del viaggio non permettevano di portare molto con sé. La carne era importante, perché un pasto a base di carne conferiva prestigio. Ancora oggi quando qualcuno uccide un cervo, che è un grosso animale (pesa dai tre ai quattro quintali), per prima cosa lo divide con gli altri cacciatori e spesso offre le parti migliori come il cuore, il fegato. Quando si torna al villaggio si dona la maggior parte della carne alle persone anziane, ai malati che non possono cacciare, ed anche a quelli che non sono bravi nella caccia. Accade la stessa cosa per la pesca, se è abbondante. Le faccio un esempio: proprio qui sotto al centro organizzammo una festa in onore di una persona anziana che ha lavorato all’università. Conosco un buon cacciatore, membro della nostra comunità, che ogni anno uccide due o tre cervi. Non gli ho chiesto niente, gli ho solo comunicato l’evento e una settimana dopo è venuto e mi ha detto: <<Ti voglio donare settantacinque chili di carne di cervo per la festa>>. La settimana successiva pescò cinquanta chili di pesce e portò anche quelli. Disse: <<Il Creatore è stato molto buono con me, perché ha fatto di me un buon cacciatore, perciò vi dono tutto per la nostra festa>>. E tutto questo accade ancora, anche nella grande città di Toronto.

8. Qual è il suo massimo dovere?

Non ho compiti come essere umano, solo responsabilità. Visto che appartengo al “clan dell’orso” ho tre responsabilità. La prima è conservare la tradizione dell’arte medica: siamo dei guaritori. La seconda, che mi sta molto a cuore, è che tutti siano ascoltati, perciò siamo responsabili per la giustizia, per la politica, e dobbiamo evitare che le persone siano rinchiuse in carcere, pur preoccupandoci di far rispettare i diritti di tutti. La terza repsonsabilità è quella di essere guerrieri della Nazione e quindi dobbiamo controllare i confini per salvaguardare la nostra comunità da attacchi. Se qualcuno entra per aggredire la comunità, noi siamo quelli che devono allontanarli a rischio della nostra incolumità. Queste sono le mie responsabilità. Ma ho anche molte altre cose da fare. Sono responsabile del mio insegnamento, e via di seguito. Ma queste non sono le mie maggiori responsabilità.

9. Come punite i colpevoli?

Noi non abbiamo generi (maschile e femminile), abbiamo solo cose animate ed inanimate. I generi sono espressi dal contesto. Perciò quando parliamo l’inglese confondiamo egli con ella, o lui e lei. Ritornando alla sua domanda su come trattiamo i colpevoli, devo dire che dipende da ciò che hanno fatto. Una volta erano condannati alla restituzione con doni, e persino alla pena di morte. Non ci è più permesso di farlo, ora viviamo secondo le Leggi della polizia canadese. Noi non abbiamo mai avuto prigioni, non riuscivamo proprio ad immaginare di mettere qualcuno tra le sbarre e privarlo così della sua libertà: è la cosa peggiore che si possa fare. È comprensibile come sia difficile per noi tollerare il sistema della giustizia canadese. Se vivi all’aperto e sei un contadino, un pescatore, un cacciatore, e se hai sempre vissuto all’aperto, è tremendo essere privato di tutto questo.

Raramente la punizione veniva praticata direttamente, abitualmente venivano allontanati dalla comunità e morivano di solitudine o di pazzia. Stiamo ritornando a questo metodo, ma non allo stesso modo, accorciamo i termini dell’isolamento. Alcune comunità lo stanno praticando per i giovani colpevoli: li si manda sui monti a vivere isolati con lo zio per sei mesi. È una punizione a breve termine, ma vivere isolati con lo zio per sei mesi abitua a ricominciare. In questo modo sembra che anche lo zio venga punito, ma anche per lui è l’occasione buona per una rieducazione del giovane.

10. L’essere umano è superiore agli animali e alla natura?

No, siamo inferiori. C’è il Creatore, il maestro degli animali, gli animali, le piante, e poi veniamo noi, perciò siamo gli ultimi. E dobbiamo rispettare tutte le altre creature. Perciò quando catturiamo un cervo non diciamo abbiamo ucciso quell’animale, ma diciamo che Egli ci ha offerto il dono e noi lo rispettiamo per questo. Prima di cacciare danziamo, abbiamo una cerimonia di purificazione del corpo con medicine sacre. Quando hai ucciso l’animale non puoi dimostrargli rancore di sorta, è considerato irrispettoso verso l’animale e lo spirito che te lo ha offerto.

11. Qual è l’essenza dell’essere umano? È una creatura speciale con una missione speciale?

Abbiamo un posto da occupare. Non è speciale, è solo differente da quello degli animali, e delle piante. L’essenza dell’uomo è nel cuore, nello spirito: così diciamo in ojibway. Abbiamo molte parole per dirlo, ma è come il Tao, è la vita che scorre in ognuno di noi. Non so se gli esseri umani hanno dei diritti, penso che essi abbiano delle responsabilità: le comunità e le nazioni hanno dei diritti, ma noi come individui abbiamo delle responsabilità. Il privilegio è un concetto molto diverso e molto abusato, ma non compreso, perché presuppone che noi abbiamo il diritto di ottenere qualcosa come risultato di un qualche accidente, o di qualcun altro.

Vecchi e bambini sono per noi vicini al Creatore, perciò li consideriamo molto speciali.