L'Utopia (1863)/Tommaso Moro a Pietro Egidio

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Tommaso Moro a Pietro Egidio

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Tommaso Moro - L'Utopia (1516)
Traduzione dal latino di Anonimo (1863)
Tommaso Moro a Pietro Egidio
L'Utopia (1863) Libro primo

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U T O P I A




TOMMASO MORO A PIETRO EGIDIO


SALUTE.


Mi arrossisco di vergogna, Pietro carissimo, a mandarti quasi un anno dopo questo libretto dell’isola Utopia, il quale mi rendo certo che tu aspettavi in un mese e mezzo: come quello, che sapevi molto bene, che non aveva da affaticarmi nel rinnovare la materia, neanco ad ordinarla, avendola io con esso teco udita narrare da Raffaello. Per il che non mi occorreva di affannarmi nell’esprimerla con parlari esquisiti, quando non potè il dir suo esser molto eloquente, come quello che fu all’improvviso, e di uomo non così dotto nella lingua latina come nella greca: e tanto più s’avvicinerebbe il mio alla verità, quanto più alla trascurata semplicità di quello si rassomigliasse. Confessoti, o Pietro mio, essermi per una tale considerazione scemata assai la fatica, perchè altrimenti avrebbe ricercato alquanto di tempo e di studio da ingegno dico ancora non ignorante nè stupido. Se però mi fosse stato richiesto che tal materia venisse scritta con stile eloquente, senza scostarsi dal vero, dirò veramente ch’io con niuna lunghezza di tempo o di studio l’avrei potuto fare. Ora levati via tali pensieri, nei quali [p. 4 modifica]faceva mestieri sudare d’avvantaggio, tutto agevolmente potevasi scrivere, siccome era stato udito: benchè le mie altre imprese m’hanno lasciato pochissimo tempo a fornire così leggiera cosa, trattando, udendo, determinando e giudicando io assiduamente le cause del foro, visitando or questo per benevolenza o mio debito, or quello per eseguire le faccende importanti. Mentre però dispenso fuori quasi tutto il giorno, ed il rimanente per le mie cose famigliari, non resta a me, cioè alle lettere, tempo alcuno. Perchè ritornato che sono a casa, mi bisogna ragionare con la moglie, gridare coi figliuoli, parlare coi ministri. Tutte le quali cose io annovero in vero tra le più necessarie non volendo essere nella casa propria come forestiere. Perchè dobbiamo esser benigni verso coloro, che o per natura, o a caso, o per nostra elezione ci sono stati dati compagni nel vivere, purchè con la troppa benignità non si corrompa la disciplina, e i servi non diventino padroni. Tra questi travagli passa il giorno, il mese e l’anno. A qual tempo adunque scrivo? Non ho parlato di quello che si consuma nel mangiare e nel dormire, che occupa quasi la metà della vita. Io acquisto solamente quel tempo, che mi rubo dal sonno e dal mangiare. Ma perchè è poco ho proceduto lentamente; tuttavia con esso ho fornito, e alfin ti mando, o Pietro mio, l’Utopia, perchè la legga, e mi ammonisca, ove mi fossi scordato qualche cosa. Quantunque non molto mi temo di questo. Così valessi io per dottrina ed ingegno, come non manco di memoria! Tuttavia non tanto in quella mi fido, che non pensi potermi esser caduto qualche particella di mente. Perchè Giovanni Clemente mio figliuolo, che era presente, poichè non mai lo lascio scostare da alcun parlamento utile, sperando che quest’erba, la quale ha cominciato a verdeggiare, delle greche e latine lettere, debba quando che sia produrre frutto copioso, mi pose in gran dubbio. Perchè, a mio ricordare, Itlodeo narrò che il ponte amaurotico sopra il fiume Anidro è lungo 500 passi. Giovanni mio dice che è solamente 300. Pregoti che vi pensi, perchè se affermerai il medesimo [p. 5 modifica]con lui penserò di avermi scordato questo: ma se non te lo ricordi, scriverò come ho detto, e studierò di narrare il vero, e nei dubbj guarderommi a mio potere da menzogna; studiando esser tenuto piuttosto uomo dabbene che prudente. Potrai tuttavia intendere di questo o alla presenza o con lettere dallo stesso Raffaello, ed è necessario che lo intendi ancora per un altro dubbio occorso, non so se per mia colpa o tua, ovvero di Raffaello medesimo. Perchè non ci venne in mente di chiedere da esso in qual mare era posta quest’isola, nè in qual parte di quel mondo nuovo. Vorrei con alquanto del mio ricomperare questa cognizione, perchè mi vergogno non sapere in qual mare ella sia, dovendone ragionare così a lungo, ed ancora perchè due de’ nostri uomini, ma uno specialmente pio e teologo, brama di andare in Utopia, non già per curiosità di veder cose nuove, ma per aumentare la cristiana religione, ivi cominciata. Ed ha disposto di farsi creare dal pontefice vescovo di Utopia, giudicando che sia fruttuoso il ricercare tale officio, non mirando all’onore nè al guadagno, ma alla pietà. Pregoti adunque, o Pietro, che alla presenza o con lettere vogli tanto intendere circa quest’isola da Itlodeo, che non vi sia alcuna falsità, nè vi manchi verità alcuna. E per mio avviso sarebbe comodo mostrargli questo libro, quando che niuno potrà meglio correggervi gli errori, e con più acconcio lo farà, avendo in mano questo mio scritto. Potrai ancora intendere quando gli piaccia ch’io mandi in pubblico quest’opera. Perchè s’egli avesse disposto di scrivere le sue fatiche, forse avrà a male ch’io le scriva, ed io altresì mi rimarrò di preoccupargli questo nuovo fiore di pubblicare la repubblica Utopiense: quantunque non ho determinato ancora s’io voglia pubblicarla. Perchè sono tanto rari i gusti degli uomini, tanto difficili gli ingegni, tanto ingrati gli animi, e sconci i giudizj, che meglio riesce appo loro chi si dà buon tempo, che chi si affligge a comporre qualche opera, che possa giovare o dilettare. Molti non hanno lettere, e molti le sprezzano. Chi è barbaro giudica duro lo stile; [p. 6 modifica]chi non è barbaro, quei che si tengono savi, sprezzano il parlare non copioso di parole antiche e già invecchiate. Ad alcuni piacciono solamente le cose antiche, altri commendano solamente le loro proprie. Alcuni non si dilettano di motti: altri senza giudizio alcuno di niente si compiacciono; alcuni per l’istabile ingegno non sanno fermare il giudizio. Altri, sedendo nelle taverne, tra il vino giudicano degli ingegni, dannando ciò che loro spiace, quantunque non abbiano eglino pelo alcuno di uomo dabbene, per il quale li possi pigliare. Sono appresso tanto sconoscenti, che quantunque loro piacciano sommamente le opere, tuttavolta odiano l’autore, come usano di fare gl’inumani forestieri, i quali saziati largamente nel convito, si partono senza render grazia alcuna all’albergatore. Or fa un convito a tue spese ad uomini di così dilicato e vario gusto, e d’animo così ricordevole e grato. Tuttavia, o Pietro mio, fa quanto ho detto con Itlodeo, e potremo di nuovo consultare sopra di questo. E poichè già ho fornito la fatica di scriverlo, resta che non sia questo contra la sua volontà. Circa il darlo in pubblico, seguirò il consiglio degli amici, e specialmente il tuo. Sta sano, o dolcissimo Pietro Egidio con la ottima moglie tua, ed amami come sei solito, poichè io amo le più che mai.