L'epopea della bonifica nel Polesine di San Giorgio/1

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Un antico delta

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Delimitato dal Volano e dal Primaro, il Polesine di San Giorgio può essere considerato il cuore del Delta Padano che conobbero gli uomini vissuti all’alba della storia. Nel corso delle ere geologiche il maggiore fiume italiano ha mutato sistematicamente il proprio corso: nelle età glaciali, quando le calotte polari avevano sottratto agli oceani masse ingenti di acque, ed i mari si erano ritratti, su tutti i continenti, dilatando le terre emerse, la Pianura Padana si era estesa di decine di migliaia di chilometri quadrati nell’attuale fondale adriatico, che il Po solcava fino alla latitudine di Ancona, ricevendo quali affluenti, a sinistra, tanto gli attuali fiumi veneti quanto alcuni fiumi fluenti dai Balcani. Al dissolversi dei ghiacci polari la Pianura Padana si sarebbe contratta, successivamente, e la costa avrebbe corrisposto, nel tardo Pleistocene, all’attuale pedecollina appenninico.

Il grande golfo padano sarebbe stato ricolmato, nei millenni, dai detriti portati dai fiumi: la formazione dell’immenso deposito di sedimenti sui quali si dispiega la pianura che conosciamo non sarebbe stato, peraltro, processo omogeneo, ma la risultante di due fenomeni contrapposti, uno di natura tettonica, uno di natura sedimentaria. Il processo tettonico sarebbe stato la conseguenza della collisione tra la massa continentale dell’Europa e quella dell’Africa, un fenomeno che si è realizzato nel corso di milioni di anni, producendo il duplice corrugamento delle Alpi e degli Appennini. Insegna la geologia che quando l’urto tra due piattaforme continentali provoca l’innalzamento di una catena montuosa la superficie ai piedi della medesima tende ad abbassarsi: è il fenomeno della subsidenza tettonica, un fenomeno tuttora in corso secondo il proprio ritmo geologico.

Mentre i fenomeni tettonici hanno continuato ad abbassare il fondo della fossa, dall’emersione delle due catene montuose i fiumi fluenti da entrambe hanno preso a riversare nella grande cavità masse immense di detriti. A ragione del principio per cui il trasporto solido dei fiumi è tanto maggiore quanto maggiore è il dislivello altimetrico tra la sorgente e la foce, il trasporto è stato maggiore, si deve sottolineare, durante le età glaciali, quando il Po scorreva sull’attuale fondo dell’Adriatico, il periodo in cui furono convogliate nell’attuale Pianura Padana le masse maggiori di ciottoli, arena e argilla, col deposito, ai piedi dell’Appennino, dei detriti maggiori, che hanno formato le grandi conoidi costituenti i serbatoi idrici della Pianura Padana meridionale.

Subsidenza tettonica e deposizione dei detriti solidi hanno registrato, sui due lati dell’asse fluviale padano, un andamento disomogeneo: mentre la subsidenza risulta maggiore nell’area settentrionale, il deposito è stato superiore in quella meridionale, siccome i fiumi appenninici conducono a valle una massa di materiale litoide e arenoso ampiamente superiore a quella trasportata dai fiumi alpini, le cui acque attraversano i laghi insubri, dove depositano i materiali che trasportano. Il bacino padano si abbassa più velocemente nella fascia settentrionale, i depositi fluviali sono più abbondanti in quella meridionale: la conseguenza è stata, nei millenni, il progressivo spostamento dell’alveo del Po verso settentrione.

Possiamo ritenere che il processo si sia sviluppato nell’intero corso del Pleistocene: tutti gli studi concordano nel dimostrare che all’alba della storia i primi popoli civili che affrontarono, con le proprie imbarcazioni, le acque del Po, del Po risalirono due rami attualmente abbandonati: il Volano ed il Primaro, tra i quali gli archeologi hanno provato che gli Etruschi avrebbero creato un funzionale canale di collegamento. Sul braccio meridionale del Po all’alba della storia sorgeva il maggiore emporio in cui scambiavano le proprie merci veneti, greci ed etruschi: Spina. Il secondo, Adria, sorgeva sul braccio settentrionale, la cui portata non era paragonabile, allora, a quella che avrebbe acquisito due millenni più tardi. Sarebbe stato ubicato a metà tra i due empori protostorici il centro del commercio padano in età medievale, Ferrara, alle proprie origini il più attivo fondaco fluviale.

Compreso tra il braccio meridionale e quello centrale del grande fiume, all’alba della storia il Polesine di San Giorgio costituiva il centro del Delta, quel centro che oggi si è spostato a settentrione, nel triangolo delimitato dal Po di Goro, oggi il ramo meridionale del fiume, e quello di Levante, il braccio settentrionale.

Un delta abbandonato, quindi, che deve al passato la propria conformazione, a sua volta chiave dei rapporti tra l’uomo, la terra e le acque. Le innumerabili migrazioni realizzate, nei millenni, dai rami deltizi che lo hanno solcato, hanno lasciato la propria impronta in un autentico labirinto di dossi, l’impronta che un corso d’acqua conferisce per sempre al territorio che ha attraversato. Intersecandosi, quei dossi delimitano una serie di bacini dai quali le acque di pioggia non hanno mai potuto defluire né verso i rami del Po, fluenti su alvei rilevati, né verso il mare, precluso da dossi e dune parallele alla costa. Una scacchiera di rilievi delimitanti una serie di oltre venti catini: sono le caratteristiche topografiche e altimetriche del Polesine di San Giorgio, la ragione delle vicende particolarissime che conoscerà la sua bonifica.

In un’area di confine tra la terra e le acque la pianura non può essere distesa omogenea, siccome le acque di piena premono per aprirsi il varco al mare, e la forza diversa con cui, dall’asse del deflusso, raggiungono le aree marginali, determina il deposito di materiali progressivamente più leggeri: le sabbie più grossolane dove la corrente è più vigorosa, poi, scemando la forza viva, le sabbie fini, il limo e l’argilla. Caleidoscopio di terra e di acque, il Polesine di San Giorgio è anche mosaico di suoli, dai fertilissimi terreni di medio impasto dei dossi alle più compatte argille delle aree di antico ristagno.

Alla varietà dei suoli prodotta dalla forza delle correnti, una varietà che si esprime nell’ampia gamma delle combinazioni granulometriche, due elementi ulteriori aggiungono tipi pedologici ancora diversi: la materia organica e la salinità. La prima è il frutto dell’accumulo delle erbe palustri che, ricoperte, in occasione delle alluvioni, da strati di argilla, hanno protratto, nei millenni, la lenta conversione in torba, un processo che nelle valli diverse del Polesine ha raggiunto stadi molteplici. Il sale è, palesemente, il portato dell’ingresso, nelle valli, di acqua marina, un processo favorito dalla conformazione di un delta “morto”, attraverso il quale non defluiscono più masse d’acqua tali da sospingere l’acqua salsa oltre il limite della terra, che le consentono, anzi, di penetrare all’interno del litorale, creando paludi salmastre ed entrando in contatto con i suoli, sui quali l’acqua marina ha il potere di provocare un’ampia serie di alterazioni, dalla deflocculazione delle argille all’alterazione delle capacità di scambio, due fenomeni che alterano i terreni radicalmente e, in parte, irreversibilmente.