L'epopea della bonifica nel Polesine di San Giorgio/19

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L’apparato tecnico

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Acquisite le competenze statali sulla bonifica, la Regione Emilia Romagna impiega alcuni anni a definire le coordinate della propria politica della bonifica. Il primo intervento regionale corrisponde alla sanzione dell’unificazione del Consorzio del secondo circondario con quello di Argenta, approvata il 29 gennaio 1974 con la delibera 179. La Regione definisce, quindi, un grande bacino unitario includendo nel territorio consortile il Mezzano, l’annessione che porta la superficie consortile a 119.500 ettari. La legge regionale 2 agosto 1984, tradotta nella delibera 1241 del 12 marzo 1987, che delimita le nuove unità idrografiche, e la successiva delibera 1672 del 12 novembre 1987 impongono al Consorzio di rinnovare il proprio statuto. L’elezione dei nuovi organi statutari si celebra tra il 18 ed il 22 marzo 1991.

All’alba del Millennio la superficie del Consorzio è divisa in ventidue bacini tra i quali sono dislocati 64 impianti idrovori, capaci di una potenza di 21.000 Kw, mediante la quale è possibile il sollevamento di 380 metri cubi di acqua al secondo. Agli impianti idrovori sono collegati 1.860 chilometri di canali. Mediamente, nel corso di un anno le idrovore del Consorzio pompano 550 milioni di metri cubi d’acqua. Le apparecchiature sono di età diversa, alcune denunciano una certa vetustà. Gli imperativi del contenimento dei costi e le esigenze di controllo e di intervento tempestivo, dopo che la residenza di un addetto, con la famiglia, nell’edificio che ospita le idrovore, nella campagna deserta, è divenuta incompatibile con le consuetudini ordinarie, hanno imposto la completa automazione di tutti i gruppi, che vengono controllati dalla sede del Consorzio a Ferrara, dove sussistono apparecchiature per il comando diretto degli impianti operanti in tutti i centri di sollevamento.

Dall’epopea ottocentesca agli equilibri nuovi tra l’uomo e il Pianeta

Il 5 giugno 1992, concludendo, a San Donà di Piave, un mandato presidenziale che si rinnovava dal 1967, Giuseppe Medici si congedava dai rappresentati dei consorzi di bonifica operanti alle latitudini diverse del Paese ricordando che l’Italia, una terra dall’orografia difficile e dal clima incostante, ha, oggi, come aveva ieri, assoluta necessità di un’accorta opera di bonifica. Siccome il suo territorio non è più il territorio che venne modellato dai monaci benedettini, dagli ingegneri dei comuni e delle signorie, dagli alfieri ottocenteschi delle pompe a vapore, è un territorio radicalmente mutato, l’Italia ha bisogno di una bonifica adeguata alle condizioni attuali delle sue terre e delle sue acque, che sia parte integrante della politica del territorio e dell’ambiente. Un assioma della semplicità dei principi che debbono ispirare le scelte di una società civile, enunciato, con la solennità con cui si sancisce un testamento, da un uomo che, studioso e responsabile politico, è stato testimone e protagonista della conversione della società italiana da società rurale in società industriale.

L’essenza della metamorfosi del territorio nazionale può enuclearsi verificando che all’indomani del secondo conflitto mondiale la superficie del Paese era costituita in prevalenza da campi coltivati, che oggi sono stati convertiti, in parte cospicua, soprattutto in pianura, in strade, quartieri residenziali, aree industriali. In cinque decenni è stata trasferita dall’agricoltura alle destinazioni urbane una superficie probabilmente non inferiore a due milioni di ettari. La realizzazione di strade, case e impianti industriali è stata condizione dello sviluppo economico, è stata considerata, dall’unanimità degli uomini politici e degli osservatori economici, processo da iscrivere all’attivo, senza implicazioni negative, dell’evoluzione della società italiana. Tra qualche anno, procedendo la contrazione delle superfici agrarie che si sviluppa su tutto il planisfero, si percepirà, probabilmente, che il patrimonio dei suoli coltivabili del Paese, naturalmente esiguo, ampliato, a costi economici ed umani ingenti, in tremila anni di impegno per la bonifica, avrebbe dovuto essere salvaguardato a tutela di approvvigionamenti che non è prudente rimettere, oltre limiti ragionevoli, alle importazioni. La considerazione strategica del rapporto tra terreni agrari e suoli edificati non muta, peraltro, i compiti degli enti preposti al governo delle acque, che debbono assicurare la sicurezza del territorio di loro competenza qualsiasi sia la misura della sua urbanizzazione.

Nel contesto dei rapporti tra la società italiana e il territorio su cui vive, i compiti del Consorzio ferrarese si identificano nella tutela di un territorio che presenta, nella carta d’Italia, peculiarità singolari: un territorio ancora prevalentemente agricolo, e, insieme, un territorio posto per oltre la metà sotto il livello del mare, che registra un persistente fenomeno di subsidenza, che si somma, algebricamente, al costante innalzamento del livello marino. La fascia con cui un comprensorio che si abbassa confina con un mare che si eleva è, peraltro, una fascia balneare di altissima densità insediativa. Sono i fattori topografici che, inseriti nell’equazione degli equilibri idraulici del Polesine di San Giorgio, producono risultati non privi di note inquietanti.

Sviluppare quell’equazione significa constatare che l’antico delta posto tra il Volano e il Primaro è area sulla quale incombono considerevoli rischi idrologici. Hanno dimostrato che quei rischi non sono creatura del calcolo statistico le mareggiate del novembre del 1966, che, superati i litorali, penetrarono su oltre 2.000 ettari, e le piogge eccezionali del 18 e 19 agosto 1979, che, ricolmati i canali, provocarono allagamenti che la rete di emungimento impiegò una settimana a riassorbire.

La subsidenza della Pianura Padana meridionale costituisce fenomeno geologico inarrestabile: ha segnato la storia del Delta nei millenni recenti, la segnerà in quelli futuri. La sua entità attuale, 3 millimetri all’anno, non è destinata a mutare. Alla subsidenza geologica si sommano, in aree specifiche, la costipazione degli strati sabbiolimosi sede di falde freatiche e il compattamento delle torbe. Il primo fenomeno è stato determinato dall’eccesso degli attingimenti, che hanno abbassato le falde provocando l’occlusione dei meati che erano occupati dall’acqua. Il risultato è stato un abbassamento del piano di campagna di più decimetri. L’ossidazione della torba ha prodotto l’abbassamento del livello del suolo, in alcune plaghe, di 2 metri nell’arco di 30 anni.

L’innalzamento del livello del mare costituisce, d’altra parte, fenomeno legato ai cicli climatici millenari: se le previsioni sulle conseguenze dell’”effetto serra” si dimostreranno fondate esso potrebbe, in futuro, accrescere la propria velocità oltre il ritmo attuale, equivalente a 1,5 millimetri all’anno.

Subsidenza geologica e innalzamento marino sommano, attualmente, quasi 5 millimetri all’anno, un’entità che può apparire esigua, che un computo elementare dimostra abbassare la terra, rispetto al mare, di 5 centimetri ogni dieci anni, 50 centimetri ogni secolo, senza considerare gli elementi diversi che si sommano al fenomeno e l’eventuale accelerazione dell’innalzamento del livello marino. In termini di strategia del territorio l’attesa dell’abbassamento di una pianura soggiacente al livello marino, di 50 centimetri in un secolo, una misura passibile di amplificazione, è previsione che impone scelte e misure adeguate.

La prima risposta governativa all’allarme per la crescente gravità della subsidenza, è stato l’inserimento, nella legge finanziaria del 1997, di stanziamenti per opere idrauliche nel comune dove il fenomeno assume rilievo maggiore, quello di Ravenna, e nell’intero Delta padano, includendo nel territorio interessato le province di Ravenna, Ferrara e Rovigo. Gli stanziamenti si sarebbero ripetuti, seppure senza regolarità, con le leggi finanziarie successive. Il Consorzio del secondo circondario aveva iniziato a ispirare i propri progetti alle esigenze imposte dal fenomeno nel decennio precedente, usufruendo delle nuove disponibilità moltiplicava i progetti diretti a contenerne gli effetti. Le opere realizzate nel primo lustro del nuovo Millennio possono essere considerate contesto consistente, pure rilevando che le disponibilità finanziarie sono sempre state inferiori a quelle necessarie, secondo i tecnici, per prevenire gli effetti futuri del fenomeno.

All’abbassamento del comprensorio corrisponde, a causa dell’eccesso degli attingimenti idrici nella Pianura Padana, l’ingresso di acqua marina nelle falde freatiche, un processo la cui prosecuzione convertirebbe, al trascorrere dei decenni, le falde dell’intera provincia in falde salate. Per contrastare il fenomeno il Consorzio ha enucleato una serie di misure tecniche, al primo posto l’immissione nelle falde di acqua dolce nei periodi in cui i rischi di introgressione sono maggiori. Tra gli interventi realizzati si può sottolineare l’estensione delle superfici a risaia, una coltura la cui sommersione assicura una costante filtrazione verso le falde. L’estensione della coltura è stata favorita da un contributo statuito dall’Unione europea, a seguito di pressioni comuni italiane e spagnole, per la sua diffusione in tutti i delta del Mediterraneo.

Tra i problemi che il Consorzio ha dovuto affrontare, negli anni recenti, nel contesto della tutela dell’ambiente, un impegno peculiare ha imposto la gestione degli effluenti dei depuratori degli insediamenti urbani, che l’altimetria della provincia impedisce di dirigere direttamente in mare, che quindi debbono essere immessi nel sistema della bonifica per essere espulsi dalle idrovore. Il mescolamento dei reflui dei depuratori con le acque di irrigazione impone il loro costante controllo, e la loro gestione diretta a realizzarne diluizioni tali da renderne possibile l’impiego irriguo.

Problemi nuovi, di non facile soluzione, impone la sempre più estesa sottrazione di suoli all’agricoltura, con la loro copertura da parte del cemento e del catrame, che creano superfici impermeabili che, incapaci di qualunque assorbimento idrico, riversano in pochi minuti, in occasione di eventi piovosi di qualsiasi entità, l’acqua che ricevono nella rete di scolo, eliminando il polmone costituito, precedentemente, dal terreno agrario, capace di trattenere parte cospicua delle precipitazioni, di diminuire e di rallentare, quindi, il deflusso nel sistema idrologico. Il procedere inarrestabile del fenomeno impone il sistematico ridimensionamento della rete idraulica per adeguarne la portata ai volumi maggiori che il nuovo assetto del territorio impone di smaltire in tempi sempre più brevi.

All’aumento dei volumi e all’accelerazione del deflusso dell’acqua piovana nei canali di bonifica concorre anche la diffusione, nel comprensorio, del drenaggio tubolare, la pratica agronomica che eliminando la rete delle scoline che intersecava le superfici coltivate ha soppresso la cospicua capacità di accumulo delle reti idrauliche aziendali, che interponevano tra i campi e la rete pubblica un capace sistema di accumulo intermedio, oggi in gran parte eliminato.

Evocando un’immagine consueta ma non priva di efficacia si può identificare nel Polesine di San Giorgio l’Olanda italiana, un’Olanda che continua a scendere sotto il livello del mare, un’Olanda di cui il Paese non può privarsi, lasciando che la riconquisti l’Adriatico, siccome da quella terra ricava derrate indispensabili per limitare la dipendenza dagli approvvigionamenti esteri imposta da una superficie agraria inadeguata alle esigenze della popolazione e in costante contrazione. Un’Olanda in cui assicura l’equilibrio tra la terra e le acque un apparato di canali e di idrovore che è frutto dell’impegno di generazioni successive di ingegneri, del lavoro profuso, nei secoli, da decine di migliaia di umili lavoratori, di imponenti investimenti finanziari, l’apparato che, affidato al Consorzio del Polesine di San Giorgio, ha aggiornato i propri obiettivi, nei decenni recenti, secondo il mutare dei rapporti tra la società e il territorio. La conservazione del patrimonio di terre e di acque, l’equilibrio, sul territorio nazionale, tra terra e acqua, sono il legato fondamentale delle generazioni passate a quelle viventi, saranno il lascito indispensabile di quelle viventi a quelle future.