L'uccisione pietosa/9

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9. Il dubbio criterio dell’“inguaribilità”

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Vedemmo come la suprema carità eutanatistica dovrebbe svegliarsi, non solo davanti ai mali dolorosi, ma pur davanti a quelli incurabili. Dal momento che il medico acquistasse la certezza che sono inutili gli sforzi terapeutici per strappare alla sua sorte un infelice acutamente o lentamente divorato da un processo morboso inarrestabile, non potrebbe dare il consiglio della morte che liberasse, od accelerare egli stesso l’evento definitivo?

La morte legale degli incurabili è domandata da due parti: da quelli che spingono il principio della carità fino alla pietà massima verso i dolori altrui, e credono che sarebbe opera umana aiutare i sofferenti a sottrarvisi per sempre; e da coloro che considerando inutili e superflue le persone condannate a morire più presto o più tardi, vorrebbero che il corpo sociale, mutando le sue idee e i suoi costumi, ne autorizzasse ufficialmente la soppressione.

Si possono distinguere gli incurabili in quattro categorie. Le prime due riguardano la libertà di movimento; molti sono ancora capaci di muoversi, di agire di propria iniziativa, e per essi la liberazione si potrà effettuare spontaneamente col suicidio non ostacolato, e (qualcuno ammette) persin favorito; ma altri vi sono che la malattia o l’età hanno resi impotenti o paralizzati, perciò incapaci di tradurre in atto la decisione di uccidersi: ad essi gli eutanatisti vorrebbero che si fornissero i mezzi di terminare quella loro miseria, somministrando ad esempio un "dolce" veleno. Le altre due categorie, ben più importanti di incurabili, sono basate sulla loro consapevolezza del proprio stato. Infatti, molti infermi sono del tutto ignari della reale condizione di cose, o per assoluta incoscienza apportata dal male (quali i tifosi, i cerebropatici), o per indebolimento psichico (quali i vecchi dementi, i rammolliti); a tutti costoro l’eutanasia sarebbe procurata colla procedura ufficiale, ossia con autorizzazione superiore e previo consenso delle famiglie. Ma vi sono infine gli incurabili lucidi ed orientati, che però ignorano la propria condizione, e magari si illudono (come avviene dei tubercolosi in fase disperata); per costoro si pone una domanda: si dovranno essi avvertire della cruda realtà? No, pensano gli eutanatisti, quando il loro stato non è accompagnato da dolori, poichè sopprimerli in tali condizioni sarebbe un tradimento e un delitto. Sì, ogni qualvolta la malattia arreca intollerabili patimenti; poichè in tal caso loro si addolcirebbe almeno l’esito fatale, portandoli insensibilmente al trapasso col mezzo di lenitivi e di stupefacenti dopo averne avuto il permesso.

Una prima obiezione deriva qui dall’equivoco con cui in genere si confonde la "inguaribilità" con la "incurabilità" delle malattie. Anzi tutto, in un dato periodo storico della Medicina un male può non offrire speranza alcuna di benigna risoluzione, figurare, per comune esperienza, fra quelli che "non perdonano", eppur tuttavia diventare di poi debellabile coi progressi della Terapia.

Dal lato medico debbono lasciarci perplessi ma ad un tempo sodisfatti, le ammirabili conquiste nel campo della vaccinoterapia, della sieroterapia, della radioterapia, della stessa organoterapia, sfrondate tutte dai loro eccessi, soliti ad osservarsi ogni qualvolta si aprono alla Scienza nuove vie. Non bastano forse a far nascere fiducia in un più o men prossimo avvenire il vaccino di Jenner, la cura della rabbia col metodo Pasteur, il siero antidifteritico, l’anticarbonchioso, l’antitetanico, la cura dei tumori maligni coi raggi X, l’opoterapia tiroidica nel missedema operatorio, l’uso degli arsenobenzoli nella sifilide, ecc.? E non concepiamo forse nutrite speranze per la immunizzazione contro il bacillo del Koch, contro il tifo, contro la peste?

Dal lato chirurgico, poi, le nostre risorse sono ancora più solide; la asepsi, la antisepsi hanno permesso interventi operatori che qualche decina di anni fa parevano irrealizzabili anche sotto le mani dei più arditi ed abili chirurghi: laparotomie, gastrotomie, operazioni del Battey e del Porro; interventi sul fegato, sul rene, sul polmone; suture del cuore; innesti e trapianti di tessuti e d’organi col metodo del Carrel; trapanazioni del cranio per raggiungere tumori della base e dell’ipofisi col metodo Cushing... Tutto ciò avviene sotto i nostri occhi stupefatti e a dispetto dello sciocco scetticismo e "snobismo" di tutti coloro per i quali la Medicina curativa non esiste e dovrebbe cedere il passo esclusivamente a quella preservativa, all’Igiene, alla Profilassi. Pertanto ogni attuale giudizio sulla "incurabilità" di una data malattia si fonda su di uno stato di cose forse appena transitorio, indubbiamente aleatorio.

Questo, della impotenza della Medicina a "guarire" i nostri mali, è un pregiudizio volgare che ritorna spesso in bocca di chi si auspicherebbe l’eutanasia, come se l’Arte sanitaria non sapesse i limiti del proprio còmpito. Ho già citato un passo di uno scrittore valente, di un uomo dalla viva intelligenza, qual’è Maurizio Paléologue, quando deplorava che si fosse lasciato sopravvivere il De Maupassant alla sua gloria, e scagliava alla Medicina il rimprovero di una insanabile incapacità terapeutica. Il Paléologue commetteva il solito errore di ritenere che la Medicina scientifica si senta capace di vincere la Natura. No: sia detto una volta per sempre: la Terapeutica non può scacciare dal loro dominio le forze naturali, non può modificare le leggi della Vita, che sono anche quelle della Malattia e della Morte: può talvolta contrastare al Male i suoi progressi; può togliergli fino ad un certo punto il carattere, che lo rende più insopportabile dalla creatura umana, quello di essere dolore; può rinforzare i poteri di resistenza dell’organismo; e tutto ciò è già qualche cosa nella lotta perenne dell’Uomo per conservarsi.

Prescindiamo dalle imperfezioni ed insufficienze della Terapia medicamentosa e fisica, che non vogliamo negare; ma se il male, per quanto gravissimo e mortale, è localizzato, accessibile ai nostri mezzi meccanici, ecco farsi avanti la Chirurgia, liberandone l’organismo prima che ne sia affievolito o infettato o intossicato irrimediabilmente: eccola raggiungere lo scopo di guarire. Talvolta è un trionfo per l’uomo dell’arte il poter prolungare la vita del suo operato per qualche mese ed anno. Noi non possiamo prevedere quali saranno le conquiste della futura Medicina demolitrice, restauratrice e modificatrice del corpo umano. Orbene, questa situazione dell’Arte sanitaria, in genere, impone silenzio ai pessimisti ed ai suoi detrattori; nello stesso tempo ci serve per oppugnare il principio di un’Eutanasia troppo largamente intesa, troppo liberamente adottata e sanzionata a solo scopo edonistico; essa si troverebbe esposta a veder sempre variare e sempre più restringersi la sua sfera di applicazioni, già di per sè fin d’ora abbastanza limitata. Nessuna delle attuali insufficienze della Medicina in un dato caso pratico giustifica il sagrifizio dell’esistenza umana.

In realtà, dice bene Dechambre, tutti moriamo di una malattia incurabile; tutti arriviamo, per strade differenti, al termine in cui il male diventa più forte di tutte le risorse della Natura e, tanto più, dell’Arte! A rigor di termini il motivo dell’"incurabilità" per sè solo servirebbe pertanto a giustificare in astratto il diritto di uccidere anche i malati acuti! Un apoplettico in coma stertoroso, un ferito dissanguato, un avvelenato da sublimato con nefrite distruttiva, un idrofobo, un tetanico, un choleroso, e simili altri pazienti colpiti da malore acutissimo, eppur giudicati dal medico ormai perduti in quanto la loro lesione non è riparabile con nessun mezzo scientifico, dovrebbero per ciò solo essere sospinti al di là della Vita?



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L’"incurabilità" cui guardano gli eutanatisti, non è in sostanza che quella delle affezioni a lunga durata, e non già in quanto esse siano irreparabili, ma in quanto siano accompagnate da sofferenze. È, dunque, sempre il Dolore che si vuole soffocare togliendo di mezzo l’individuo dolorante. In realtà, le malattie croniche non suscettibili di alcuna cura, ma non dolorose, sfuggono agli intenti altruistici dell’Eutanasia; esse, sono intanto più facili, fino ad un certo punto, da consolare, poichè la lievità o la mancanza del dolore non distrugge nell’infermo, nella famiglia, negli amici e conoscenti, tutte le speranze, e perchè un male che non si sente e non tortura o al più dà solo incomodi e maggiori bisogni, appare sempre ai profani di indole abbastanza benigna.

Una seconda obiezione riguarda la sentenza di incurabilità, che può gettare nella disperazione il paziente e la sua famiglia, che può far nascere negli interessati aspirazioni egoistiche e condurli alla trascuratezza od all’oblio delle norme caritatevoli di assistenza, svegliando appetiti e preparando possibili lesioni di diritti famigliari o individuali di primo ordine; per sole queste ragioni d’ordine morale, essa va pronunciata con somma ponderazione. Prendiamo di vista solo il malato che è o dovrebbe essere l’oggetto esclusivo dell’interessamento professionale e morale del medico; perchè buttargli ad un tratto nell’animo il germe dello sconforto? perchè forse sospingerlo a qualche atto di violenza disperata? Credo che nella immensa maggioranza dei casi sia preferibile tacere all’infermo la crudele verità; al quesito che fin dal 1635, a Rouen, si poneva certo dottor Naudé: "An liceat medico fallere aegrotos?", sarei in generale e dalla mia esperienza condotto a rispondere affermativamente; dico, ingannare il malato, ma preavvisare nello stesso tempo i parenti, gli amici, i conoscenti a scanso del possibile rimprovero postumo di mancata visione o di equivoco silenzio sulla percepita realtà delle cose.

D’altra parte, confessiamolo francamente, abbiamo noi criterî infallibili per accertare a noi stessi e agli altri la irreparabilità di tutti i processi morbosi nei singoli casi? Sicuramente, in una buona maggioranza dei casi, le prognosi colgono nel segno, specialmente se si tratta di infermità comuni; ma non si hanno ogni giorno esempî di errori fenomenali? Su questo punto stimo inutile insistere, tanto la incertezza dei nostri prognostici è evidente a chiunque non sia fatuamente cieco di fronte alla verità. Non si negano i progressi della Patologia con questa dichiarazione, ma si manifesta almeno un po’ di spirito filosofico: la Scienza è relativa, e sarebbe ora che i medici si liberassero dell’assolutismo dogmatico imperante ancora in certe Scuole, massime nei laboratori di sussidio alle Cliniche. Non essendo sicuri sull’esito di ciascun caso singolarmente esaminato, nessun medico si sentirà tranquillo nell’accettare il principio dell’Eutanasia al letto di quegli infermi, che, pur nella sua esperienza e dietro criterî biologici generali, può proclamare "condannati": l’esperienza di un uomo è ben piccola di fronte alle possibilità di Natura.

Nel citato progetto Tedesco l’art. 5 prescrive che in ogni caso di uccisione legalizzata si proceda all’autopsia per accertare i reali guasti arrecati dal male; ma a che servirebbe aprire un cadavere quando pure vi si dimostrasse, come non di rado avviene, uno sbaglio di diagnosi clinica? Qualche anno fa fece grande impressione uno scritto del dottor Cabot ("Journal of the Amer. Medical Association", marzo 1915), che si prefisse di verificare quanta fosse la perizia diagnostica dei suoi Colleghi del Nord-America, i quali sono colà ritenuti generalmente studiosi e accurati, non ostante la loro frequente laurea in Collegi Universitarî di dubbio valore. Egli esaminò 3000 cadaveri che gli arrivavano corredati della diagnosi fatta in vita, e trovò la enorme proporzione d’oltre il 40% di sbagli, sia per la natura e il grado del processo morboso, sia per la sua sede. E ne indicò le cause: l’ignoranza; gli errori di giudizio; l’autosuggestione od ossessione; l’insufficienza di cognizioni anatomiche; l’insufficienza dello spirito di sintesi; il timore di responsabilità; la reale difficoltà del diagnostico; l’esame imperfetto o incompleto dell’ammalato. Otto cause di sbagli! Così che il Municipio di Nuova-York, impensierito a giusta ragione di questo mezzo fallimento della Medicina pratica, ordinò un’inchiesta,... che naturalmente lasciò il tempo che aveva trovato e non potè impedire alla gente di morire per mali disconosciuti o ignorati o scambiati. Non so se una verifica consimile si sia mai fatta in Europa: forse da noi gli sbagli sarebbero minori, data la maggiore serietà dei nostri studî Universitarî ed Ospedalieri; tuttavia, errori diagnostici, talvolta perfino incomprensibili, si commettono ogni giorno. E allora... le prognosi?...

Già è dubbio che un medico coscienzioso e saggio osi sentenziare sull’esito prossimo o lontano di certe malattie: nel campo neurologico ci ricordiamo ancora dell’ammaestramento dello Charcot: "non prognosticate mai con pessimismo assoluto: l’imprevedibile è sempre possibile". Figuriamoci poi con quale animo ci si potrebbe accingere ad emettere una sentenza di morte, che sarebbe inappellabile, al solo ed unico scopo di contentare il desiderio suicida del malato o la commiserazione di parenti ed amici. Nè l’aggregarsi di altri medici per un parere consultivo ci salverebbe dal tormentoso dubbio: due o tre incertezze personali addizionate non costituiranno mai una certezza collettiva.

Nel progetto portato davanti al Parlamento Germanico si esigeva in tutti i casi l’intervento di un Tribunale che doveva ascoltare il malato desideroso di morire; se ne sarebbe valutato il "diritto alla morte": per di più si sarebbe eseguita una perizia medica. Ma è chiaro che tutte queste precauzioni giuridiche, colle loro procedure burocratiche e lungaggini peritali, sarebbero tale tormento pei poveri pazienti che questi vi rinunzierebbero volentieri, e senza dubbio preferirebbero darsi la morte colle proprie mani, anche se non potessero usare i mezzi "dolci" ufficialmente promessi.



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Fermandomi entro i confini del mio campo speciale, i neurologi si trovano in condizioni scabrosissime di prognosi (senza parlare delle oscurità diagnostiche) rispetto a molte malattie organiche del sistema nervoso, considerate comunemente inguaribili, e talvolta dolorosissime fino all’ultimo. Non possiamo o, meglio, non dovremmo mai sentirci assolutamente sicuri nel pronunziare una sentenza di inguaribilità anche dinanzi ad un caso disperato di tabe, o di affezione midollare combinata: almeno si sono visti dei tabetici, dei mielitici e dei sifilitici avariati nei centri nervosi, non ostante la fase avanzatissima del loro processo, riacquistare una condizione, se non soddisfacente, almen tollerabile di salute, sopratutto coll’attenuarsi dei così detti sintomi subbiettivi. Nè mancano i casi in cui le apparenze, sia di dolori ineffabili, sia di prossima fine, possono tenere alla miscela di fatti isterici, come la guerra ci ha rivelato. Queste associazioni istero-organiche serbano sempre grandi sorprese, non soltanto ai diagnosticatori e prognosticatori empirici o faciloni, ma altresì ai clinici più esperti ed avveduti.

Che cosa dire, poi, di tutte quelle malattie nervose di natura "funzionale" o "psicogena", nelle quali vedemmo infierire, per lagno incessante dei malati stessi, i patimenti più orribili di lunghissima e invariabile durata, e nelle quali il complesso dei sintomi di spasmo, di paralisi, di distrofie cutanee, di demaciazione, ripete la figura del biblico personaggio di Giobbe? Sono dessi la materia patologica, con cui si creano e si raffazzonano i "miracoli"; e naturalmente, per il volgo, costituiscono la dimostrazione più chiara della "bancarotta" della Scienza umana. La storia di Lourdes può insegnare la prudenza, tanto agli increduli quanto ai credenti; ai primi essa mostra malattie giudicate inguaribili da medici insigni, eppur cessate talvolta ad un tratto; ai secondi insegna che la stessa Fede ha i suoi limiti anche là dove essi la vorrebbero onnipotente.

Pur qui giova ricordare l’ultimo ammaestramento del grande Charcot. "È la Fede che guarisce"! Orbene, perchè il medico, messo dinanzi a malattie dolorose, ripugnanti, immutabili da anni, e che sembrano portare alla tomba senza remissione, non potrebbe pensare a questa azione medicatrice, sia essa da suggestione, come sostiene la Scienza positiva (non senza esagerazioni), sia per contro dovuta a forze incoscienti tuttora misteriose, poste in attività dal sentimento religioso? E già si son visti dei mali dichiarati insoffribili e incurabili, che hanno ceduto all’ipnosi: si vede ogni giorno la suggestione medica fare sparire paralisi con contratture di natura pitiatica, eppure penosissime; purchè al malato si alleviino le sofferenze, il còmpito del medico è raggiunto. Può essere che in un dato caso, anzi nel più dei casi, il momento della liberazione suggestiva non venga mai; ma nessuno ha il diritto di giudicare impossibile la guarigione di certi mali "cronici", la cui natura spesso ci è affatto sconosciuta, e ai quali sarebbe imprudente applicare il principio della "buona morte".

E in quanto agli infermi di mente, ripensando che oltre ai tormentosissimi stati di melancolia ansiosa e di delirio persecutorio con intense allucinazioni cenestesiche e sensoriali, dove l’Eutanasia avrebbe scopo definitivamente "analgesico", essa si dovrebbe estendere a scopo utilitario su tutti gli individui colpiti da apsichia congenita o caduti in annichilamento demenziale, io chieggo quale sarebbe in tali casi la posizione della Psichiatria clinica; ha dessa dati infallibili per dichiarare "inguaribili" tutte le vesanie passate apparentemente a cronicità? Per nulla affatto! Anche qui, è vero, la stragrande maggioranza dei casi di pazzia prolungantesi per anni e decenni non lascia l’alienista perplesso: ad una data fase della sua evoluzione la demenza diventa irrimediabile, massime nelle forme precoci, senili, arteriosclerotiche, paralitiche, encefalomalaciche, epilettiche, ed anche nella maggioranza delle alcooliche e amenziali. Tuttavia, non si deve dimenticare il fatto che certi alienati cronici, ritenuti ormai perduti per la Società, poterono ristabilirsi almeno in parte delle loro facoltà mentali.

Anni fa, questo tema delle "guarigioni tardive" della pazzia fu lungamente discusso, e vi portarono un notevole contributo alcuni dei nostri alienisti più provetti; oggi ancora qualsiasi psichiatra potrebbe arricchirne l’elenco. Sarà vero che in queste guarigioni inaspettate non figurano forme organiche, ma solo quelle "funzionali"; è vero pure che in allora i concetti nosografici della Psichiatria, massime a riguardo delle ora denominate psicosi maniaco-depressiva, demenza precoce, delirii sistematizzati paranoidi tardivi o parafrenie, psicosi isteriche, ecc., erano differenti dagli attuali; perciò si può supporre che parecchi di quei malati di "manìa" e "melancolia croniche" o di "demenza secondaria versatile od agitata", quasi miracolosamente guariti o trasformatisi in modo da attenuare i guasti psicologici dell’affezione, dovrebbero ricevere oggi altre designazioni diagnostiche e perciò anche altre determinazioni prognostiche. Ciò nonpertanto sta il fatto indiscusso che tutti i Trattati classici della materia non negano la possibilità di simili esiti insperati; anzi, mettono lo specialista in avvertenza che in nessuna forma o categoria di infermità mentale la prognosi è assoluta.

Lo si scorge, del resto, anche negli altri capitoli della Patologia umana, dove l’esito in cronicità o in guarigione è sempre incerto finchè non siano attaccati o distrutti gli elementi indispensabili alla esistenza individuale, e dove non si può mai sapere fino a qual punto possano permanere o rifarsi i poteri di resistenza dell’organismo, ossia, secondo la vecchia terminologia, le risorse della Natura medicatrice. Persino nelle infermità mentali aventi un assicurato fondamento organico, ad esempio nella onninamente infausta paralisi generale progressiva, si scorgono, non dico guarigioni con restitutio ad integrum, ma remissioni imprevedute, quasi prodigiose, allora quando si sarebbero giudicati disordinati per sempre i poteri superiori dello spirito. Quando poi si tratta di malattie mentali, di cui è ignoto per ora il substrato anatomico e delle quali si dice che il fondamento consista in un disturbo "bio-chimico" od "energetico", ogni prognosi assoluta è rischiosa; può anzi dirsi inconciliabile coi severi criterii della Scienza stessa. Anni ed anni può durare quel disturbo, arrecare danni in apparenza irrimediabili, colpire la memoria, l’ideazione, l’autocritica con le caratteristiche della dissoluzione più profonda; eppure, sotto tutta quella desolante sintomatologia, nascondere dei poteri insospettabili di riparazione, di riordinamento, di vera resurrezione spirituale.

Non v’è dunque sicurezza nelle prognosi: nè per la irrimediabilità del dissesto, nè per la durata dell’apparente annichilamento mentale; sarebbe fallace ogni determinazione cronologica in vista del futuro: tutto è qui relativo, non tanto per ciò che sono natura e grado sempre variabilissimi delle malattie, quanto per ciò che è persistenza tacita, latente, dei poteri di riabilitazione organica e cerebrale. E allora, su quali criterii basare la sentenza inappellabile di morte per chi avrebbe forse potuto poi riprendere le forze vitali e riacquistare lume sufficiente di ragione? Veggasi ciò che accade nei due capitoli più discussi presentemente della Psichiatria: in quello della psicosi affettiva, ora esaltata o maniaca, ora depressiva o melancolica, e specialmente in quella sua forma "mista" che il Kraepelin ha creata, ma che non viene accettata da altri alienisti di alto valore, fra cui Tanzi e Lugaro; e nell’altro della demenza precoce o schizofrenia. Sono dubbî i loro rapporti: ancora non è deciso se tra l’una e l’altra psicosi esistano forme di passaggio; in ogni modo, la prognosi ne è molto incerta. Nei primi tempi dalla sua creazione, la demenza precoce, nel fervore dei kraepeliniani più accesi, doveva avere un destino indeprecabile, condurre sempre all’annichilamento psichico, qualunque ne fosse la varietà clinica; pochi segni, le smorfie, le stereotipie, le affettazioni, le verbigerazioni, il modo di porgere la mano, bastavano per enunciare il più pessimistico degli esiti. Per contro, al primo attacco di psicosi affettiva, o di esaltamento, o di depressione, l’avvenire del paziente, a prescindere dalla quasi certa ripetibilità degli attacchi, era presentato con relativo ottimismo: mai si sarebbe sviluppata la demenza vera. Adesso, siamo tornati un po’ verso l’antico; nelle schizofrenie si ammette la possibilità della guarigione (del resto, lo stesso Kraepelin lo aveva detto), e nelle psicosi maniaco-depressive si vedono certi casi finire nel cronicismo (= "demenza secondaria" dei vecchi Autori). C’è dunque da pensarci sopra, prima di pronosticare, in modo che fino a poco fa sembrava fondato, su elementi sempre mediocremente attendibili.

Mal si comprende come si regolerebbero in questi casi le Commissioni tecniche incaricate di determinare la cronica condizione mentale di codesti alienati; tanto più che in argomento le opinioni personali degli alienisti (ciò che d’altronde si verifica in ogni altra branca della Patologia e Clinica medica) sono ordinariamente abbastanza discordi. Io penso con apprensione alla probabilità che avrei di farne parte, e provo un vero sbigottimento all’idea che il mio voto potesse decidere della vita di un mio simile, anche se ridotto a condizioni pietose di mente. Mi sento sin d’ora disposto ad astenermi dal voto ogni qualvolta in quel malato sopprimendo non mi fosse visibile e per così dire tangibile l’assoluto annichilamento psichico, il guasto perenne del suo meccanismo cerebrale. Ora, in riguardo alla misura della coscienza altrui, manchiamo di strumenti o di metodi esatti; ne abbiamo appena per ciò che della nostra persona è materiale, ossia puramente morfologico, e quasi neanco per ciò che è d’ordine fisiologico.

Forse i soli casi, in cui il mio giudizio mi lascierebbe un po’ più tranquillo, sarebbero quelli di idioti e dementi, nei quali anche l’organismo fisico si dimostrasse in via di irreparabile distruzione, come avviene nei primi quando il processo cerebrale ha dato luogo a fatti motorii permanenti e quando si combina ad epilessia senza tregua negli accessi, e come si scorge fatalmente negli altri, massime nell’infausta demenza paralitica o in quelle demenze cerebropatiche che conducono al marasma. Senza dubbio, lo spettacolo di uno di questi infelici che giorno per giorno si consuma, per così dire, sotto i nostri occhi, che immerso nelle sue deiezioni scende ad un livello inferiore al bruto, che va illanguidendosi e spegnendosi senza bagliore alcuno di ragione: questo tristissimo fra tutti i quadri che l’esercizio della Medicina ci possa offrire, strappa dal fondo del nostro cuore un grido di orrore misto ad un impulso di rivolta contro il Destino, e ci fa balenare alla mente l’idea di farla finita con tanto avvilimento della persona umana. Ma intanto si sa o si suppone su buoni motivi che quegli infelici siano incoscienti e non avvertano l’abisso fisico e morale in cui sono caduti: e allora perchè privarli di quel resto di vita vegetativa?

Ma dato pure che in questi stati di malattia la coscienza sia o paia a noi ottenebrata fino ad esservi quella chiamata dai poeti la "notte dell’intelletto", noi dobbiamo fare due rilievi importanti dal punto di vista del giudizio eutanatistico. Il primo, di carattere medico e pratico, è che fra lo stato di assoluta apsichia ed alogia, quale noi vediamo nell’idiota assoluto e nel demente completo, e uno stato mentale, per quanto difettoso e svanito, pur tuttavia bastevole ad un grado minimo di convivenza umana, passano gradazioni insensibili, dove non è concesso segnare limiti netti; ciò metterà sempre in pensiero l’alienista coscienzioso. L’altro rilievo, di ordine biologico, è che il solo fatto di vivere in quelle miserrime condizioni intellettuali dimostra delle impulsioni originarie, degli "slanci" o istinti semiciechi, sia pure, ma ciò nullameno bastevoli per compiere quegli atti di difesa contro la morte che scorgiamo in tutti i viventi, anche nei più infimi, e nelle stesse piante; ora, un essere che vive non è mai materia bruta: d’altronde, perfino in questa una Scuola di filosofi panpsichisti suppone qualcosa di simile alla "coscienza". Ed ecco perchè, quando osserviamo nell’idiota e nel demente più avanzati di quegli automatismi, che noi diciamo inconscii, ma dei quali intanto ci è impossibile dire il vero contenuto, rimarremo sempre perplessi a meditare sul mistero della Vita; nè ci sentiremo propensi a votare senza un intimo fremito per la loro morte immatura.