L'uomo delinquente/Parte ottava/II

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo II. Criminaloidi

L'uomo delinquente/Parte ottava/I L'uomo delinquente/Parte ottava/III IncludiIntestazione 12 maggio 2012 75% Criminologia

Parte ottava - I Parte ottava - III

1. Delinquenti d’occasione. - 2. Delinquenti d’abitudine, briganti. - 3. Come avviene la trasformazione.


Alquanto diversa è la bisogna per un altro gruppo di rei che io chiamerò criminaloidi, nei quali l’accidente, l’occasione prepotente trascina i predisposti, i quali non avrebbero trasceso se quella non si fosse presentata. Sono individui a cui si applica il detto di Garofalo: « L’occasione fa sì che il ladro rubi ». Vi è in questi reati corrispondenza fra il reato e la causa, ma questa trova terreno predisposto o da malattie nervose, o dall’alcoolismo o da eredità o dagli abusi sessuali, che dànno alla causa determinante una sproporzionata influenza. Baihaut, ministro di Francia, con pochi caratteri degenerativi, con platicefalia spiccata, ha trovato nell’alto suo grado un incentivo alla colossale truffa del Panama. Il maggior numero delle donne ree, e dei reati d’amore, appartengono a questa categoria. Molte volte è una passione che pesa su di essi come un incubo, la quale non è né così nobile, né così intensa e violenta come nel reato per passione. Si tratta per lo più di una coppia in cui l’uno è reo d’occasione, vittima consenziente trascinata al delitto dalla suggestione dell’altro, reo-nato. Il Sighele ha studiato il fenomeno successivamente nella coppia d’amanti, nella coppia famigliare, nella infanticida, e nella coppia d’amici. Favoriscono l’insorgenza e la diffusione di questa sorta di criminalità, anzitutto l’imitazione, poi quel prestigio da cui in certi paesi poco civili è circondato invece che da orrore — il brigante, il malandrino, il mafioso, e che trascina al delitto più facilmente i deboli, i predisposti. Ancora il carcere così come è costituito ora, è occasione ad essi di associarsi nel crimine e di perdurarvi, come riconosce lo stesso Vidocq.

1. Caratteri fisici e biologici dei rei d’occasione. — Vi è in essi una minore intensità di caratteri anomali in confronto degli altri criminali. Il tipo criminale non si osserva che nel 17%; però le anomalie morbose (paresi, ateroma, adenopatie) in rapporto alle abitudini frequentemente alcoolistiche ed alla vita carceraria, vi sono in proporzione doppia del normale. Marro ha trovato le maggiori capacità craniche nei borsaioli e nei ladri semplici; meno frequenti la microcefalia frontale, e la mancanza di barba nei truffatori, categoria di reati in cui più abbondano i rei d’occasione.: il tatuaggio, che è del 25 % dei rei sanguinari, cala tra essi dal 4 al 12 %; la canizie e la calvizie precoce si trovano quasi nelle proporzioni normali tra i truffatori; l’ottusità tattue è inferiore quasi della metà che nei rei-nati e raggiunge appena il doppio del normale; il mancinismo che è del 19% dei rei-nati, è del 9% dei rei d’occasione. Tuttavia hanno frequenti mandibole e zigomi voluminosi, riflessi o deboli o esagerati, neuropatie (36-38 % specialmente l’epilessia nei vagabondi) ed alcoolismo (70%), eredità cattiva da padre criminale o specialmente, i truffatori, da genitori vecchi.
Caratteri psichici. — Loro caratteri proprii sono, secondo il Sighele, « il maggior tempo che occorre a deciderli all’idea criminosa » per l’avversione istintiva che hanno contro di essa, « l’incertezza », nell’attuarla, la « rarità dell’associazione malvagia » e finalmente la « intensità della causa che li spinge al reato », la «minor recidività ». Si ha qui una grande analogia coi delinquenti d’impeto, salvo la mancanza dell’iperestesia e dell’integrità della vita anteriore, oppure come nei truffatori l’impulsione criminosa riesce come inibita ed attenuata attraverso la trafila intellettuale più svolta e più attiva. L’affettività è generalmente conservata, sia per la famiglia sia per gli altri e anche il sentimento di compassione. Si mostrano in generale pentiti del reato o almeno ne soffrono tanto come alcuni dei nostri recenti panamisti, da ammalarne e morirne. Però hanno spesso libidine esagerata, astuzia e diffidenza maggiori del comune, meno religiosità apparente che non i criminali-nati, ridono più facilmente del loro reato, ma più facilmente lo confessano sono anch’essi volubili nelle professioni; in complesso sono meno crudeli, più intelligenti, ma altrettanto leggeri dei rei-nati, ed anche in essi come in questi si può intravedere il substrato epilettoide impulsivo. Più frequente è in essi una intelligenza elevata fino alla genialità. I delinquenti d’occasione costituiscono dunque una gradazione tra il delinquente-nato e l’uomo onesto, o meglio una varietà di delinquenti-nati che ha bensì una tendenza organica speciale, ma meno intensa, come una sfumatura di degenerazione.

2. Delinquenti d’abitudine. — Criminaloidi, delinquenti d’occasione, delinquenti giuridici, perfino qualche volta criminali per passione, possono qualche volta, commesso con esitazione il primo delitto, o per il pervertimento provocato dalla dimora in carcere e pel forzato contatto con veri delinquenti, o per l’abuso di alcool, frequente in chi vuoi annegare il rimorso con qualche mezzo artificiale, o per altra causa, trasformarsi in delinquenti cli abitudine, in delinquenti cioè che compiono delitti con indifferenza, quasi per mestiere. Delinquenti d’abitudine diventano i fanciulli abbandonati dai genitori, gli orfani, i trovatelli, i vagabondi o per la mancanza di ogni educazione o per quella viziosa avuta in istituti pubblici e più tardi nella vita carceraria, che, data la natura umana proclive per sé al delitto, lo rendono a. poco a poco una necessità, un’abitudine. Ed allora è naturale che quanto alla costante recidività si comportino come i delinquenti-nati. Essi hanno però, a differenza dei rei nati; mancanza di caratteri degenerativi, d’eredità o di neurosi ed offrono, specie in principio, una minore intensità della criminalità dandosi ai reati di borseggio, di truffa, di ferimento; poi attraverso a una vera scala del crimine, il delitto diventa in essi abituale, e sempre più aggravato dall’abuso dell’alcool, dall’istintiva e non sempre irragionevole reazione contro la società che li punisce, e da una certa vanità propria di tutte le professioni. Pei caratteri psichici, essi si avvicinano assai a quelli del delinquente-nato, di cui finiscono per prendere le abitudini, i gusti, il linguaggio, il gergo, l’uso del tatuaggio, l’amore dell’orgia, dell’infingardaggine, ecc., come quei vecchietti vissuti tutta la vita in una lontana campagna, che finiscono per pigliare le abitudini, i gesti, le intonazioni, i modi di fare del compagno o della compagna con cui passarono la vita. La storia dell’Eyraud illustra bene, senza bisogno di ulteriori delucidazioni, questa figura criminale. L’Eyraud, che, insieme alla Bompard, uccise e rinchiuse in un baule l’usciere Gouffé, è un tipo di criminaloide diventato un reo d’abitudine, disertore, ladro, truffatore e da ultimo assassino per la passione della donna. Egli possiede in realtà alcuni caratteri degenerativi, l’orecchio lungo e ad ansa, la bozza frontale sinistra molto sviluppata con vere asimmetrie, le labbra e le mascelle molto sviluppate (brachicefalia esagerata), apertura delle braccia superiore alla statura; gli manca però il tipo criminale, la barba è abbondante, i capelli scarsi, i denti regolari. La sua psicologia corrisponde esattamente ai suoi caratteri fisici. Nulla si potè rimarcare in lui nella sua infanzia e nella sua prima giovinezza, salvo che la precoce eccessiva lascivia, non però mai l’amore del male per il male, che è caratteristico soprattutto degli assassini. L’istruttoria ha stabilito che egli era un uomo gioviale, facile al riso, ma nello stesso tempo brusco e violento, andando facilmente in collera, e lasciandosi talvolta trasportare, senza serio motivo, sino al furore; amante all’eccesso delle donne, e capace di fare uno strappo alla morale per soddisfare questa passione. È per causa di una donna che si fa disertore, che spende il denaro che aveva guadagnato nel commercio delle pelli e in una distilleria, è per amore di una di esse infine che si fa assassino, ed il processo rivelò che quando fuggì in America, Eyraud aveva tentato di uccidere una donna, che non voleva abbandonare il domicilio coniugale. Egli si è innamorato della sua complice Gabriella Bompard, appunto perché questa perversa aveva per lui quella affinità elettiva che si osserva così spesso nei criminali. È per sua istigazione che compie il delitto e cerca di nasconderlo. A Lione, solo in vettura colla Gabriella Bompard, portando il cadavere di Gouffé, errava come un pazzo e ne gettò il corpo in un luogo dove passava una quantità di gente. Inutile ripetere una serie di questi casi, che differenti nei dettagli riproducono però sempre questa figura di un uomo criminaloide che a poco a poco diventa un vero criminale; dirò solo di una larga classe di delinquenti che a questi deve ripor. tarsi, i briganti. I briganti, specie i capi, malgrado la gravità dei loro delitti, non sono quasi mai dei rei-nati, non cominciano quasi mai nella infanzia la loro triste carriera e hanno delle qualità di affetto, di generosità, di cavalleria da lasciare nel popolo una lunga memoria di loro, più duratura talvolta di quella di grandi uomini restati in armonia colle leggi. Mandrin, per esempio, denominato «capitano generale dei contrabbandieri », è ricordato con affetto e con ammirazione nel Delfinato ed in altre regioni della Francia, come pure nella Svizzera e nella Savoia. E ciò si spiega. Egli combatté nel secolo XVIII l’amministrazione dei « fermiers généraux » che tenevano in appalto la gabella in Francia ed angariavano terribilmente il popolo. Luigi Mandrin non era stato perverso da giovane, non aveva caratteri criminali; da una ingiustizia dell’Amministrazione, che non gli volle pagare quanto gli era dovuto per una impresa di muli, si fece brigante e divenne il capo di un piccolo esercito di contrabbandieri che sparse il terrore non tra il popolo, ma fra i gabellieri ed i gendarmi. Egli osava portare le sue merci di contrabbando in prossimità di villaggi ed invitare la popolazione all’acquisto: il mercato avveniva senza che guardie e gabellieri osassero intervenire.

3. Come nascano queste trasformazioni di reo d’occasione in un reo d’abitudine è facile comprenderlo quando si tenga presente come la criminalità esista naturale nei popoli barbari e persino nella fanciullezza. « Non vi ha cosa più pericolosa », scrive Sergi (Le degenerazioni umane, Milano, Dumolard, 1889), « che la sollecitazione ripetuta per guastare la psiche. La ripetizione di un impulso dapprima respinto come contrario, opposto alle condizioni normali, produce l’effetto suo e lascia una impronta profonda che si estende più o meno largamente e rapidamente fino all’invasione totale». Si scuote un sentimento, per es., il pudore, il pudore sessuale; il primo momento è grave, la lotta che s’ingaggia nell’individuo è terribile; la vittoria definitiva sta per chi vince la prima volta. Fatta una concessione, poiché la sensazione non è immediata, la seconda concessione è sempre meno difficile. « Dopo i primi esperimenti comincia la dissociazione degli elementi costitutivi del carattere e la disorganizzazione si compie in tempo più o meno breve producendo un disordine in tutte le parti, così che non rimane continuità fra gli elementi del carattere secondo le epoche e i modi di formazione. La condotta perde la direzione e ogni singola azione si determina e si compie non più in connessione di un fine a cui convergono tutte le manifestazioni dell’attività, ma per un fine proprio, disparato o accidentale. Avviene uno sfacelo dell’organismo del carattere, simile alla disorganizzazione di un corpo in decomposizione ». Presso a poco altrettanto fa l’abbandono negli orfani, nei trovatelli, nei ragazzi vagabondi a cui la società (quando pur lo fa) provvede con mezzi che possono dirsi vere educazioni criminali, raccogliendoli in masse in istituti, dove i viziosi predominano, e perciò troveremo una quantità relativamente grande di trovatelli e di orfani nei criminali. E altrettanto e peggio fanno le carceri. Che cosa deve fare un infelice che arrestato una volta per aver ferito in un impeto d’ira un avversario, o vagabondato fuori casa, viene cacciato in un carcere quasi sempre in mezzo a moltissimi altri che lo battezzano per confratello e lo arruolano nella triste schiera, altro che perdere ogni pudore morale? Peggio poi se ammonito secondo le nostre leggi, perché allora egli è turbato nei tentativi di voler lavorare, appunto sotto pretesto di obbligarlo al lavoro, così da rendergli questo impossibile anche al prezzo più basso. Che gli rimane, se non arruolarsi fra costoro che l’attendono a braccia aperte, e che, per quanto inegualmente, gli offrono una specie di famiglia, un’associazione in cui il delinquere non è vergogna, ma anzi un merito?