L'uomo delinquente/Parte prima/II

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CAPITOLO II. Il delitto e la prostituzione nei selvaggi

L'uomo delinquente/Parte prima/I L'uomo delinquente/Parte prima/III IncludiIntestazione 12 maggio 2012 75% Criminologia

CAPITOLO II. Il delitto e la prostituzione nei selvaggi
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1. Delitti di libidine. — 2. Omicidio. — 3. Furto. — 4 . Primordi delle pene. — 5. Conclusione.


Anche lo studio dei costumi dell’umanità primitiva e dei popoli selvaggi attuali, i quali ne ripetono, fino ad un certo punto (Ferri, Omicidio, pag. 44, in nota), le condizioni, dimostra che le azioni da noi chiamate criminose costituiscono tra essi la regola, non l’eccezione; sono cioè delle manifestazioni individuali e sociali perfettamente lecite e normali. Che infatti, in origine, non vi fosse una differenza ben chiara tra la semplice azione e il delitto, in modo che questo, al suo primo stabilirsi, portò i nomi con cui s’indicava ogni semplice e legittima azione, è attestato anzitutto da prove filologiche in varie etimologie. Secondo Pictet, il nostro crimen deriverebbe dal sanscrito karman (Vanicek però lo nega, e lo fa derivare da kru, udire; croemen, accusatio), che equivale ad azione, kri, fare. Ad ogni modo anche apaz, in sanscrito peccato, corrisponde all’apas, opera, opus; il latino facinus deriva da facere, e culpa deriverebbe, secondo Pictet e Pott, da kalp, in sanscrito fare, eseguire. E fur, ladro (che secondo Vanicek deriva da bahr, portare), come l’ebraico ganao, ed il sanscrito sten, non significano propriamente altro che porre da lato, da parte, nascondere, coprire (gonao).

1. Ma prove ancor più chiare ci offrono gli usi e i costumi dei vari popoli primitivi e selvaggi. In molti di essi, per es., il reato di libidine nelle sue varie forme, come lo intendiamo noi (art. 331-360 Cod. pen.), non esisteva, dacché la parola stessa pudore verrebbe, secondo il Marzolo, da putere, e l’idea non se ne sarebbe sviluppata che tardi nella donna dal desiderio di nascondere ed evitare gli effetti ingrati delle secrezioni alterate negli organi genitali, tenendoli coperti. L’atto copulativo stesso nulla aveva che offendesse il pudore ed il senso morale di molti popoli antichi. Gli abitatori del Caucaso, gli Ausii dell’Africa e gli Indi lo esercitavano in presenza di chi si fosse, come fanno le bestie (Erodoto, I, 305; III 301). — I Tirreni così usavano talora nei loro conviti. — E l’organo virile, indicante forza, serve appunto a ricordare dall’alto delle colonne votive erette, per esempio, da Sesostri, il valore dei popoli che gli resistettero; e la vulva, la debolezza dei popoli facilmente soggiogati (Diodoro Siculo, I, 55; Strabone, LXVI). — Nelle feste Phallofore in Grecia, le giovinette portavano in processione un Phallus d’enorme volume, sorgente da, una cesta ed ornato di fiori. Facevasi prima di legno di fico, e poi d’una pelle rossa che gli Itifalli ponevansi tra le coscia, onde sembrava sorgere dal loro corpo. — Un simile culto persiste ancora, scrive Edmund Bucley, nel Giappone, in cui vi sono templi con falli e kteis, cioè immagini dell’organo sessuale maschile e femminile. La prostituzione che noi vedremo rappresentare nella donna l’equivalente della criminalità mascolina, era invece allora la regola generale, e quindi non era affatto vergognosa. In California non vi ha, fra i selvaggi, neppur la parola matrimonio; la gelosia incomincia quando la donna si dona ad uomini di altra tribù. — Negli Andamani (ed anche in alcune tribù della California) le femmine appartengono a tutti i maschi della tribù, e resistere ad uno di essi sarebbe colpa; qualche volta si notano delle unioni temporarie, specie quandt3 la donna diventa gravida, ma che cessano coll’allattamento. Anzi, nei popoli primitivi, la prostituzione ospitale era un dovere. La offerta della moglie si trova a Ceylon, nella Groenlandia, nelle Canarie, a Tahiti, dove il rifiutare una ragazza è un’offesa. Ciò che per noi è la maggior colpa per una ragazza: d’aver avuto molti amanti prima delle nozze, era invece titolo d’onore presso le donne dei Giudani d’Africa (Erodoto, IV) e del Thibet: esse portavano per ornamento tanti anelli quanti amanti avevano avuto, e quanti più erano, tanto più splendide riuscivano le nozze. Questa promiscuità primitiva fu perpetuata dalla religione, che suol sempre santificare e cristallizzare gli usi antichi, nella cosiddetta prostituzione sacra, anch’essa diffusa in tutta l’antichità e ancor viva nell’India. Erodoto dice che, eccettuati i Greci e gli Egizi, tutti gli uomini mescevansi all’altro sesso nei templi (I, 199). — A Cipro, le ragazze si vendevano ai forestieri sulla riva del mare, ed il peculio, raccolto in cassa comune, serviva per la loro dote. Ma anche qui l’uso è sacro, ché vi furono spinte dopoché Venere (dice la leggenda) mutò in pietra le recalcitranti (Dufour, Histoire de la prostitution, 1836). Come la prostituzione, anche la sodomia regna in certi popoli senza esservi bollata d’infamia. È comune ai Neo-Caledoni, scrive Bourgarel (Des races de l’Océanie, II/289), il riunirsi in molti in gruppi infami. — Uno degli Dei Taiziani (Letourneau, pag. 63) presiedeva a codeste riunioni, che erano comunissime anche tra gli antichi Messicani, i cui cinedi vestivano da donna (Diaz, Histoire de la conquete de la Nouvelle Espagne, 11, 594). La pederastia ha avuto in Asia una grande diffusione, e di là si estese a Creta e specialmente alla Grecia, ove sotto forme più o meno larvate fu pratica onorevole e comunissima (Schrenknotzing). Persino la bestialità, cioè l’unione sessuale di uomini con bestie, ebbe probabilmente assai diffusione e favore. I termini di far le corna, far becco, cervo — in ebraico kèren, in tedesco Hornertrager — ci fanno sospettare che i nostri proavi amoreggiassero senza vergogna cogli animali, così come ora accade dei Finni colle renne, quando stanno parecchi mesi lontani dalle donne. — Anche qui la religione perpetuò col capro di Mendes l’infame abitudine a Pane diè per moglie una capra; e un oracolo dei tempi di Romolo, che diede luogo ai Lupercali, sentenziava: «Italicas matres caper hircus mito» (Ovid., Fast., 11, 441). Dalla Venere promiscua e da tutta codesta incosciente corruzione sessuale l’uomo non passò alla monogamia e alla nostra morale sessuale che attraverso la poliandria, l’incesto, lo stupro ed il ratto; tali passaggi sono per noi doppiamente interessanti, anzitutto perché anche queste forme furono dunque un tempo lecite e normali, poi perché mediante esse, mediante, cioè, atti di barbarie e di violenza si costituì una istituzione così altamente civile e morale qual è il matrimonio e la monogamia, con un’origine analoga a quella della giustizia e della pena, che nacquero anch’esse, come vedremo, dall’arbitrio e dal delitto. Questa genesi del matrimonio c’è attestata da numerosi esempi che ne segnano tutta la scala evolutiva. La promiscuità della donna, anzitutto, dalla tribù passa alla famiglia semplicemente per un atto di prepotenza, per cui si preferisce che una proprietà, come è considerata la donna, sia goduta dai membri della propria famiglia piuttosto che dagli altri membri della tribù (Spencer, Sociologia, 11). Analogamente agì l’incesto, per l’orgogliosa pretesa dei capi di serbare pura la razza, per cui nel Perù gli Incas, nell’isola Havai i nobili, nell’Egitto i re, sposarono a tale scopo soltanto le sorelle. Ma quello che più contribuì a trasformare in monogamia l’unione sessuale fu il ratto, che si vede infatti praticato presso molti popoli, negli Araucani, nei Fueggiani e negli antichi Russi, Lituani, Polacchi, Cinesi e Romani (De Gubernatis, Riti nuziali, 1878). L’uomo vi dovette ricorrere sia per sottrarre le donne agli altri uomini, quando erano scarse in confronto, ad es., con una violenza che risponde alla lotta per la scelta sessuale, descritta tra gli animali dal Darwin; sia perché la donna era renitente a sottoporsi al duro dominio dell’uomo, spesso nemico; sia. finalmente per assicurarsi il possesso di questa vera fonte di ricchezza, che era per il selvaggio pigro e indolente, la donna, così sottomessa, laboriosa e industre. Di tale origine dell’attuale matrimonio dalla unione per ratto si ha una traccia negli usi iniziali anche moderni, di cui il Ferrero, nei suoi Simboli (ed. Bocca, Torino), ha rivelato recentemente il significato.

2. Come dei reati sessuali il medesimo è avvenuto anche dei reati di sangue, i quali, nelle loro svariate forme, sono atti leciti, normali nella vita primitiva e selvaggia. L’aborto, per esempio, è comune fra i selvaggi d’America, alla baia d’Hudson ed al bacino del Orenoco; nella Plata i Payaguas fanno abortire le loro donne, dopo che queste hanno avuto due figli, e così fanno i Mbayas, loro vicini. — Tra i Papuani di Andai- le donne muoiono giovani per « l’uso generale di procurare aborti dopo il primo od il secondo figlio » (Giglioli). Assai più frequente dell’aborto fra i selvaggi è l’infanticidio ne sono vittime i figli nati dopo il primogenito o il secondogenito, e assai più le femmine dei maschi (Letourneau, Sociol., pag. 134). I Tasmaniani i Pelli Rosse e gli Eschimesi usano seppellire colla madre anche i bambini, per la credenza religiosa che la madre dal Killo, soggiorno dei morti, chiami suo figlio, e per l’impossibilità di allevare il piccolo orfano. L’omicidio stesso si rinviene come consuetudine, come funzione socie normale, anzitutto sotto la forma più mite di abbandono e uccisione degli impotenti al lavoro, vecchi, donne e malati: l’origine ne fu probabilmente l’eccesso della popolazione; ma l’uso si è poi e riservato per trasmissione ereditaria, come obbligo dei figli o dei conoscenti, anche quando il bisogno non lo esigeva, e col consenso degli stessi sacrificati. Tra gli Ottentotti appena un individuo si trova per vecchiaia nella impossibilità di lavorare e non può rendere più alcun servigio, viene relegato in una capanna solitaria, lontana dal Kraal, con una piccola provvista di viveri, finché muoia di fame o sotto le zanne delle belve (Dubbock, 312). — Alla Nuova Caledonia le vittime stesse trovano la cosa naturale e chiedono esse medesime la morte, recandosi alla fossa, ove sono gettate dopo un colpo dì mazza sulla testa (Letourneau, Sociol., 142). — Alle isole Fijii quest’uso era molto più generale ed era favorito dalla credenza religiosa che si arrivasse nella vita futura nell’identico stato in cui si era abbandonato questo mondo. Del resto l’uso di uccidere i vecchi e gli ammlati non è esclusivo ai soli selvaggi, ma fu praticato anche in Europa (Houzeau, 11, 35) prima che le idee morali e giuridiche avessero raggiunto il grado di evoluzione degli ultimi secoli. Così l’omicidio era veramente un atto abituale, sistematico, come dice Williams, uno degli avvenimenti ordinari della vita; nelle più svariate occasioni; o per riti funerari, o per sacrificio religioso, o per pura malvagità brutale, cioè senza alcun apparente pretesto. Vi si trova anche associato il feroce cannibalismo, nato dal bisogno di nutrizione, specialmente nelle isole, poi eccitato dal furore guerresco e consacrato dalla religione presso popoli selvaggi. — Nell’antico Messico si mangiava carne umana - per sacrificio o com’è segno di vittoria. — Dai Khonds dell’India Centrale fino ai tempi da noi poco lontani si usava, dopo molte cerimonie, condurre la vittima nel bosco sacro, ove non appena il janni o prete l’aveva ferita colla scure, la folla si slanciava sulla vittima per impadronirsi di un pezzo di carne, e, in un momento, le ossa erano messe a nudo e abbandonate sul suolo (Lubbock, 637). L’espressione di cannibalismo giuridico, che il Letburneau adopera a significare il cannibalismo usato come punizione di malfattori, serve a noi per indicare anche il cannibalismo per vendetta di sangue, la quale è il germe della punizione medesima. Quando Cook visitò l’Arcipelago Tahitiano il cannibalismo vi era già quasi scomparso e non ne rimaneva traccia che nelle cerimonie religiose. Tuttavia di quando in quando, e solo per spirito di vendetta, si arrostiva e si mangiava ancora un pezzo del nemico vinto; in generale però l’antropofagia vi era condannata dalla pubblica morale. All’isola Bovo si divoravano gli assassini, e, secondo Bourgarel, il cannibalismo giuridico si praticava anche alla Nuova Caledonia come vendetta pubblica contro i condannati a morte. — Secondo Marco Polo era in uso anche presso i Tartari.

3. Le tribù affatto selvagge e le comunità primitive non avendo proprietà individuale non hanno l’idea del furto. Però si sa che in Egitto quella di ladro era una professione riconosciuta: chi voleva esercitarla scriveva il proprio nome in una tabella pubblica e portava in uno stesso luogo tutte le cose che aveva rubate, perché i possessori le potessero ricuperare pagando una certa moneta. — I Germani volevano che la loro gioventù, per non languire nell’ozio, si esercitasse a portar l’uomo delinquente via la roba dei confinanti (Caesar, De Bello Gallico, I, VI, 21), — Tucidide attesta che i Greci e tutti i popoli barbari che abitavano le isole e le spiagge del Continente erano dediti alla pirateria, di cui, anziché vergognarsi, si vantavano. Mentre dunque quelli, che per noi sono così gravi delitti, per i selvaggi sono atti leciti e normali, ve ne hanno altri che sono considerati gravissimi da loro, e che noi riteniamo, anziché delitti, segni di maggior incivilimento, così le mancanze contro le usanze ed il costume, e quindi contro la religione (che, come si è detto più volte, le consacra e le perpetua), le quali hanno, naturalmente, grande importanza in popoli che vivono di puro empirismo. Così in Australia non è permesso gustare carne dell’Emon che ai vecchi ed ai capi: il giovane che ceda alla tentazione è preso dai più vivi rimorsi e chiede egli stesso d’essere punito In Oceania è delittotabou – toccare il corpo del capo, e per la donna il toccare gli strumenti che adopera il marito. Nel Codice Sassone si commina la morte a chi bruci un cadavere invece di seppellirlo e a chi mangi carne in certe stagioni (Du Boys). Secondo il Codice di Manù sono delitti là schiacciare mucchi di terra, il tagliare erba colle unghie, ecc. Quest’enorme importanza dell’usanza è dovuta anche a ciò che l’uomo mentre prova un vivo pia cere per le piccole innovazioni, come il bimbo a cui si porga un giocattolo, sente poi invincibile misoneismo, un profondo ribrezzo quando le innovazioni siano troppo radicali, ribrezzo che rappresenta la sensazione spiacevole di fatica suscitata dal dover orientare rapidamente il cervello in di versa direzione. Invece è più facile e più piacevole nell’uomo volgare e negli animali la ripetizione di atti già eseguiti, propri od atavistici, donde quella inerzia mentale, che è, secondo il Ferrero (1. c., p. 1), uno dei fenomeni più caratteristici della psicologia umana.

4. Da tutto il fin qui esposto si può intravvedere come abbiano avuto origine le pene: per mezzo, cioè, dell’abuso stesso del male e grazie a nuovi delitti. Intanto da principio, non essendovi il concetto del delitto, non esistevano sanzioni penali, anche trattandosi d’omicidio, per lo scarso valore che i popoli primitivi attribuivano alla vita: non agiva che la semplice vendetta per reazione all’offesa. Gli Arabi Beduini non vogliono che l’omicida sia colpito dal sovrano: vogliono essi far la guerra a lui e alla sua, famiglia, e colpire quelli che a loro più piace, specialmente il capo della famiglia; anche se fosse del tutto innocente. Gli Abissini abbandonano anche ora l’uccisore al più stretto parente dell’ucciso, che può punirlo a suo grado. — Fra i Kurdi, se nessuno si lamenta di un omicidio, questo resta ordinariamente impunito: sono i vicini che devono chiederne ed ottenerne la riparazione; ma è più onorevole vendicarsi da sé stessi che ricorrere ai tribunali (Letourneau). Una volta però che pel crescere del dispotismo e per la forza dell’armi nelle invasioni guerresche i capi acquistarono prepotentemente una proprietà privata, sia sulla terra che sulle donne, il furto e l’adulterio commessi in loro danno per la prima volta furono considerati reati e vietati e in vario modo puniti dalle leggi, che essi stessi imponevano ed applicavano. Quindi il furto è quasi sempre riguardato come più criminoso dell’assassinio, che non ledeva la proprietà e gli interessi dei capi. Iniziata così la punizione di certi fatti commessi contro i capi e sorta con ciò la riprovazione morale di essi, a poco a poco la pena andò applicandosi a detti fatti, anche quando erano commessi a danno di altri membri della tribù e, più tardi, di tribù diverse. Sulle prime la vendetta e la pena confondevansi insieme, a seconda degli impulsi e degli istinti di ciascuno ma siccome in tal modo le reazioni, che si succedevano sempre più violente e sproporzionate alla causa, avrebbero finito per spegnere la tribù, questa, per poter resistere, diede a codeste vendette una norma, quasi di rito, che rozzamente le disciplinava. — Così nei Germani e negli Australiani si doveva uccidere l’avversario, ma senza tradimento; secondo le leggi Ripuarie l’uccisore doveva vegliarne il cadavere o indicare ai parenti il luogo ove giaceva. Le punizioni, in complesso, assunsero dapprima l’aspetto di risse, o meglio, di duelli rituali, o battaglie di molti contro un presunto colpevole, proprio come abbiamo visto negli animali. Poi mitigandosi i costumi e diventando la vita umana più preziosa e rispettata e la proprietà individuale più forte ed apprezzata, e poiché nel delitto si considerava ancora più di tutto il danno con esso recato; se ne trovò utilitariamente un compenso nella confisca e nella restituzione di valori, in misura rispondente al grado sociale dell’offensore e dell’offeso. Così gli Ashanti evirano chi ruba al re e condannano a morte chi ne viola le mogli: invece chi uccide uno schiavo ne paga semplicemente il prezzo al proprietario (Revue anthrop., 1882). A questa benigna trasformazione contribuì l’interesse delle razze commerciali, che rinunciarono alle rapine per evitare l’interruzione degli scambi. La religione adottò e perpetuò anche in ciò le usanze. Infatti nel Codice di Manù (lib. IX, 522) si ordina al re di dare ai Bramini tutti i prodotti delle ammende: ed in sanscrito klevesa significa insieme peccato e sacrificio, identificando cioè i due concetti, come se il peccato fosse tale soltanto perché portava con sé il sacrificio; così come nella Bibbia le parole peccato e colpa, katta e nuavon, indicano tanto il sacrifizio che si fa nel peccato quanto la colpa.

5. Abbiamo dunque sorpreso nelle società primitive e nelle società selvagge attuali, come già negli animali, una quantità di atti rispondenti ai nostri reati sessuali, di sangue e di furto, che sono perfettamente normali, perché connessi colla loro struttura individuale e sociale, e quindi non colpiti da alcuna sanzione penale o morale. Questi atti hanno provocato una reazione solo in quanto ledevano interessi di proprietà e di integrità personale arbitrariamente vantati dai capi o dai sacerdoti, perché allora soltanto si considerarono come dannosi e delittuosi: e i capi e i sacerdoti li colpirono con pene o compensi che utilizzarono essi stessi con vere truffe e simonie a proprio vantaggio. Così il concetto morale di colpa e di delitto sorse soltanto dopo che gli fu per prepotenza assegnata una pena; cioè la prima forma di giustizia nacque dall’ingiustizia. Ricordando ciò, ricordando come l’impulso che più contribuì a reagire contro il delitto fu quello della vendetta; che la promiscuità della Venere scomparve grazie alla predilezione che aveva il capo, il più prepotente della tribù, per una data femmina, così come accadrebbe in un postribolo per le violenze di un ganzo — vedendo come la pena pel furto cominciò a comparire solo sotto il prevalere delle conquiste di capi prepotenti i quali volevano conservare i possessi carpiti si può ben concludere senza che paia un’audace bestemmia, che la moralità e la pena nacquero in gran parte dal crimine. Del che ci rimangono numerose vestigia. Il duello, che fu uno dei primi passi alla pena e alla vendetta legale, persiste tuttavia. L’istinto della vendetta che presiedette a così gran parte dei delitti e delle pene perdura ancora vivissimo nelle classi meno elevate e in certe razze pure civili. Un avanzo dell’antica ammenda sacra permase per molti secoli nel mondo e i suoi abusi furono causa della riforma di Lutero. Un avanzo della giustizia primitiva a furia di popolo si ha oggi ancora nei linciaggi in America. Anche oggi quella compiacenza che sorge nel pubblico alla condanna anche di un alienato è un avanzo dell’antico senso della vendetta. E l’opposizione tenace che incontra la nuova scuola giuridica, che pur considerando costoro come ammalati li vuoi perciò sequestrati in perpetuo ma senza infamia, proviene appunto da questo sentimento che cova latente nel pubblicò — di volere il feroce « compenso », di veder soffrire a sua volta chi lo fece soffrire — che vuole il « taglione », pur cambiandogli per pudore la vernice e il nome. Codesta origine impura della giustizia ci può servire a spiegare la sua ineguale distribuzione fra popolo e popolo e, quel che è peggio, fra classe e classe; per cui mentre dal tavolo e dalla cattedra si declama la giustizia eterna uguale per tutti, il povero non ha, si può dire, se non per eccezione e per carità vera giustizia in confronto del ricco, che trova ben più di quello mezzi per sfuggire alla pena.