La Beatrice di Dante/IV

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IV

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III V


Quando Beatrice si allontanò per sempre dalla terra, o per dirla col Poeta, quando essa mutò vita, e sailì al cielo, che non avea altro difetto che di aver lei, la sua forma umana si dileguò leggermente come roseo vapore vespertino dall’anima dell’Alighieri.
Il quale, se alla nuova crudele della morte di lei s’abbandonò a disperato dolore, si rassegnò poco dopo nella certezza, che

Ita n’è Beatrice in l’alto cielo
Nei reame ove li angioli hanno pace; (Vita nuova, XXXI, 10-11)

si persuase ch’ella non era nata per istar lungamente sulla terra e che

Non la ci tolse qualità di gelo
Ne di dolor si come l’altre face,
Ma sola fu sua gran benignitate. (Ivi, 13-15)

Si, perchè essa non era che un miracolo vivente, la cui radice è la mirabile trinità.

E come per raffermarsi in questa persuasione che lo conforta, ei si spiega codesto miracolo nella maniera seguente: « Noi veggiamo molti uomini tanto vili e di bassa condizione, che quasi non pare essere altro che bestie; però è da porre e credere fermamente, che sia alcuno tanto nobile e di sì alta condizione, che quasi non sia altro che angelo. Altrimenti non si continuerebbe la umana spezie da ogni parte; che esser non può. Questi cotali Aristotile li chiama divini; e tale dico io che è questa donna, e la divina virtù, a guisa che discende nell’Angelo, discende in lei»(Conv., trattato III, VII).

Ecco come il sentimento e la ragione modificano e a poco a poco trasformano la figura di Beatrice; la quale, perdendo e sulla terra e nell’animo del Poeta la sua forma individuale e corporea, assume le qualità delle eterne sostanze, diventa l’angelo e la guida

Che lume fia tra’l vero e l’intelletto. (Conv., trattato III, VII)

La passione del Poeta non può non risentire gli effetti di questa trasformazione: Beatrice, che fu da prima una donna, ora ch’e diventata purissima sostanza diviene per lui un desiderio oltre sensibile, una memoria affettuosa, la quale si tramuterà alla sua volta in un concetto, in una dottrina, in un’allegoria. L’amore che prima oscillava tra il cuore e il cervello, ora si riduce e si chiude entro a questo; la ragione lo alimenta, lo purifica, gli dà tempra immortale.

Questo secondo aspetto dell’amore dantesco ci vien significato nel Convito.
Nell’ordine psicologico il Convito non può essere che il secondo libro uscito dalla mente dell’Alighieri: esso è un anello che concatena la Vita Nuova alle opere maggiori di lui; è uno studio preparatorio al gran poema, e si addentella benissimo alle finali parole del romanzo giovanile, nelle quali il Poeta promette di parlare più degnamente della donna sua.
Prima di lanciare l’ingegno nelle sfere meravigliose, da cui dovea più tardi

Descriver fondo a tutto ’universo (Inf., XXXII, 8),

egli senti il bisogno di addirsi profondamente alle discipline filosofiche, di conoscere quanto allora insegnavasi nelle scuole per fecondarlo più tardi con la sua immaginazione e tradurlo in originali armonie.
Per la qual cosa il Convito, in cui si distribuisce il cibo della sapienza, non è da considerare come un trattato di morale filosofia, ma come un documento delle cognizioni filosofiche del tempo; non come un libro ordinato e profondo, ispirato da un pensiero originale ed in maniera originale significato, ma come uno studio che serve di mezzo ad un fine più alto, e che giova assai a farci conoscere il progressivo sviluppo dell’ingegno, del carattere e dell’amore del nostro poeta.

Il quale molto diverso di Catullo, che per la morte del fratello e le discordie con la donna amata scriveva a Manlio e ad Ortalo non essere più in grado di volger l’animo agli studj prediletti; avvenuta la morte della Beatrice, invocò tutta la forza dell’animo per potersi sollevare dal letargo del suo dolore, rivolse gagliardamente il pensiero allo studio della filosofia, della quale innamorò in breve sì fortemente, come di donna viva e reale.
Nè già s’immerse nello studio per dimenticare la sua bellissima morta, come fanno i volgari; ma sì per vederla meglio e più da vicino, e per occuparsi degnamente e senza distrazioni di lei.

Imperocchè, non essendo altro la sapienza se non un mezzo di avvicinare alla somma verità, ed essendo Beatrice salita fermamente nel cielo, dove, secondo i credenti, ha regno infinito la verità, il Poeta non poteva altrimenti e per altra via arrivare alla donna sua, che per quella della filosofia, ch’è la chiave di ogni scienza e dischiude il cammino del vero.
Ogni cognizione ch’egli acquista, ogni virtù che opera, ogni trionfo dell’anima sul senso, egli monta un gradino, si appressa di più alla somma perfezione, nel lume infinito della quale si disegna puramente la santa immagine della sua donna.

Mirabile perciò è quest’amore dell’Alighieri, che si alimenta di quella sapienza, dalla quale gli amori volgari soglion distogliere le menti; e si fortifica della ragione, che si frequenti volte è chiamata a combattere e uccidere le nostre passioni.

Il poeta perciò non è soltanto mosso a scrivere il Convito da carità che potesse avere di porger tesoro di dottrina agl’indotti e di mostrare l’eccellenza del volgare italiano; ma principalmente da questa forte necessità che sente di purificarsi, di svolgersi da tutti gli involucri terreni, di diventare ignudo e semplice spirito eterno per potere innalzarsi fino alle sfere luminose, in cui vive la sua Beatrice.

Noi non piglieremo sul serio tutti gli sforzi del Poeta per dimostrare, che amando Beatrice egli intendeva amare la sapienza, che egli compose le sue più belle canzoni, non già per celebrare le bellezze d’una donna mortale, ma sì la sovrana virtù della filosofia, della quale soltanto egli prendeva diletto, e alla quale era unicamente legato.
 
A noi, in verità, sembrano assai meschini tutti i raggiri e le scuse ammannite dal Poeta e dirette a smentire una passione nobilmente umana e umanamente sentita ed espressa. Stiracchiando e sforzando la lettera dei suoi versi e volendoli far servire di simbolo e di veste a un concetto allegorico, egli ne distrugge le principali bellezze; si mette in repentaglio di esser preso per un sottile maestro di arzigogoli, anzichè per un sovrano trovatore di nuove e patetiche melodie.

Noi prendiamo le canzoni di Dante così come ci appaiono alla prima; non vogliamo farci merito di acuti indagatori di arcani concetti, nè amiamo sforzare la loro verginità con la chiave ingegnosa degli sciaradisti.

Esse son belle allora soltanto che scaturiscono da un sentimento vero e profondo; e allora solo ci commuovono che appaiono e sono realmente spirate dall’amore che dettava nell’animo del Poeta.
Quelle lavorate a freddo, e che servono di velo e di maschera ad astrazioni e a concetti filosofici e morali non ci commuovono, e non ci piacciono; son da tenere in conto di giochi di destrezza e d’artifizio, che nulla han di comune con l’arte.

Comunque sia, certo è, che il soggetto di questo secondo libro di Dante è Beatrice, non più donna, ma angelo; non più la donna amata, ma l’amore. La passione s’è mutata in un’idea.

Allora è possibile al Poeta il pensare a darsi ad altre donne; sposarne una, di cui non ci parla mai chiaramente, agitarsi con gli altri fra i vortici della vita comune.
Egli è diventato due: Gemma Donati è la moglie dell’uomo: non ha niente che vedere con Beatrice; non è neppure una parentesi aperta nel periodo del primo amore.
Ella non avea ragione di essere e forse non fu mai gelosa di Beatrice: si può esser gelosi di una morta; ma Beatrice non era neppure una morta; era qualcosa di meno, era la tesi del metafisico intitolata: l’Amore.

L’amore e l’immortalità dell’anima sono le due dottrine, sulle quali maggiormente si ferma il pensiero dello scrittore.

Gli argomenti da lui recati in favore dell’immortalità dell’anima si riducono principalmente a tre: l’autorità degli scrittori, la divinazione dei sogni, e la fede cristiana.
Quanto siano forti questi argomenti ognuno puo vedere da sè; ma la fede che ha il Poeta in questa infinità dello spirito non può non commuoverci intimamente, quando pensiamo che, assai più che da dottrina o da autorità, era in lui raffermata dal gentilissimo sentimento d’amore.

E davvero dolorosa la certezza che la vita delle persone da noi predilette si svolge e finisce tutta sovra la terra, e che, perdutele una volta, non c’è più speranza di rivederle.
 
La pietosa menzogna dell’oltretomba non ha perciò lusingato soltanto le anime debolette che hanno per colpa propria o della fortuna sofferto assai nella vita; non ispaventate le malvage che si sono pazzamente avviluppate nei vizj e nei delitti; ma ha pure illuso le forti e le buone che fortemente o costantemente hanno amato.

Per la qual cosa, più che filosofica convinzione e dottrina, l’immortalità dell’anima è per Dante una persuasione gentile, un sentimento, un istinto.

E se egli, malgrado l’ingegno peregrino ed arguto, ci fa pietosamente sorridere quando vuol convalidare questo sentimento con le prove che apprestavano allora le scuole, non può non toccar l’anima di chicchessia, quando, poste da banda le sottigliezze metafisiche e le dommatiche asserzioni della fede, ingenuamente conclude: « Ed io così credo, così affermo, e così certo sono; ad altra vita migliore dopo questa passare, la dove quella gloriosa donna vive, della quale fu l’anima mia innamorata» (Conv., II, VIII).

La vita avvenire non è altro per lui che amore.
 
Questo, che nella terra è desiderio, brama, passione, diventa nel cielo beatitudine, val quanto dire godimento di ogni bene, di ogni bellezza, di ogni verità.
 
L’anima umana, che dipende da Dio e per Dio si conserva, vuole naturalmente essere a lui unita. E, perciocchè nella bontà della natura umana si mostra la ragione della divina, segue per natura che l’anima umana si unisce con quella per via spirituale, e tanto più forte e più tosto quanto quelle appaiono più perfette.
Ora è appunto questa unione spirituale che costituisce l’amore, per cui si può conoscere qual è l’anima intimamente.
Questo amore appunto, cioè l’unione dell’anima del Poeta con quella della sua donna gloriosa, è quello che gli ragiona dentro, allor ch’ei canta

Amor che nella mente mi ragiona; (Ivi III, 1)

e, siccome egli e la donna sua sono già divenuti un cosa sola, così il sentimento e la ragione si sono in lui unificati. E appunto in questa unione spirituale, in questo connubio mistico che egli presènte la beatitudine.

La beatitudine, che implica perfezione dell’animo, esclude logicamente ogni attività, la quale altro non è che l’esercizio più o meno ordinato delle nostre forze per raggiungere un qualunque scopo.

Or, qual è il motore di ogni nostra azione, se non il bisogno?

E qual fine e destino hanno mai le nostre anime, se non di rivolgersi incessantemente a quel segno luminoso, che altri chiama in un modo o in un altro, ma che costituisce fermamente l’ideale della nostra esistenza?

E che cosa è mai la perfezione, se non il raggiungimento di questo ideale?

E perchè gli uomini si chiamano perfettibili, se non perchè essi tendono a traverso tutte le difficoltà a divenire perfetti?
le difficoltà sono appunto i motori delle nostre forze; quando esse cessano, cessa naturalmente ogni attività.
Coloro adunque che vivono in beatitudine non possono, secondo ragione, essere attivi ed operosi, ma soltanto contemplativi.
 
Or, siccome noi non possiamo concepire una vita qualunque sia, senza la condizione necessaria del moto e dell’attività, tutte quelle così dette sostanze o intelligenze perfette, che appunto perchè tali, devono vivere in perfetta calma, sono la negazione di ogni idea che noi abbiamo della vita.

Ciò non ostante, la vita contemplativa fu dichiarata la più perfetta e quasi beatitudine sulla terra, la quale non fu per i credenti del medio evo, e non è per i sonnambuli d’oggigiorno, che un luogo d’espiazione e d’esilio.
 
Da questo principio funesto, generato dal platonismo concubinato alla fede cristiana, e applicato largamente dalla Chiesa cattolica, nacque il monachesimo e la vita claustrale, cancrena della società; nacque l’ozio e l’ignoranza e l’ignavia delle plebi trafficate agevolmente da sacerdoti e da re; nacque, in una parola, quello strano spostamento di vita, per cui gli uomini si contentavano di essere automi nel mondo per esser beati nel paradiso.

Questa dottrina stagnante non entrò tutta e senza modificazioni nel cervello dell’Alighieri, nato fatto per operare e combattere.

Egli afferma che gli angeli, che altro non sono che intelligenze superiori, nature universali, o idee, come li chiama Platone, quantunque beati e perfetti, pure non cessano mai di operare, perocchè, essendo fra gli uomini la vita contemplativa e l’attiva, non puo non essere fra gli angeli, che son perfetti.

E fu vera fortuna che il Poeta nostro, pure esaltando la eccellenza del vivere contemplativo, non potè mai dividersi dalla vita operosa; anzi la contemplazione e le opere alternò e contemperò in guisa, che ben possiamo, secondo la sua dottrina, chiamarlo perfetto, anche più di quelle famose sostanze divise da materia, che non sono mai altrove esistite che nell’immaginazione scrofolosa dei creduli e nei sempiterni sofismi dei filosofanti.

Ben poteano le dottrine e i pregiudizj del tempo implicare l’ingegno sottilissimo di lui fra i labirinti e le ambagi della scuola; ben potea la religione, congiurata alla sorgente scienza, esigere dall’anima di lui un tributo di riverenza e di ossequio; ma nè la scolastica, nè la fede valsero mai a sviare talmente il suo pensiero da fargli smarrire o dimenticare la via che sola potea condurlo a grandezza.
Il filo misterioso d’Arianna, che salva il poeta dai tortuosi avvolgimenti della metafisica, è quell’istinto continuo, potente, irresistibile che lo spinge a vivere e ad operare nella realtà.
E tale istinto non solo e principalmente ci si rivela in tutte le azioni del vivere suo, non solo fra le assurde utopie della Monarchia e nelle epiche rappresentazioni del gran poema, ma è in questo libro del Convito, dove le più astratte speculazioni non sono mai scompagnate da un certo senso di pratica utilità, che dà loro talvolta quel valore che forse intimamente non hanno.

La filosofia infatti, non essendo, per lui, che amoroso culto di sapienza, è per natura nemica dei neghittosi e dei pusillani mi; sola amica dello studio e del lavoro; fonte di vera nobiltà, non già di quella che ci viene infusa o tramandata dagli avi, ma di quella che si acquista con le proprie azioni e con la propria virtù; e benchè parta dal cielo, secondo il suo pensiero, ami sia figlia della mente di Dio, pure essa non esercita meglio altrove la sua attività che fra gli uomini.
Essa infatti è necessaria così alle operazioni della vita individuale, come all’esercizio dei poteri sociali e dell’autorità dell’impero.

E da questa idea dell’autorità filosofica congiunta all’imperiale, passando subito al fatto, e gettando uno sguardo sull’Italia, il Poeta non si può trattenere dall’esclamare contro a coloro che tenevano allora le verghe dei nostri reggimenti, facendo loro osservare, « esser meglio come rondine volare basso, che come nibbio altissime ruote fare sopra cose vilissime» (Ivi, IV, 6)

E così, dopo che ha lungamente migrato di là dal reale e dal vero, egli torna in terra, si mette in contatto immediato con la realtà; racquista il vigore dei polsi, la fierezza della sua personalità, la sua ira superba, i suoi fulmini.
Sollevato oltre ai regni della natura, il suo pensiero è come campato in aria; si regge a pena sull’ala prepotente, è costretto a ridiscendere, a vivere con gli uomini, a turbinare nel seno della società: rassomiglia all’Anteo della favola, che allora solo riprendea lena e coraggio, che toccava la terra materna.

Come potea l’anima tempestosa di Dante crogiolarsi lungamente nel calduccio della metafisica? gingillarsi fra le astruse vanità della scolastica?

L’aria delle scuole popolate di tisiche e va-nitose chimere non si confaceva alla ferrea tempra dei suoi polmoni; quel mondo fatto di carta pesta e di calze disfatte non era per lui, anima di Titano.

E di fatti, quando per virtù di quell’istinto che ho più sopra notato, egli s’avvide, che la sua Beatrice, divenuta già troppo diafana nel laboratorio del suo pensiero tramontava quasi del tutto nella sfera glaciale delle astrazioni; che egli non era intero e non viveva completamente fra le pallide larve del suo Convito, abbandonò disdegnoso quelle regioni insalubri, si gettò a capo fitto nella vita reale, nella società procellosa che gli ondeggiava terribilmente d’intorno, e si accinse al gran poema come ad una battaglia.