La Perla Sanguinosa/Parte prima/16 - L'uragano

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16 — L'uragano


La sera calò, senza però che quel temuto salto di vento scombussolasse l'oceano, il quale invece si mantenne calmissimo, interrotto solo dalle larghe e pesanti ondate provenienti dalle immensità del sud. La nuvola scorta dal pescatore di perle non si era dileguata, anzi un po' prima del tramonto era stata veduta alzarsi e dilatarsi, come se avesse il desiderio, non certo piacevole pei tre naviganti, d'invadere tutta la volta celeste.

La piroga fluttuava dolcemente sulle onde, avanzando lentamente, poiché era subentrata una calma quasi improvvisa, sbattendo ad intervalli le due vele e lasciandosi dietro una scia che di quando in quando diventava fosforescente.

Dai tenebrosi abissi dell'oceano, dei punti luminosi salivano a galla come stelle filanti disperdendosi per la superficie, e montavano pure con larghe ondulazioni, simili a lampade elettriche, le rizostome, quelle splendide meduse in forma di disco, cosparso di granulazioni brune e le grosse attinie cilindriche, coi dischi circondati da innumerevoli tentacoli che le facevano rassomigliare a grandi fiori di color azzurro lucente, con leggeri bagliori rossi verso le estremità.

In lontananza, a quattro o cinquecento metri dalla poppa della piroga, due grosse macchie livide, fosforescenti, scivolavano silenziosamente sulla scia lasciata dal timone, senza mai distanziarsi. Erano le enormi bocche dei due pescicani, illuminate da quella specie di gelatina cristallina che trasuda dai denti di quei mostri e che nelle tenebre brilla come fosforo liquefatto.

Will, assiso accanto alla barra, spiava ansiosamente l'orizzonte, dove vedeva le stelle scomparire a poco a poco sotto delle masse nere. Jody ed il malabaro, seduti sui banchi di mezzo, guardavano le splendide attinie che salivano sempre e che si lasciavano trastullare nelle ondulazioni prodotte dalla scialuppa.

«Palicur, — disse ad un tratto il quartiermastro. — Prendi terzaruoli sulle due vele. Fra poco non avremo bisogno di tanta tela.»

«Eppure il vento è sempre debolissimo, signor Will,» rispose il pescatore di perle.

«Sta raccogliendo le sue forze. Fra poco si farà sentire.»

«Sale sempre la nube?»

«E più rapidamente di prima.»

«Non la passeremo tranquilla questa notte?»

«Temo di no,» rispose il marinaio facendo un gesto di dubbio. Poi mandando un sospiro aggiunse:

«Questa notte mi rammenta quella in cui commisi il delitto. Anche allora il cielo era così tenebroso, le attinie e le meduse salivano a galla assieme alle nottiluche, ed a poppa brillavano le bocche dei due pescicani, quelli che divorarono l'uomo da me ucciso all'estremità del pennone di parrocchetto. Dio mi perdonerà quel delitto.»

«Era un ufficiale quello, mi hanno detto, è vero, signor Will?» chiese Jody..

«Sì,» rispose il quartiermastro con voce sorda.

Poi dopo una breve pausa ed un nuovo sospiro aggiunse:

«Era il tiranno della Britannia, un uomo brutale che pareva provasse una gioia feroce a tormentare i più deboli dell'equipaggio, che faceva batter a sangue marinai e mozzi per un nonnulla e che mi aveva preso di mira per farmi perdere il grado, guadagnato faticosamente in dodici anni di navigazione su tutti i mari del globo. Porto ancora sul mio dorso le cicatrici lasciatemi dal gatto a nove code, che mi fece infliggere per delle sciocchezze.»

«E l'avete ucciso sul pennone?» chiese Palicur.

«Sì, — rispose il quartiermastro. — Era una notte come questa, colla tempesta che brontolava all'orizzonte, e m'avevano mandato sul pennone di parrocchetto ad ammainare uno scopamare.

«Stavo levandolo, quando mi vidi comparire accanto l'ufficiale. Che cosa era venuto a fare lassù lui, il cui posto era sul ponte di comando in quel momento? Non ve lo saprei dire. Certo veniva per spiarmi, sperando di infliggermi qualche altra punizione.

«S'impegnò fra me e lui una lite all'estremità del pennone, ed avendogli io intimato di lasciarmi finire il mio lavoro e fatto osservare che potevo cadere e fracassarmi il cranio sul ponte, tentò di spingermi in mare.

«Perdetti la ragione. Avevo il coltello di manovra nella destra avendo dovuto tagliare un nodo, e glielo cacciai in gola fino al manico. Cadde, battendo il capo sulla murata che bagnò di sangue, ed il coltello che gli avevo lasciato nella ferita sbalzò sulla tolda. Il corpo precipitò in mare e fu divorato dai due pescicani che da parecchi giorni seguivano la Britannia, ma il coltello mi aveva ormai accusato.

«Fu riconosciuto per mio e, poiché era lordo di sangue, fu facile al consiglio di guerra di ricostruire il delitto, e non valsero le difese strenue dei miei camerati, le accuse contro l'inumanità e la ferocia di quell'ufficiale, né i miei precedenti: fui condannato a quindici anni di relegazione a Port-Cornwallis, dove sarei ancora se...»

Un colpo di tuono che rimbombò cupamente sul mare, propagandosi con un lungo rullio da un orizzonte all'altro, lo interruppe.

Alzò vivamente la testa guardando le nubi che avevano ormai coperto quasi tutte le stelle, poi fissò le bocche fosforescenti dei pescicani che scorrevano sulle acque tenebrose, guadagnando via sulla piroga. «L'uragano,- disse. — Che Dio ci guardi.»

Un profondo silenzio era seguito dopo quel primo tuono.

Non si udiva alcun rumore né in alto né in basso. Perfino l'ondata larga e pesante dell'oceano, eterna ondata che anche a calma assoluta percorre sempre quelle sconfinate pianure liquide, pareva si fosse disciolta o avesse cambiato direzione.

La piroga era rimasta quasi immobile, dondolandosi lievemente fra le attinie e le meduse che si lasciavano portare dal flusso, mettendo in fuga stormi di isitus, bei pesci lunghi appena trenta centimetri, che lanciano di notte degli sprazzi di luce verdastra.

I tre forzati tacevano e guardavano ansiosamente ora il cielo ed ora l'oceano. Un vago terrore si era impadronito dei loro animi. Quella tempesta che stava per cogliergli là in mezzo alla sconfinata distesa liquida, su una fragile piroga, così lontani dalla terra e dalle isole, turbava le loro gagliarde fibre.

Quel silenzio del mare e del cielo durò dieci o dodici minuti, poi una serie di suoni strani si ripercosse rumorosamente entro la gigantesca nuvola con un crescendo formidabile, assordante, seguita da un sibilare di fischi brevi, stridenti. Erano le prime raffiche che si rovesciavano sull'oceano.

La scialuppa, coi bilanceri abbassati per avere più appoggio, si era messa in corsa, mantenendo sempre la sua rotta verso ponente con qualche quarto al sud. Will era alla barra; Jody alla scotta delle vele di trinchetto e Palicur a quella dell'alberetto maestro.

Il mare, sotto le prime sferzate del vento, si rompeva e cominciava a brontolare sordamente. Delle onde brevi si formavano rapidamente in tutte le direzioni, accavalcandosi con muggiti paurosi.

«Tenetevi ben stretti ai banchi, — disse il quartiermastro. — Non dimenticate che se un'onda vi porta fuori dal bordo, cadrete nelle bocche dei pescicani.»

«Non si vedono più, signor Will,» disse Jody.

«Ci seguono sott'acqua per essere più pronti ad afferrare la preda. Scommetterei che li abbiamo presso la poppa.»

Un lampo abbagliante illuminò in quel momento l'oceano, mostrando ai naviganti le montagne d'acqua che si formavano ai limiti dell'orizzonte.

«Palicur, — disse Will, — abbassa una vela e gettala sopra i banchi. È necessario coprire il nostro carico e al tempo stesso impedire all'acqua di entrare. Porta poi qui, a poppa, il vaso dell'olio. La nostra salvezza sta in quello.»

Quegli ordini furono subito eseguiti fra un lampeggiare incessante ed uno scrosciare orrendo di tuoni.

L'oceano intanto, spazzato e tormentato senza posa dalle raffiche che aumentavano di violenza, montava sempre. Dei cavalloni enormi si rovesciavano sulla piroga, la sollevavano passandovi sotto, poi la scaraventavano entro profondi abissi mobili, dai quali non usciva che con molta fatica. La sua leggerezza però ed i bilanceri calati su ambi i bordi la facevano galleggiare come un pezzo di sughero, mantenendola sempre sulle creste delle onde. Ben presto una pioggia diluviale si rovesciò sull'oceano, aumentando l'orrore della notte.

I tre forzati, radunati a poppa, fra il primo banco e la barra, da cui potevano manovrare le scotte della vela maestra, guardavano con spavento quel mare in tempesta, chiedendosi ansiosamente se la piroga avrebbe finito per cedere ai formidabili assalti delle onde.

Mille fragori paurosi intanto percorrevano l'oceano e la volta celeste: muggiti di cavalloni, urla e fischi del vento, scrosci di folgore. Il baccano talvolta diventava così intenso che i naviganti non potevano più udirsi.

La piroga, travolta dalle raffiche e dalle onde, fuggiva sempre rapidissima, colla sua vela ridotta ai minimi termini. Pareva una palla di gomma nelle mani d'un gigante. Balzava elevandosi tanto da forare colla punta dei suoi alberetti le masse di vapore che i venti cacciavano, rimescolandole, verso l'oceano, poi strapiomba bruscamente facendo provare ai tre amici la penosa sensazione delle cadute da grandi altezze.

Will, colle mani raggrinzate attorno alla barra, si studiava d'evitare le ondate troppo grosse che potevano affondarla di colpo. Abilissimo marinaio, metteva in opera tutta la sua esperienza per non lasciarsi sopraffare dalla furia dell'oceano e non farsi sorprendere sui fianchi. Conservava una calma ammirabile e comandava con voce tranquilla ai suoi due compagni che tenevano le scolte.

A un tratto un grido gli sfuggì. «Maledizione!»

«Che cosa è accaduto, signor Will?» chiesero Palicur e Jody, volgendosi rapidamente.

«Giù la vela o siamo perduti! Il timone è andato e non posso più governare.»

«Abbiamo dei remi, signor Will,» disse il malabaro.

«Che in questo momento, con questi colpi di mare, valgono quanto un cannello di pipa. Giù, giù subito la vela e gettiamo olio.»

D'un colpo la vela fu abbassata, ma con quelle raffiche furiose che la investivano e la gonfiavano cercando di portarla via non fu cosa facile, ripiegarla intorno al pennoncino.

Lo spettacolo che offriva in quel momento l'oceano era spaventevole. Ad ogni istante delle montagne liquide si rovesciavano sulla piroga, sballonzolandola furiosamente, in un bagliore intenso che dava alle acque delle tinte livide, cadaveriche.

«L'olio, Palicur, — gridò il quartiermastro, cercando di dominare i fragori della tempesta. — A tribordo... a babordo... presto.»

Il malabaro afferrò il vaso che conteneva non meno di un gallone d'olio e ne versò mezzo litro da una parte e dall'altra della piroga. Allora si vide subito una cosa assolutamente straordinaria. Quasi per incanto, le onde si spianarono attorno all'imbarcazione, come se la sostanza oleosa, che si diffondeva rapidamente sulle acque, togliesse loro la forza. Pareva che attorno ai naviganti si fosse formato un bacino quasi tranquillo. Ruggivano e urlavano i cavalloni sui margini dello strato oleoso, ma il loro impeto si rompeva quasi di colpo.

Le raffiche, non potendo aver presa su quella superficie scivolante, non uscivano più a sospingere le acque.

«È prodigioso!» esclamava Jody, che stentava a credere ai propri occhi.

«Ringrazia Palicur che ha avuto una così magnifica idea, — disse il quartiermastro. — Quest'olio di cocco ci salva la vita.»

«Potrà durare fino alla fine dell'uragano?»

«È questo che mi spaventa,» rispose il quartiermastro.

«Sono lunghe le tempeste che scoppiano nell'Oceano Indiano?»

«Solo Dio può dire quando finirà questa. Per ora accontentiamoci di tener lontane le ondate.»

I cavalloni infatti non giungevano più furibondi, tuttavia Will non aveva pensato che la piroga, quantunque assai bassa e disarmata della sua velatura, offriva sempre troppa presa al vento, il quale la spingeva sempre verso ponente. Allontanandosi, obbligava Palicur a versare sempre nuovo olio, e per quanto egli lo economizzasse, la provvista, già molto esigua, se ne andava.

Quattr'ore erano trascorse, durante le quali l'uragano non aveva accennato a diminuire, quando il malabaro annunciò che il vaso era quasi vuoto.

Quasi nello stesso momento si udì il mulatto, passato a prora, urlare a squarciagola:

«Uno scoglio! Uno scoglio! Signor Will, fate deviare la piroga.»

«Vuota tutto il vaso!» gridò il quartiermastro a Palicur.

Gli ultimi bicchieri d'olio caddero sulle acque tormentate dal vento. Successe intorno alla piroga una breve calma. Il marinaio aveva afferrato un remo e, servendosene a guisa di timone, cercava di gettare la scialuppa fuori dalla rotta, mentre nel medesimo tempo si sforzava di scoprire l'ostacolo segnalato dal macchinista.

«Hai sognato, Jody? — chiese dopo qualche istante. — Io non vedo nulla dinanzi a noi.»

«Vi dico che ho scorto or ora, alla luce d'un lampo, una massa enorme emergere fra le onde.»

«Guarda tu, Palicur.»

«Non vi sono che cavalloni sulla rotta della piroga, signor Will,» rispose il malabaro.

«Aspetta che passino,» gridò il macchinista.

Due o tre montagne d'acqua vennero a morire sui margini dello strato oleoso e, passate quelle, il quartiermastro credette di scorgere, alla rapida luce d'un lampo, come una massa enorme oscillare in un nembo di spuma.

«Che sia il carcame d'una balena o d'un capodoglio? — si chiese Will. — È impossibile che sia uno scoglio. Sulle carte marine non ne ho veduto alcuno segnalato in questo tratto di mare, e se ve ne fosse stato uno, non sarebbe sfuggito alle esplorazioni delle navi inglesi. Ad ogni modo cerchiamo di evitarlo.»

Trovandosi la piroga in uno spazio di mare relativamente calmo, non gli riuscì difficile, con l'aiuto d'un remo, farla deviare verso il sud. Per mala fortuna lo strato d'olio, incessantemente assalito dalle ondate, che parevano impazienti di riprendere la loro corsa furibonda, a poco a poco si disgregava.

Ben presto la scialuppa giunse sul margine dello strato e allora fu subito presa da un'ondata e scaraventata innanzi con una violenza inaudita. Si impennò per qualche istante sulla cresta d'un cavallone, sprofondò in un abisso che pareva non avesse più fondo, risalì ancora; poi avvenne un urto spaventevole che scaraventò in aria i tre naviganti, mentre la prora volava in schegge.

Si udirono tre urla, subito soffocate da un formidabile colpo di tuono e dai muggiti dei marosi. Il quartiermastro, che non aveva abbandonato il remo, sparve entro un baratro, poi si sentì scagliare contro una massa resistente cosparsa di alghe, alle quali si aggrappò colla forza della disperazione.

«Jody! Palicur!» urlò.

Fra gli scrosci delle onde, gli parve di udire la voce tuonante del pescatore di perle, ma, essendo in quel momento cessati i lampi, non poté discernere nulla nei vortici di schiuma che lo circondavano. Sentendo che le alghe cedevano ed immaginandosi d'essere stato scaraventato sullo scoglio intravvisto dal macchinista, salì più in alto per sottrarsi meglio all'assalto delle onde.

Dove veramente si trovasse non lo sapeva. Poteva essere una roccia perduta nell'immensità dell'Oceano Indiano e forse qualche cosa d'altro, perché gli pareva che quella massa subisse dei violenti soprassalti.

Non essendo quello il momento opportuno per fare delle indagini e vedendo pendere sopra di sé delle altre alghe lunghissime e, a quanto sembrava, molto resistenti, il marinaio continuò ad inerpicarsi, finché si trovò a cavalcioni d'una specie di vetta che si stendeva orizzontalmente, con una costa dello spessore d'un piede. Al di là, la roccia o meglio la massa, ridiscendeva descrivendo una curva assai arrotondata.

«Questa è la chiglia d'una nave! — esclamò il quartiermastro. — Sì, la carena di qualche veliero rovesciato che le onde portano attraverso l'oceano. E Jody? E Palicur? Morti forse?»

In preda a mille angosce stava per ridiscendere, quando a breve distanza udì una voce gridare:

«Coraggio... orsù... aggrappati... animo, amico... non bisogna lasciarsi andare così, abbiamo i pescicani alle spalle... Auff... ci siamo... aggrappati...»

Al baleno rapido d'un lampo, il quartiermastro vide due forme umane sollevate da un'onda venire scaraventate su quella massa galleggiante. Il cavallone subito si ritrasse, però quei due erano rimasti aggrappati come due ostriche ai fianchi d'uno scoglio.

«Jody! Palicur!» gridò il marinaio.

«Ah! Siete lì... signor Will, — rispose il malabaro. — Ciò si chiama aver fortuna... aiutatemi signore... Jody è mezzo asfissiato.»

«Tieni duro un momento: vengo.»

Il quartiermastro, tenendosi sempre aggrappato alle alghe che coprivano interamente la carena, discese fino al luogo ove si trovava il malabaro.

Jody, completamente inerte, si lasciava reggere dal robusto pescatore di perle. Il povero diavolo, che non doveva essere mai stato un forte nuotatore, aveva bevuto così abbondantemente da perdere i sensi.

«Bah! Non sarà nulla, — disse il quartiermastro. — Basterà strofinarlo vigorosamente e fargli muovere le braccia avanti e indietro. Aiutami, Palicur.»

«Lasciate fare a me, signor Will, — rispose il malabaro. — Noi pescatori di perle torniamo a galla quasi sempre più o meno asfissiati, e sappiamo quindi come fare per rimettere i polmoni in funzione. Per Sivah! Non ci poteva toccare di peggio.»

Mentre l'indiano s'occupava del macchinista, il quartiermastro si era issato fino sulla cima della massa, tenendosi stretto a quella grossa sporgenza che altro non doveva essere che la chiglia d'una nave.

«Sì, — disse, — abbiamo urtato contro una nave capovolta. Che cosa sarà avvenuto del suo equipaggio? Si saranno tutti annegati?»

Lo scafo, che doveva contenere pochissimo carico o forse invece del legname da costruzione, si teneva ben alto fuori dall'acqua e balzava così agilmente, che solo gli spruzzi delle onde giungevano fino ai naufraghi. I soprassalti che subiva però erano tali che senza la massa d'alghe lunghe e resistentissime che lo copriva, sarebbe stato ben difficile ai tre uomini mantenersi lassù.

Quando Will tornò presso il malabaro, il macchinista, che aveva rigettato non poca acqua sotto la violenta pressione dell'improvvisato infermiere, aveva già aperto gli occhi e respirava liberamente.

«Ah! signor Will, — esclamò il mulatto, vedendolo. — Per poco non andavo a dormire in fondo all'oceano.»

«E più probabilmente a servire da cena ai pescicani, — disse Palicur. — Nel momento in cui ti ho afferrato, ho veduto le loro bocche scintillare a venti passi da me.»

«Ti devo dunque la vita, mio bravo Palicur.»

«Ed io a te la libertà; dunque siamo pari.»

«E dove siamo, signor Will? Sul dorso d'una balena o d'un capodoglio?»

«Sulla carena d'un veliero, mio caro Jody,» rispose il quartiermastro.

«Allora corriamo il pericolo di affondare da un momento all'altro,» disse il mulatto, con accento di terrore.

«Se questo scafo si è mantenuto a galla finora, non vedo perché dovrebbe immergersi proprio ora. Chissà da quante settimane galleggia, a giudicarlo dalle alghe che lo coprono.»

«È un veliero?» chiese Palicur.

«Scommetterei che è un brigantino,» rispose il marinaio.

«E credete che resisterà?»

«Io suppongo che sia carico di legname. Finché dunque i fianchi non cederanno e non lasceranno sfuggire le tavole o i tronchi che si trovano nella stiva, non correremo alcun pericolo, fuorché quello di morire di sete.»

«E di fame soprattutto, signor Will,» disse Jody.

«Non avevo pensato a ciò, — disse Palicur. — Tutte le nostre provviste se ne sono andate insieme alla piroga»

«Forse troveremo qualche cosa da porre sotto i denti, — disse Will. — I crostacei non mancheranno fra queste alghe. Aspettiamo che la tempesta cessi, poi vedremo che cosa ci converrà fare. Mi pare che le nubi comincino a spezzarsi e che anche il vento scemi di violenza.»

«Gli uragani scoppiano violentissimi in queste regioni e hanno sempre corta durata,» disse Palicur.

«Mancherà molto all'alba, signor Will?» chiese Jody.

«Fra tre ore o quattro al massimo, cominceremo a vederci. Tenetevi ben saldi alla chiglia ed aspettiamo.»

L'uragano infatti cominciava a calmarsi. Alle raffiche poco prima furiose era successa una fresca brezza di levante, e le masse nuvolose si sfasciavano rapidamente lasciando filtrare, fra gli squarci, qualche fascio di luce lunare. Anche i lampi non illuminavano più la notte e solo il tuono brontolava ancora in lontananza a lunghi intervalli.

Le onde invece si mantenevano sempre violentissime, scuotendo poderosamente lo scafo del veliero, il quale si alzava e si abbassava pesantemente con mille scricchiolii. Tuttavia non vi era alcun pericolo che i suoi fianchi cedessero agli urti incessanti dei cavalloni.

Alle quattro cominciò a diffondersi una pallida luce verso oriente che divenne rapidamente rosea. Il sole stava per comparire. Un grido di Will strappò il malabaro ed il macchinista alla loro immobilità.

«I rottami della piroga!»

«Dove, signore?» chiese il pescatore di perle.

«Fluttuano contro il fianco della nave. Palicur, scendiamo! Vi possono essere forse delle noci di cocco da raccogliere.»

«Resisteranno al nostro peso queste alghe?»

«Vediamo un po'.»

Gli bastò un solo sguardo per convincersi della loro robustezza. Tutto lo scafo era coperto da quella specie di erbe marine chiamate dai naturalisti sargassi bacciferum, identiche a quelle che si trovano, raccolte in masse enormi, nel mezzo dell'Oceano Atlantico. Si componevano, come quelle, di robuste fronde di color bruno, ramificate e coperte da vescichette attaccate a corti peduncoli e fornite di foglie lanceolate bruno-dorate.

«Non cederanno, — disse il quartiermastro. — Si sono abbarbicate tenacemente allo scafo, anzi spero di trovare in mezzo a queste alghe la nostra colazione.»

Aggrappandosi con precauzione a quelle fronde, scesero fino al livello dell'acqua. Dei rottami che le onde, per un caso prodigioso, non avevano disperso, urtavano contro il fianco della nave.

Vi erano dei remi, dei pezzi di scafo e anche una cassa, quella del macchinista. Quello che però rese i due naufraghi più lieti, fu la scoperta di una mezza dozzina di noci di cocco, che ballavano in mezzo ai rottami, urtandosi allegramente.

Furono le prime che ritirarono, affidandole al macchinista, poi anche la cassa, con molta fatica, fu issata e addossata contro la chiglia. Anche un paio di remi andarono a tenerle compagnia.

«Badate soprattutto che le noci non rotolino abbasso, — disse Will. — Queste c'impediranno, almeno per alcuni giorni, di morire di sete. Jody, che cos'hai messo nella tua cassa?»

«La mia divisa di forzato e... Stupido! Mi scordavo il più importante!»

«Che cos'è?»

«La pistola, signor Will, che io volevo serbare, come ricordo del bagno!»

«Con munizioni?»

«Una quarantina di cartucce che non saranno certamente asciutte.»

«S'incaricherà il sole di asciugarle, amici miei; siamo perfino troppo fortunati.»

«Non trovo in che cosa possa esserci utile quella pistola, signor Will, — disse il malabaro. — Avrei preferito una buona lenza con un paio d'ami.»

«Me lo saprai dire più tardi: ora cerchiamo la nostra colazione.»

«E dove?»

«Fra le alghe. Sono certo di scovarla. Non sarà molto abbondante, tuttavia pel momento ci basterà. Frughiamo nella nostra prateria e badate di non fare un capitombolo: ho scorto or ora emergere in mezzo ad un'onda la coda d'uno di quei maledetti squali.»