La botte di sidro/Appunti per un avvocato

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Appunti per un avvocato

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Octave Mirbeau - La botte di sidro (1919)
Traduzione dal francese di Anonimo (1920)
Appunti per un avvocato
Le memorie d'un povero diavolo


I

Mio caro Avvocato,

Mi avete chiesto di fornirvi ciò che chiamate « degli elementi » per il patrocinio che assumerete della mia istanza di divorzio.

Eccoli.

Ve li rimetto tali e quali, un po’ alla rinfusa, mi sembra. Ma con la grande abilità di decifrare incartamenti più complicati, vi sarà facile stabilire l’ordine di cui mancano queste note frettolose.

Ve l’ho detto, e ve lo ripeto qui, di non aspettare dei racconti drammatici o licenziosi, come ne comportano di solito questi processi.

Io non ho nulla da rimproverare a mia moglie, o, almeno, niente di quello che la legge e le convenienze mondane possono considerare delittuoso o attentatorio all’onore di un uomo. La sua condotta fu sempre perfetta e io credo bene — è qui l’aspetto difettoso del processo — che mai un cattivo pensiero, mai un desiderio impuro sia penetrato nella sua anima. Essa si dimostrava, anche con me, servatissima – indifferentissima, dovrei dire — in questa specie di cose. Aggiungo che, sovente, ebbi a soffrire della sua naturale freddezza, perchè ella è graziosissima ed io ero molto appassionato.

Quello che rimprovero a mia moglie è di intendere la vita in una maniera diversa dalla mia, di amare quello che io non amo, di non amare quello ch’io amo, al punto che la nostra unione, anzi che essere un avvicinamento di sensazioni simili e di aspirazioni comuni, non fu che una cagione di lotte perpetue. Ho detto « lotte » ed ho torto. Questa parola definisce malissimo la nostra situazione reciproca. Per lottare, bisogna essere in due, almeno. E noi non eravamo che uno solo, giacchè io abdicai subito nelle mani di mia moglie la mia legittima e necessaria parte di autorità. Questa fu una debolezza, lo so. Ma che cosa volete ? Amavo mia moglie e preferivo il momentaneo annullamento della mia personalità maritale alla possibilità di conflitti immediati e, come tutto nel carattere di mia moglie mi faceva prevedere, pericolosi e violenti, irreparabili forse. Questo rimonta al giorno stesso del nostro matrimonio.

Era stato deciso che avremmo fatto un viaggio nel Mezzogiorno della Francia. Mia moglie si entusiasmò a quest’idea.

— Oh ! il Mezzogiorno !... — diceva. — Il cielo azzurro, il mare azzurro, le montagne azzure... tutti quei passaggi di luce che non conosco e che devono essere cosi belli ! Oh! come sarò felice laggiù !

E la cara anima batteva le mani e raggiava di gioia, come una bambina alla quale si siano promesse delle bambole meravigliose.

Io mi rallegravo e tutti intorno a noi, nelle nostre due famiglie, si felicitavano ch’io avessi eletto un’anima così perfettamente consona alla mia, perchè noi amavamo gli stessi poeti, gli stessi paesaggi, la stessa musica, gli stessi poveri. Partimmo, com’è d’uso, dopo la cerimonia.

Appena salita nel vagone che avevo anticipatamente impegnato e fatto adornare dei suoi fiori prediletti, mia moglie estrasse dal suo nécessaire da viaggio un libro e si mise a leggere.

— Cara Giovanna — insinuai teneramente — non vi sembra che non sia questo il momento di leggere ?

— E perchè non vi sembra il momento ? — fece lei con un tono e uno sguardo che non conoscevo in lei e che diedero al suo viso una espressione di durezza imprevista.

Risposi, turbato :

— Ma... cara mogliettina, ma perchè abbiamo molte cose da dirci... non vi sembra... intanto che siamo soli, così soli !

— Ebbene ! Amico mio, non v’impedisco di parlare...

Ebbi freddo al cuore, un freddo doloroso. Quel libro mi appariva, realmente, come una persona che inopportunamente si fosse frapposta tra me e mia moglie. E quella voce che mi parlava, una voce breve e tagliente, l’udivo per la prima volta, e mi rendeva, per così dire, crudelmente estranei quel grazioso viso, quella bocca, quegli occhi, quei capelli, tutta quella freschezza di gioventù, tutta quella belIezza di amore intorno alla quale i miei sogni avevano così follemente, così gravemente e infinitamente vagabondato. Domandai tremando, poichè avevo la sensazione di un non so che di lontano, fra mia moglie e me :

— Che libro è dunque, caro cuoricino, quello che leggete con tanto interesse ?

— L’ultimo romanzo del de Tinseau ! — disse.

— Oh !

— Come avete detto : « Oh » ! Non vi piace il de Tinseau ?

— Non molto... lo confesso...

— Io l’adoro... trovo che scrive divinamente...

Poi, ad un tratto :

— Che stordimento danno questi fiori, amico mio !...

E osservandoli un po’ stupita, come s’ella non li avesse fin’allora notati, aggiunse con un tono contenuto di rimprovero :

— Tanti fiori, amico mio !... Ma è una pazzia !

— Non è una pazzia, Giovanna, dal momento che a voi piacciono !

Essa replicò :

— Non amo però le prodigalità.

Durante il viaggio, fino alla sera, tentai invano d’interessare il suo spirito ai paesaggi che ci sfilavano intorno... Essa alzava un momento gli occhi al finestrino e li riabbassava subito sul suo libro, dicendo :

— È graziosissimo... Alberi, campi, case, come dappertutto !

— Giovanna, Giovanna, cara Giannina ! — gridai — vorrei che l’amaste, la natura... Vorrei vedere la vostra anima esaltarsi alle belIezze della natura...

— Ma certo, amico mio, che la natura mi piace... Come siete curioso !... E perchè mi dite questo con una voce così straziante ?... E pure, dovete ben capire che non posso interessarmi di ciò che vedo tutti i giorni.

Venne la notte... e fu una delusione per me... Non vi trovai nulla delle ebbrezze che mi ero ripromesso.

L’indomani si passò a Nizza, in passeggiate deliziose sulla spiaggia del mare, fra le montagne. La novità di quegli orizzonti luminosi, la dolcezza cangiante del mare, mosso lievemente da una piccola brezza, la mancanza di abitudine di quegli spettacoli urbani che fanno, di quella curiosa città, una specie d’immensa stazione o di gigantesco piroscafo in rotta verso non si sa quale follia, tutto questo dissipò un poco quello che, la vigilia, avevo travisto di minaccioso sulla fronte di mia moglie e nel cielo profondo dei suoi occhi. Essa fu gaia, d’una gaiezza metodica, è vero, che teme di stendersi tutta in una volta, d’una gaiezza senza emozione, senza una di quelle emozioni che vi rivelano a un tratto, attraverso un viso contratto, ciò che s’ammira di flamme di gioie nascoste, di tesori di bontà sepolti nel cuore d’una donna. Ma non mi attardai in riflessioni inquietanti su quella riserva che mi sforzavo di prendere per eleganza di spirito. Ritornammo in albergo la sera tardi, un po’ stanchi, un po’ ebbri di quel calore, di quella luce.

Toltosi il cappello e il mantello, mia moglie si drette davanti a una tavola. Tirò dal nécessaire un calamaio e una penna e mi disse :

— Adesso, siamo serî... che cosa avete speso oggi, caro amico ?

Rimasi sbalordito da quella domanda :

— Non so, amor mio... — risposi. — Come volete che lo sappia ? E poi, veramente, vi par l’ora ?

— È sempre l’ora di aver dell’ordine — sentenziò.

— Vediamo un po’ : ricordatevi...

Fu una faccenda lunga e fastidiosa.

Fatti i conti e stabilito il bilancio, si trovò che mancavano dieci franchi dei quali non riuscivamo a rammentare l’impiego ! Mia moglie fece e rifice i conti con la bocca stretta e la fronte corrugata, una fronte in cui, tra la purezza radiosa d’una epidermide madreperlacea, erano scavate due rughe orribilli, come su quella d’un vecchio contabile.

— Perbacco ! mi ricordo... — gridai io per finire una situazione che mi era divenuta dolorosa ! — sono i dieci franchi di mancia che ho dato al cameriere del ristorante.

— Dieci franchi di mancia ! — sclamò mia moglie. — Possibile ? Ma io credo che siate pazzo !...

E dopo avermi lungamente esaminato con uno sguardo acuto, uno sguardo inesprimibile, in cui c’era più stupore che biasimo, essa aggiunse :

— Ecco quello che temevo... Voi non avete ordine, amico mio... Voi non sapete che cosa sia il denaro, caro tesoro ! Ebbene, d’ora innanzi sarò io che avrò le chiavi della cassa... Ah ! saremmo presto rovinati con voi... Dieci franchi di mancia !...

Alzandosi, dopo aver rimesso metodicamente carta, penna e calamaio nel nécessaire, mia mogIie mi battè sulle guance fra tenera e burbera, dicendomi :

— Ah ! brutto maritino che non sa che cosa sia il denaro !...

Quella notte, la seconda del nostro matrimonio, ci addormentammo come due vecchi sposi.


II

Non vi starò a raccontare di quelle settimane passate nel Mezzogiorno per celebrare il nostro matrimonio. I mille particolari del mio asservimento coniugale, tutti quei piccoli fatti quotidiani per cui si completò l’abbandono della mia autorità, non soltanto della mia autorità, ma della mia personalità morale anche, fra le mani d’un altro, ingombrerebbero questi appunti d’inutili e stanchevoli ripetizioni.

Quello che posso dirvi, è che tornai da quel viaggio, che avevo sognato così pieno di felicità, di fantasie generose, di voluttà violente, completamente annichilito. Ero partito con qualche cosa di mio, uno spirito mio, delle sensazioni mie, una maniera mia di comprendere e di vivere la vita domestica, l’amore e l’altruisrno ; ritornavo con niente di tutto questo. La trasformazione della mia personalità agente e pensante si era compiuta con tanta rapidità che non era stato più possibile lottare, difendermi contro quella spogliazione continua del mio essere. Del resto, se anche l’avessi potuto, non lo avrei tentato. Ho in orrore la lotta. E poi, mia moglie aveva tale uno sguardo di volontà che, quando quello sguardo piombava su di me, io mi sentivo improvvisamente paralizzato. C’era, in tutta la sua persona, sotto l’irradiamento della sua carne e lo splendore della sua giovinezza in flore, una tale espressione di decisione irresistibile, che immediatamente avevo compreso che la lotta equivaleva alla rottura. Ora, questo non lo volevo, non lo volevo a nessun costo.

Non crediate ch’ella non mi amasse : sono anzi convinto che mi amasse molto, ma a modo suo. Essa non mi amava nè come un amante, nè come uno sposo, nè come un amico ; non mi amava nemmeno come si ama una bestia. Mi amava come una cosa sua, inerte e passiva, come un mobile, una scatola d’argenteria, un titolo di rendita. Io le appartenevo, ero proprietà sua, questo dice tutto. Nel sentimento ch’essa provava per me, nessuna emozione, nessuna tenerezza, mai l’idea di un sacrificio per quanto insignificante fosse. Ella disponeva di me, senza il mio consenso, dei miei gusti, della mia intelligenza, della mia coscienza, secondo l’atteggiamento del suo umore, ma più spesso, secondo i calcoli della sua vita domestica. Io facevo parte della sua casa e niente di più : occupavo un posto, importante, è vero, nella distinta dei suoi beni mobili o immobili, ecco ! Ed era molto, perchè mia moglie era una proprietaria scrupolosa e brava. Se fosse statta minacciata nella proprietà, nel possesso del marito, con quale energia, con quale gagliardia, essa lo avrebbe difeso contro gli attaghi, contro i pericoli, contro tutto, fino all’oiblio assoluto di se stessa !

E dire che durante i lunghi mesi, i mesi benedetti, i mesi di sacra impazienza, in cui fui ammesso a farle la mia corte, io non avevo visto niente di tutto ciò ! Accecato dall’amore, non avevo visto che la sua bellezza ! Non avevo capito niente del suo sguardo così stranamente e implacabilmente dominatore ; nulla della sua bocca così mirabilmeinte tentatrice, nella quale adesso sorprendo delle pieghe terribili che mi agghiacciano l’anima e che non si cancellano se non con l’umiltà della mia sommissione, con la vigliaccheria della mia obbedienza.



Era convenuto che avremmo abitato una graziosa proprietà che avevo ereditata da mia madre e ammobiliata con passione e secondo i miei gusti. Ero fiero di quel piccolo angolo di terra per così dire creato da me, dove avevo messo quello che credo avere in me di sensibilità artistica e di concezione di poeta. L’avevo anche abbellita per la venuta di mia moglie, volendo che lo scenario della casa e del giardino fosse degno della sua bellezza.

Il secondo giorno che l’abitavamo, mia moglie mi disse, dopo una breve passeggiata :

— In questo giardino e in questa casa voi avete fatto, amico mio, delle pazzie che non comporta la nostra posizione flnanziaria. Tutto questo è troppo per noi e non potrei assumere la responsabilità di una simile amministrazione. Certo, io lodo il vostro gusto : è perfetto. Quello che vi rimprovero, è di non proporzionarlo alle nostre risorse. Voi fate... fate... senza preoccuparvi di saper come potrete far fronte a tali esigenze. Oh ! le anime di artisti !... Non capiscono nulla della vita pratica !...

Ebbe un sorriso amaro : ma la sua voce si manteneva ancor dolce, benchè un po’ bassa ; e la fronte era attraversata da rughe, sogni di calcoli profondi e di tenebrose aritmetiche,

Continuò :

— Mi sembra che noi si debba semplificare di molto il nostro tenor di vita e sopprimere molte, molte cose, che mi sembrano inutili... Cominciamo : che bisogno avete d’un giardiniere ?... Il concime, la semente, il mantenimento e l’impegno di due uomini... fra quello che costano e quello che rubano, gli ortaggi ci vengono a prezzi enormi... fantastici, inverosimili,.. Avete soltanto calcolato che cosa vi costa un cavolo o un pomodoro ? Scommetto di no... Pianteremo delle patate nell’orto e venderemo il dippiù del nostro bisogno... Quanto ai flori !... un’aiuola davanti alla casa, una fiorita di geranî e qualche rosaio qua e là... Questo deve bastare ai vostri bisogni di estetica floreale... Nel resto del giardino, semineremo del fieno, del buon fieno. Al nostro cavallo piacerà questa decisione... E siccome, in queste cose, la decisione pronta è sempre la migliore, vi prego di significare oggi stesso il suo congedo al vostro giardiniere.

Io ero atterrito.

— Ma, cara Giovainna — risposi balbettando — ma voi non pensate che il mio giardiniere è un vecchio giardiniere... egli ha servito mia madre, quindici anni. Sono cinque anni che è con me. È il migliore, il più onesto, il più devoto degli uomini... È in certo modo della famiglia...

Ella ribattè :

— Ebbene ?... Vostra madre non l’ ha pagato ? Voi stesso, non l’avete pagato ? Non gli si deve nulla, m’immagino... che cosa domanda di più ? Oggi stesso, amico mio, intendete... non voglio più rivederlo domani...

Avvicinai il vecchio giardiniere tremando come se fossi per commettere un delitto... Egli era, nel giardino, arrampicato sopra una scala intento a potare... E bruscamente, con una voce dura e forte, per non udire la voce di rimprovero che saliva dal fondo della mia anima, gridai :

— Bisogna che ve ne andiate, papà Valentino. Non vi tengo più con me... Non posso più...

Papà Valentino traballò sulla scala... credetti che fosse per cadere.

— Voi non mi tenete più, signor Paolo ? — balbettò — Non siete più contento di me ? Vi ho forse fatto un torto io ?...

— No, papà Valentino... no, ma bisogna che ve ne andiate, che ve ne andiate subito,... subito !

Mai rivedrò sopra una fisonornira umana l’espressione di dolorosa tristezza che martirizzò il viso del povero vecchio.

— Bene.. bene... signor Paolo — mormorò, scosso da un brivido — ... domani sarò già partito... Ah ! povero signor Paolo !

Sentii le lacrirne salirmi agli occhi.

— Perchè mi dite « povero signor Paolo », papà Valentino ?...

Ma il buon uomo non rispose. Discese dalla scala, raccolse le sue forbici e si allontanò.



La sera stessa di quel triste giorno, mia moglie aveva preso possesso della casa, della scuderia, della legnaia, del pollaio, della rimessa, dei granai.

E dappertutto, il suo sguardo diceva alle cose sommesse e soggiogate come lo ero io stesso :

— Non c’è più che un padrone, qui, e quel padrone, sono io !... Avete finito di ridere, amici miei !


III

Avevo alcuni amici, cari, fedeli, meravigliosi amici.

Erano poeti, artisti, contemplatori della vita.

Essi ringiovanivano il mio cuore e sovreccitavano il mio spirito. Era per essi ed in essi che io sentivo vivere realmente. Avevano il generoso potere di risvegliare la mia intelligenza che nella solitudine sonnecchia un poco e di rivelarmi a me stesso. Mi piaceva riunirli spesso, aprire loro la mia casa e non mi sentivo mai così felice come quando li avevo lì, intorno a me. Era come una bella, una ardente fiammata di cui si avvivava il mio focolare, che rischiarava la mia anima, riscaldava le mie membra intorpidite di freddo.

Forse, nella felicità che mi procurava la loro presenza, cordiale quanto un buon vino, si mescolava un sentimento di puro egoismo.

Io avevo l’esatta consapevolezza della loro influenza protettrice, della loro utilità morale, e del « pungolo », direi, che esercevano sull’attività del mio spirito. Ma se la mia amicizia non era assolutamente disinteressata, se non arrivava fino al totale oblio di se, essa non aveva niente di basso, di calcolatore e di parassitario. Io ero loro riconoscente del buon calore che sapevano comunicare al mio essere.

Fra essi ve ne era uno che preferivo a tutti, nel fondo del mio cuore. Si chiamava Pierre Lucet. Lo conoscevo dall’infanzia. Avevamo insieme vissuti molti pericolosi momenti della vita. Mai la minima nube aveva oscurato il cielo calmo della nostra amicizia. Non credo che avrei potuto amare un frateilo come amavo lui. Dotato di magnifici doni di pittore, ma sempre, nei suoi slanci creatori, arrestato da una perpetua inquietudine, da una costante sfiducia di se stesso e anche dalle obiezioni incessantemente moltiplicate e lancinanti di uno spirito raffinato fino all’assurdo, aveva finito per non dipinger più. Egli mi diceva con la tristezza che si sente tremare nella voce dei mancati e degli impotenti :

— Che cosa vuoi che faccia in cospetto di questa schiacciante bellezza della vita ?... Copiare la natura ? Triste mestiere, al quale non possono piegarsi nè il mia cervello, nè la mia mano... Interpretarla ? Ma che cosa può essere la mia interpretazione, fatalmente ristretta alla debolezza dei miei organi, alla povertà dei miei sensi, davanti al mistero di quelle inacessibili, di quelle incomprensibili meraviglie ? In fede mia, no !... Io non ho tanto stupido orgoglio, nè tanta fede imbecille !... Credi dunque tu che l’uomo sia stato creato per far dell’arte ?... L’arte è una corruzione... un decadimento... l’insudiciamento della vita... la profanazione della natura... Bisogna godere della bellezza che ci circonda senza tentare di comprenderla, poichè essa non comprende neppure se stessa... senza tentare di riprodurla... perchè noi non riproduciamo altro che la nostra impotenza e la nostra infirmità di atomi perduti nello spazio...

— Tuttavia — rispondevo — è necesssario uno scopo alle proprie attività, alle energie... a questo dinamismo oscuro, dal quale siamo guidati...

— Ê necessario vivere... ecco tutto !... non ha scopo, o piuttosto, non ha altri scopi che viverla... non c’è niente di più... Per questo è bella... Quanto ai poeti, ai filosofi, ai dotti che si torturano la mente per cercare la ragione, il perchè della vita, che la chiudono in formule contradittorie, che la spacciano in precetti opposti... essi sono o burloni o pazzi... Non c’è alcun perchè !...

C‘era da stupire a considerare la profusione delle sue idee, la novità sempre nuova delle sue immagini, l’abilità dialettica dei suoi argomenti, per arrivare sempre a questa conclusione : «  Non esiste altro che bellezza, incosciente e divina ».

Per un resto di antiche abitudini, quando andava in campagna, egli portava sempre con se il suo cavalletto, la sua scatola di colori, una tela e il seggiolino pieghevole. Sceglieva « un motivo », si sedeva, caricava la sua pipa e si guardava poi bene, come da un delitto, di aprir la sua scatola e di fissare in terra il suo cavalletto : così, per ore, guardava... guardava le case, non con l’occhio dei pittori, che strizza e ammira, ma con l’occho panteista delle bestie riposanti nella prateria.

Possedendo di che non morire assolutamente di miseria, mal nutrito, negletto nel vestire, la barba incolta e i capelli arruffati, egli aveva ridotto i suoi bisogni al solo necessario della vita. E come un cespuglio che il fango della strada inzacchera, che la caduta delle foglie morte insudicia, la sua anima era piena di canti.

Dapprima Giovanna consentì a ricevere i miei arnici. Ella li accolse con galanteria, ma senza entusiasmo. Essi stessi, comprendendo che « non era più la stessa cosa », non ritrovando più le stesse abitudini cordiali, la stessa Iibertà un po’ sbrigliata dalle nostre riunioni, diradarono le visite. Si sentivano impacciati, del resto, dallo sguardo freddo di mia moglie, dalla sua bocca imperiosa, che non aveva mai per loro una buona parola. Io non tentai di trattenerli, per quanto mi costasse. E poi, avevo finito per dubitare di essi, del disinteressamento della loro amicizia.

Dolcemente, con un’arte maravigliosa di osservazioni misurate e profonde, Giovanna, quand’essi se ne erano andati, mi faceva discendere fin nel fondo della loro anima. Essa aveva immediatamente indovinato i loro difetti, i loro vizi, che ingrandiva, che esagerava, ma con tale abilità, con tale verosimiglianza, che in poco tempo aveva provocato quasi un mutamento completo dei miei sentimenti verso quegli amici così cari una volta. Essa si serviva di una parola sfuggita nella conversazione per mostrarmi degli aspetti inattesi e imprevisti del loro carattere, delle plausibili infamie, delle verosimili vergogne. Io mi difendevo, li difendevo, ma sempre più debolmente, perchè il dubbio era in me a insudiciare quello che avevo amato, a divorare ad uno ad uno i più cari ricordi di altri tempi...

— È singoIare !... — mi diceva lei — Si direbbe che voi non conoscete la vita !... E son io, io, quasi una ragazza ancora... sono io che ve la debbo insegnare !... Ah! caro Paolo, il vostro buon cuore vi fa veder la gente come voi stesso... La vostra sensibilità vi acceca al punto come non saprei immaginare !... Ma se vi amano solo perchè siete ricco !

E sul mio amico, su Pierre Lucet, essa esercitava di preferenza il suo spirito di demolizione...

— Un infingardo, ecco tutto !... Vuol dare alla sua inescusabile pigrizia dei pretesti trascendentali e filosofici da cui voi non dovreste lasciarvi ingannare. Ma è davvero troppa ingenuità... E poi, credete che sia simpatico, per una donna fine, di ricevere in casa propria, di avere a tavola, un simile porcellino ?... La sua sudiceria mi ripugna, mi stomaca, mi fa star male... Se avesse dell’amicizia per voi, avrebbe del rispetto per me... sgrasserebbe i suoi cenci, si laverebbe le mani e non si presenterebbe dinanzi a me come davanti a una ragazza di birreria... Verrebbe di quando in quando... ogni tre o quattro mesi... a far colazione con noi... Sia ! Ma, installarsi qui lui e il suo fardollo di sporcizia per settimane intere... vi assicuro che questo è penoso per me !...

Un giorno che Pierre Lucet era andato solo per i campi, Giovanna mi disse :

— Bisogna finirla, mio caro Paolo. Io non voglio che la mia casa si disorganizzi per i vostri amici... Ecco un’altra cameriera che mi abbandona perchè essa non vuole, e scuso la sua ripugnanza, rifare il letto del signor Lucet. È un vero immondezzaio, la sua camera. E la sua biancheria ?... Non la si prenderebbe su, neanche con un uncino... Che figura ci facciamo, vi domando, davanti alle nostre persone di servizio ? Vi prego di arrangiarvi in modo che il signor Lucet sia partito questa sera stessa !... Inventerete... troverete quei pretesti che vorrete... ma, perbacco !... se ne vada... se ne vada !

E siccome subito la mia fisonomia si era rattristata, Giovanna continuò :

— Vi rincresce ?... Ebbene, sarò io che glielo farò capire a quello screanzato !...

Difatti, quando il povero Lucet rientrò con le scarpe piene di fango, il cappello sgocciolante di pioggia, mia moglie, che spiava il sua ritorno, l’apostrofò :

— Veramente, signor Lucet, avreste potuto asciugarvi le scarpe... e pensare che i miei tappeti non sono degli sfangatoi !... I domestici non han da fare che per voi... qui !... La mia casa non è una stalla !...

— È forse questo il suo torto ! — rispose Lucet dolcemente. — Probabilmente sarebbe più felice, ma ho capito... Paolo, c’è ?...

— No. Paolo è in città...

— Va bene. Gli direte che gli voglio bene sempre, al povero Paolo !... E quando avrà voglia di piangere, gli direte che venga pure da me !... Gli farà bene...

Io ero dietro la porta del salotto quando avvenne questa scena crudele... Non avevo che da dire una sola parola, da fare un gesto, ma io non pronunciai quella parola e non feci un gesto solo !

Caddi su una sedia, annientato, la testa fra le mani, un peso così grave sulle spalle come se avessi la sensazione che qualche cosa di maledetto fosse disceso su me !...

E anche lui, Pierre Lucet, aveva detto : « Povero Paolo ! » quando lo si era scacciato, come avevo scacciato il vecchio giardiniere !


IV

Ben presto la nostra casa diventò silenziosa e quasi selvaggia...

Nello stesso modo ch’essa aveva scacciato gli amici, scacciò i poveri, quegli amici sconosciuti, quegli amici eterni delle nostre ribellioni e dei nostri sogni. Ai poveri che passavano essa non sorrideva più, come una speranza, come una promessa di gioia e di conforto. Per le strade, per le viottole, sui pendii, dietro i muri, essi si erano dati certo la cattiva novella. Nessuno si soffermava più davanti a quella bianca facciata, altre volte così ospitaliera, così invitante, ed ora protetta, contro l’implorazione dei senza pane e dei senza tetto, dallo spavento di due mastini, guardiani delle nostre ricchezze, e anche dall’insolenza dei domestici cui piace vendicarsi sui deboli della durezza del loro asservimento.

Una volta, quando la sera ritornavo dalla passeggiata e scorgevo sul poggio la nostra casa sorgere dal boschetto d’alberi verdi, la nostra casa con le sue finestre simili a buoni occhi, sentivo discendere, scorrere in me qualche cosa d’infinitamente dolce : una pace deliziosa, la coscienza di aver compiuto un dovere di amore e di solidarietà umana.

Ora invece, la sua sola vista era per me come un rimorso ed io stornavo gli occhi da quel tetto che non ospitava più se non un egoismo implacabile e agghiacciante... Avevo vergogna di quella casa e mi sembrava che, vedendomi passare, la gente dicesse : «  È quello che abita la casa dove non fermano più i poveri ».

Mia madre, anima tenera, cuore pietoso, aveva fatto, della sua casa, una specie di rifugio. Essa ne aveva spalancato le porte alle miserie erranti, alle disperazioni che si avviano verso il delitto o verso la morte. Per coloro che hanno fame o hanno freddo, c’era sempre in casa nostra una tavola apparecchiata e un focolare acceso. Essa visitava i poveri del paese e curava gli ammalati. Dagli sventurati non esigeva che avessero delle virtù eroiche : le bastava, per soccorrerli, che fossero infelici.

— Non c’è gerarchia, nel dolore — mi diceva ella spesso. — Tutti i dolori, qualunque sia la loro origine, sono ugualmente rispettabili e hanno diritto alla nostra commozione !

Mi ricordo ch’ella aveva, con la sua abituale e discreta bontà e con grande scandalo delle persone per bene, accolto, o meglio, raccolto, dovrei dire, una ragazza della città, sopraffatta dal disprezzo universale, e anche dal disprezzo degli stessi poveri. Questa ragazza vagabondava, la sera, per le stradicciuole buie, si dava per un soldo, per un bicchiere di acquavite, per nulla, a chi avesse voluto prenderla. Il giorno, quando essa passava sui marciapiedi, sporca, spettinata, coperta di stracci fetidi raccolti nei fossi o Tubati nel cestino degli ortolani, scacciata a sassate, le buttavano addosso delle lordure a quella lordura. Quegli stessi ai quali il giorno prima si era prostituta su una panchina del viale o un piuolo dell’argine, la insultavano. Essa non rispondeva e non si doleva mai ; fuggiva più rapida fra le sassate, le botte, gli oltraggi e, intanata in qualche buco fetido, attendeva poi che la notte venisse per ricominciare il suo inesorabile mestiere. Un giorno, essa ebbe un figlio, frutto del caso che germogliò tuttavia in quella terra sterile della crapula e del vizio. E quel piccolo essere, concepito sul ciglio della strada dai baci di ubbriaconi che martoriavano come morsi, essa l’amò con una frenesia d’indicibile passione. Per prodigio quella femmina incosciente, che dei sentimenti umani non aveva conservati se non gli oscuri e selvaggi istinti del bruto originario, divenne ammirabile madre ? Nell’imputridimento, nella composizione organica, la vita si elabora, pullula e ribolle : ed è nello strame che sbocciano i più splendidi fiori e le piante più generose.

Credo che non mai un fanciullo di ricca nascita sia stato cullato, carezzato, provveduto di tutto, come il figliolo di quella pezzente. E via via quel corpicino curato, lavato, profumato, nutrito di buoni cibi, vestito di lane calde e di lini candidi si empiva di radiosa salute, di gioia e di vita lussureggiante, il corpo della madre dimagriva, si consumava, diventava spettro ambulante, ambulante cadavere, un cadavere animato soltanto da quel che gli restava del calore acquisito. La sera, quando il bambino, colmo di nutrimento e di carezze, si addormentava, essa trovava ancora la forza andare a offrire il piacere ai vagabondi notturni e a rantolare l’amore, in fondo ai bugigattoli, coi passanti.

Mia madre si commosse alla profonda tristezza di questo dramma. Fece venire a casa questa ragazza col suo bambino, la vestì, la nutrì, le diede del lavoro generosamente pagato, tentò di strapparla all’abiezione della sua vita.

— Non posso... non posso.... — gemeva la sgraziata. — È più forte di me... c’è qualche cosa che mi spinge, che mi brucia...

Allora mia madre l’attirò a se, la baciò teneramente in fronte e le disse :

— Io non debbo giudicarvi, povera flgliola. Dio solo sa quel che ha messo di fango nel cuore dell’uomo...

Mi compiacqui di raccontare questa storia a mia moglie, che ne restò indignata :

— Una creatura simile ! Davvero, amico mio, credo che vostra madre fosse un poco folle... Ma non siete del parere che simili incomprensibili bontà sono premi dati all’infingardaggine, al vizio, al delitto ?

E generalizzando le sue idee, dichiarava :

— Io ho in orrore i poveri !... I poveri sono bruti !... Non concepisco che ci si possa occupare di essi... Ma voi siete socialista... A che pro tentare di farvi comprendere quanto c’è di stupido e d’illusorio in quello che si è convenuto di chiamare la carità ?... Certo che se incontrassi una vera sventura, io sarei la prima a sollevarla... Ma non voglio essere il trastullo d’un sentimentalismo ridicolo che v’induce a credere interessanti e degni di pietà tutti quegli orribili ubbriaconi e tutte quelle nauseanti prostitute che sono i poveri !... Io penso che la società è perfetta così ; gli onesti da una parte, cioè a dire noi ; i criminali dall’altra... vale a dire i poveri... E tutta la vostra poesia non muterà nulla...

— Ascoltate, mia cara Giovanna — le risposi timidamente. Forse avete torto di giudicare così. Niente c’è di eterno nella società umana. I ricchi di oggi possono diventare i poveri di domani, e viceversa... Io non fo appello ai vostri sentimenti di altruismo... fo appello soltanto ai sentimenti che dovete avere della vostra propria sicurezza... Non è bene esasperare i poveri... Avete notato qualche volta lo sguardo omicida che, passando, vi gettano addosso il carrettiere sulla strada e il contadino nel suo campo ? E non ne avete rabbrividito ?

— Eh ! Eh ! — interruppe mia moglie — io m’infischio dei carrettieri e dei loro sguardi... Ci sarà sempre delle guardie, no ?... E poi, francamente, quando si dà a un povero, bisogna dare a tutti. Non si finirebbe mai, amico mio...

E, subito, prendendo un’aria scoraggiata :

— Se voi sapeste quanta pena mi fate colle vostre idee !... Non vi manca più che essere un rivoluzionario !


V

Una sera di autunno, al tramonto, io passeggiavo in giardino.

Un vento aspro soffiava da ponente : il cielo. rico di nubi color di rame, aveva un aspetto sinistro. C’era una febbre nell’aria. Sulle aiuole abbandonate, non un fiore, se non qualche stelo morto, alcuni crisantemi malinconici venuti su a caso, qua e là, col gambo spezzato, qua e là sdraiati sulla terra nuda. E le foglie, ingiallite, arrossate, secche, si staccavano dagli alberi, cadevano sulle aiuole, cadevano sui viali, spogliando i rami che spiccavano più neri su cielo.

Non so perchè, quella sera, passeggiassi nel giardino. Dopo la partenza del mio giardiniere e la morte dei miei fiori, io mi ero, per così dire, chiuso in clausura nel mio studio e evitavo di uscire, non volendo rivedere quegli angoli del mio giardino pieni di ricordi, dove una volta tante piccole anime mi facevano festa, dove amavo estasiarmi lo spirito alla presenza sempre rinnovata di quei graziosi amici ora dispersi e morti.

Forse, il rumore d’una discussione nella stanza accanto fra Giovanna e la sua cameriera mi aveva spinto, cacciato innanzi fino a un rifugio di silenzio dove non udissi più quella voce collerica, quella voce dura, quella voce implacabile, così detestata dai poveri, dalle povere bestie, dalle povere cose.

Mi sentivo infinitamente triste, più triste ancora di quel cielo, di quella terra, di cui riassumevo in me e moltiplicavo, in quell’ora angosciante del morire del giorno, l’immensa tristezza e l’immenso scoraggiamento. E pensavo che non un flore, non uno solo, era rimasto nel giardino della mia anima e che tutti i giorni, ad ogni minuto, ad ogni pulsazione delle mie vene, ad ogni battito del mio cuore, si distaccava e cadeva qualche cosa di me, dei miei pensieri, dei miei amori, delle mie speranze, qualche cosa di morto per sempre che giammai sarebbe più rinato !... Io seguivo ad una ad una tutte quelle piccole cadute, tutte quelle brevi fughe della vita nel nulla e mi sembrava provarne, nel mio essere interiore tutto intero, la commozione fisica, dolorosa, ripercossa, come una misteriosa eco, dalla fibra dell’albero ai nervi della mia carne.

Fu suonato al cancello : siccome non ero lontano, andai ad aprire. E mi trovai in cospetto d’un uomo vecchissimo, che portava sulle spalle un grosso fascio di rose selvatiche.

Lo riconobbi, malgrado l’oscurità che faceva, dell’uomo e del suo fascio, una sola massa d’ombra.

— Papà Roubieux ! gridai.

— Ah ! il signor Paolo ! esclamò il vecchio. Il signor Paolo, proprio !... Vi porto le vostre rose, come tutti gli anni, signor Paolo ! Perbacco ! Sono belle, belle, belle !... Le ho scelte per voi, come si conveniva.

Egli aveva oltrepassato il cancello aperto, e posto in terra il suo fardello. Malgrado il vento ghiacciato, il buon uomo era tutto in sudore. Si asciugò la fronte col rovescio della manica :

— Ci sono delle novità, mi si è detto... Pare che siate ammogliato, signor Paolo ! Bene ! Bene ! E la vostra povera mamma lassù ne sarà proprio contenta !... Era necessario, vedete, per voi, per la casa, pel paese... Un uomo senza moglie, è come una primavera senza sole...

Intanto che papa Roubieux parlava, io pensavo che non avevo le venti lire ch’ero solito regalargli tutti gli anni quando veniva a portarmi le sue rose. Domandarle a Giovanna, sarebbero state questioni, rimproveri, una scena penosa che non volevo frontare.

— Non ho bisogno di rose quest’anno, papa Roubieux... — balbettai tremando.

Ma il buon uomo protestò :

— Come, quest’anno... l’anno del vostro matrimonio ! ... Ma non sono cinquanta che ve ne porto : son cento ! Cinquanta per voi e cinquanta per la vostra piccola signora !...

Con un tono che mi sforzai di rendere breve e imperativo :

— No, quest’anno, vi assicuro...

Papà Roubieux gemette :

— Ah ! bene !... Ah ! Bene... Dopo tre giorni che sono nella foresta per cercare le migliori ! Che cosa volete che ne faccia, adesso ?... Certo che non potrò riportarmele a Loudais... Son troppo vecchio, non ne avrei la forza...

E alzando gli occhi verso le finestre della mia casa, osservai che quelle dell’appartamento di mia moglie erano illuminate.

— Essa è in camera mi dissi, non discenderà prima di desinare.

Questo m ‘incoraggiò.

— Venite con me, papà Roubieux.

Lo condussi in cucina dove gli feci servire un resto di carne, un pezzo di formaggio e una bottiglia di vino.

E mentre il vecchio mangiava, io pensavo :

— Ecco un povero essere che ha lavorato duramente tutta la sua vita, come una bestia da soma. Non ne può più... La sua schiena è curva, le sue gambe son vacillanti, le sue braccia non possono più stringere i pesanti carichi. In casa sua, non un soldo... Tutto quello che ha guadagnato, nella sua atroce vita di lavoro, gli è appena bastato per nutrirsi malamente, per non andare assolutamente nudo per la strada... Ed ha allevato sei figlioli, i quali alla loro volta tribolano chi sa dove... Io sono ricco e rimando indietro questo povero vecchio che per tre giorni interi si è estenuato per me ; lo rimando indietro senza un soldo, con le sue rose che gli rifiuto, e lo rimando per non tirar su me la collera di mia moglie... È proprio vero, dunque, che sono arrivato a questo punto di vigliaccheria ?

Il vecchio mangiava sempre. Seduto in faccia a lui, dal lato opposto della tavola, io lo guardavo. Guardavo il suo corpo consunto, deformato dalla miseria, la sua faccia rugosa, dove la pelle indurita come un cuoio disegnava un’ossatura spolpata di scheletro ; e gli occhi mi si empivano di lacrime. Su lui piangevo, o su me ? Non ebbi il tempo di domandarmelo. La porta della cucina si aprì ed entrò mia moglie. Oh ! quell’occhio duro, quella piega di disprezzo che torceva l’angolo delle sue labbra, quel viso pieno di stupore e di sdegno, li rivedo ancora. Essa passò senza pronunziare una parola. Il vecchio non l’aveva neanche vista, occupato com’era a empirsi il ventre, tutto compreso nella sua estasi di affamato davanti alla carne e al vino.

Lo ricondussi fino al cancello.

— E le vostre rose, papà Roubieux ?

Il vecchio si sentiva più vigoroso dopo mangiato. Senza un lamento si ricaricò sulle spalle d’ottuagenario il fascio delle rose e gaiamente mi disse :

— Arriveremo presto a casa, oggi... Tre leghe di cammino ! Ma ora siamo in gamba... All’anno prossimo, signor Paolo !...

Quando rividi Giovanna un’ora dopo, a desinare, ella mi disse semplicemente :

— La mia casa non è un rifugio di vagabondi e vi sarò obbligata, per l’avvenire, se i vostri amici li riceverete fuori di qui !..


VI

Feci una lunga e pericolosa malattia.

La vita soffocata in me stesso, privata delle espansioni necessarie, protestò violentemente. I miei organi non poterono resistere a quella mancanza d’aria, di calore, di luce, sopravvenuta nella mia esistenza morale e nelle mie abitudini fisiche dopo il nostro matrimonio. Io restai a letto, in preda alla febbre, per sei settimane, sei lente, inteterminabili settimane. Giovanna mi curò fedelmente, correttamente, senza emozione, con quella puntualità amministraiva ch’essa aveva nel compimento di qualunque funzione domestica. Ella metteva nel curarmi l’interesse che poneva, ad esempio, nel riparare un mobile prezioso, nient’altro. Non si sarebbe detto che la morte fosse là, vicinissima, che minacciasse una metà della sua vita, la mia.

Negli intervalli della febbre, in qualche pausa del delirio, io soffrivo crudelmente di quella insensibilità, per quanto mi rendessi perfettamente conto che Giovanna non si risparmiava nel curarmi. Essa passava le notti al mio capezzale, non volendo delegare alcun altro a quello spossante dovere.

Strana e dolorosa sensazione ! Io non gliene avevo nessuna riconoscenza ! Quando essa si chinava su me, io volgevo gli occhi altrove, per non vedere quella fisonomia d’impassibile coraggio e quello sguardo di duro dovere. L’inquietudine era a quello sguardo così assolutamente estranea ! E mi sarebbe stato tanto dolce cogliervi invece un’espressione di paura, di turbamento interiore, una traccia di lacrime, qualche cosa di fuggevole e di angoscioso per cui sentissi che il suo cuore batteva, si gonfiava, sanguinava ! Financo quando ella mi obbligava con gesti abili e dolci a bere le mie pozioni, rimaneva, suo malgrado, imperiosa e dominatrice. Mai ella ebbe una di quelle carezze con cui si cullano i malati, come i bambini. Le sue preghiere, sotto la dolcezza della voce, conservavano la durezza e quasi l’insolenza di un ordine.

Spesso la sera, mi rammento, svegliandomi dal torpore della febbre, la scorgevo in fondo alla stanza, in faccia al mio letto, seduta fra le due finestre, davanti a un piccolo scrittoio ch’eIla aveva fatto portar lì. Buttava giù delle cifre sui suoi registri, faceva i conti di cassa, si dava ad operazioni assorbenti e complicate di cassiera. Io non scorgevo che le spalle e la nuca china, quasi nere sulla tappezzeria chiara della stanza : una linea di luce rosea disegnava la pura e bella linea delle sue spalle : l’ammirabile e morbido profilo del busto, possente e delicato come un bulbo di giglio, vaporava alla sommità, nel mistero aureolato della sua chioma. Uscendo dal terrore della febbre, io avrei dovuto provare una deliziosa sicurezza a quella protettrice presenza della mia donna, avrei dovuto gioirne come, dopo una permanenza lunga nelle tenebre, ci si rallegra d’un paesaggio fresco e luminoso. Non solo io non ne gioivo invece, ma quello sfogliarnento di carte che accompagnava la sua presenza, gli appunti accumulati e lo stridore della penna, mi davano un’irritazione intollerabile.

— Giovanna, — gemevo... — mia cara Giovanna... ve ne prego... veniterni vicino.

E senza rivolgersi alla mia voce supplicante, con la penna fra i denti, essa rispondeva :

— Avete bisogno di qualche cosa ?... bere ?

— No. Non ho bisogno di bere... non ho bisogno di nulla... non ho bisogno che di voi !...

— Un momento, amico mio. Ho finito.... E non parlate... procurate di dormire.

— Non posso dormire fintanto che non siete vicina a me... Se sapeste come il frusciare delle vostre carte, dei vostri cassetti, dei vostri denari fa male ai nervi !...

— Bisogna bene che termini i miei conti... sono indietro di più d’otto giorni, amico mio !

— Giovanna, Giovanna... che cosa fa se siete in ritardo coi vostri conti ?...

E sentivo tremarmi in gola il singhiozzo.

— Io son venuta qui, mio caro, per non lasciarvi solo... Ma se la mia presenza vi irrita, andrò nella mia camera, d’ora innanzi... bisogna pure che li finisca, i miei conti.

— Non è la vostra presenza, Giovanna cara... è la presenza di quelle... cifre... di quei conti !...

Allora ella riordinava le sue carte, chiudeva lo scrittoio e veniva a sedersi accanto a me, silenziosa e agghiacciante, il busto rigido, le braccia incrociate, gli occhi lontani, il pensiero più lontano degli occhi.

— Ah ! mia cara Giovanna !... — singhiozzavo — sorridetemi, ve ne prego.. voi non mi sorridete, mai... Mai mi avete sorriso... Un solo sorriso vostro... una parola sola, ma affettuosa, una carezza... e mi sembra che guarirei d’un tratto !

Sempre impassibile, senza la minima scossa, senza il minimo sussulto del cuore, ella mi imponeva il silenzio :

— Zitto !... Non bisogna parlare... dovete dormire... Siete un bimbo !...

E mi sembrava, a vederla vicino a me, immobile, senza un alito di calore nella sua maschera d’insensibile divinità, che un cattivo angelo mi guardasse.

Un giorno della mia convalescenza, io riposavo in una grande poltrona, davanti alla finestra aperta della mia stanza. Mia moglie era vicino a me, seduta anche lei. Guardavamo il cielo. L’aria era deliziosa, leggera, d’una fluidità carezzante e calda. Dei buffi di reseda, dei profumi di rose lontane, salivano fino a noi. Credetti che un abbandono scendesse nella carne e nell’anima di mia moglie. Mi sembrava che una insolita luce avesse brillato nei suoi occhi. Le presi le mani.

— Giovanna... — gridai. Ah ! se poteste amarmi !

— Ma non vi voglio bene, forse ?...

— No, no,... non mi amate !..

— Non vi amo ? Perchè dite queste cose ? E mi rimproverate ? Guardate ! Ho appunto finito i conti dell’anno... Ebbene, sapete che cosa ho fatto ?

Sperai un’azione eroica.

— Che cosa avete fatto, Giovanna cara ? — domandai ansando.

— Ebbene ! Ho fatto quindicimila franchi di economia ! — disse.

E i suoi occhi brillarono come due stelle. Un sorriso angelizzò le sue labbra.

— E dite che non vi amo ?

A quelle parole ritirai bruscamente le mie mani dalle sue : il cuore mi si strinse come all’avvicinarsi di un disgusto nauseoso...

— E così ? Che avete ?... — domandò Giovanna.

— Questo è tutto che sapete rispondermi ?...

Non sapevo dir nulla, infatti. Ero stordito, come dopo una percossa al capo, una caduta, uno svenimento. Giovanna si era alzata e mi guardava severamente. Per la prima volta, provai in me qualche cosa più del dolore, una frenesia acuta che non poteva essere che odio. E ad un tratto, sciolta la lingua, il cervello sferzato come da ondate di fuoco, gridai :

— Quindicimila franchi !... E per questo solo mi avete presa tutta la bellezza della mia vita, avete per questo rubato ai poveri il pezzo di pane e la loro parte di gioia ?... Per questo ?... Per questo ?... Andatevene... Non voglio più vedervi... Andatevene... io... io..

— Voi siete un miserabile ! — interruppe freddamente mia moglie.

La scossa era stata troppo violenta ed io ero troppo debole per sopportarne il colpo. Nel momento in cui, per uno sforzo insensato, tentai di alzarmi per scacciar mia moglie dalla camera, il cielo, il soffitto, la camera, mia moglie, tutto intorno a me scomparve in una bianchezza tetra di sudario e caddi pesantemente sul pavimento.


VII

Quella violenta scena non mi tornò di vantaggio. Mia moglie me ne serbò un rancore segreto ma tenace, che non poterono cancellare le umiliazioni del mio pentimento. Ella continuò a vegliare la mia convalescenza, come aveva vegliata la mia malattia, con la stessa stretta puntualità, un po’ più agghiacciata, questo è tutto. Fu tutto quello che guadagnai da quell’accesso di rivolta che era stato più forte della mia volontà. Per cinque giorni, i cinque giorni che seguirono lo spiacevole e inutile dramma, Giovanna non rispose che con duri e secchi monosillabi alle mie domande, del resto imbarazzate e timide, che le rivolgevo.

Una volta osai implorarla :

— Giovanna !.. Giovanna !... — gridai. — Pensate sempre a quelle brutte cose ?

— Per niente, vi assicuro...

— Sì, sì... voi ci pensate !... Lo sento, lo vedo.,. Voi non mi parlate più... Siete così triste !... lo vi faccio orrore... Giovanna, ascoltatemi... Venite più vicino a me.. Datemi la vostra mano.

Ella mi allungò la mano, la sua mano fredda e umida, una mano di morta...

Io proseguii, coprendo di baci quella mano :

— Non bisogna far caso di quelle cattive, di quelle ingiuste, di quelle odiose parole che mi sono sfuggite l’altro giorno, senza ragione... Io non avevo la testa a posto... Era un resto di febbre, di questa febbre maledetta... No, ve lo giuro ; io non ho avuto la coscienza di quello che vi ho detto... non so più che cosa vi ho detto...

— Non ne parliamo.. poichè non ci penso più...

Insistei vivamente, stringendo nella mia quella mano non animata da nessun calore.

— Sì... sì... voi ci pensate, voi ci pensate più che mai. Che disgrazia ! Voi credete ch’io abbia proprio voluto farvi spiacere ! E perchè ?... È pazzia ! Dispiacere a voi che siete stata così amirabile con me... che mi avete curato con tanta devozione... con tanto... tanto eroismo !

— Oh ! eroismo ! — sclamò con un freddo e ironoco sorriso.

— Sì... sì... eroismo, mio caro cuoricino. Voi siete stata eroica, voi siete stata...

Cercavo una parola più grandiosa e, non trovandola, ripetevo, sostituendo con gesti entusiasti la parola che non mi saliva alla mente :

— Eroica... eroica... Voi siete stata eroica... Non c’è altra parola !...

Non ero sincero... esageravo a posta gli elogi. C’era, lo sentivo, nel tono della mia voce qualche cosa che suonava falso. Giovanna non si lasciò ingannare da quella commedia : lo vidi chiaramente allo sguardo velato di disprezzo ch’essa mi gettò alzando le spalle. Allora, a corto d’argomenti che intenerissero, a corto di argomenti apologetici, io non potei che balbettare ancora :

— Era un resto di febbre... non avevo la testa con me...

Per qualche momento Giovanna godè visibilmente del mio imbarazzo. Poi, con voce tranquilla, disse :

— No, amico mio, voi non avevate la febbre... E invece eravate in possesso di tutta intera la vostra ragione. Voi mi avete dimostrato, in un lampo di sincerità, il fondo della vostra natura ingrata e brutale... Avete fatto bene e non ve ne serbo rancore... È meglio saper che pensare del vero pensiero delle persone... per quanto dolore, per quanta delusione possa darci... Preferisco la vostra franchezza a questa lunga ipocrisia di sommissione...

E ad un tratto, ironica, con parole che uscendo dalla sua bocca, sferzavano come frustate :

— La bellezza della vostra vita !... Vi ho presa la bellezza della vostra vita ?... Povero caro !... Ah ! io son davvero una grande sacrilega !... La bellezza della vostra vita ! E perchè non avermi spiegato che vi era tanta e così rara bellezza nella vostra vita ? Lasciarmi in una simile ignoranza di quelia bellezza meravigliosa e sacra, che negligenza, mio caro Paolo !... Ma ora che la conosco, questa bellezza della vostra vita, non temete più che io ve la prenda un’altra volta !

— Oh ! Giovanna, non mi schernite... non è generoso... Mi fa troppo male...

— Ma io non scherzo, amico mio... Mi accuso, invece... E, senza dubbio, ho preso la bellezza della vita anche al vostro amico Pierre Lucet... Non aver rispettato l’estetica — è bene l’estetica, vero ? — delle sue calzette, che si trascinavano sui mobili, dei suoi pantaloni sfondati, delle sue scarpe infangate, non aver compreso nulla di tutta quella bellezza del suo sudiciume, come me lo rimprovero ! Oh ! davvero, fui una grande colpevole !

Io avevo il cuore pieno di dispetto, di collera, di dolore, non so più... Mi sembra, però, che avrei calpestata con piacere mia moglie ; sì, credo che avrei provato una specie di voluttà barbara a saltarle alla gola, a farle rientrare nella bocca tutte quelle mostruose parole con le quali mi pugnalava. Rovesciarla, atterrarla, puntarle i ginocchi sul ventre, batterle la testa contro gli spigoli dei muri, mi ricordo... ci pensai un istante. Riuscii a contenere la spaventosa collera che urlava in me. E, umiliandomi più ancora, mascherando con un pentimento imbecille tutto il desiderio omicida da cui ero sconvolto, le dissi :

— Voi vi vendicate, mia cara Giovanna... Avete ragione... Io ho torto, ve ne domando scusa... Dimenticate quel momento di follia... Giovanna, piccola, mia diletta Giovanna... ditemi che lo dimenticate...

— Ma certamente, amico mio...

— Ditemi di più di questo... ditemelo meglio...

— E come debbo dunque dirvelo ?...

Non une piega sul suo viso aveva trasalito. Compresi che le mie preghiere si spezzavano contro il muro del suo cuore... Rivolsi altrove la testa e rimasi silenzioso.

Allora mia moglie riprese il suo posto davanti al piccolo scrittoio, in fondo alla camera, fra le due finestre. La notte cadeva, triste come la morte. Giovanna accese una lampada. E, per tutta la sera, io intesi lo stropiccio della carta e del danaro contato, lo stridere della penna, che segnava dei numeri. Finalmente i miei nervi si rilassarono ed io ruppi in lacrime.

Ai singhiozzi che non riuscivo a soffocare nel guanciale, Giovanna, senza volgere il capo, chiese :

— Che cosa avete ?... Piangete ?

— No — risposi.

— Come vi pare ! — fece.

E si rimise a scrivere.


VIII

Avrei forse subita l’infamia di quelia esistenza mostruosamente egoista, di quella criminosa e abbietta esistenza, così contraria a tutti i miei bisogni di espansione, a tutti i miei desideri di unità morale, a tutte le mie idee di socievolezza e di armonia : forse mi sarei rassegnato a quel crollo dei miei sogni e, aiutato dall’abitudine, forse sarei pervenuto a non soffrirne, se avessi trovato nel libero possesso fisico di mia moglie un compenso a quelle continue rinunce e — come dire ? — una specie di ricompensa per tutto quello che vigliaccamente le abbandonavo, per tutto quello che le sacrificavo vergognosamente della mia personalità, della mia coscienza della mia libertà individuale che è, tuttavia, la sola ragione perchè la vita sia piacevole !

Spesso io mi son sottoposto questo quesito e, malgrado il rimorso in cui mi lasciava la constatazione del mio irreparabile decadimento, ogni volta l’ho risolto in senso affermativo. Sì, credo bene che sarei arrivato all’oblio che viene dalla voluttà, come un povero diavolo si versa quel terribile narcotico, quello spaventoso addormentatore della sofferenza che è l’alcool. Io concepivo perfettamente che l’abbrutimento consecutivo ai violenti piaceri che immaginavo, e i pesanti fermenti di quelle ubbriacature di lussuria, la frenesia della quale cresceva in ragione del suo insoddisfacimento, mi avrebbero permesso di attendere il loro quotidiano ritorno nella completa abolizione della mia vita intellettuale.

Quella suprema risorsa, solo legame pel quale potevo essere congiunto a mia moglie, poichè questa aveva volontariamente troncato tutti gli altri, mi fu interdetta. Non che Giovanna mi rifiutasse quello che i giuristi chiamano, nel loro linguaggio odioso e comico, « il dovere coniugale » e quello che chiamo « il dovere umano », delitto specificato del quale avrei potuto prevalermi davanti alla legge. Ma ella non ne divideva mai le ebbrezze, quel che è peggio. Mai, neppure un momento, ebbi la gioia di vedere, di sentire quelia carne splendida, così miracolosamente ornata per l’amore, animarsi sotto le mie carezze, riscaldarsi sotto i miei baci, trasalire all’avvicinarsi del meraviglioso prodigio. Baci, carezze, spasimi, ella li subiva come si subisce la visita di qualche importuno o indifferente vicino di casa. L’atto dell’amore le era insopportabile, non come una sofferenza, ma come una di quelle piccole noie consuete nella vita domestica, che si accolgono con piccole impazienze, con piccoli dispetti, senza rivolte, senza grida di collera e che fanno dire agli occhi rassegnati, alla bocca atteggiata alla smorfia, alla fronte corrugata : « Come è noioso !... Ma giacchè non si può fare a meno... » Di ciò soffrivo crudelmente, forse più di tutti i miei sogni svaniti.

Io considero la voluttà, non soltanto come uno dei più imperiosi diritti dell’uomo, ma sopratutto uno dei suoi più alti, sacri doveri. La natura ha compreso ammirabilmente che la vita deve trasmettersi in una magnifica esaltazione di tutto l’essere verso l’infinito. Per la voluttà sola l’uomo conosce veramente il supremo ideale e assurge, nel minuto indimenticabile, a quello che ci può esser di misterioso, di formidabile, di divino, nel suo destino e nella sua missione di creatura vivente. In lui risiede il sacro deposito del germe, di cui egli deve un severo conto alla specie.

Tentai di condurre Giovanna alla comprensione della vita sessuale. Le mostrai tutta intera la natura spasimante sotto il divino pungolo del desiderio. Le spiegai l’istinto che spinge il maschio verso la femmina e che li accoppia e li completa, vincitore eterno della morte. Essa non fece che alzar le spalle. Le dissi :

— Nel modo stesso che le api e le farfalle rifuggono dai fiori sterili, Iddio è lontano dalle creature che non sono state giubilate nel loro sesso. Esse sono maledette.

— Oh ! non immischiate Dio in queste porcherie ! — fece lei.

Allora tentai di esaltare i suoi sensi con la rappresentazione di immagini voluttuose, con letture passionali, così potenti sullo spirito delle donne. Ricorsi alle carezze più strane, ai baci più sapienti. Ella restò di marmo, meravigliata di quelle manovre per le quali manifestava più disprezzo che disgusto. Non se ne sentiva contaminata nella sua anima, nella sua carne, perchè era senza pudore ; se ne sentiva — come dire ? — ridicolizzata... Un giorno che, per convincerla, io impiegavo una frenesia quasi oscena, essa scoppiò, tutto a un tratto, in un riso nervoso, un riso che durò a lungo e, quando il riso si spense, mi disse :

— Ah ! povvero amico mio !... Se vi foste potuto vedere nello specchio !... Com’eravate buff o !... Com’ eravate brutto !...

Ho rinunziato a far vibrare quel corpo inerte del quale nessun calore mai riscalderà l’insensibilità di marmo. La vista della sua bellezza mi è odiosa oggi. Mi ripugna e mi fa paura come una mostruosità. Qualche volta, stupita del riserbo che io mantengo con lei, essa viene ad offrirsi. Ma è senza passione : il piacere non appanna un solo momento del proprio velo umido i suoi occhi calcolatori che sembrano dirmi :

— Se faccio questo, è perchè tu non vada a cercare altrove un piacere che pagheresti, forse...

Essa preserva la cassa, ecco tutto !

Una volta, perchè io la respingevo, essa volle, come una prostituta, trattenermi con carezze anormali che io le avevo insegnate : ed io sopportai il supplizio di subirle inutilmente, per pagarmi la spaventosa gioia, l’immensa e spaventosa gioia di disprezzarla e di odiarla...