La botte di sidro/La prima emozione

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La prima emozione

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Octave Mirbeau - La botte di sidro (1919)
Traduzione dal francese di Anonimo (1920)
La prima emozione
L'ottogenuaria Il vitalizio


Era un vecchietto un po’ curvo, mitissimo, silenziosissimo, pulitissirno e che non aveva mai pensato a nulla.

La sua esistenza era meglio regolata d’un orologio giacchè non sono rari gli orologi che si incantano e si guastano. Egli invece non si arrestava mai, nè si guastava. Non aveva mai conoscluto nè la fretta dell’arrivare, nè la pigrizia d’un ritardo, nè la musica folle d’una soneria, nell’anima.

Si chiamava ii signor Isidoro Sgobba ed era impiegato al Ministero della pubblica istruzione. Cosa curiosa e rara, il vecchio conservava lo stesso posto, lo stesso ufficio, lo stesso stipendio, lo stesso lavoro di quando, giovane, era entrato nella carriera amministrativa. Un avanzamento l’avrebbe distratto dalle sue abitudini : sarebbe stato incapace di sopportarne l’idea, se questa gli fosse venuta in mente. Ma non gliene veniva nessuna. L’intrusione di alcunchè di nuovo nella sua esistenza l’avrebbe più spaventato della morte stessa.

Il signor Isidoro Sgobba si alzava alle otto, tanto d’inverno come d’estate, si recava al suo ufficio percorrendo le stesse strade, senza mai soffermarsi davanti a una bottega, senza voltarsi mai dietro un passante, senza baloccarsi a seguire i passi lesti d’una donna o ad ammirare la bellezza di un affisso murale. E per le stesse strade pure, la sera, alle sei, se ne tornava a casa, con lo stesso passo misurato, meccanico e sempre uguale. Prendeva frugalmente nella propria stanza un pasto innominabile che la portinaia gli provvedeva, quindi riusciva di casa, comperava sempre alla stessa edicola e con gli stessi gesti il Petit Journal che si portava a casa, tenendoselo sotto il braccio sinistro, per poi leggerlo a letto, fino alle nove. Dopo di che, s’addormentava.


Egli era buono, cosa facile per lui che non aveva nessuno da amare : nè moglie, nè figlioli, nè un parente, nè un amico, nè un cane, nè un povero, nè un flore ! Era buono : intendo, che non diceva male dei suoi superiori ; non aveva mai denunciato un collega ; sopportava senza mai rispondere le frocciate e gli insulti. Con un curioso eufemismo, di lui si soleva dire : « Ah ! quel brav’uomo di papà Isidoro Sgobba ! »

La domenica lavorava tutta la giornata, poichè il suo stipendio era modesto : lavorava a spulciare i conti di una vecchia signora, proprietaria, a Clichy, di cinque case operaie. Aveva sessant’anni, papà Isidoro, e non aveva pensato mai a nulla.

Mai aveva pensato a nulla. Tuttavia un giorno, improvvisamente, andandosene all’ufficio per la solita strada, stupì di vedere in aria qualche cosa di molto alto, egli che non sapeva che cosa fosse. Non conosceva nè il Louvre, nè Notre-Dame, nè l’Obelisco, nè l’Arco di Trionfo, nè il Pantheon, nè gli Invalidi : non conosceva, non aveva visto mai nulla. Era passato accanto a questi monumenti senza guardarli, senza vederli e, per conseguenza, senza domandarsi perchè essi fossero lì e che cosa significassero. Aveva ciononostante, della loro presenza materiale, un sospetto vago. Quelle facciate istoriate, quelle cupole, quelle guglie, quei massi quadrati di pietra, quelle volte aperte sul sogno azzurro del cielo, quei corsi, quelle piazze, quegli orizzonti, tutto ciò si unificava nell’ enorme nulla che, per lui, rappresentava la città, la natura, tutte le cose, tutti gli esseri, tutto quanto era al di fuori del suo ufficio, della sua camera, degli uscieri del Ministero, della sua portinaia e del Petit Journal ; ma quel qualche cosa di improvviso, di insolito, che sbarrava il cielo, che sviava quel suo nulla, egli non poteva fare a meno di vederlo, e, vedendolo, non poteva far a meno di pensarci. Il Petit Journal gli fece sapere che era la Torre Eiffel.

Allora, il suo spirito lavorò.

Ogni mattina, con angoscia torturante, Isidoro si domandò che cos’ era realmente quella Torre Eiffel e a che cosa poteva servire e perchè si chiamava Eiffel. Fu il solo momento della sua vita in cui il suo cervello fu agitato da un intellettuale tumulto. Ebbe coscienza di una vita probabile, all’infuori della sua, di una vita possibile oltre quella della sua portinaia : coscienza vacillante e torbida, nella quale si abbozzavano delle forme embrionali e qualche movimento appena accennato corrispondeva a quelle forme, e certi rumori inarmonici corrispondevano a quei movimenti. Ma gli faceva male al capo pensare a tante cose. Con terrore egli diceva, la mattina, agli uscieri del ministero : « Ho rivista la Torre Eriffel ». E con lo stesso terrore ravvivato dalle reminiscenze bibliche, ripeteva la sera alla sua portinaia : « Ho rivista la Torre di Babele ! »

Leggendo il Petit Journal egli aveva, ora, delle distrazioni : spesse volte si era soffermato per istrada, davanti a un affisso, e un giorno era rimasto sorpreso dalla stranezza dello sguardo di un passante. Presago dell’approssimarsi di qualche fantasia vaga, di un sordo bisogno di espandersi fuori del chiostro della sua camera, oltre i soffitti sporchi del suo ufficio, si spaventò. Ma questo straordinario sconvolgimento del suo essere presto si acquetò, la crisi sparì.

A poco a poco ritornò a non dir più nulla, a non veder più nulla, a non sentir più nulla, a non soffermarsi più davanti a un affisso, a non sentir più la commozione d’uno sguardo umano. Ritrovò il tic-tac regolare del suo orologio interiore. E la Torre EiffeI si confuse con il Louvre, Notre-Dame, l’Obelisco, l’Arco di Trionfo, il Pantheon, gli Invalidi, nella bruma impenetrabiie di cui si avviluppavano la morte del suo spirito e la morte dei suoi occhi. E ricominciò a non pensare a nulla.

Ricominciò a non pensare a nulla. E tuttavia gli accadde una cosa inattesa e stupefacente.

Una notte egli sognò !

Sognò che pescava alla lenza, sulla riva d’un fiume.

Perchè quel sogno ? Mai, egli aveva pescato alla lenza. Perchè un sogno ? Mai, egli aveva sognato.

Le sue notti erano altrettanto vuote di sogni come i suoi giorni di pensieri. Egli dormiva come viveva : nel nulla. Il giorno e la notte erano la stessa tenebra morale che si perpetuava.

Gli parve un avvenimento grave, un fatto terribile l’intrusione d’un sogno nella sua vita notturna, importante e terribile quanto era stata l’intrusione d’un pensiero nella sua vira diurna. Ma non cercò di spiegarsi le cause di quel nuovo mistero.

La notte seguente sognò ancora.

Sognò che pescava alla lenza.

Sì, si vedeva seduto su un greto fra le erbe odorose e fiorite. Teneva in mano una lunga canna da pesca, dall’estremità della quale pendeva un sottile crine brillante che attraversava lo spessore di un grosso sughero rosso galleggiante sull’acqua. Di quando in quando il sughero saltellava sulla superficie immobile e dura come uno specchio. Egli tirava su, con tutta la forza dei due pugni congiunti sull’estremo della canna. Il crine si tendeva, la canna si incurvava ed egli rimaneva così delle ore, facendo sforzi vani per tirar su il pesce invisibile. Allora, si svegliava sudato, spossato, affannando e per qualche momento, nelle tenebre della su camera che si illuminavano di fantastiche e fosforescenti carcasse di pesci, egli serbava in sè lo spavento di quella canna piegata, di quel crine teso e di quell’immobile superficie d’acqua non turbata dallo splendere d’un abletto, dalla scia d’un luccio, da nessun risucchio intorno al tappo rosso.

Per molti mesi questo sogno lo perseguitò ogni notte.

— Non ne prenderò mai dunque ? — si domandava con spavento.

Perchè tutto il giorno pensava al suo sogno. E avrebbe proprio voluto non pensare a nulla.


Egli avrebhe proprio voluto non pensare a nulla. E tuttavia, a furia di pensare a quel sogno, prese la passione della pesca alla lenza.

Per andare al suo ufficio, il signor Isidoro Sgobba allungò la strada deviando lungo il fiume e si attardò a contemplare dei pescatori. Quando tornava la sera, si soffermava davanti ad un negozio nella vetrina del quale erano esposte delle lenze, delle reti, degli accessori diversi e curiosi dei quali egli non conosceva l’uso, ma che, tuttavia, avrebbe voluto possedere. Provò un emozionante piacere a contemplare un carpione di cartone dorato che si dondolava al sommo della vetrina, sospeso ad un filo di seta. E si ripeteva frattanto, col cuore stretto e le vene gonfie da un’onda di sangue più caldo : « Ed io non ne prenderò dunque mai ! »

Un sabato sera, si fece coraggio ; entrò nel negozio, fece dei fastosi acquisti e tornò a casa in preda a un’insolita agitazione. Quella notte non dormì affatto. L’indomani, di primo giorno, provvisto di lenze, di ami, di esche, le tasche gonfie di scatole, di borsette, s’incamminò verso la Senna dilungandosi fino a Meudon.

A Meudon scelse un posto dove l’acqua gli sembrò profonda, dove l’erba era dolce. E preparando la sua lenza, seguendo diligentemente le indicazioni suggeritegli al negozio, si diceva fra sè : « O vediamo ! Vediamo un po’... Non ne prenderò proprio mai ?... ». Poi, lanciò la sua lenza nell’acqua.

La mattinata era festosa, l’acqua cantava dolcemente sul greto, in un ciuffo di canne. Sulla sponda, dei gitanti andavano a zonzo e coglievano i fiori.

Il signor Isidoro Sgobba teneva ben d’occhio il suo sughero rosso e bleu, sopra il tranquillo specchio dell’acqua. E aveva le labbra strette, il cuore anch’esso stretto dall’angoscia. Qualche cosa di duro e di bruciante gli stringeva il cranio, coperto classicamente d’un largo cappello di paglia.

Tutto ad un tratto il sughero ebbe un brivido e intorno ad esso si aprirono piccoli cerchi d’acqua...

— Oh ! oh ! — esclamò Isidoro Sgobba tutto rosso...

Il sughero scivolò più forte sull’acqua, e disparve con un lieve gorgoglio.

— Oh ! oh ! — riesclamò allora, pallidissimo. E provò una scossa. Avendo tirato, vide il crine tendersi, la canna curvarsi, il suo cuore battè come una campana pasquale... un sudore freddo gli scivolò sulle tempie... ed egli cadde, sulla sponda... morto !