La cattedrale e il bazaar/La cattedrale e il bazaar

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La cattedrale e il bazaar

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Eric Steven Raymond - La cattedrale e il bazaar (1997)
Traduzione dall'inglese di Bernardo Parrella (1999)
La cattedrale e il bazaar
La cattedrale e il bazaar La posta deve passare


Linux è sovversivo. Chi avrebbe potuto pensare appena cinque anni fa che un sistema operativo di livello mondiale sarebbe emerso come per magia dal lavoro part-time di diverse migliaia di hacker e sviluppatori sparsi sull’intero pianeta, collegati tra loro solo grazie ai tenui cavi di Internet?

Certamente non il sottoscritto. Quando Linux fece la sua comparsa nel mio raggio d’azione all’inizio del 1993, mi ero occupato dello sviluppo di Unix e di software open source per dieci anni. Ero stato uno dei primi collaboratori al progetto GNU a metà anni ’80. Avevo distribuito su Internet un buon numero di software open source, realizzando da solo o in collaborazione con altri parecchi programmi (nethack, Emacs VC e GUD, xlife, etc.) ancor’oggi ampiamente utilizzati. Pensavo di sapere come bisognasse fare.

Linux stravolse gran parte di quel che credevo di sapere. Per anni avevo predicato il vangelo Unix degli strumenti agili, dei prototipi immediati e della programmazione evolutiva. Ma ero anche convinto che esistesse un punto critico di complessità al di sopra del quale si rendesse necessario un approccio centralizzato e a priori. Credevo che il software più importante (sistemi operativi e strumenti davvero ingombranti come Emacs) andasse realizzato come le cattedrali, attentamente lavorato a mano da singoli geni o piccole bande di maghi che lavoravano in splendido isolamento, senza che alcuna versione beta vedesse la luce prima del momento giusto.

Rimasi non poco sorpreso dallo stile di sviluppo proprio di Linus Torvalds – diffondere le release presto e spesso, delegare ad altri tutto il possibile, essere aperti fino alla promiscuità. Nessuna cattedrale da costruire in silenzio e reverenza. Piuttosto, la comunità Linux assomigliava a un grande e confusionario bazaar, pullulante di progetti e approcci tra loro diversi (efficacemente simbolizzati dai siti contenenti l’archivio di Linux dove apparivano materiali prodotti da chiunque). Un bazaar dal quale soltanto una serie di miracoli avrebbe potuto far emergere un sistema stabile e coerente.

Il fatto che questo stile bazaar sembrasse funzionare, e anche piuttosto bene, mi colpì come uno shock. Mentre imparavo a prenderne le misure, lavoravo sodo non soltanto sui singoli progetti, ma anche cercando di comprendere come mai il mondo Linux non soltanto non cadesse preda della confusione più totale, ma al contrario andasse rafforzandosi sempre più a una velocità a malapena immaginabile per quanti costruivano cattedrali.

Fu verso la metà del 1996 che mi parve d’essere sul punto di capirne il perché. Il destino mi offrì l’occasione propizia per mettere alla prova la mia teoria, sotto forma di un progetto open source del quale decisi di occuparmi usando coscientemente lo stile bazaar. Ci provai, e il successo ottenuto fu piuttosto significativo.

Nella parte restante di questo saggio, racconto la storia di quel progetto, usandola per proporre alcuni aforismi sull’efficacia dello sviluppo open source. Non che li abbia imparati tutti dal mondo Linux, ma vedremo come le modalità offerte da quest’ultimo siano del tutto peculiari. Se non ho interpretato male, questi aforismi ci aiuteranno a comprendere con esattezza cos’è che rende la comunità Linux una sorgente così copiosa di buon software – e aiuteranno tutti noi a divenire più produttivi.