La fine di un Regno (1909)/Parte III/Documenti vol. I/XIII

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Documento XIII

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Documento XIII, volume I, cap. X.


Poema su Agesilao Milano di Giovanni Jatta.


Nello stesso anno 1863 vide la luce in Napoli, nello stabilimento dei classici italiani, un poema di G. F. Jatta dal titolo: Agesilao Milani, con note di Giovanni Demofilo, ch’è l’autore stesso. Il poema in terza rima è diviso in dodici canti, ed è l’apologia del soldato albanese, e tutto un grido di esecrazione per i Borboni e per Ferdinando II. Del canto primo si leggono queste terzine, le quali possono dare un’idea del poema:

Quell’infelice giovinetto io canto
D’alto e nobil sentir, d'’alma sdegnosa,
Cui tanto increbbe della patria il pianto,

Cne in mezzo a cento squadre assalir osa
Il tiranno di lei, l’empio Fernando
Della schiatta alla terra e al cielo esosa.

Nella prefazione è detto che l’autore cominciò a scrivere il poema nel 1858 e dovè interromperlo a causa di una grave malattia; e che sopraggiunta la rivoluzione, lo riprese, innestandovi le novità accadute. Milano (l’autore si ostina a chiamarlo Milani) s’incontra nel mondo di là con Gioberti e con Dante, con Carlo Alberto e Rosmini, e tutti gli fanno festa. Rosmini, su preghiera di Carlo Alberto, profetizza quel che avverrà, cioè la cacciata degli austriaci dalla Lombardia, l’incoronamento di Vittorio Emanuele a Roma, e la liberazione del regno di Napoli compiuta da:

Un uom che le sate età non hanno,
Ch’oggi in virtù e in valor su tutti eccelle,
E che l’età future invidieranno,

Scaccerà poi da Napoli l’imbelle
Erede di Fernando; e fia compita
L'opra che il mondo a lungo ne favelle.

Il poema rivela nel poeta un appassionato studioso della Divina Commedia, onde son frequenti le reminiscenze dantesche. Si chiude con la incoronazione di Agesilao, fatta da Mario Pagano, circondato dai suoi compagni di martirio. Le note di Demofilo contengono qualche particolare interessante, benchè non documentato. Vi è detto che Agesilao, uscendo dalle righe e assalendo il re con la baionetta, gli dicesse: difenditi tiranno; che in prigione fosse straziato crudelmente dalla tortura; e che infine il carnefice avesse sei ducati di premio dal re perchè non unse di sapone il laccio, che strozzò l’infelice, prolungandogli l’agonia e i dolori della morte! Cose verosimili, e qualcuna riferita dal Gropello nei suoi rapporti.

Giovanni Jatta, padre di Antonio Jatta, e suocero di Giovanni Beltrani, miei amici carissimi, fu uomo di notevole cultura storica e [p. 50 modifica]archeologica, e di grande mitezza d’animo, onde non sembra quasi possibile ch’egli sia l’autore di un poema, che spira così profondo e sviscerato odio contro la dinastia dei Borboni e così profondo disprezzo per Pio IX, che chiama babbeo e rimbambito; per Antonelli, che battezza semplicemente brigante, e per la Curia Romana. Vero è che queste cose son dette nelle note, scritte non dal poeta Giovanni Jatta, ma da Giovanni... Demofilo.