La persuasione e la rettorica (1915)/La costituzione della rettorica/III

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

II
LA COSTITUZIONE DELLA RETTORICA

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

II
LA COSTITUZIONE DELLA RETTORICA
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III


Ma gli uomini questo temono più della morte accidentale: temono più la vita che la morte: rinunciano volentieri ad affermarsi nei modi determinati purché la loro rinuncia abbia un nome, una veste, una persona per cui si conceda loro un futuro quanto più vasto – una crisi quanto più lontana e certa per altrui forza – e nello stesso tempo un compito quanto più vicino. un’attività che fingendo piccoli scopi conseguibili via via in un vicino futuro, dia l’illusione di camminare a chi sta fermo.

Per un nome, per una apparenza di persona gli uomini sacrificano volentieri la loro determinata domanda, ché in questa pur sentono l’incertezza, e intimiditi s’adagiano alla qualunque fatica bruta: – in ogni uomo si nasconde un’anima di fakiro.

Necessario è l’immediato tratto davanti agli occhi d’una via che si suppone finire in un qualche bene – che certo proroga il dolore aperto e continuando fugge dall’abisso della cessazione. Perciò ogni via tracciata è una nuova miniera, ogni vessillo un manto che copre l’insufficienza dei miseri, e concede loro una persona e un diritto: – perciò irresistibile fiorisce la rettorica.


Quanto più vicino quanto più facilmente finito il lavoro, tanto più diffuso il metodo e ben accetto e più considerato fra gli uomini. Il deserto diventa chiostro, il cónvito accademia, lo studio del pittore – scuola di belle arti: poiché la fatica dei riti prende nome di santità, il maneggio dei concetti il nome di sapienza, la tecnica imitativa il nome dell’arte, ogni virtuosità il nome d’una virtù. (E più facile e più proficuo educare le proprie dita a un disperato acrobatismo, che intendere ciò che si suona). – Virtuosità è identico con specialità: io ripeto, esagero, svolgo mostruosamente un dato atto, una tal serie d’atti – ed ho già una persona cospicua. Ho educato in me una macchina eccezionale. E la fatica bruta oscura della minima vita ha il nome e il diritto d’esistere del postulato della massima vita.


Nella degenerazione della persona sapiente per la ricerca del sapere, la scienza colla sua materia inesauribile e il suo metodo fatto di vicinanza di piccoli scopi finiti – colla sua posizione conoscitiva che esperimenta oggettivamente e ripete sempre la stessa minima reazione dell’organismo, che non solo non esige, ma non tollera la persona intera – colla sua necessità della specializzazione – ha calato le radici nel più profondo della debolezza dell’uomo ed ha dato ferma costituzione per tutti i secoli avvenire alla rettorica del sapere. Nella infinita somma delle cose che non vedono, gli scienziati portano, con la tenacia dell’esperimento, la breve luce della loro lanterna cieca via via a ricavare dalla contemporaneità o dal susseguirsi d’una data serie di relazioni una presunzione di causalità: un’ipotesi modesta, che diventi teoria o legge. Legge di che? legge che nel dato coincidere delle date relazioni, nel dato punto avviene la data cosa. Ma come è dato e a che? – «Perché...» rispondono e s’affannano a ricavare con nuovi esperimenti una nuova legge. E a ogni – «a che?» sempre via rispondono col «perché» battendo a stento, passo per passo, le vie dell’infinita causalità – ognuno nel suo cunicolo. È la storiella dello Stento. È vero che così gli Ebrei girarono intorno Gerico senza attaccarla finché le mura crollarono – ma gli Ebrei – allora! – avevano un dio che non scherzava; gli scienziati hanno il dio della φιλοψυχία a che ha la sua vita in questo prendersi gioco d’ogni cosa che vive perché pur viva. –


Ma dall’estremità oscura del loro cunicolo ognuno manda al centro i «veri» conquistati, perche in qualunque modo uno parta dal centro, la sua via è anche essa una diramazione del sistema, e i «veri» che per questa via arrivano sono già così definiti e contrassegnati da far parte del corpo della scienza. – E come all’«a che» primo e fondamentale è finta sufficiente risposta nella promessa degli infiniti perché: «le leggi della materia quali esistono realmente e quali all’instancabile ricerca oggettiva si riveleranno»; così in ogni punto interrotta la serie dei perché, all’estremità è imposto un καλλώπισμα ὄρφνης che stia per pegno degl’infiniti perché cui la scienza risponderà. Ma se la «materia « la nebbia della correlatività è un infinito οὗ οὐδὲν ἔξω, l’andare della scienza è un infinito οὗ ἀεί τι ἔξω; poiché in ogni punto essa deve esser finita nelle sue affermazioni. Poiché essa sarà finita nell’infinito, è infinita in ogni sua presunzione di finitezza. –

«Ma essa non si presume finita ma anzi fa professione della sua infinita via – e perciò ogni scienziato nel suo lavoro dato è perfettamente onesto» – così protesterebbero sdegnati gli scienziati e con loro buona parte di profani.

Che giova? quando il presupposto del lavoro è disonesto, quando è disonesta la sufficienza d’un lavoro finito in ogni suo punto sia pur per una via che si confessa infinita (ma anzi appunto per questo) come risposta che deve soddisfare alla richiesta della persuasione.

Qualunque cosa uno scienziato indichi come parte della scienza, nella infinita correlatività di ciò che manca dell’essere, dirà sempre unredliches: cosa che come è inadeguata alla richiesta così è disonesta a dirsi.1 E dal velo dei suoi καλλωπίσματα, dalle sue parole «materia» «legge» «finalità» «principio vitale» ecc. esclamerà sempre allo stesso modo la stessa richiesta, ch’egli avrà violentato e reso ottusa nella sua propria vita quando dell’attività dell’esperimento si sarà finto vita sufficiente. –

È vero, la scienza non fa più affermazioni dogmatiche, è passato il tempo in cui essa per vieppiù crescere doveva colla violenza2 rompere le braccia di chi più ampiamente aveva saputo abbracciarla; – la sua via non è più un susseguirsi d’esclusioni e di ribellioni.

Ma questa confessione perpetua d’insuficienza non è che l’estremo artificio per farsi più sicura dell’avvenire. Essa ora non soltanto afferma una relazione κατὰ queste circostanze di tempo e di luogo... ma anche aggiunge: κατὰ questo grado dei nostri studi. Essa fa gitto di tutta la propria persona perché pur resti intatto il metodo, il diritto del lavoro, poiché è quello il punto vitale, è la ragione, l’assoluto: il dio – onde derivi ad ognuno il diritto d’esistere, il diritto cioè d’abbrutirsi nella vita diminuita, nella fatica ottusa, di curvare la schiena in un angolo oscuro per non aver da guardar in faccia la vita e non vedere la morte. –


E l’affermazione di questo lavoro che è solo un riferirsi alla deficienza delle cose (mentre come ragione dell’irrazionale Io stesso irrazionale ripete) come sufficiente alla richiesta della persuasione – per mezzo dei modi e delle parole che solo nella via vissuta della persuasione hanno una ragione d’essere – questo costituisce la rettorica scientifica. –

Note

  1. S’io chiedo «che cos’è il pane» e rispondo «pane è cio che mi sazia», ho dato una risposta giusta alla mia fame, alla continuazione della mia vita. Ma questa risposta avviene senza parole. Ho fame, prendo il pane, mangio e taccio. Ma se chiedo, non ho fame del pane ma di qualche cosa che la mia fame sazi più durabilmente che non faccia un pane. E a questa la risposta che a quella sazietà accennava è inadeguata. A questa fame sara adeguata la risposta che mi dica a che bene il pane sazi la mia fame, a che buon fine si continui la mia vita, onde pure il pane abbia un sufficiente fine alla sua esistenza. Con la mia domanda io chiedo al pane altro sapore che non quello dolce al mio stomaco. Ora se uno mi finga sufficiente sapienza nell’affermazione che il pane mi sazia perché contiene quelle tali sostanze, e queste le contiene perché è fatto di farina, e la farina si cava dalle tali granaglie e le granaglie... egli potrà dir molte cose ma dirà cose che non vogliono esser dette, dirà «unredliches» –
  2. Dico violenza perché altro modo a che una nuova teoria trionfi non v’è che nel metter più e più persone in contatto vicino con quella data qualità d’esperimenti che la dimostrano.