La piccola Kelidonio/XIII

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XIII. Glycera a Kelidonio

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XII XIV


Raffrena i cavalli impazienti ed oscuri della tua folle imaginazione; non accogliere le fantasime che escono per te dalle torbide porte di corno. Il passato non conta più e non ti faccia ombra sul presente; non tentare li buoni dei col sospirare, con rammaricarti, col disperare; prendi la vita come ti viene e non affaticarti a correggere il destino che giace in grembo a Zeus, a cui anche comanda.

Noi siamo etere, le amiche di tutti; e se alcuna più esperta ne consiglia odila e fa quanto dice. La golosità delli uomini è somma; e sembrano di quei bruchi che là dove puzza ed ammorba la carogna corrono a stuolo per assaggiarne. La più sfacciata e la più impudente è colei che vince in lizza e sale in fortuna. Fa buon viso a chiunque, al ragazzo imberbe che vien sotto alle finestre per cantarti la serenata in sulla sera, al vecchio barbuto come un caprone che si attarda a vezzeggiarti; al cinico che non vuole condimenti, giuochi che stancano; al delicato che suona tutta la lira delle squisitezze preliminari per giungere a gradi al bacio supremo. Sopporta in pace lo scherzo e scherza; fingi di partecipare ai trasporti del compagno, rovesciando le pupille e rimanendo tramortita, per ridertene con poco, dopo l’inganno in cui hai preso l’amico.

Codesto è codice di nostre malizie: se ami, sforza te stessa a non dimostrarlo: se sei amata accogli freddamente, non cedere d’un subito né alla carezza, né alla offerta; cura di interessare al tuo capriccio come ti frulla; se ti fugge un sorriso di soddisfazione frenalo sulle labra quando inopportuno, come sempre l’importunissimo sbadiglio.

Le nostre amiche che ci precedettero nell’arringo di Paphia furono celebri per questo, ed i filosofi ed i poeti babbei che prendono lo sterco luminoso di una lucciola per un raggio di stella fuorviata tra l’erbe, ne hanno cantate le lodi con grande fervore. Oh! le iperboli fanno la vostra allegria e giovano al nostro tornaconto.

Imitiamo dunque l’Opôra autunnale dai molti frutti saporiti; e Nicostrata ermafrodita e Sigea promontorio roseo di immancabili tempeste contro a cui ogni virtuosa resistenza viene a naufragare. Imita l’ardore di Phormesion rinascente ad ogni abbraccio in forma nuova, per rimorire sotto al corpo dell’amico stretto tra le madreperle socchiuse e luride delle sue coscie: impara dalla giovane Antheia, desiderio fresco e, se ben sfogliato, quasi fiore intatto al peripatetico; gareggia colla perversa Lamia la quale faceva trapassare felicemente e nelle ebbrezze più straordinarie senza un sospiro di rammarico, ma con voce interrotta di piacere, dalle praterie piene di sole, d’amore e di vita, alle rive morte ed enigmatiche dello Stige l’anime delli amanti. Queste, prima di aver compreso l’esodo fremente, vagole si trovano a chiamare Charon, nell’ultimo bacio ricevuto sull’ultimo spasimo partecipato.

È conveniente che dicano di te come di Demonossa che divorava in un giorno dodici giovanetti o che ti acconci alle saporite voluttà di Sappho col pretesto di non divirilizzarti. Abbia pura la rinomanza di Lyris che mangia pastiglie di menta cosmetica per vincere il putar del fiato ma che per questo non è men buona fellatrice. Concediti qualche stranezza come il non depilarti, per conservarti più elastica e fresca.

Le ciancie che si fanno in torno alle nostre supposte eccentricità uccellano alle reti del nostro mestiere. Inorgoglisci se ti scrivono sulla porta delli epigrammi: «Kelidonio, il tuo bacio è vischio e i tuoi occhi sprizzano fiamme. Colui che tu guardi abbruci, colui che ti tocca non ti si può più staccare».

Fa che domattina la nuova pratica ch’esce dalla tua cameretta esclami: «Oh che piedin di neve; oh gambe rotonde e rosee di Atalanta; oh bellezza per la quale io muojo anche dopo il possesso! Oh spalle tonde e lunari, seni piccoli e pieni e pupille languide che mi mandano in delirio! O flebili grida, e baci e morsi, delizia! Che importa ch’ella non sia Sappho o Frine od Aspasia? Fosse anche bruna come una negra d’Etiopia l’amerei egualmente».

Ma io ti so costumata, onesta di parole, pudica: fossi anche nuda, la tua attitudine respingerebbe ogni insulto colla sua castità. Conserva se vuoi questa dote, che sono grazie ed ornamento, ma che tu perda quando sia necessario la solita riserbatezza. Presto ti alzi dalle mense dopo di aver bevuto acqua sola o teneramente imporporata da una gocciola di vino: così non ti confondi colle sudicione o colle ubriache; però senza giungere all’eccesso le tue pupille rimangono meno vive; sei in confronto all’altre meno audace, meno languida. Ti compiaci delle tenebre e spogliandoti subito spegni la lampada: chi giacerà teco, ama invece molta luce per scoprire e bearsi delle tue perfezioni. I tuoi baci sono morali e freschi come il contatto di un gelsomino a pena colto e posto sulle labra; le tue parole non eccitano, e le tue mani stanno ferme, non accennano, non significano come le nostre che quando la bocca tace sfuggendo per buona educazione le oscenità, quelle completano la frase coi gesti: e tutta tu stai come presentassi al sacerdote il vino e l’incenso in un rito espiatorio.

Ciò vale per certi giovani che si svaporano in nubi fumigose e vi si perdono dietro col fabricare le difficili nubilosità di una loro letteratura; ma per altri giova poco. Le schiave Frigie turbate nel sonno dal rumore confuso e battagliero dell’amplesso d’Ettore e d’Andromaca, si alzavano, e dietro le cortine spiavano ascoltando. Questo è un esempio: un altro. Herodas giovane poeta non infermo e ben piantato, venutoci da Chos, voleva magnificare le corone sciupate ed appassite che l’amica gli regalava alla mattina dopo una notte di festino. Così più le rose, il mirto e l’ellera erano pesti e sciupate, meglio esso li aggradiva senz’ombra di gelosia se pure non si fosse trovato tra li invitati, perché dimostravano dell’ardore e della foga divina ed inesausta di colei che amava.

Vedi li umori e le varietà delli uomini che mai dobbiamo e servire e schernire e berteggiare e spogliare insieme; conoscili e fanne tuo prò. Tutto il resto si racchiude nella breve orbita del cinto che ci abbraccia i fianchi. Eros vola, rivola, fugge, ritorna, si perde e si ritrova. La vita è una barca colla vela spiegata che va col favore del vento e dove la porta. Ricordati del teschio che in sulla soglia della mia esedra il mosaico ti esprime primo alla vista. Non ha né chiome, né orecchie, né naso, né occhi, né lingua, né labra, più nulla; non pertanto è incoronato come un invitato a veglia: ti muova colla pietà le lagrime, ma ti insegni che tu l’assomiglierai un giorno; fatalmente e, te disgraziata, se non avrai vuotato sino in fondo la coppa che il piacere e la gioventù ti hanno offerto.

Kelidonio, fuga le fantasime oscure ed inquiete, spargendo sul braciere mirra e belzuino. Il fumo ed il profumo acuto di questi aromati fan dileguare le moleste apparenze che la malinconia richiama di sotto alle porte di corno dell’Hades.