La rivincita di Yanez/Capitolo II - Il parlamentario

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Capitolo II - Il parlamentario

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Capitolo II.
Il parlamentario.


L’europeo dalla pelle rosea, i capelli biondi e gli occhi azzurri difesi da un paio di occhiali montati in oro, a quella chiamata fu pronto a svegliarsi ed a discendere dall’houdah.

— Altezza, — disse levandosi l’elmo di tela bianca e facendo un profondo inchino. — Vi conosco già assai per fama, e sospiravo il momento di vedervi.

— Voi siete olandese? — chiese Yanez, dopo avergli dato una stretta di mano.

— Sí, Altezza.

— Un professore forse?

— Un medico che ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio dei bacilli.

— E perché siete venuto insieme col mio amico?

— Per aiutarvi, Altezza, — rispose l’olandese con voce pacata. — Esperimenterò la potenza dei miei bacilli sui vostri avversari.

— Veramente non capisco bene, signor Wan Horn.

— Lo credo: non avete ancora veduto le mie bottiglie entro le quali coltivo quei microscopici animaletti cosí terribili da scatenare la peste, il colera, il tifo ed altre malattie.

— Yanez — disse Sandokan interrompendo — tu credi proprio che la volta non cadrà anche se calcinata dal fuoco?

— Ti ho detto che non vi è alcun pericolo.

— Allora, finché voi discuterete di cose che io, uomo quasi selvaggio, non posso comprendere, vi lascio per recarmi verso la foce del fiume fangoso. Voglio vedere coi miei occhi come vanno le cose laggiú.

«Pare che gli sciacalli di Sindhia si siano fitti in capo di entrare qui malgrado il fuoco delle mitragliatrici. Ah, la vedremo!...»

Chiamò due malesi, prese un’altra torcia e si allontanò rapidamente seguendo la larga banchina, mentre dei colpi di fuoco continuavano a rimbombare verso l’estremità della grand’arcata.

— Dunque vi dicevo — riprese l’olandese, a cui piaceva assai parlare, a quanto pareva, quantunque sia cosa piuttosto rara in un olandese — che io sono riuscito a coltivare una quantità enorme di bacilli, bastanti per distruggere anche cento milioni di persone in pochi giorni.

— Possibile? Sareste voi il fratello del Demonio della guerra? — esclamò il Maharajah.

— No, Altezza — rispose l’olandese, sorridendo. — Conosco già la storia di quel disgraziato inventore.

E poi io non sono un inventore. Non sono che un coltivatore, ma invece di piantare fagiuoli e patate, racchiudo i bacilli piú terribili dentro delle bottiglie che invece di acqua pura contengono un brodo assai nutriente, ottenuto con siero di vitello e di fegato glicerinato.

— È un po’ difficile capirvi, signor Wan Horn. Io non sono uno scienziato.

— Capirete subito, Altezza.

Quantunque verso il fondo della grande cloaca continuassero a rombare le grosse carabine, l’olandese si arrampicò agilmente sull’hauda, aprí una cassa, prese a casaccio qualche cosa e ridiscese con infinite precauzioni.

— Che cos’è questa? — chiese a Yanez.

— Una bottiglia che mi pare piena d’un liquido color dell’ambra, ma che io non vuoterei, ve lo assicuro, dottore.

— No, è un vivaio. Entro questo vetro ho coltivato i bacilli della tubercolosi.

— Ma io non vedo alcun insetto agitarsi dentro quel brodo!

— Come sarebbe possibile? I vostri occhi non sono dei microscopi. Pensate, Altezza, che i bacilli della tubercolosi, per esempio, che hanno la forma di asticciuole rosse, sono cosí piccoli, che mille, messi l’uno dietro l’altro, raggiungono appena la lunghezza d’un millimetro.

Calcolate poi che occorre un milione di quei terribili esseri per coprire solamente un millimetro quadrato.

— Sicché io non posso vederli.

— Nemmeno se possedeste gli occhi delle aquile.

— E quanti ve ne sono rinchiusi in quel vivaio?

— Tanti da poter inoculare la tisi a cento o duecentomila uomini — rispose l’olandese.

— Voi mi spaventate. Se le vostre bottiglie si spezzassero?

— Morremmo tutti ed in poco tempo, perché ho tre vivai di bacilli virgola del colera.

— Mi stupisco come Sandokan vi abbia permesso di portare con voi degli oggetti cosí pericolosi — disse Yanez. — Una disgrazia può sempre avvenire.

— Quale?

— Una palla di cannone potrebbe frantumare la vostra cassa ed allora saremmo noi alle prese col tifo, colla peste, col colera ed altri malanni ancora.

— Speriamo, Altezza, che la palla non giunga fino alle mie preziose bottiglie. Sarebbe per me una perdita incalcolabile.

— Che avreste ben poco tempo per rimpiangere, dottore. Il colera vi prende e vi spazza via in poche ore...

— Anche meno, Altezza. Ho un vivaio che contiene dei bacilli virgola che fulminano l’uomo appena attaccato.

— Signor Wan Horn, rimettete a posto la vostra bottiglia. Una palla potrebbe entrare nella grande cloaca e spezzarvela fra le mani... E dite un po’ — soggiunse Yanez — come vi servireste di questi... chiamiamoli i proiettili della morte sicura?

— Si va a gettare una bottiglia nel campo nemico, la si rompe, e si lascia che i microbi si sviluppino e compiano il loro dovere.

— Ah, dovere lo chiamate!

— Il loro compito, allora. Dopo poche ore ecco il colera dichiarato nel campo, ed ecco gli uomini cadere piú o meno fulminati.

— E chi sarà l’uomo che avrà tanto coraggio da andare a spezzare il vivaio proprio in mezzo ai nemici?

— Ci penso io — rispose l’olandese colla sua solita flemma. — Io sono immune completamente contro tutte le malattie che potrebbero sviluppare le mie care bestioline.

— Sta bene; e vi recherete fra le truppe di Sindhia?

— Sí, Altezza, con due bottiglie ben nascoste in due tasche speciali cucite dentro la mia ampia giacca.

— Non vi fidate di quella gente.

— Sono un europeo; e vedrete, Altezza, come io giuocherò quella gente ed il loro rajah.

— Da solo?

— Da solo — rispose l’olandese. — Ho avvicinato i dayaki che nelle selve del Borneo usano ancora fare raccolte di teste umane, eppure nessuno ha tagliato la mia. Le genti di Sindhia, che sono poi degli assamesi, che io sappia, non sono mai stati tagliatori di zucche umane.

— Dovete aver del fegato, signor Wan Horn — disse Yanez. — Vi vedremo alla prova.

— Quando vorrete, Altezza. Il calore che regna nel Borneo e nell’India si confà assai ai miei microscopici animaletti.

«Se fossi rimasto in Olanda, malgrado le mie cure, sarebbero a quest’ora morti tutti.

«Fa un po’ freddo nel mio paese, e molta umidità vi regna in tutto il tempo dell’anno e...»

Un crepitio di mitragliatrici lo interruppe bruscamente. Si combatteva dunque verso l’ultima arcata della gigantesca cloaca?

Yanez afferrò la carabina che aveva appoggiata contro la parete, e dopo d’aver fatto due o tre passi disse al dottore, che teneva sempre fra le mani la sua pericolosa bottiglia:

— Vado a vedere come stanno le cose: riprenderemo piú tardi la nostra interessante conversazione. Vi consiglio, per ora, di mandare a dormire i vostri bacilli.

E scappò via seguíto da Tremal-Naik e da Kammamuri che si era munito d’una torcia e la roteava continuamente onde ravvivare la fiamma. Tutti e tre, seguiti a breve distanza da una mezza dozzina di malesi i quali, udendo le fucilate non avevan piú potuto trattenersi, si erano slanciati a gran corsa lungo la riva del fiume nero.

Le mitragliatrici stridevano, segno evidente che gli sciacalli di Sindhia, come li chiamava ormai Sandokan, tentavano d’introdursi nella grande cloaca in buon numero.

Dopo una corsa velocissima di dieci e piú minuti, Yanez ed i suoi compagni raggiunsero la Tigre della Malesia.

Le palle sibilavano in aria, scrostando ora le pareti ed ora la grande volta.

Dal di fuori della cloaca della gente sparava all’impazzata, credendo di spaventare col fracasso di cinquecento o mille fucili i pirati di Mompracem. Ah, ci voleva ben altro per quei vecchi guerrieri incanutiti fra il fumo di tante battaglie terrestri e marittime!...

— Dunque, un vero assalto? — chiese Yanez avvicinandosi a Sandokan, il quale scatenava una delle cinque mitragliatrici, seduto su un masso presso il quale ardeva una fiaccola.

— Pare — rispose il formidabile uomo. — Ma finché questi giocattoli funzioneranno, gli sciacalli di Sindhia non metteranno piede qui dentro. Il difficile sarà poi l’uscire da questa specie di trappola.

— Vi è il dottore olandese che penserà ad aprirci la via — disse Yanez un po’ ironicamente.

— E tu credi?...

— Chi lo sa?

— Io te l’ho portato perché lui mi assicurava di poter distruggere anche tutta la popolazione dell’Assam in pochi giorni colle sue famose bottiglie piene di non so quali bestioline. Io peraltro conto piú sulle mie mitragliatrici e sulle carabine della mia gente... Oh, il fuoco è cessato, e si ode un ramsinga sonare insieme con una campana.

«Guarda bene, Yanez!... Non vedi tu una grossa lampada avvicinarsi? Che Sindhia ci mandi qualche parlamentario?»

— Sí — rispose il Maharajah. — È un parlamentario. Fa’ cessare il fuoco.

Sandokan levò un fischietto d’oro e lanciò tre note acute. Subito le mitragliatrici e le carabine diventarono silenziose.

Nella notte tenebrosa una voce echeggiò al di fuori della grande cloaca:

— Porto con me la bandiera bianca!...

— Chi sei? — chiese Yanez.

— Un parlamentario.

— Chi ti manda?

— Sindhia.

— Avànzati.

Poi volgendosi verso Sandokan gli disse:

— Io questa voce l’ho udita ancora e non molto tempo fa.

Tremal-Naik, che stava osservando le mitragliatrici, disse:

— Io conosco l’uomo che ha parlato.

— Chi può essere?

— È l’uomo che tu avevi legato al cannone sul bastione di Marundia, e che invece di farlo saltare in aria, come ne avevi il diritto, l’hai graziato.

— Kiltar!... Il bramino!...

— Sí, quell’uomo ti disse di chiamarsi Kiltar e di non dimenticare il suo nome.

— Ecco un uomo che ci porterà delle notizie preziose — disse Yanez.

— Crederai tu alle sue parole? — chiese Sandokan, sempre diffidente.

— Mi deve la vita, e gli indiani sono riconoscenti.

— Vedremo.

Otto malesi colle carabine spianate, preceduti da un dayako che portava una torcia, erano andati incontro al parlamentario, il quale si era avanzato solo, facendo ondeggiare una bandiera bianca.

Era un uomo di statura alta, magro come tutti i bramini ed i fakiri, dalla tinta piuttosto fosca ed i lineamenti energici, resi piú duri da una lunga e folta barba nera.

Era tutto vestito di bianco. Solamente alle reni portava una larga fascia di seta gialla, abbastanza in cattive condizioni.

I malesi lo afferrarono e lo spinsero, assai brutalmente, verso Yanez, il quale era illuminato da un’altra torcia tenuta da un dayako armato d’un kampilang luccicante.

— Gran sahib, — disse — mi riconosci? Io spero che tu non avrai dimenticato il mio nome.

— Tu sei Kiltar, l’uomo che io ho graziato — rispose il Maharajah. — Ti ho riconosciuto perfettamente.

«È la seconda volta che ti presenti a me come parlamentario. Che cosa vuoi? È Sindhia che ti manda?»

— Sí, gran sahib — rispose il bramino, fissando cogli occhi il luccicante kampilang del dayako che reggeva la torcia.

— Che cosa vuole quell’uomo?

— Che tu ti arrenda, gran sahib.

— Ah!... — fece Yanez, prendendo a Sandokan una sigaretta. — Quell’uomo è pazzo.

— Lo credo anch’io, gran sahib — rispose il bramino. — A Calcutta non lo hanno curato bene.

— Spiegati meglio, Kiltar.

— Ti consiglio, gran sahib, di non cedere. Dopo che tu hai ricevuto quei terribili uomini i quali hanno fatto una vera strage fra i rajaputi che un giorno erano al tuo servizio, il rajah è spaventato.

— Buono a sapersi — disse Sandokan, il quale, seduto su una mitragliatrice, guardava con viva curiosità il parlamentario.

— Tu mi sei debitore della vita — disse Yanez. — Te lo ricordi?

— Sempre, gran sahib. Si dice che i morti stanno benissimo nel nirvana che è tanto largo da accogliere tutte le anime degli indú, ma io sono contento di non esservi andato.

— Ti credo — rispose Yanez ridendo. — Almeno quando siamo vivi si può sapere quello che succede nel mondo.

— Non so che cosa sia il mondo — rispose il bramino. — Io non conosco che l’India.

— Insomma, che cosa vuoi? Noi non abbiamo tempo da perdere.

— Potremo riprendere questo discorso domani o fra una settimana, gran sahib, se cosí ti aggrada.

— Ritornerai qui?

— No, io non tornerò piú, perché se portassi a Sindhia la notizia che tutti voi vi rifiutate di arrendervi, mi farebbe schiacciare la testa da uno dei suoi elefanti.

— Suoi?... Miei!... — urlò Yanez.

— È vero. I rajaputi te li hanno rubati tutti.

— Vile gentaglia!... — esclamò Sandokan. — Risparmierò dei paria, risparmierò dei bramini, dei fakiri, ma non quei mercenari. Quanti cadranno nelle nostre mani li fucileremo, e le nostre grosse carabine di mare non sbaglieranno.

— Ne ha perduti nessuno? — chiese Yanez con un impeto di rabbia.

— Tre o quattro nell’assalto di Gauhati — rispose il bramino.

— Quanti uomini ha?

— Forse quindicimila, perché la colonna, che è corsa in tuo aiuto, ha fatto dei veri massacri con certe armi che non conoscevamo prima. Era un fuoco infernale che si succedeva senza tregua e rovesciava gli assalitori a centinaia e centinaia.

— Ha paura anche Sindhia di quelle armi?

— Trema quando ode quel sinistro crepitío.

— Anche questo è buono a sapersi — disse Sandokan, il quale aveva accesa la sua pipa, incrostata di zaffiri orientali e col bocchino d’oro. — Quest’uomo è veramente prezioso.

Yanez continuava a fumare la sua sigaretta, colla fronte aggrottata, accarezzandosi la barba. Pareva che pensasse intensamente.

— Tu non vuoi ritornare? — chiese finalmente.

— No, gran sahib, questa volta mi ucciderebbe.

— Eppure tu dovrai rivedere Sindhia.

Il bramino divenne livido ed i suoi occhi si allargarono di spavento.

— Tu vuoi la mia morte, gran sahib, — disse. — È vero che mi hai donata la vita.

— Tu non tornerai al campo di Sindhia solo — disse Yanez. — Ti darò un compagno e sarà un uomo bianco.

— Un uomo bianco!... — esclamò il bramino.

Sandokan si era alzato ed aveva vuotata la pipa.

— Che cosa mediti tu, fratellino! — chiese a Yanez, il quale conservava sempre il suo sangue freddo meraviglioso.

— Tu mi hai portato un uomo bianco che si propone di distruggere tutte le bande di Sindhia in pochi giorni.

«Ebbene, io lo metterò alla prova.»

— Chi? il signor Wan Horn?

— Sí, e ci farà provare la potenza delle sue bottiglie.

— E ci credi tu?

— Io ho piú fiducia nella mia carabina — rispose il portoghese. — Pure a certi scienziati si deve credere.

— Se lo dici tu è affare finito. E vuoi mandarlo da Sindhia?

— Certamente.

— Ti ha detto che voleva andarci?

— Sí, con un paio di bottiglie piene di bacilli di colera.

— Che cosa sono?

— Sono delle piccole bestie che tu non conosci.

— E se Sindhia lo fucilasse?

— Un uomo bianco? Oh, non l’oserebbe di certo!

— Che cosa dici, tu, bramino? — chiese Sandokan a Kiltar.

— Che accompagnato da un uomo bianco tornerei nel campo di Sindhia.

— Che cosa decidi allora, Yanez? — chiese la Tigre della Malesia.

— Di mettere alla prova i famosi microbi del tuo amico olandese. Credi che accetterà di recarsi al campo di Sindhia come parlamentario?

— È un uomo che ha del coraggio e perciò non si rifiuterà. E che cosa vuoi che vada a dire a quel rajah?

— Ci penserò io ad istruirlo. A me basta che possa rompere un paio di bottiglie di bacilli del colera. Non gli domanderò altro.

— Io rispondo di lui.

— Allora tu rimani qui mentre io vado a trovare il dottore. Trattieni Kiltar.

— Oh, non me lo lascerò scappare, — rispose Sandokan.

— E guardati da qualche improvviso assalto.

— Tutte le mitragliatrici e tutte le carabine sono cariche. Mi attacchino gli uomini dell’ex rajah se l’osano. Dei suoi paria e dei suoi fakiri farò una marmellata.

Mentre Yanez si allontanava frettolosamente, scortato da Tremal-Naik e da sei malesi, il terribile capo dei pirati della Malesia caricò la pipa, si sedette su una mitragliatrice, e dopo aver ben guardato in viso il bramino, gli chiese:

— Dunque Sindhia spera sempre di riconquistare l’Assam?

— Gli fanno paura i montanari di Sadhja che già altra volta lo hanno vinto.

— E noi no?

— La tua colonna sí. Ha ucciso troppi uomini ed ha fatto specialmente strage di rajaputi. Metà di quegli uomini, che costituivano la sua forza, sono rimasti sul terreno.

— Hanno meritata la paga dei traditori — disse Sandokan, avvolgendosi in una nube di fumo profumato.

— Sí, traditori — disse il bramino. — Brava gente in guerra, salda al fuoco, ma sempre pronta a vendere il loro onore di soldati per qualche rupia di piú, signore.

— Oh, li conosco! Non è la prima volta che vengo in India.

— Io, gran sahib, ho udito parlare assai di te. Tu sei l’uomo che ha ucciso Suyodhana, il famoso capo dei thugs delle Sunderbunds del basso Bengala.

— Si direbbe che tu mi hai veduto un’altra volta.

— Sí, a Delhi, quando tu combattevi per la libertà indiana. Se la memoria non mi tradisce, io ti ho veduto sparare i cannoni sui bastioni della porta Cascemir.

— Può darsi — rispose Sandokan. — Rispondevo, come potevo, ai pezzi inglesi che squarciavano, colle loro bombe, tutte le casematte.

«Tu dunque c’eri quando gli inglesi presero d’assalto la città?»

— Sí, gran sahib, e vidi, ben nascosto, cadere scannati tutti i miei nipoti che non potevano difendersi, e condurre via anche Mahomed Bahadur, legittimo discendente dei Gran Mongoli che i rivoluzionari avevano acclamato imperatore.

— Ne so qualcosa anch’io di quelle tristi giornate che lasciarono una macchia indelebile sulle giubbe rosse degli inglesi. Non erano bianchi che montavano all’assalto: erano peggio dei pirati della peggiore specie, poiché non rispettavano nemmeno le donne e trucidavano freddamente i fanciulli...

«Ma occupiamoci di Sindhia. Credi tu che gli inglesi lo abbiano aiutato a fuggire e a radunare tutti quei disperati?»

— Ne sono piú che convinto, sahib, — rispose il bramino. — Il governatore del Bengala non vedeva di buon occhio il Maharajah bianco: pare che le giubbe rosse avessero avuto a dolersi di lui in altri tempi.

— E molto! Ma noi all’Inghilterra abbiamo reso un servigio impagabile, poiché siamo stati noi a distruggere i thugs che popolavano le jungle delle Sunderbunds, ed il Governo del Bengala c’è stato mediocremente riconoscente.

— Sono sempre gli stessi uomini, sahib. L’uomo di colore per loro è una pecora da tosare.

— Oh, lo so meglio di te e...

Sandokan si era alzato di scatto, vuotando con un gesto brusco il tabacco che ancora rimaneva nella pipa, ed aveva fissati gli sguardi su un grosso punto luminoso che si avanzava velocemente, seguendo la banchina.

— Yanez — disse. — Vedremo che cosa avrà combinato coll’olandese.

Era infatti il portoghese che tornava a gran passi accompagnato da Tremal-Naik, dal cacciatore di topi e dal biondo medico che si occupava dell’allevamento dei terribili bacilli.

— Dunque? — gli chiese premurosamente Sandokan, movendogli incontro.

— Il signor Wan Horn è deciso a tentare l’avventura.

— È vero, amico? — chiese la Tigre al dottore.

— Sí, signor mio — rispose l’olandese. — Io non ho mai avuto paura degli indiani, e poi sono un uomo bianco.

— E andate come nostro parlamentario.

— Sono stato istruito dal Maharajah. Basterà che mi fermi una mezz’ora nel campo di Sindhia per sprigionare i miei cari animaletti.

— Che sono?

— Bacilli virgola.

— Ne so meno di prima.

— Colera, signor Sandokan, e forse fulminante.

— Voi avete molte speranze?

— Sí, sono sicurissimo delle mie coltivazioni — rispose l’olandese.

— Avete portato con voi qualche bottiglia?

— Ne ha due in tasca — rispose Yanez.

— Basteranno, dottore? — chiese Sandokan con un po’ di diffidenza.

L’olandese si mise a ridere mostrando una doppia fila di denti che avrebbero fatto buona figura anche in bocca ad un lupo indiano.

— In queste due bottiglie vi sono tanti microbi da uccidere mezza popolazione del Bengala.

— Uhm!... Mi pare un po’ grossa. Che cosa ne dici tu, Yanez?

— Da questi scienziati tutto si può aspettarci — rispose il Maharajah.

— E gli hai dato tutte le istruzioni necessarie per presentarsi a Sindhia?

— Fingerà di andare a trattare la nostra resa.

— Ed i nostri elefanti come stanno?

— Continuano a lamentarsi, quantunque i nostri uomini non cessino di innaffiarli. Fa sempre caldo assai verso l’alto corso del fiume fangoso.

— Non morranno?

— Io credo di no, Sandokan.

— Mi rincrescerebbe di perderli perché ci sono necessari per raggiungere i montanari di Sadhja.

«E poi io penso che se il tentativo di questo dottore fallisse, ci servirebbero per dare una carica sfrenata e passare attraverso le bande di Sindhia.

«Sono abituati a udire rombare le mitragliatrici e non si spaventano piú. Animali d’una robustezza eccezionale e d’un valore guerresco immenso.»

Additò al bramino l’olandese, dicendogli:

— Ecco l’uomo che ti accompagnerà come parlamentario.

— Va bene, sahib. Io sono pronto a partire.

— Tu avrai un premio di mille rupie — gli disse Yanez.

— Io devo a te la vita, Altezza — rispose il bramino con una certa nobiltà. — Mi hai pagato abbastanza.

— No, perché io conto di rivederti e di prenderti ai nostri servigi — disse Yanez.

— Tu, Altezza, farai ciò che vorrai. Ti giuro su Brahma che fino da ora sono interamente tuo, corpo ed anima.

— Ti avverto che se vedrai questo sahib spezzare un paio di bottiglie farai finta di non vedere, e ti do il consiglio di scappare subito colla velocità d’un nilgò.

— Io sarò cieco, Altezza.

— Hai una scorta che ti aspetta fuori? — gli chiese Sandokan.

— Sí, sono giunto con una ventina di rajaputi. Si sono fermati presso la moschea per ricondurmi al campo.

— Signor Wan Horn, se non avete paura dei vostri microbi, potete seguire quest’uomo. Ci direte piú tardi in quali condizioni di salute si trova quel caro Sindhia.

— Io non ho paura — rispose l’olandese colla sua voce sempre pacata. — Sarò un parlamentario meraviglioso. Lo sono stato ancora, per conto del mio governo, presso i dayaki laut.

— E non vi hanno mangiato? — chiese Yanez ridendo.

— No, perché allora ero molto magro e non potevo fornire a quei cannibali che delle bistecche assai spolpate.

Tese la mano a Sandokan, a Yanez, a Tremal-Naik, si abbottonò l’ampia giacca nelle cui tasche interne nascondeva le famose bottiglie e seguí il bramino il quale si era impadronito d’una torcia.

— Speriamo di rivedervi presto — gli gridò dietro il portoghese. — Nessuno oserà passarmi per le armi — rispose il dottore.

E se ne andò tranquillo, mentre i pirati della Malesia, sempre sospettosi, puntavano le mitragliatrici verso la vecchia moschea.