La saggezza di Padre Brown/IX

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Il dio dei Gong

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VIII X

Era uno di quei freschi e vuoti pomeriggi di principio d'inverno quando la luce del giorno tende più all'argento che all'oro e più allo stagno che all'argento.

Se esso era uggioso in cento foschi uffici e sbadiglianti salotti, era ancor più uggioso lungo le rive della bassa costa dell'Essex dove la monotonia era più insopportabile perchè rotta a lunghissimi intervalli da un lampione che pareva meno cittadino di un albero o da un albero che sembrava più brutto di un lampione. Un lieve strato di neve si era quasi disciolto nei pochi solchi che sembravano più di piombo che d'argento, ed era stato di nuovo fissato dal suggello del gelo. Non era caduta nuova neve, ma una striscia della vecchia correva proprio lungo il margine della costa quasi parallela alla pallida striscia di schiuma. La linea del mare appariva gelata nella grande vividezza del suo turchino violetto, come la vena di un dito gelato. Per miglia e miglia in una direzione e nell'altra non vi era anima viva salvo due pedoni che camminavano a passo svelto, uno di essi con gambe molto più lunghe e a passi molto più lunghi dell'altro.

Quello non pareva luogo nè tempo adatto ad una vacanza; ma Padre Brown aveva poche vacanze e le prendeva quando poteva; vacanze che egli preferiva sempre, se possibile, godere in compagnia del suo amico Flambeau ex delinquente ed ex detective. Il prete aveva avuto il ticchio di visitare la sua vecchia parrocchia di Cobhole e camminava in direzione nord-est lungo la costa. Dopo aver proseguito per un miglio o due essi trovarono che la spiaggia cominciava ad essere regolarmente arginata così da formare come un campo; i brutti lampioni divenivano meno scarsi e lontani fra loro e più ornamentali benchè ugualmente brutti. Mezzo miglio più avanti, Padre Brown fu stupito da qualche cosa di simile a piccoli labirinti di vasi da fiori senza fiori, coperti da piante basse e leggermente colorate, che avevano meno l'aspetto di un giardino che di un pavimento intarsiato, tra curvi viali ingombri di sedie dai dorsi ricurvi. Gli parve di sentire la lieve atmosfera di una specie di città di mare e guardando avanti lungo la spianata presso il mare, vide qualche cosa che gli tolse ogni dubbio.

Nella grigia distanza un grande stabilimento balneare si innalzava come un gigantesco fungo a sei gambi.

— Suppongo, – disse Padre Brown alzandosi il bavero e stringendosi al collo la sciarpa di lana, – che noi ci avviciniamo ad un luogo di piacere.

— Un luogo di piacere, – rispose Flambeau, – che poche persone giusto ora hanno il piacere di frequentare. Essi tentano di ravvivare questi posti nell'inverno ma ciò non è mai riuscito, tranne a Brighton e in alcuni altri vecchi luoghi. Questo deve essere Seawood, credo... esperimento di Lord Pooley, che vi ha tenuto dei cantanti siciliani sino a Natale, e ancora si parla di un grande torneo. Ma essi dovranno gettare il putrido edificio nel mare; è fosco come una carrozza ferroviaria abbandonata.

Erano giunti sotto il grande stabilimento ed il prete guardava in su con una curiosità che era piuttosto strana dato il luogo, con la testa un po' inclinata da un lato come un uccello. La costruzione era del solito tipo di cattivo gusto: una cupola schiacciata, una specie di baldacchino dorato, che s'innalzava sopra sei esili pilastri di legno dipinto, il tutto a un'altezza di circa cinque piedi dal suolo grazie a una rotonda piattaforma di legno simile a un tamburo. Ma la neve unita a quegli ornamenti d'oro finto aveva qualcosa di fantastico che ossessionò Flambeau e il suo amico con una associazione d'idee inafferrabile, ma al tempo stesso artistica e bizzarra.

— Ho capito – disse Flambeau alla fine. – Questo è stile giapponese. Come in quelle bizzarre stampe giapponesi dove la neve sulle montagne sembra zucchero e la doratura delle pagode è come la doratura del panforte. Sembra appunto un piccolo tempio pagano.

— Sì, – confermò Padre Brown... – Andiamo a dare uno sguardo al dio. – E con un'agilità che non si sarebbe aspettata da lui, saltò sulla piattaforma elevata.

— Oh, molto bene – disse Flambeau ridendo, e un istante dopo la sua torreggiante persona era visibile sopra quel singolare rialzo.

Pur essendo lieve l'altezza, essa dava in quei piani deserti l'impressione di veder molto lontano, attraverso terra e mare.

Verso terra i piccoli giardini gelati in un confuso grigio bosco ceduo; più in là, in lontananza, vi erano lunghi bassi capannoni di una solitaria casa colonica, e più lungi niente altro che le lunghe pianure dell'Inghilterra orientale. Sul mare non vi era vela o segno di vita, salvo pochi gabbiani; ed anche essi sembravano come ultimi fiocchi di neve, e parevano galleggiare anzichè volare.

Flambeau si voltò improvvisamente, ad una esclamazione dietro di lui. Essa sembrava giungere da un luogo più basso di quanto ci si potesse aspettare, e pareva rivolta piuttosto ai suoi piedi che alla testa. Egli subito sporse la mano, ma a stento trattenne una risata per ciò che vide.

Per qualche ragione la piattaforma aveva ceduto sotto Padre Brown e lo sfortunato ometto era caduto a livello del campo. Egli era appunto alto o basso abbastanza perchè soltanto la testa gli sporgesse dal legname fracassato, e sembrava come la testa di S. Giovanni Battista sopra un gran piatto, con una espressione sconcertata come era forse stata a suo tempo quella di San Giovanni Battista.

Dopo un momento egli cominciò a ridere un poco.

— Questo legname deve essere marcio, – disse Flambeau, – tanto che sembra strano che mi sostenga, e voi avete sfondato il punto più debole. Lasciate che vi tiri fuori.

Ma il piccolo prete guardava piuttosto curiosamente gli angoli e gli orli del legno dichiarato marcio, e mostrava una specie di turbamento tra ciglio e ciglio.

— Presto – gridò Flambeau con impazienza, tenendo sempre la sua grossa e scura mano distesa. – Non volete uscir fuori?

Il prete, che teneva una scheggia del legno fra l'indice e il pollice, non rispose subito. Alla fine disse pensieroso:

— Se voglio uscir fuori? Perchè? Pensi piuttosto che voglio penetrare dentro. – E si tuffò nell'oscurità sotto il piano dell'impalcatura di legno, così improvvisamente, che il suo grande ricurvo cappello da prete giacque sulla tavola senza testa di prete dentro.

Flambeau guardò ancora una volta terra e mare, ma non potè vedere niente altro che mari gelati come nevi e nevi liscie come il mare.

Udì dietro a lui un rumore aspro, e il piccolo prete si arrampicò fuori del buco più sveltamente di quando vi era caduto dentro. Ma il suo viso ora non era più sconcertato ma risoluto e forse, a causa dei riflessi della neve, un pochino più pallido del solito.

— Ebbene – gli domandò il suo alto amico, – avete trovato il dio del tempio?

— No – rispose Padre Brown. – Ho trovato ciò che era talvolta più importante. Il sacrificio.

— Che diavolo intendete dire? – gridò Flambeau, tutto allarmato.

Padre Brown non rispose. Guardava con la fronte corrugata il paesaggio, e improvvisamente fece segno col dito:

— Che cosa è quella casa laggiù? – chiese.

Seguendo la direzione dell'indice, Flambeau vide per la prima volta l'angolo di una costruzione più vicina della casa colonica ma nascosta per la maggior parte da una fila di alberi.

La non vasta costruzione era abbastanza discosta dalla spiaggia; ma uno scintillio di ornamenti sopra di essa faceva comprendere che essa faceva parte di quella stazione balneare, insieme con lo stabilimento, i piccoli giardini e le curve sedie di ferro.

Padre Brown saltò giù dalla piattaforma, seguito dal suo amico; camminarono nella direzione indicata, gli alberi si diradarono verso destra e verso sinistra, ed essi videro un piccolo albergo abbastanza fastoso come è comune in luoghi frequentati. Quasi tutta la facciata era di gesso dorato e adorna di vetro colorato, e fra il grigio paesaggio del mare e i grigi alberi simili a streghe, quella specie di ninnolo aveva qualche cosa di spettrale nella sua malinconia. Entrambi sentirono vagamente che se in quel luogo fossero stati offerti cibi e bevande, sarebbero stati il prosciutto di cartapesta e la tazza vuota della pantomima.

Di questo però essi non erano interamente persuasi. Avvicinandosi al luogo, videro davanti al buffet, apparentemente chiuso, uno dei sedili di ferro da giardino dal curvo schienale che aveva adornato i giardini, ma molto più lungo, lungo quasi come tutta la facciata.

Presumibilmente era stato collocato là perchè i visitatori potessero sedersi a guardare il mare; ma con un simile tempo non c'era da aspettarsi che qualcuno facesse ciò.

Tuttavia proprio davanti all'estremità del sedile di ferro vi era una piccola tavola rotonda da restaurant con sopra una piccola bottiglia di chablis e un piatto di mandorle e di uva. Dietro ad essa sulla panca sedeva un giovane dai capelli scuri, a testa scoperta, e fissava il mare in uno stato di quasi attonita immobilità.

Sebbene paresse un modello di cera, quando i due furono a quattro metri da lui, balzò in piedi come un fantoccio meccanico, e quando furono a tre metri, disse in maniera deferente benchè non priva di dignità:

— Vogliono entrare, signori? Non ho personale ora, ma posso portar loro qualche cosa io stesso.

— Molto obbligati – rispose Flambeau. – Così, voi siete il proprietario?

— Sì – disse l'uomo dai capelli scuri tirandosi un po' indietro con rigida maniera. – I miei camerieri sono tutti italiani, vedete, ed io ho pensato che fosse giusto permetter loro di vedere il loro compatriota battere il negro, se realmente è capace di farlo. Sapete della grande lotta che sta avvenendo tra Malvoli e Nigger Ned?

— Non vogliamo abusare seriamente della vostra ospitalità – disse Padre Brown. – Ma il mio amico berrebbe volentieri un bicchiere di vino di Xeres, certo, per scacciare il freddo e brindare al successo del campione latino.

Flambeau non s'intendeva di Xeres, tuttavia non fece obiezione alcuna, ma si limitò a dire cortesemente:

— Oh, vi ringrazio moltissimo.

— Xeres, signore... certamente, – disse il loro ospite, volgendosi verso l'albergo. – Scusatemi se vi fo aspettare pochi minuti. Come vi ho detto, non ho personale...

Ed egli andò verso le scure finestre del suo albergo, chiuso e senza luce.

— Oh, veramente, non importa – cominciò Flambeau, ma l'uomo tornò a rassicurarlo. – Ho le chiavi – disse, – e posso trovare la strada al buio.

— Io non intendevo dire... – cominciò Padre Brown.

Ma fu interrotto da una sbraitante voce umana proveniente dall'interno del disabitato albergo. Essa tuonava chiamando un nome straniero, in modo rumoroso ma incomprensibile, ed il proprietario dell'albergo si mosse verso la voce più rapidamente che non avesse fatto per lo Xeres di Flambeau. Come apparve subito manifesto, il proprietario aveva detto, prima e poi, niente altro che la pura verità. Senonchè, sia Flambeau che Padre Brown hanno spesso confessato che in tutte le loro avventure sovente paurose, niente agghiacciò loro il sangue come quella voce di orso risonante improvvisamente da un albergo silenzioso e vuoto.

— È il mio cuoco! – gridò il proprietario in fretta. – Avevo dimenticato il cuoco. Egli sta per andarsene proprio ora. Xeres, Signore?

Ed ecco, nel vano della porta, una grande bianca figura con bianca berretta e bianco grembiale come si addice a un cuoco, con una faccia nera che contrastava stranamente con quel bianco. Flambeau aveva spesso sentito dire che i negri possono diventar buoni cuochi. Ma in certo modo quel contrasto di colore e di razza accrebbe la sua sorpresa pel fatto che il proprietario rispondeva alla chiamata del cuoco e non il cuoco alla chiamata del proprietario.

Ma egli riflettè che testa di cuoco è proverbialmente arrogante; inoltre l'ospite era tornato con lo Xeres, e questa era una gran cosa.

— Io sono piuttosto meravigliato – disse Padre Brown – che vi sia così poca gente sulla riva, mentre avviene la grande lotta. Noi non abbiamo incontrato più di un uomo lungo un miglio.

Il proprietario dell'albergo crollò le spalle.

— Gli spettatori vengono dall'altra estremità della città, vedete... dalla stazione, a tre miglia di qui. Essi vengono soltanto per lo spettacolo sportivo e si fermano negli alberghi soltanto una notte. Dopo tutto non è tempo adatto a riscaldarsi sulla spiaggia.

— O sopra una sedia – disse Flambeau indicando la piccola tavola.

— Io sono qui per sorvegliare – disse l'uomo con faccia immobile.

Egli era un individuo tranquillo, di lineamenti regolari, piuttosto scialbo; e indossava vestiti scuri che non avevano alcunchè di notevole; soltanto la cravatta nera era portata alquanto in alto come un collare da prete e fermata da una spilla d'oro con una testa grottesca. Nè vi era alcunchè di notevole sulla faccia dell'uomo, salvo qualche cosa, come un'espressione di ticchio nervoso... l'abitudine di tenere socchiuso un occhio come se l'altro fosse più grande, o forse, artificiale.

Il silenzio che seguì fu rotto dall'ospite, che disse tranquillamente:

— Dove avete incontrato il primo uomo nel vostro cammino?

— È curioso assai – rispose il prete. Qui vicino... proprio vicino a quella piattaforma.

Flambeau che si era seduto sul lungo sedile di ferro per terminare il suo Xeres, posò il bicchiere e si levò in piedi guardando fisso il suo amico con meraviglia. Aprì la bocca per parlare ma subito la richiuse.

— Curioso! – disse l'uomo dai capelli scuri, pensierosamente. – Che cosa cercava?

— Era già piuttosto scuro quando lo vidi – cominciò Padre Brown – ma era...

Come è stato detto, il proprietario dell'albergo aveva affermato la precisa verità. La sua affermazione che il cuoco stava per andarsene era esatta alla lettera, perchè il cuoco venne fuori mettendosi i guanti, mentre essi parlavano. Ma era una figura molto diversa dalla confusa figura bianca e nera che era apparsa prima per un istante nel vano della porta. Ora era abbottonato e girava i globi sporgenti dei suoi occhi nella più brillante maniera. E teneva un cappello nero a cilindro inclinato sulla larga testa nera... un cappello di quella specie che lo spirito francese ha paragonato ad otto riflessi. Ma in qualche modo quel negro assomigliava al nero cappello. Anch'egli era nero, e con una pelle lucente che proiettava i riflessi ad otto angoli e più. È inutile dire che egli portava le ghette bianche ed un'orlatura bianca al panciotto. Un fiore rosso si ergeva aggressivo all'occhiello, come se fosse improvvisamente cresciuto là. E nella maniera colla quale portava il bastone in una mano e il sigaro nell'altra vi era un certo atteggiamento di quelli che noi dobbiamo sempre ricordare quando parliamo di pregiudizi di razza; un che di ingenuo e di insolente... come il ballo del cakewalk.

— Qualche volta – disse Flambeau seguendolo con lo sguardo – non mi sorprende il fatto che li linciano.

— Io non sono mai sorpreso – disse Padre Brown – di un'opera infernale. – Ma come dicevo – riprese, mentre il negro seguitando ancora ostentatamente ad infilarsi i guanti gialli si dirigeva rapidamente verso il luogo dei bagni come una bizzarra figura di caffè concerto in contrasto con quella grigia e gelida scena... – come dicevo, non potrei descrivere molto esattamente l'uomo, ma egli aveva abbondanti fedine all'antica e mustacchi neri o tinti come nei ritratti di certi finanzieri stranieri, e intorno al collo una lunga sciarpa purpurea che sbatteva al vento, mentre egli camminava. Essa era fissata alla gola, come fanno le balie quando fissano i copripiedi dei bambini con una spilla di sicurezza. Solamente – aggiunse il prete guardando placidamente il mare – non si trattava questa volta di una spilla di sicurezza.

Anche l'uomo che sedeva sul lungo banco di ferro contemplava placidamente il mare. Ora egli era di nuovo in riposo. Flambeau si convinse sempre più che uno degli occhi dell'uomo fosse naturalmente più grande dell'altro. Entrambi erano ora bene aperti e quasi gli parve che l'occhio sinistro divenisse più grande mentre egli guardava.

— Era una lunghissima spilla d'oro, che portava scolpita la testa di una scimmia o qualche cosa di simile – continuò il prete – ed era fissata in una maniera alquanto strana...

L'uomo immobile continuava a contemplare il mare, con occhi che sembravano appartenere a due uomini diversi. Poi egli fece un movimento di fulminea rapidità. Padre Brown che gli voltava le spalle in quell'istante avrebbe potuto stramazzare colpito al suolo.

Flambeau non aveva armi, ma teneva le larghe e brune mani appoggiate sull'estremità del lungo sedile di ferro. Le sue spalle all'improvviso cambiarono posizione: egli sollevò l'enorme mobile alto sopra la sua testa come una minacciosa mannaia. Per la sua altezza il sedile, che egli teneva verticale, sembrò come una lunga scala di ferro per la quale egli invitasse gli uomini a salire alle stelle. E la sua lunga ombra nella luce della sera sembrò quella di un gigante che brandisse la Torre Eiffel. Fu l'impressione di quell'ombra prima che l'impressione del fracasso del ferro, che sgomentò lo straniero facendolo fuggire. Egli si precipitò dentro l'albergo lasciando il piatto e risplendente pugnale che egli aveva gettato là dove era caduto.

— Noi dobbiamo fuggire via di qui subito – gridò Flambeau lanciando lo smisurato sedile con furiosa indifferenza sulla riva. E afferrato il piccolo prete pel gomito lo fece scendere per una grigia ed arida terrazza dietro il giardino, all'estremità della quale vi era una porta chiusa.

Flambeau si chinò sopra di essa un istante in fremente silenzio e poi disse:

— La porta è chiusa a chiave.

Mentre egli parlava un pennacchio nero cadde da uno degli ornamentali abeti sfiorandogli l'orlo del cappello. Ciò lo fece trasalire più che la piccola e lontana detonazione che si era udita. Poi seguì un'altra lontana detonazione, e la porta che egli tentava di aprire vibrò al colpo della pallottola che vi era penetrata.

Le spalle di Flambeau di nuovo si ingrandirono e mutarono forma improvvisamente nello sforzo. Tre gangheri e una serratura saltarono via nello stesso momento, ed egli entrò nei vuoti viali posteriori dell'edifizio, portandovi la grande porta del giardino, come Sansone le porte di Gath. Poi lanciò la porta del giardino sopra il muro del giardino stesso, proprio mentre un terzo colpo alzava uno spruzzo di neve e fango dietro le sue calcagna. Senza tanti riguardi, sollevò il piccolo prete, se lo piantò cavalcioni sulle spalle e corse verso Scawood colla massima velocità delle sue lunghe gambe. Soltanto quando fu lontano due miglia depose a terra il suo piccolo compagno. Era stata una fuga poco dignitosa nonostante il classico esempio di Anchise, ma il viso di Padre Brown aveva soltanto un'espressione di sogghigno.

— Ebbene – disse Flambeau, dopo un impaziente silenzio mentre riprendevano il loro più normale vagabondare per le vie alla periferia della città dove non vi era da temere alcuna aggressione – io non capisco che cosa tutto questo significhi ma ritengo di potermi fidare dei miei occhi: voi non avete mai incontrato l'uomo che descriveste così accuratamente.

— In certo modo l'ho incontrato, sì – disse Brown mordendosi un dito piuttosto nervosamente... – L'ho incontrato realmente. Ed era troppo scuro, perchè potessi vederlo bene, essendo egli sotto quella piattaforma. Ma temo di non averlo descritto molto accuratamente, dopo tutto, perchè le sue lenti erano rotte e la lunga spilla d'oro era infilata non già nella sciarpa purpurea ma nel cuore.

— E io suppongo – disse l'altro a bassa voce – che quel figuro dall'occhio di vetro avesse qualche cosa a vedere in tutto ciò.

— Speravo che vi avesse a vedere solo un poco – rispose Brown con voce alquanto turbata – e posso aver avuto torto in ciò che feci. Ma ho agito per puro impulso. Temo però che questa storia abbia origini profonde ed oscure.

Procedettero per alcune vie, silenziosamente. Le lampade gialle cominciavano ad accendersi nel freddo crepuscolo blù, ed essi evidentemente si avvicinavano alle parti più centrali della città. Manifesti a colori violenti, annunzianti la gara fra Nigger Ned e Malvoli erano attaccati sui muri.

— Ebbene – disse Flambeau – io non ho mai ucciso alcuno, nemmeno quand'ero un delinquente, ma posso quasi aver simpatia per qualcuno che commetta delitti del genere in un luogo così tetro. Di tutti i letamai della natura abbandonata da Dio, penso che quelli che più stringono il cuore sono i luoghi come quello stabilimento; luoghi che vorrebbero essere festosi e son desolati. Io posso immaginare che un uomo morboso senta di poter uccidere un rivale nella solitudine di una simile orrida scena. Ricordo che una volta, vagabondando per le vostre gloriose colline del Surrey e non pensando ad altro che alla ginestra d'Olanda e alle allodole, pervenni sopra un vasto e rotondo poggio e vidi, davanti e sopra a me, una vasta costruzione silenziosa, con file e file di sedili, simile ad uno smisurato anfiteatro Romano e vuota come un rastrello nuovo. Un uccello volava sopra di essa. Era il grande stabilimento di Espom. Ed io sentii che nessuno, avrebbe più potuto esser felice.

— È strano il fatto che voi menzioniate Espom – disse il prete. – Ricordate quello che fu chiamato il mistero di Sutton, perchè a Sutton furon trovati per combinazione due dei gelatai, credo? Essi furono ad ogni modo rilasciati. Era stato trovato, si disse, un uomo strangolato sulle colline intorno a quel luogo. Io so da un policeman irlandese mio amico, che egli fu trovato a due passi dal grande stabilimento di Espom... nascosto da una delle porte inferiori che era stata spinta indietro.

— Questo è strano – assentì Flambeau – ma ciò conferma la mia impressione; secondo la quale simili luoghi di piacere hanno un'aria di solitudine terribile fuori stagione; altrimenti l'uomo non sarebbe stato ucciso là.

— Io non sono così sicuro che... – cominciò Brown e si fermò.

— Non siete sicuro che egli sia stato assassinato? – domandò il suo compagno.

— Non sono sicuro che egli sia stato assassinato fuori stagione – rispose il piccolo prete, con semplicità. – Non pensate che vi sia qualche cosa di malizioso intorno a questa solitudine, Flambeau? Vi par proprio che un accorto assassino abbia sempre bisogno che il posto sia solitario? – È molto, molto raro che un uomo sia completamente solo. Ma, a parte ciò, più è solo e più è certo di esser veduto. No, io penso che deve esservi qualche altra cosa... Ma ecco, siamo al Padiglione o palazzo o come lo chiamano.

Erano sboccati in una piazzetta brillantemente illuminata la cui principale costruzione era gaia, con dorature fastose, e cartelloni fiancheggiati da due gigantesche fotografie di Malvoli e Nigger Ned.

— Hallò – gridò Flambeau con grande sorpresa, mentre l'amico prete saliva risolutamente i larghi scalini. – Non sapevo che il pugilato fosse la vostra ultima mania. Andate a vedere la gara?

— Non credo che vi sarà gara – rispose Padre Brown.

I due attraversarono rapidamente le anticamere, i locali interni, il salone del combattimento, rialzato, cinto di corde e stivato di innumerevoli sedili e palchi; ma il prete non guardò intorno nè si fermò finchè non giunse ad un commesso ch'era a uno scrittoio fuori di una porta che portava l'indicazione «Comitato». Là si fermò e chiese di poter parlare con Lord Pooley.

L'inserviente fece osservare che sua signoria era molto occupato, poichè la gara stava per cominciare; ma Padre Brown possedeva un temperamento d'uomo insistente con cortesia, al quale lo spirito burocratico generalmente non è preparato.

In pochi minuti, Flambeau, piuttosto sconcertato, si trovò alla presenza di un uomo che gridava ad alta voce ordini ad un altro che usciva di camera:

— Badate, sapete, alle corde dopo le quarte... Ebbene, e voi cosa volete? Mi meraviglio.

Lord Pooley era un gentiluomo e come la maggior parte dei pochi superstiti della nostra razza, infastidito... specialmente da questione di danari. Era mezzo grigio e mezzo biondo, aveva occhi febbrili e naso ricurvo freddo e sporgente.

— Una parola – disse Brown. – Sono venuto per impedire che un uomo sia ucciso.

Lord Pooley saltò dalla sua sedia come spinto da una molla.

— Che sia dannato se io tollererò più qualche cosa di simile! – gridò. – Ne ho abbastanza dei vostri comitati, di preti e di petizioni! Non vi erano forse preti nei tempi antichi quando lottavano senza guanti? Ora essi lottano con i guanti che regolano la violenza dei colpi, e non vi è briciola di possibilità che l'uno o l'altro dei boxeur sia ucciso.

— Io non intendevo dire l'uno o l'altro dei boxeur – disse il piccolo prete.

— Bene, bene, bene – disse il nobiluomo con una punta di fredda ironia. – Chi sarà allora l'ucciso? L'arbitro?

— Io non so chi rimarrà ucciso – replicò Padre Brown con uno sguardo meditativo. – Se lo avessi saputo non vi avrei recato disturbo. Lo indurrei semplicemente a scappare. Io non ho mai potuto vedere qualche cosa di irregolare nei combattimenti di pugilatori. Stando le cose come sono, vi prego di annunziare che l'incontro è rimandato.

— V'è dell'altro ancora? – chiese beffardamente il gentiluomo, con occhi febbrili. – E che cosa direte alle duemila persone che sono venute a vedere la lotta?

— Io dico che ve ne saranno millenovecentonovantanove di vive quando avranno visto la lotta – disse Padre Brown.

Lord Pooley guardò Flambeau.

— È matto il vostro amico? – chiese.

— Tutt'altro – fu la risposta.

— E guardate – riprese Pooley col suo modo irrequieto. – Vi è qualcosa di peggiore di questo. Tutta una schiera di italiani si è presentata a spalleggiare Malvoli, o, se non sono italiani, sono dei tipi bruni e selvaggi di chissà quale paese. Voi sapete che queste razze mediterranee son tutte eguali. Se annunzio che la lotta è rimandata avremo Malvoli addosso, a capo dell'intero clan corso.

— Signore mio è questione di vita o di morte – disse il prete. – Suonate il campanello e date l'ordine. E vedrete se Malvoli risponde.

Il nobiluomo battè il campanello sulla tavola con una strana aria di curiosità nuova. Disse al commesso che apparve quasi istantaneamente nel vano della porta:

— Ho una seria comunicazione da fare brevemente al pubblico. Intanto vogliate gentilmente dire ai due campioni che la lotta è rimandata.

Il commesso lo fissò per qualche secondo come se fosse un demonio e sparì.

— Quale autorità avete voi per dirmi ciò? – chiese Lord Pooley improvvisamente. – Chi avete consultato?

— Ho consultato uno stabilimento – disse Padre Brown grattandosi la testa. – Ma no, ho torto; ho consultato anche un libro, comprato in una edicola a Londra... e molto a buon mercato.

Trasse di tasca un volume piccolo ma solido, rilegato in cuoio, e Flambeau guardandolo al di sopra della spalla del prete, potè vedere che si trattava di un vecchio libro di viaggi; che aveva un foglio piegato per richiamo.

— Il solo modo nel quale Voodoo... – cominciò Padre Brown leggendo ad alta voce.

— Nel quale che cosa? – chiese sua signoria.

— Nel quale Voodoo – ripetè il lettore quasi con gusto – appare ampiamente diffuso fuori dalla Giamaica, è la forma conosciuta come la Scimmia o Dio Gong, potente in molte parti dei due continenti americani, specialmente tra uomini di razza mista, molti dei quali sembrano nell'aspetto dei veri e propri bianchi. Essa differisce dalla più parte delle altre forme di culto del demonio e del sacrificio umano pel fatto che il sangue non è versato formalmente sull'altare ma da una specie di assassinio fra la folla. I Gong battono con assordante fragore non appena le porte del tabernacolo si aprono e il dio- scimmia è rivelato; quasi tutta la congregazione fissa occhi estatici sopra di esso... Ma poi...

La porta della camera si spalancò e l'elegante negro apparve in piedi, inquadrato da essa, roteando i globi degli occhi. Aveva il cappello di seta ancora insolentemente inclinato sulla testa.

— Huh! – gridò egli mostrando i suoi denti di scimmia. – Che significa questo? Huh! Huh! Voi rubate il premio a un gentiluomo di colore. Il suo premio, già... Voi pensate, sì, di salvare quella bianca robaccia italiana...

— Lo scontro è soltanto differito – disse il nobiluomo tranquillamente. – Vi darò spiegazione fra un minuto o due.

— Chi? voi a... – gridò Nigger Ned cominciando a minacciare.

— Io mi chiamo Pooley – replicò l'altro con lodevole calma. – Io sono il segretario organizzatore; e vi avverto di andarvene immediatamente da questa camera.

— Chi è questo individuo? – domandò il negro indicando il prete, con disdegno.

— Mi chiamo Brown – fu la risposta. – E vi avverto che fareste bene a lasciare il paese.

Il boxeur rimase a guardare ferocemente qualche secondo e poi, con una certa sorpresa di Flambeau e degli altri, uscì a grandi passi tirandosi dietro la porta con fracasso.

— Ebbene? – domandò Padre Brown ripulendo il suo polveroso cappello. – Che cosa pensate di Leonardo da Vinci? È una bella testa italiana.

— Vedete – disse Lord Pooley – io mi sono assunto una considerevole responsabilità, sopra la vostra semplice parola. E penso che dobbiate dirmi di più intorno a questa faccenda.

— Avete pienamente ragione, signore mio – rispose Brown. – E non avrò da parlar a lungo.

Ripose il piccolo libro rilegato in cuoio nella tasca del suo soprabito.

— Io credo che tutti sappiamo ciò che questo può significare, ma vedrete voi stesso se ho ragione. Quel negro che è uscito poco fa in modo così violento è uno degli uomini più pericolosi della terra, perchè ha il cervello di un europeo e istinti di cannibale. Egli ha trasformato ciò che fra i suoi compagni barbarici era semplice desiderio di carneficina, in una società molto moderna e scientifica di assassini. Egli non sa che io lo so, nè che posso provarlo.

Seguì un silenzio, poi il piccolo prete soggiunse:

— Ma, se volessi uccidere qualcuno, sarebbe realmente il miglior piano, quello di aver la sicurezza di esser solo con lui?

Gli occhi di Lord Pooley ripresero il loro gelido tremolio mentre egli guardava il piccolo uomo di chiesa. Si limitò a dire:

— Se voi voleste uccidere qualcuno vi consiglierei ciò.

Padre Brown scosse la testa come un assassino di molto più matura esperienza.

— Così ha detto Flambeau – rispose con un sospiro. – Ma considerate. Più un uomo si sente isolato e meno può esser sicuro di esser solo. Se egli ha molto spazio intorno a sè, è appunto questo spazio che lo rende più visibile. Non avete mai visto un bifolco dalle alture o un pastore dalle vallate? Non avete mai camminato lungo una scogliera vedendo un uomo camminare lungo le sabbie? Non sapeste quando egli ebbe ucciso un granchio o un creditore? No! No! No! Per un assassino intelligente, quale voi ed io potremmo essere, è un piano impossibile aver la sicurezza che nessuno guardi.

— Ma quale sarebbe il piano più adatto?

— Ve ne è uno soltanto – disse il prete. – Esser sicuro che ognuno guardi qualcos'altro. Un uomo è strozzato vicino alla grande tribuna di Espom. Qualcuno avrebbe potuto veder ciò, se la tribuna fosse stata vuota: un vagabondo sotto la siepe o un automobilista fra le colline. Ma nessuno avrebbe visto ciò se la tribuna fosse stata affollata e tutta l'arena ruggente perchè il favorito era arrivato prima... o no. L'attorcigliare una cravatta, lo spingere un corpo dietro la porta son cose fatte in un minuto... per quanto lungo esso possa essere. Lo stesso accadde naturalmente – continuò egli, rivolgendosi a Flambeau – a quel povero uomo sotto lo stabilimento. Egli fu lasciato cadere in quel buco (che non era accidentale) proprio in un momento molto drammatico dello spettacolo, quando l'archetto di qualche grande cantante raggiungeva la sua nota più alta. E qui, naturalmente, quando il colpo di knock-out fosse venuto... non sarebbe stato il solo. Questa è la tattica che Nigger Ned ha adottato per suggerimento del vecchio dio dei Gong.

— Di maniera che Malvoli... – cominciò Pooley.

— Malvoli – disse il prete – non ha niente da fare in questo. Credo bene che egli abbia degli italiani con lui. Ma i nostri amabili amici non sono italiani. Essi sono figli di meticci e mezzisangue africani, di varie sfumature; ma io temo che noi inglesi stimiamo che tutti gli stranieri si rassomiglino, quando essi sono scuri e sporchi. Anche – aggiunse con un sorriso – temo che l'inglese rifugga dal fare qualche distinzione fra il carattere morale prodotto dalla mia religione e quello che fiorisce fuori del Voodoo...

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La luce primaverile si era sparsa sopra Seawood, attirando a quel lido gran numero di famiglie e di arnesi da bagno e di nomadi predicatori e di menestrelli negri, prima che i due amici vedessero di nuovo quei luoghi, e prima che la tempesta delle ricerche della strana segreta società si fosse calmata.

Quasi in ogni parte il segreto dei loro propositi periva con essi. L'uomo dell'albergo fu trovato morto sul mare, e giaceva come un ammasso di alghe; il suo occhio destro era chiuso in pace ma il sinistro era spalancato e brillava come un vetro alla luna. Nigger Ned, raggiunto uno o due miglia lontano, aveva ucciso tre policeman, col suo pugno sinistro. L'agente superstite rimase sorpreso e il negro scappò. Ma ciò bastò per mettere tutti i giornali inglesi in grande ardore, e per un mese o due il principale proposito dell'Impero Britannico fu di impedire che l'elegante daino negro (tale egli era in tutti e due i sensi) sfuggisse da qualche porto inglese.

Le persone che avevano qualche dubbia rassomiglianza con lui furono sottoposte a indagini severe; le loro facce dovevano prima dell'imbarco subire vigorosi strofinii, come se ciascuna carnagione bianca fosse effetto di una maschera di vernice grassa. Ogni negro in Inghilterra era sottoposto ad un regolamento speciale e doveva render conto dei suoi atti, le navi che partivano non volevano saperne di prender negri più che non volessero basilischi. Perchè il popolo aveva indovinato come temibile e vasta e silenziosa fosse la forza della selvaggia segreta società; cosicchè quel giorno d'aprile in cui Flambeau e Padre Brown erano appoggiati al parapetto della spianata, l'Uomo Nero suscitava in Inghilterra quasi la stessa sensazione che una volta suscitava in Iscozia.

— Egli dev'essere ancora in Inghilterra – osservò Flambeau – ed anche ben nascosto. Dovrebbero averlo trovato in qualche porto se egli si fosse imbiancato la faccia.

— Vedete, egli è realmente un uomo abile – disse Padre Brown graziosamente. – Ed io sono sicuro che egli non s'imbiancherebbe la faccia.

— Sì, ma che cosa farebbe?

— Penso – disse Padre Brown – che egli se la annerirebbe.

Flambeau appoggiato, immobile, sul parapetto, rise e disse:

— Mio caro compagno.

E Padre Brown, anch'egli appoggiato immobile sul parapetto mosse un dito, per un istante, in direzione dei negri dalle facce ricoperte di fuliggine, che cantavano sulle arene.