La scienza moderna e l'anarchia/Parte prima/XIII

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La concezione anarchica come si delinea oggi

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La concezione anarchica come si delinea oggi
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Se, prima del 1848 e più tardi fino all'Internazionale, la rivolta contro lo Stato, rappresentata sopratutto da giovani borghesi, assumeva il carattere d'una rivolta dell'individuo contro la società e la sua morale convenzionale, in seguito, negli ambienti operai, questa rivolta prendeva un carattere più profondo. Essa diveniva la ricerca d'una forma di società, liberata dall'oppressione e dallo sfruttamento praticati oggi con l'aiuto dello Stato.

L'Associazione Internazionale dei Lavoratori, nella mente dei suoi fondatori operai, doveva essere, come l'abbiamo visto, una vasta federazione di aggruppamenti di lavoratori, rappresentanti in germe ciò che può essere una società rigenerata dalla rivoluzione sociale – una società in cui gli ingranaggi attuali del governo e dello sfruttamento capitalistico dovrebbero scomparire per far posto a legami nuovi, che sorgerebbero fra le federazioni dei produttori e dei consumatori.

L'ideale anarchico cessava così d'essere un ideale individuale, e diveniva societario.

Mano a mano che i lavoratori dei due mondi arrivavano a conoscersi direttamente ed entravano in rapporti diretti, al disopra delle frontiere, comprendevano meglio le condizioni del problema sociale ed acquistavano la coscienza delle proprie forze.

Essi intravedevano che qualora il popolo rientrasse in possesso della terra e i lavoratori industriali, impossessandosi delle fabbriche e delle officine, diventassero i gerenti delle industrie per destinarle alla produzione di ciò che è necessario alla vita della nazione, si potrebbe senza difficoltà provvedere ampiamente a tutti i bisogni della società. I progressi recenti della scienza e della tecnica ne erano una garanzia. E allora i produttori delle diverse nazioni saprebbero stabilire tra loro uno scambio internazionale su basi eque. Per coloro che conoscevano da vicino l'officina, la fabbrica, la miniera, l'agricoltura, il commercio, ciò era ben evidente.

Nel medesimo tempo un numero sempre crescente di operai si accorgeva che lo Stato, con la sua gerarchia di funzionarî e il peso delle sue tradizioni storiche, non poteva che ritardare lo sbocciare di una società nuova, liberata dai monopoli e dallo sfruttamento.

Sviluppatosi nel corso della storia per stabilire e mantenere il monopolio della proprietà fondiaria a beneficio d'una classe – che, per ciò stesso, diveniva la classe governante per eccellenza – quali mezzi potrebbe offrire lo Stato per abolire questo monopolio, che la classe dei lavoratori non avesse già nella sua propria forza e nei suoi aggruppamenti? Perfezionatosi in seguito, nel corso del secolo XIX, per assicurare il monopolio della proprietà industriale, del commercio e della banca a nuove classi di arricchiti ai quali lo Stato forniva le «braccia» a buon conto, togliendo la terra ai comuni rurali e rovinando i coltivatori con le imposte – quali vantaggi potrebbe offrire lo Stato per abolire i medesimi privilegi? La sua macchina governativa, sviluppatasi in seguito al sorgere e per il mantenimento di questi privilegi, potrebbe servire ora per abolirli? La nuova funzione non richiederebbe nuovi organi? E questi nuovi organi non dovrebbero essere creati dagli operai medesimi, nelle loro unioni, nelle loro federazioni, assolutamente fuori dello Stato

Dal momento in cui i monopolii costituiti e consolidati dallo Stato cessassero di esistere, lo Stato non avrebbe più la sua ragione d'essere. Nuove forme di raggruppamenti dovrebbero sorgere, poichè i rapporti fra gli uomini non sarebbero più rapporti tra sfruttati e sfruttatori. La vita si semplificherebbe, se il meccanismo esistente per permettere al ricco di sfruttare il lavoro del povero diventasse inutile.

L'idea di comuni indipendenti per gli aggruppamenti territoriali, e di vaste federazioni di mestieri per gli aggruppamenti di funzioni sociali – gli uni allacciati agli altri per aiutarsi a vicenda nel soddisfare i bisogni della società – permise agli anarchici di concepire d'una maniera concreta, reale, l'organizzazione possibile d'una società emancipata. Non restava altro da aggiungere che gli aggruppamenti di affinità personali, aggruppamenti innumerevoli, varianti all'infinito, di lunga durata o effimeri, creati a seconda dei bisogni del momento per tutti gli scopi possibili – aggruppamenti che già vediamo sorgere nella società attuale, all'infuori degli aggruppamenti politici e professionali.

Queste tre specie di aggruppamenti formerebbero come una rete tra di loro e giungerebbero a permettere la soddisfazione di tutti i bisogni sociali: il consumo, la produzione e lo scambio; le comunicazioni, le misure sanitarie, l'educazione; la protezione reciproca contro le aggressioni, il mutuo appoggio, la difesa del territorio; la soddisfazione, infine, dei bisogni scientifici, artistici, letterari, di divertimento. Il tutto – sempre pieno di vita e sempre pronto a rispondere con nuovi adattamenti ai nuovi bisogni ed alle nuove influenze dell'ambiente sociale ed intellettuale.

Se una società di questo genere si sviluppasse su un territorio abbastanza grande e sufficientemente popolato per permettere la varietà necessaria dei gusti e dei bisogni, ci si accorgerebbe subito dell'inutilità della coercizione autoritaria, qualunque essa sia. Inutile per provvedere alla vita economica della società, essa lo sarebbe pure per impedire la maggior parte degli atti anti-sociali.

Difatti, l'impedimento più serio allo sviluppo ed al mantenimento nello Stato attuale del livello morale, necessario alla vita in società, sta anzitutto nella mancanza d'eguaglianza. Senza «l'eguaglianza di fatto», come si diceva nel 1793, è assolutamente impossibile che il sentimento di giustizia si realizzi. La giustizia non può essere che egualitaria, e i sentimenti d'eguaglianza sono smentiti oggi, ad ogni passo, ad ogni istante, nelle nostre società stratificate in classi. Ci vuole la pratica dell'eguaglianza, perchè il sentimento di giustizia verso tutti entri negli usi e nei costumi. Ed è quanto avverrà in una società d'eguali.

Allora, il bisogno di coercizione, o piuttosto il desiderio di ricorrere alla coercizione non si farà più sentire. Ognuno si persuaderà che non è necessario di limitare, come oggi, la libertà dell'individuo, sia col timore di una punizione, legale o mistica, sia coll'obbedienza ad individui riconosciuti superiori, o ad entità metafisiche, create dalla paura o dall'ignoranza – ciò che conduce, nella società attuale, al servaggio intellettuale, alla depressione dell'iniziativa personale, all'abbassamento del livello morale, all'arresto del progresso.

In un ambiente egualitario, l'uomo potrebbe con tutta fiducia lasciarsi guidare dalla sua propria ragione, appunto perchè questa porterebbe necessariamente l'impronta delle abitudini socievoli del detto ambiente. E potrebbe ottenere lo sviluppo completo di tutte le sue facoltà – il pieno sviluppo della sua individualità, mentre invece, l'individualismo, preconizzato ai nostri giorni dalla borghesia come un mezzo, «per le nature superiori», d'arrivare al pieno sviluppo dell'essere umano, non è che un inganno. L'individualismo ch'essa raccomanda è, al contrario, l'ostacolo più sicuro allo sviluppo di ogni forte individualità.

In seno ad una società che cercando l'arricchimento individuale, è, per ciò stesso, condannata alla povertà nel suo insieme, l'uomo dalle migliori doti è ridotto a una lotta aspra, solo per procurarsi i mezzi necessari a conservare la sua esistenza. In quanto al piccolissimo numero di coloro che riescono a conquistarsi una certa agiatezza necessaria al libero sviluppo dell'individualità, la società attuale non lo garantisce loro che a condizione di sottomettersi al giogo delle leggi e delle usanze della mediocrità borghese, di non mai scuotere il regno di quest'ultima con una critica troppo penetrante, o con atti di rivolta.

Sono ammessi al «pieno sviluppo della loro individualità» coloro solamente che non presentano alcun pericolo per la classe borghese, coloro che sono interessanti per essa, senza mai esserle pericolosi.

Gli anarchici, abbiamo detto, si basano nelle loro previsioni dell'avvenire sui dati d'osservazione.

Difatti, quando noi analizziamo le tendenze che dominano nelle società civilizzate dopo la fine del secolo XVIII, dobbiamo constatare che la tendenza accentratrice e autoritaria è ancora fortissima negli ambienti borghesi e fra quegli operai che hanno avuto un'educazione borghese e tendono a diventare borghesi a loro volta. Ma la tendenza anti-autoritaria, anti-centralista ed anti-militarista e l'idea della libera intesa si delineano pure fortemente negli ambienti operai, nonchè negli ambienti istruiti e più o meno liberi di spirito delle classi intellettuali della borghesia.

Come l'ho dimostrato altrove (Conquista del pane, Il mutuo appoggio), esiste oggi una forte tendenza a costituire liberamente, fuori dello Stato e delle Chiese, migliaia di aggruppamenti per soddisfare ogni specie di bisogni economici (aggruppamenti di linee ferroviarie, sindacati operai, sindacati di padroni, cooperazione agricola e d'esportazione, ecc.), politici, intellettuali, artistici, d'educazione, di divertimento, di propaganda, e così via. Ciò che una volta era soltanto l'attributo delle funzioni incontestabili dello Stato e della Chiesa, rientra oggi nel dominio dell'azione degli aggruppamenti liberi. Questa tendenza s'accentua a vista d'occhio. È bastato che un soffio di libertà limitasse il potere geloso della Chiesa e dello Stato, perchè sorgessero a migliaia le organizzazioni volontarie. E si può prevedere che appena qualche altra limitazione di potere sarà imposta a questi due nemici secolari della libertà, gli aggruppamenti liberi estenderanno ancora più le loro sfere d'attività.

L'avvenire ed il progresso sono in tal senso, e l'Anarchia li riassume l'uno e l'altro.

LA NEGAZIONE DELLO STATO

Noi siamo costretti d'ammettere che nelle loro concezioni economiche, gli anarchici pure riflettono lo stato caotico in cui si trova ancora tutta l'economia politica. Come fra i socialisti di Stato, così pure fra gli anarchici si possono distinguere in proposito diverse correnti d'opinione.

D'accordo con quelli fra i socialisti che son rimasti socialisti, gli anarchici riconoscono che il presente sistema di proprietà individuale del suolo e di tutto ciò che è necessario a produrre, come pure il sistema che ne risulta di produzione basata sui guadagni, sono un male. Le società odierne debbono abolirlo, se non vogliono soccombere, come già soccombettero tante civiltà antiche.

Ma, quanto ai mezzi da impiegare per compiere tale cambiamento, gli anarchici dissentono completamente da tutte le frazioni di socialisti di Stato, in quanto essi negano che si possa trovare una soluzione al problema sociale nello Stato Capitalista, impadronitosi della produzione o almeno dei suoi rami principali. Il servizio delle poste o delle ferrovie nelle mani dello Stato odierno, diretto da ministeri nominati dalla Camera, non è l'ideale da noi concepito. Noi non vi vediamo altro che una nuova forma di salariato e di sfruttamento. Nè crediamo che ciò sia un avviamento verso l'abolizione del salariato e dello sfruttamento, e nemmeno una forma transitoria dell'evoluzione verso tale scopo.

Per cui, fintanto che il socialismo era compreso nel suo senso largo e vero – quello d'abolizione dello sfruttamento del Lavoro da parte del Capitale – gli anarchici erano in ciò d'accordo coi socialisti quali erano in quel tempo. Se ne distaccavano soltanto per la forma anti-autoritaria della società, che volevano veder sorgere dalla rivoluzione sociale, creduta e desiderata prossima, del resto, dagli uni e dagli altri.

Ma un distacco completo si produsse, quando una forte frazione, se non la maggioranza dei socialisti di Stato, accettò l'idea che non si trattava affatto d'abolire in breve lo sfruttamento capitalistico. Per la nostra generazione e per la fase d'evoluzione economica che traversiamo attualmente, si può cercare soltanto di mitigare lo sfruttamento, imponendo ai capitalisti certi limiti legali.

Al che gli anarchici non potevano consentire. Noi manteniamo che per giungere un giorno alla soppressione dello sfruttamento capitalistico, dobbiamo, fin d'ora, dirigere già i nostri sforzi verso questa abolizione. Fin d'ora, dobbiamo mirare a trasferire direttamente tutto ciò che serve alla produzione – le miniere, le fabbriche, i mezzi di comunicazione, e sopratutto i mezzi d'esistenza del produttore – dalle mani del Capitale personale in quelle della comunanza dei produttori. Mirare e agire in conseguenza.

Inoltre, bisogna guardarsi bene dal trasferire questi mezzi di sussistenza e di produzione nelle mani dello Stato borghese attuale. Mentre i partiti politici socialisti domandano in tutta Europa che lo Stato borghese, qual'è oggi, s'impadronisca delle ferrovie, del suolo, delle miniere di ferro e di carbone, delle banche, decreti il monopolio degli alcools, dei cereali, ecc. – noi vediamo in questa presa di possesso della ricchezza comune da parte dello Stato borghese uno dei più grandi ostacoli da vincere un giorno, perchè il patrimonio sociale passi nelle mani dei lavoratori produttori e consumatori. Noi vi vediamo il mezzo d'agguerrire il capitalista, d'aumentare la sua forza nella lotta contro l'operaio ribelle. È quanto vi scorgono già i capitalisti stessi, o almeno i più intelligenti tra loro. I capitali impiegati nelle ferrovie, per esempio, sono più sicuri quando le ferrovie sono una proprietà di Stato, esercita militarmente dallo Stato. Chiunque abbia lo spirito abituato a riflettere sui fatti sociali nel loro insieme, non può avere alcun dubbio su questo punto, da considerarsi come un assioma sociale: «Non si può preparare un cambiamento sociale, senza fare già i primi passi nella via stessa del cambiamento desiderato, altrimenti ce ne allontaniamo». Ci allontaniamo, infatti, dal momento in cui produttori e consumatori potranno diventare essi stessi padroni della produzione, e dello scambio, col cominciare ad affidare l'una e l'altro ai parlamenti, ai ministeri, ai funzionari attuali, che, per forza di cose, sono oggi gli strumenti dell'alta finanza, poichè tutti gli Stati ne dipendono.

Non si giungerà a distruggere i monopolii creati nel passato, col creare un nuovo monopolio, sempre a vantaggio dei vecchi monopolisti.

Non possiamo neppure dimenticare che la Chiesa e lo Stato furono la forza politica, a cui le classi privilegiate, appena cominciarono a costituirsi, ricorsero per diventare classi stabilite, armate dalla legge di poteri e di diritti sugli altri uomini; che lo Stato fu l'istituzione per stabilire la sicurezza reciproca nel godimento di quei poteri e diritti. Ed è appunto per tale ragione che nè la Chiesa nè lo Stato possono divenire oggi la forza che servirà a demolire i privilegi. Nemmeno possono, l'una o l'altro, essere la forma di organizzazione, che sorgerà allorchè saranno finalmente aboliti. Al contrario, la storia c'insegna che ogni qualvolta sorse una nuova forma economica nella vita d'una nazione – quando, per esempio, il servaggio si sostituì alla schiavitù, e più tardi il salariato al servaggio – bisognò sempre sviluppare un nuova forma di aggruppamento politico.

Come la Chiesa, non potrà mai essere utilizzata per liberare l'uomo dalla sottomissione alle antiche superstizioni o per dargli una nuova etica liberamente accettata; come i sentimenti di eguaglianza, di solidarietà e di unione di tutti gli uomini che informano tutte le religioni, prenderanno un giorno tutt'altra forma che quelle date loro dalle diverse chiese, quando se ne impadronirono per sfruttarle a profitto del clero – così l'affrancamento economico si effettuerà rompendo le vecchie forme politiche rappresentate dallo Stato. L'uomo sarà costretto di trovare nuove forme d'organizzazione per le funzioni sociali che lo Stato aveva ripartite fra i suoi funzionari. E finchè questo non si farà, nulla sarà fatto.

È appunto per facilitare il sorgere di queste nuove forme della vita sociale, che opera l'Anarchia. Come sempre nel passato, queste nuove forme si schiuderanno nei grandi sconvolgimenti per l'emancipazione, colla forza costruttiva delle masse popolari, coadiuvata dalla scienza moderna.

Ecco perchè gli anarchici si rifiutano d'accettare le funzioni di legislatore o qualsiasi altra funzione dello Stato. Noi sappiamo che la rivoluzione sociale non sarà fatta da leggi. Perocchè le leggi, fossero anche votate da un'Assemblea Costituente sotto la pressione della piazza – e come mai potrebbero esserlo così se si trattasse di conciliare gl'interessi più opposti? – una volta votate non sono altro che un semplice impegno a lavorare in una data direzione, un invito a coloro che sono sul luogo a mettere in opera la loro energia e il loro spirito inventivo, organizzatore, costruttivo. Ma perchè ciò avvenga, bisogna ancora che sul luogo vi siano le forze pronte e capaci di trasformare le formole, i desiderata di una legge in fatti della vita reale.

Ecco pure perchè un gran numero di anarchici, dalla fondazione dell'Internazionale fino ad oggi, ha preso parte attiva alle organizzazioni operaie, formate per la lotta diretta del Lavoro contro il Capitale. Questa lotta, oltre ad essere molto più efficace di qualunque altra azione diretta per ottenere qualche miglioramento nella vita dell'operaio, oltre ad aprire gli occhi ai lavoratori sul male recato alla società dall'organizzazione capitalistica e dallo Stato che la sostiene, questa lotta risveglia pure nel lavoratore l'idea di forme di consumo, di produzione e di scambio diretto fra gli interessati, senza l'intervento del capitalista e dello Stato.

* * *

In quanto riguarda la forma di retribuzione del lavoro in una società liberata dal Capitale e dallo Stato, le opinioni, come dicemmo poc'anzi, sono ancora disparate fra gli anarchici.

Tutti sono d'accordo nel ripudiare la nuova forma di salariato che sorgerebbe se lo Stato s'impossessasse dei mezzi di produzione e di scambio, come ha già preso possesso delle strade ferrate, delle poste, dell'educazione, del mutuo soccorso e della difesa del territorio. Nuovi poteri industriali, aggiunti a quelli ch'esso possiede già (imposte, difesa del territorio, religioni stipendiate, ecc.), creerebbero un nuovo, formidabile mezzo di tirannia.

La maggior parte degli anarchici oggi ha dunque fatto sua la soluzione comunista-anarchica. Si comincia ad accorgersi che la sola forma di comunismo possibile, in una società civilizzata, è la forma comunista-anarchica. Egualitario per la sua stessa essenza, il comunismo è la negazione di ogni autorità. D'altra parte, una società anarchica d'una certa estensione non sarebbe possibile, se non cominciasse almeno col garantire a tutti un minimo di benessere, prodotto in comune.

Comunismo e Anarchia son così due concezioni che si completano necessariamente.

Ma accanto alla grande corrente comunista continua ad esistere una corrente che vede nell'Anarchia una riabilitazione dell'individualismo. Su quest'ultima corrente diremo qualche parola per terminare.

LA CORRENTE INDIVIDUALISTA

La corrente individualista nell'Anarchia ci pare una sopravvivenza d'altri tempi, quando i mezzi di produzione non avendo ancora raggiunto l'efficacia che dànno loro oggi la scienza ed i progressi tecnici, il comunismo era sinonimo di comune miseria e di comune soggezione.

Appena sessant'anni fa, un modesto benessere e qualche svago non erano possibili, infatti, che per un piccolissimo numero di gente che sfruttava il lavoro altrui; e perciò tutti quelli che godevano d'una certa indipendenza economica vedevano giungere con spavento il momento in cui non potrebbero più appartenere alla piccola minoranza dei privilegiati. – Non bisogna infatti dimenticare che a quel tempo Proudhon valutava a cinque soldi al giorno per abitante la produzione totale della Francia.

Oggi però quest'ostacolo non esiste più. Con l'immensa produttività del lavoro umano che abbiamo raggiunto nell'agricoltura e nell'industria, da me già esposta nel libro Campi, Fabbriche ed Officine, è certo che un altissimo grado di benessere per tutti potrebbe essere facilmente ottenuto in pochi anni di lavoro comunista intelligentemente organizzato, pur non chiedendo a ciascuno che quattro o cinque ore di lavoro al giorno, ciò che ci lascierebbe cinque ore almeno di più di svago completo.

Questa obbiezione al comunismo non esiste più.

Comunque siasi, la corrente individualista si suddivide oggi in due rami principali. Vi sono anzitutto gli individualisti puri, nel senso di Stirner, che hanno trovato ultimamente un rinforzo nella bellezza artistica degli scritti di Nietzsche. Ma non ci occuperemo di costoro. Si è già detto, in un capitolo precedente, come questa «affermazione dell'individuo» sia metafisica e lontana dai fatti della vita reale; come essa offenda i sentimenti d'eguaglianza – base d'ogni emancipazione – giacchè non è possibile emanciparsi finchè si vuole dominare su qualcuno; e come essa avvicini coloro che s'affermano «individualisti» alla minoranza dei nobili, dei preti, dei borghesi, dei funzionari, ecc., i quali col credersi pure «superiori» alle masse, ci hanno dato lo Stato, la Chiesa, le Leggi, la Polizia, il Militarismo, e tutta l'oppressione secolare.

L'altro ramo degli «individualisti-anarchici» comprende i mutualisti nel senso di Proudhon. Questi cercano la soluzione del problema sociale in un'organizzazione libera, volontaria, che introdurrebbe lo scambio dei prodotti, valutati in buoni di lavoro, rappresentanti il numero d'ore necessario in un dato stato dell'industria per produrre un oggetto, ossia il numero d'ore dato da un individuo alle funzioni riconosciute d'utilità pubblica.

In realtà questo sistema non è più individualista. Esso rappresenta piuttosto un compromesso fra il comunismo e l'individualismo. Individualismo nella retribuzione del produttore – comunismo nel possesso di ciò che serve alla produzione.

Ebbene, è proprio questo dualismo che rappresenta, a nostro modo di vedere, un ostacolo insormontabile, perchè questo sistema si possa introdurre. È impossibile per una società d'organizzarsi su due principii contraddittori a tal punto: il comunismo per quanto s'è prodotto fino ad un dato giorno; l'individualismo per ciò che si produrrà poi, applicandolo non solo a quegli oggetti di lusso, pei quali i gusti e la domanda variano all'infinito, ma anche a quello stretto necessario che in ogni società viene stimato con una certa uniformità.

Non bisogna, neppure, perdere di vista l'immensa varietà di macchine e di metodi che servono per produrre nei diversi luoghi, in una società numerosa, con un'industria in continuo sviluppo, per cui con una data somma di lavoro una macchina produce due o tre volte di più di un'altra. Così, per esempio, nell'industria attuale dei tessuti, i telai sono così diversi per le loro qualità, che il numero a cui un sol uomo può attendere varia da tre a venti (telai Northrop). Inoltre, non bisogna dimenticare le differenze d'energia muscolare e cerebrale date dai differenti lavoratori nei diversi rami della produzione. E prendendo in considerazione questi fatti, si arriva a chiederci come mai l'ora di lavoro potrà dare una misura accettabile per lo scambio mercantile dei prodotti.

Si capisce lo scambio mercantile attuale, ma non si capisce uno scambio mercantile basato sopra una valutazione – l'ora di lavoro – che non ha niente di mercantile, dal momento che la forza di lavoro cessa di essere trattata come mercanzia. L'ora di lavoro potrebbe servire a stabilire l'equivalenza dei prodotti (o piuttosto a stimarli grosso modo), soltanto in una società che avesse già ammesso il principio comunista per la maggior parte dei prodotti di prima necessità.

E se, quale concessione all'idea di rimunerazione individualista, s'introducesse, in più dell'ora di lavoro «semplice», una rimunerazione diversa per il lavoro «qualificato», richiedente un alunnato, o si ricorresse alle «probabilità d'avanzamento» nella gerarchia dei funzionari dell'industria, si ristabilirebbero così i tratti distintivi del salariato moderno, con quegli stessi vizi che gli riconosciamo e che ci fanno ricercare i mezzi per abolirlo.

Nondimeno, non bisogna dimenticare che le idee dei mutualisti hanno avuto un certo successo nell'agricoltura agli Stati Uniti, dove questo sistema continua, a quanto pare, a funzionare fra alcune organizzazioni d'agricoltori.

Accanto ai mutualisti, stanno pure gli anarchici-individualisti americani, che furono rappresentati dal 1850 al 1860 da S. P. Andrews, W. Greene, poscia da Lysander Spooner, e lo sono oggi da Beniamino Tucker, editore per lunghi anni del giornale Liberty.

Le loro idee derivano da Proudhon, ma anche da Erberto Spencer. Essi partono dall'affermazione che l'unica legge obbligatoria per l'anarchico è d'occuparsi egli stesso dei propri affari; per cui ogni individuo ed ogni aggruppamento hanno diritto d'agire come vogliono – di opprimere anche tutta l'umanità, se ne hanno la forza. Se questi principii, dice Tucker, ricevessero una applicazione generale, essi non offrirebbero alcun pericolo, poichè i poteri di ciascun individuo sarebbero limitati dai diritti eguali di tutti gli altri.

Ma ragionare così, è rendere, secondo noi, un troppo grande omaggio alla metafisica e fare delle supposizioni immaginarie. Dire che qualcuno ha il diritto di opprimere tutta l'umanità, se ne ha la forza, e che i diritti di questi individui sono limitati dai diritti eguali degli altri, è cadere completamente nella dialettica. Infatti, per noi che restiamo nel dominio della realtà, è assolutamente impossibile concepire una società, oppure una semplice agglomerazione di uomini, facenti il minimo di cose in comune, nella quale gli affari di ciascuno non concernino molti altri, se non tutti gli altri. E meno ancora è possibile immaginare una società, nella quale il contatto continuo fra i suoi membri non stabilisca un interesse di ciascuno verso gli altri, e non gli renda materialmente impossibile di agire, senza riflettere alle conseguenze delle sue azioni per la società.

È perciò che Tucker, come Spencer, dopo aver fatto un'eccellente critica dello Stato ed una vigorosa difesa dei diritti dell'individuo, avendo però ammessa la proprietà individuale del suolo, arriva a ricostruire lo Stato, per impedire ai cittadini individualisti di nuocere gli uni agli altri. È vero che Tucker non riconosce allo Stato che il diritto di difendere i suoi membri; ma questo diritto e questa funzione bastano per costituire lo Stato, co' suoi diritti attuali. Difatti, se si esamina la storia dell'istituzione Stato, si trova che è proprio con questo pretesto di difesa dei diritti dell'individuo che si è costituito. Le sue leggi, i suoi funzionari, incaricati di proteggere l'individuo leso; la sua gerarchia, stabilita per vigilare all'applicazione delle leggi; le sue università fatte per studiare le fonti del diritto, e la sua chiesa per santificarne l'idea; le sue classi per mantenere «l'ordine», e il suo servizio militare obbligatorio; i suoi monopolii, infine, i suoi vizi, la sua tirannia – tutto deriva da questa prima ammissione: la protezione dei diritti dell'individuo, lesi da un altro individuo.

Queste brevi osservazioni spiegano perchè i sistemi d'anarchia individualista, se trovano degli aderenti fra gli «intellettuali» della borghesia, non ne trovano molti nella massa dei lavoratori. Ciò non impedisce a noi di riconoscere l'importanza della critica fatta dagli anarchici individualisti per impedire ai loro confratelli comunisti di cadere nel centralismo e nella burocrazia, e per ricondurre sempre il pensiero all'individuo libero – base prima d'ogni società libera. La tendenza a ricadere negli errori del passato esiste purtroppo, come si sa, anche fra i rivoluzionari più avanzati.

Si può quindi dire che in questo momento il comunismo anarchico è la soluzione che acquista più terreno fra quegli operai – sopratutto gli operai latini – che si interessano alle questioni d'azione rivoluzionaria in un avvenire più o meno prossimo e che perdono la fede nei beneficî dello Stato.

Il movimento operaio, che permette ai lavoratori di sentirsi uniti fuori delle futili agitazioni dei partiti politici, e di misurare le loro forze e le loro attitudini in modo altrimenti efficace che col meccanismo effimero delle elezioni, contribuisce assai alla preparazione di queste idee. Tanto che non è esagerazione il prevedere che quando dei movimenti serii cominceranno fra gli operai delle città e delle campagne, dei tentativi saranno fatti in senso anarchico e questi tentativi saranno senza dubbio più profondi di quelli che furono abbozzati dal popolo francese nel 1793 e 1794.