La servitù delle donne/I

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I

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Al lettore! II


Io mi propongo in questo saggio, di spiegare colla maggior possibile chiarezza, le ragioni sulle quali si fonda una opinione, che io ho abbracciata fin da quanto si formavano le mie prime convinzioni sulle questioni sociali e politiche, e che ben lungi dal fiaccarsi e modificarsi colla riflessione e la esperienza della vita, non fece che ingagliardire viemmeglio con esse. Io credo che le relazioni sociali dei due sessi, che sottomettono l’un sesso all’altro in nome della legge, sono cattive in sè stesse, e costituiscono oggidì uno dei precipui ostacoli che si oppongono al progresso dell’umanità: io credo ch’esse debbono dar luogo ad una perfetta eguaglianza senza privilegio, nè potere per l’un sesso, come senza incapacità per l’altro. Ecco ciò ch’io mi propongo di dimostrare, per quanto ardua cosa possa sembrare. Sarebbe errore il supporre che la difficoltà ch’io debbo superare, consista nell’insufficienza o nella pochezza delle ragioni sulle quali si basa la mia convinzione: questa difficoltà non è che quella che affrontar deve colui che imprende a lottare contro un sentimento potente ed universale.

Dacchè una opinione è basata sopra i sentimenti, essa sfida i più decisi argomenti, e sembra cavarne forza, invece di affievolirsi: se essa non fosse che il portato del ragionamento, questo, una volta confutato, le fondamenta della convinzione sarebbero scosse; ma quando una opinione non ha altra base che il sentimento, quanto più essa esce malconcia da una discussione, e tanto più gli uomini che la professano si persuadono ch’essa deve basare sopra ragioni che son rimaste fuori di combattimento. Finchè il sentimento sussiste non patisce mai difetto di teorie, ed ha bentosto rinchiusa la breccia dei suoi trinceramenti. Ora i nostri sentimenti sull’ineguaglianza dei sessi sono per molte cause i più sentiti ed i più radicati di quanti circondano e proteggono i costumi e le istituzioni del passato. Non è dunque meraviglia ch’essi siano i più fermi di tutti, e che abbiano resistito meglio di tutti alla grande rivoluzione intellettuale e sociale del tempo moderno, nè deve credersi per questo che le istituzioni più lungamente rispettate siano meno barbare di quelle che si sono distrutte.

Gli è pur sempre un arduo compito quello d’attaccare una opinione press’a poco universale. Senza una straordinaria fortuna, od un talento eccezionale, non si giunge neppure a farsi ascoltare; e si fatica di più a trovar per una tal causa un tribunale di quel che penerebbe un’altra a farsi giudicare favorevolmente. Che se si giunge a farsi ascoltare, non è che a patto di subire condizioni inaudite.

Dovunque, la fatica del provare incombe a quello che afferma. Quando un individuo è accusato d’omicidio, tocca all’accusatore fornire le prove della colpabilità dell’accusato, non mai deve questo fornire le prove della sua innocenza. In una polemica sulla realtà d’un fatto storico, che interessa mediocremente i sentimenti della maggior parte degli uomini, la guerra di Troja per esempio, coloro che sostengono la realtà dell’avvenimento, sono in obbligo di produrre le loro prove ai loro avversari, e questi non sono che tenuti a dimostrare la nullità dei documenti allegati. Nelle questioni di ordine amministrativo, è ammesso che il peso delle prove dev’essere sopportato dagli avversari della libertà, dai partigiani delle misure restrittive o proibitive. Sia che si tratti di recare una restrizione alla libertà, ovvero di colpire d’incapacità, o di una ineguaglianza di diritti, una persona od una classe di persone: la presunzione: è a priori in favore della libertà e della eguaglianza: le sole restrizioni legittime sono quelle invocate dal bene comune; la legge non deve fare eccezioni, essa deve a tutti egual trattamento, a meno che gravi ragioni di giustizia o di politica non consiglino qualche disparità fra persona e persona. Tuttavia, coloro che sostengono l’opinione ch’io difendo qui, non sono tenuti a contenersi dietro queste norme. Quanto agli altri che pretendono che l’uomo ha diritto al comando e che la donna è naturalmente soggetta all’obbligo d’obbedire; che l’uomo ha per esercitare il potere, qualità che la donna non possiede, io sciuperei il mio tempo a dir loro ch’essi sono in obbligo di provare la loro affermazione sotto pena di vedersela rigettare. A nulla mi gioverebbe dimostrar loro che rifiutando alle donne la libertà ed i diritti di cui gli uomini debbono fruire, si rendono doppiamente sospetti e di attentare alla libertà e di parteggiare per l’ineguaglianza, e che conseguentemente fornir debbono le prove palpabili della loro opinione o subire la condanna. In ogni altro dibattimento la cosa sarebbe così; ma in questo è tutt’altra. S’io voglio fare qualche impressione, io debbo, non solo rispondere a tutto ciò che han potuto dire tutti quelli che han sostenuto la tesi contraria, ma benanco imaginare e ribattere tutto quel che potrebbero dire, trovare per essi delle ragioni da distruggere, e poi quando tutti i loro argomenti sono demoliti, io non ho finito; mi si intima di provare la mia tesi con prove positive inconfutabili. Più ancora; quando io avessi consumato il mio compito, e schierato di fronte ai miei avversari un esercito d’argomenti perentori; quando avessi disteso a terra fino all’ultimo dei loro argomenti, ancora si stimerebbe non aver io fatto nulla, poichè una causa che si appoggia per un lato sull’uso universale e per l’altro sopra sentimenti d’una eccezionale vigoria, avrà in suo favore una presunzione molto superiore alla specie di convinzione, che un appello alla ragione può produrre nelle intelligenze, le più alte eccettuate.

Se io ricordo queste difficoltà, non è già per lagnarmene, il che non mi gioverebbe punto; esse si ergono sul sentiero di tutti coloro che attaccano dei sentimenti e delle consuetudini in nome della ragione. La maggior parte degli uomini ha d’uopo di coltivare lo spirito meglio di quel che si sia fatto fin qui, perchè si possa chieder loro di riportarsene alla loro ragione, e di abbandonare certe norme succhiate col latte, sulle quali riposa buona parte dell’ordine attuale del mondo, all’intimazione del primo ragionamento al quale non potessero resistere colla logica. Io non li biasimo di non avere sufficiente fiducia nella ragione, bensì li rimprovero di averne troppa nel costume e nel sentimento generale. È uno dei pregiudizi che caratterizzano la reazione del decimonono secolo contro il diciottesimo, quello d’accordare agli elementi non razionali della natura umana, l’infallibilità che il diciottesimo attribuiva, dicesi, agli elementi razionali. In luogo dell’apoteosi della ragione, noi facciamo quella dell’istinto: e chiamiamo istinto, tutto ciò che non possiamo stabilire sopra una base razionale. Questa idolatria, infinitamente più triste dell’altra, appoggio di tutte le superstizioni del nostro tempo e di tutte la più pericolosa, sussisterà, fino a che una sana psicologia non l’avrà rovesciata, mostrando la origine vera della maggior parte dei sentimenti che noi riveriamo sotto il nome di intendimenti della natura e disposizioni di Dio. In quanto però a ciò che concerne la questione presente, io voglio anche accettare le condizioni sfavorevoli, che il pregiudizio mi impone. Io consento che il comune sentimento e la consuetudine generale sieno reputati come ragioni senza replica, purchè io non dimostri che, in questa materia, la consuetudine ed il sentimento, hanno in ogni tempo, cavato la loro esistenza, non già dalla loro legittimità, ma da cause diverse, e che sono il portato non già della miglior parte dell’uomo, ma della peggiore. Io subirò condanna, se non provo che il mio giudice fu comprato. Le mie concessioni non sono tanto importanti quanto lo sembrano. Questa dimostrazione è la parte più leggiera del mio campito.

Quando un costume è generale, v’hanno spesso forti presunzioni per credere ch’esso mira, od almeno tendeva dapprima, a lodevole fine. Tali sono gli usi che furono in prima adottati, e quindi conservati, come mezzi sicuri di raggiungere fini lodevoli, e risultati incontesi dall’esperienza. Se l’autorità dell’uomo nel suo primo stabilirsi fu il risultato di un paragone coscenzioso dei diversi mezzi di costituire la società; se fu dopo l’esperimento di diversi modi di organizzazione sociale, quali, il governo dell’uomo per fatto della donna, l’eguaglianza dei sessi, oppure, una tale o tal’altra forma mista che si abbia potuto immaginare, se soltanto dopo, fu deciso, sul testimonio dell’esperienza, che la forma di governo che più sicuramente conduce al benessere i due sessi, è quello che assoggetta assolutamente la donna all’uomo, che non le lascia parte alcuna nei pubblici affari e la costringe nella vita privata, in nome della legge, ad obbedire l’uomo al quale ha unito i suoi destini: se, ripeto, le cose procedettero in questi termini, allora bisognerà vedere nella generale adozione di questa forma di società la prova che all’epoca in cui fu attuata, essa era la migliore; benchè si potrebbe anche obiettare, che, le considerazioni che militarono allora in suo favore, han cessato di esistere al pari di tanti altri fatti sociali primitivi, della più alta importanza. Ora, le cose han proceduto in modo affatto contrario. In prima l’opinione che subordina un sesso all’altro, non si basa che sopra teorie; non si è giammai esperimentato un altro sistema, e non si può pretendere che l’esperienza, che si riguarda comunemente come l’antitesi della teoria, abbia qui pronunciato. Arrogesi che, l’adozione del regime della disuguaglianza non è stata mai il risultato della deliberazione, del libero pensiero, d’una teoria sociale, o d’una cognizione qualunque dei mezzi d’assicurare il benessere umano e di stabilire nella società il buon ordine. Questo regime non ha altra origine che dall’essersi la donna trovata in balìa dell’uomo, fin dai primi giorni della umana società, avendo questo, interesse di possederla e non potendo ella resistergli per l’inferiorità della sua forza muscolare. Le leggi ed i sistemi sociali cominciano sempre dal riconoscere i rapporti già esistenti fra le persone. Ciò che non era dapprima che un fatto brutale, divenne un diritto legale, guarentito dalla società, appoggiato e protetto dalle forze sociali, sostituitesi alle contese senza ordine e senza freno della forza fisica. Gli individui che erano prima costretti ad obbedire per forza, dovettero poscia obbedire in nome della legge. La schiavitù che non era dapprincipio che una questione di forza fra il padrone e lo schiavo, divenne così una istituzione legale: gli schiavi furono compresi nel patto sociale per il quale i padroni si impegnavano a guarentirsi e proteggersi reciprocamente la loro proprietà colla loro forza collettiva. Nei primi tempi storici la grande maggioranza del sesso maschile era schiava come la totalità del sesso femminile. Molti secoli trascorsero, e secoli illustrati da una brillante coltura intellettuale, prima che dei pensatori avessero l’audacia di contestare la legittimità o l’assoluta necessità dell’una o dell’altra delle due schiavitù. Finalmente questi pensatori comparvero, e coll’aiuto del progresso generale della società, la schiavitù del sesso maschile finì per essere abolita presso tutte le nazioni cristiane d’Europa (esisteva ancora or fanno appena cinque o sei anni, presso l’una di esse), e la schiavitù della donna si modificava, poco a poco, in una subordinazione temperata. Ma questa subordinazione tal quale sussiste oggidì, non è una istituzione adottata, dietro matura deliberazione, per considerazioni di giustizia o di sociale utilità; è lo stato primitivo di schiavitù, che si perpetua attraverso una serie di addolcimenti e di modificazioni dovute agli stessi fattori che hanno mano mano civilizzato le forme e subordinato le azioni degli uomini al controllo della giustizia ed all’influenza di idee umanitarie; la brutale impronta della sua origine non è scancellata. Non v’è dunque nessuna presunzione da cavare, dall’esistenza di questo regime, in favore della sua legittimità. Tutto quanto se ne può dire si è ch’esso è durato fino ad oggi, mentre altre istituzioni escite al par di esso dalla stessa sozza sorgente, sono scomparse; ed in fondo, è appunto questo che dà una strana fisonomia all’affermazione che la disparità di diritti fra l’uomo e la donna non ha altra origine che la legge del più forte.

Se questa proposizione sembra paradossale, lo si deve fino ad un certo punto al progresso della civiltà ed al miglioramento dei sentimenti morali dell’umanità. Noi viviamo, o per lo meno una o due delle nazioni più avanzate del mondo, vivono in uno stato nel quale la legge del più forte sembra totalmente abolita, nè sembra più servire di norma agli affari degli uomini; nessuno l’invoca, e nella maggior parte delle relazioni sociali, niuno ha diritto d’applicarla; se qualcuno lo fa, egli s’adopra, per riescire, a coprirsi con qualche pretesto d’interesse sociale. Tale è lo stato apparente delle cose, e si si lusinga che il regno brutale della forza è finito; e si finisce per credere che la legge del più forte non può essere l’origine delle cose che continuano a farsi oggidì; che le attuali istituzioni, comunque esser possano le origini loro, non si sono conservate fino a quest’epoca di civiltà avanzata, se non perchè si sentiva con tutta ragione ch’esse convenivano perfettamente alla umana natura, e servivano al bene generale. Non può farsi idea della vitalità delle istituzioni che pongono il diritto a lato alla forza; non si può imaginare con quale tenacità vi si aderisce; non si pon mente alla forza, colla quale e i buoni ed i cattivi sentimenti di quelli che tengono il potere, si uniscono per ritenerlo; non si si figura la lentezza colla quale le cattive istituzioni si cancellano, l’una dopo l’altra, principiando dalle più deboli, da quelle che sono meno intimamente intrecciate alle quotidiane abitudini della vita; si dimentica che quelli che esercitano un potere legale, perchè avevano dapprima avuto la forza fisica per loro, l’hanno di rado perduto prima che la forza fisica sia passata nelle mani dei loro avversarii; e non si pensa che la forza fisica non è dal lato della donna. Si tenga conto, eziandio, di tutto quel che vi ha di speciale e di caratteristico nell’argomento che ci occupa e si capirà facilmente che questo frammento del sistema del diritto fondato sulla forza, benchè abbia perduto le sue forme più atroci, e si sia addolcito lunga pezza avanti agli altri, sia tuttavia l’ultimo a scomparire, e che questo vestigio dell’antico stato sociale sopravviva fra generazioni che non ammettono che istituzioni basate sulla giustizia. È un fatto unico che sconcerta l’armonia delle leggi e dei costumi moderni; ma dacchè essa non mette in mostra la sua origine e che non è discussa a fondo, essa non ci sembra una smentita data alla moderna civiltà, più che non la domestica schiavitù dei Greci, impedisse loro di credersi un popolo libero.

Infatti, la generazione attuale, come le due o tre ultime generazioni, ha perduto ogni idea vera, della primitiva condizione dell’umanità; pochi soltanto che hanno studiato accuratamente la storia, o visitato le parti del mondo occupate dagli ultimi rappresentanti dei secoli passati, sono in grado di figurarsi ciò che era allora la società. Non si sa che la forza regnava senza freno, che la si esercitava pubblicamente, apertamente; non dirò con cinismo e senza pudore, poichè sarebbe supporre, che si potesse annettere a questo esercizio qualche idea vergognosa, mentre una simile idea non poteva in quell’epoca entrare nei pensamenti di niuno, che non fosse un filosofo od un santo. La storia ci dà una triste esperienza della specie umana, informandoci della rigorosa proporzione che regolava i riguardi per la vita, i beni e la felicità di una classe, col potere ch’ella aveva di difendersi. Noi vi leggiamo che la resistenza all’autorità armata, per quanto atroce fosse la provocazione, aveva contr’essa non solo la legge del più forte, ma tutte le altre leggi e tutte le idee dei doveri sociali. Coloro che resistevano, erano pell’opinione pubblica, non solo colpevoli di un delitto, ma del peggiore dei delitti, e meritavano il castigo più crudele che fosse in potere delli uomini d’infliggere. La prima volta che un superiore provò una velleità di sentimento d’obbligazione verso l’inferiore, fu quando per ragioni interessate, si trovò condotto a fargli delle promesse. Malgrado i solenni giuramenti che le appoggiavano, queste promesse non impedivano quelli che le avevano fatte, di rispondere alla più leggiera provocazione, o di cedere alla più debole tentazione, revocandole, o violandole. È tuttavia probabile che queste violazioni non si compissero senza che il colpevole sentisse dei rimorsi di coscienza, se la sua moralità non era di infima lega. Le antiche repubbliche riposavano, per la massima parte, sopra un contratto reciproco, esse formavano almeno, una associazione di persone, fra le quali non v’era gran disparità di forza; infatti son desse che ci presentano il primo esempio di relazioni umane raccoltesi sotto altro impero che quello della forza. La legge primitiva della forza, regolava solo i rapporti del padrone e dello schiavo; ed eccettuati i casi previsti da date convenzioni, quelli della repubblica coi suoi sudditi, o cogli altri stati indipendenti. Tuttavia era pur d’uopo che la legge primitiva fosse bandita da questo, benchè minimo angolo, perchè la umana rigenerazione cominciasse col surgere di sentimenti di cui l’esperienza mostrò ben presto l’immenso valore al punto di vista medesimo degl’interessi materiali, e che, da quel punto, non ebbero più che a svilupparsi. Gli schiavi non facevano parte della repubblica, eppur tuttavia fu negli stati liberi che per la prima volta si riconobbe agli schiavi qualche diritto, in qualità d’esseri umani. Gli stoici furono i primi, salvo forse i giudei, ad insegnare che i padroni avevano obblighi morali verso i loro schiavi. Dopo la diffusione del cristianesimo, niuno rimase estraneo a questa credenza, e dopo lo stabilimento della Chiesa cattolica, dessa non patì mai difetto di difensori. Tuttavia il còmpito più arduo del cristianesimo fu quello d’imporla, poichè la Chiesa lottò più di mille anni senza giungere ad un esito assai concludente. Non era già il potere sugli spiriti che le mancava; essa l’aveva ed immenso; ella chiamava i re ed i nobili a spogliarsi dei loro più vasti dominii per arricchirla: ella spingeva migliaia d’uomini sul fior degli anni, a rinunciare a tutti i beni del mondo per seppellirsi in conventi, a cercarvi la salute colla povertà, col digiuno, colla preghiera; ella spediva centinaia di migliaia d’uomini oltre la terra ed i mari, l’Europa e l’Asia, a sagrificarvi la vita per la liberazione del Santo Sepolcro; ella costringeva i re ad abbandonare donne, delle quali erano appassionatamente invaghiti, senza fare altro sforzo che dichiararli parenti in settimo grado, e dietro i calcoli della legge inglese, in quattordicesimo. La Chiesa ha potuto far tutto questo, ma non ha però potuto impedire ai nobili di battersi, nè di esercitare ogni crudeltà sui loro servi, ed all’uopo sui borghesi: ella non poteva farli rinunciare nè all’una nè all’altra delle due applicazioni della forza, la militante e la trionfante. I potenti del mondo non furono condotti alla moderazione che il giorno nel quale a loro volta dovettero subire la costrizione di una forza superiore. Il potere crescente dei re potè solo por fine a questa lotta generale, riserbandola ai re ed ai competitori delle corone. L’incremento di una borghesia ricca ed intrepida che si difendeva nelle città fortificate e la comparsa di una fanteria plebea che mostrò sul campo di battaglia una potenza superiore a quella della cavalleria indisciplinata, poterono solo porre qualche confine all’insolente tirannia dei signori feudali. Questa tirannia durò ancora lunga pezza prima che gli oppressi fossero abbastanza forti da cavarne luminose vendette. Sul continente molte pratiche tiranniche continuarono fino alla rivoluzione francese; ma in Inghilterra, molto tempo prima, le classi democratiche, meglio organizzate che sul continente, vi misero fine, con leggi d’eguaglianza e con libere istituzioni.

Generalmente si ignora che nella maggior parte della storia, la legge della forza fu l’unica ed assoluta norma di condotta, rimanendo ogni altra, conseguenza speciale ed eccezionale di relazioni particolari. Si ignora che il tempo non è ancora remoto, in cui si è cominciato a credere che gli affari della società debbono essere regolati dietro le leggi morali; ma si ignora ancora più, che, e istituzioni e costumi non aventi altra base che la legge della forza, si conservano a delle epoche e sotto l’impero d’opinioni che non avrebbero mai tollerato il loro stabilimento. Gl’Inglesi potevano, non sono ancor quarant’anni, tenere in servitù esseri umani, venderli e comperarli; all’inizio di questo secolo, potevano ancora impadronirsene nel loro paese. Questo estremo abuso della forza, condannato da quelli che potevano soffrire quasi tutte le altre forme del potere arbitrario, e più suscettibile che qualunque altro di rivoltare i sentimenti di gente che non vi avevano personale interesse, era, e persone tutt’ora viventi se ne rammentano, consacrato dalla legge d’Inghilterra civilizzata e cristiana. In una metà dell’America Anglosassone, la schiavitù esisteva ancora or sono tre, o quattro anni, e per di più, vi si faceva generalmente il traffico e l’allevamento degli schiavi. E tuttavia, non solo i sentimenti ostili a questo abuso della forza erano più vivi, ma, in Inghilterra almeno, i sentimenti o gl’interessi che lo sostenevano erano più deboli che per ogni altro abuso, poichè se la conservazione della schiavitù, aveva per sè l’amor del guadagno, spudoratamente spiegato e senza maschera dalla piccola frazione della nazione che ne approfittava, per contro, i sentimenti naturali di quelli che non vi erano personalmente interessati rivelavano un orrore invincibile. Dopo questo mostruoso fra gli abusi, non fa d’uopo citarne alcun altro: badate però tuttavia alla lunga durata della monarchia assoluta. In Inghilterra è unanime la convinzione che il dispotismo militare non è che una forma della legge della forza, e non ha altro nome. Tuttavia fra le altre grandi nazioni d’Europa, esso esiste ancora, o cessa appena di esistere, e conserva un gran partito nella nazione, sopratutto nelle classi elevate. Tanta è la potenza di un sistema in vigore, quand’anche non è universale, quand’anche tutti i periodi storici, e sopratutto delle comunità più illustri e più prospere, presentano nobili e grandi esempi dell’opposto sistema. In un governo dispotico, colui che afferra il potere ed ha interesse ad esercitarlo, è solo, mentre i sudditi che subiscono la sua dominazione sono, alla lettera, tutto il resto della nazione. Il giogo è necessariamente e naturalmente una umiliazione per tutti, eccettuato per colui che occupa il trono, e tutt’al più per un altro che spera succedergli. Qual differenza fra questi poteri e quello dell’uomo sulla donna! Io non pregiudico la questione per sapere s’essa è giustificabile, io dimostro soltanto, che, quand’anche non lo fosse, esso non è nè può essere più solido di tutti gli altri generi di dominazione che si sono perpetuati fino a questi giorni. Qualunque sia la soddisfazione dell’orgoglio nell’esercizio del potere, e qualunque ne sia l’interesse, questa soddisfazione e questo interesse non sono il privilegio di una classe, essi sono del sesso maschile tutto intero. In luogo d’essere per la massima parte dei suoi partigiani una cosa desiderabile in modo astratto, o come i fini politici, che i partiti tentano raggiungere attraverso le loro discussioni, di mediocre importanza per l’interesse privato di tutti, i minori eccettuati; questo potere ha la sua radice nel cuore di ogni individuo maschio, capo di famiglia, e di tutti quelli che si vedono in futuro investiti di questa dignità. Il rustico esercita, o può esercitare la sua parte di dominazione, al par del più eccelso personaggio. Gli è anzi per questi che il desiderio del potere è più intenso, perchè colui che desidera il potere, vuol sopratutto esercitarlo sopra quelli che lo circondano, coi quali passa la sua vita, ai quali è unito per interessi comuni, e che se fossero indipendenti dalla sua autorità potrebbero approfittarne per opporsi alle sue personali preferenze. Se nei citati esempi non si è rovesciato che con tanti sforzi e tanto tempo, dei poteri manifestamente basati sulla forza sola, e molto men puntellati, a più forte ragione il potere dell’uomo sulla donna, quand’anche non si basasse sopra fondamenti più solidi, dev’essere inespugnabile. Noi rifletteremo altresì che i possessori di questo potere sono assai meglio collocati che gli altri per impedire una ribellione. Qui il suddito vive sotto l’occhio e si può dire sotto la mano del padrone, in una unione assai più intima col padrone che non con qualunque altro compagno di servitù; non vi ha mezzo di complottare contro di lui, nessuna forza per vincerlo neppure sopra un punto solo, e d’altra parte egli ha le più forti ragioni per procurarsene il favore ed evitare di offenderlo. Nelle lotte politiche per la libertà, chi non ha visto i suoi propri partigiani dispersi dalla corruzione e dal terrore? Nella questione delle donne tutti i membri della classe in servitù, sono nello stato cronico di corruzione e di intimidazione combinate. Quando essi inalberino la bandiera della rivolta, la maggior parte dei capi, e sopratutto la maggioranza dei semplici combattenti, debbono fare sagrificio pressochè completo dei piaceri e delle dolcezze della vita. Se un sistema di privilegio e di servitù forzata, ha mai ribadito il giogo sul collo che fa piegare, è questo. Io non ho per anco dimostrato che questo sistema è cattivo: ma chiunque è capace di riflettere sopra questa questione deve vedere che anche cattivo, esso deve durare più che qualsiasi altra forma ingiusta d’autorità: che in un’epoca nella quale le più grossolane esistono ancora presso parecchie nazioni civilizzate, e non furono che da poco tempo distrutte presso altre, sarebbe strano che la più radicata di tutte avesse toccato in qualche punto delle breccie importanti. V’è ben più presto da stupire ch’essa abbia sollevato proteste sì numerosi e sì forti.

Si obbietterà che non è esatto il paragone fra il governo del sesso maschile e le forme d’ingiusta dominazione che abbiamo ricordate, perchè queste sono arbitrarie, mentre quella è naturale. Ma qual dominazione sembra mai contro natura a coloro che la posseggono? Fu un tempo in cui gli spiriti avanzati riguardavano, come naturali, la divisione della specie umana in due parti, una piccola composta di padroni, una numerosa composta di schiavi, e vi vedevano lo stato naturale della razza. Aristotile egli stesso, questo genio che tanto fece pel progresso del pensiero, Aristotile sostenne questa opinione! Egli non ebbe incertezza, non esitò punto; egli la dedusse dalle stesse premesse dalle quali si deduce ordinariamente che la dominazione dell’uomo sulla donna è naturale. Egli opinava che vi erano nell’umanità, uomini di diversa natura, gli uni liberi, gli altri schiavi; che i Greci erano di natura libera, e le razze barbare, i Traci, e gli Asiatici di natura schiava. Eppoi, a che risalire ad Aristotile? Forse che negli Stati Unionisti del Sud, i proprietari di schiavi, non sostenevano la stessa dottrina con tutto il fanatismo che gli uomini impiegano a difendere le loro passioni e legittimare i loro interessi? Non hanno essi chiamato in testimonio il cielo e la terra che la dominazione dell’uomo bianco sul nero è naturale, che la razza nera è naturalmente incapace della libertà e nata per la schiavitù? Taluni non giunsero fino a dire che la libertà dell’uomo che lavora colle sue mani è dovunque contraria all’ordine naturale delle cose? I teorici della monarchia assoluta non hanno essi sempre affermato ch’essa era la sola forma naturale di governo, ch’essa derivava dalla forma patriarcale, tipo primitivo e spontaneo della società, che essa era modellata sull’autorità paterna, forma d’autorità anteriore alla società stessa, e secondo essi la più naturale di tutte? Più ancora, la legge della forza è sempre sembrata, a quelli che non ne avevano un’altra da invocare, il fondamento più naturale dell’autorità. Le razze conquistatrici pretendono che è forma propria della natura che le razze vinte obbediscano alle vincitrici o, per eufemismo, che la razza più debole e la meno guerriera debba obbedire alla più gagliarda e bellicosa. Non è d’uopo conoscere a fondo la vita del Medio Evo per sapere fino a qual punto la nobiltà feudale trovava naturale la sua dominazione sugli uomini plebei, e poco naturale l’idea che una persona di classe inferiore fosse posta sul piede d’eguaglianza con essa, o peggio, esercitasse autorità sopra di lei. La classe subordinata non la pensava altrimenti. I servi emancipati ed i borghesi nel bel mezzo delle lotte più accanite, non hanno mai spinto le loro pretese fino a dividere l’autorità; essi chiedevano unicamente che si riconoscesse qualche limite al potere di tiranneggiarli. Tanto è vero che la frase contro natura vuol dire contro il costume, e niente altro, e che tutto quel che è abituale sembra naturale. La subordinazione della donna all’uomo è un costume universale, una derogazione a questo costume appare dunque affatto naturalmente contro natura. Ma l’esperienza dimostra fin a qual punto il sentimento, qui, dipenda dal costume. Nulla più meraviglia gli abitanti più remoti del globo, quando odono parlare dell’Inghilterra per la prima volta, quanto il sapere che questo paese ha alla sua testa una regina. La cosa sembra loro così contro natura che la stimano incredibile. Gli Inglesi non la reputano per nulla affatto fuor di natura perchè vi sono avvezzi, ma troverebbero fuor di natura che le donne fossero soldati o membri dei parlamento. Nei tempi feudali, al contrario, non si trovava contro natura che le donne facessero la guerra e dirigessero la politica, perchè i casi non ne erano infrequenti. Si credeva naturale che le donne delle classi privilegiate fossero di tempra virile, ch’esse non la cedessero in nulla ai loro padri e mariti, se non era in forza fisica. I Greci non reputavano l’indipendenza delle donne così contraria a natura quanto gli altri popoli antichi, a cagione della favola delle Amazzoni, che credevano storica, e dell’esempio delle donne di Sparta che, sebbene subordinate per legge quanto quelle di tutti gli altri stati della Grecia, erano più libere di fatto, e praticavano gli stessi esercizi ginnastici degli uomini e provavano di non essere sfornite delle qualità che fanno il guerriero. Non v’ha dubbio che l’esempio di Sparta non abbia ispirato a Platone fra l’altre idee anche quella dell’eguaglianza politica e sociale dei sessi.

Se non che, si obietterà che la dominazione dell’uomo sulla donna differisce da tutti li altri generi di dominazione in questo che non impiega la forza: essa è volontariamente accettata; le donne non se ne lagnano e vi si sottomettono di pieno loro consentimento. In prima un gran numero di donne non l’accetta. Dacchè si son viste donne capaci di far conoscere i loro sentimenti cogli scritti, questo solo mezzo di pubblicità che la società loro concede, ve n’ebbe sempre, e ve n’ha ogni giorno di più, per protestare contro la loro attuale condizione sociale. Recentemente, parecchie migliaia di donne, principiando dalle più distinte, hanno diretto al parlamento delle petizioni per ottenere il diritto di suffragio nelle elezioni parlamentari. I reclami delle donne che chiedono una educazione solida ed estesa come quella degli uomini si fanno ogni dì più calzanti, ed il loro successo pare dover essere sicuro. D’altro lato le donne insistono per essere ammesse alle professioni ed alle funzioni che furono loro fino ad oggi negate. Senza, dubbio in Inghilterra, come negli Stati Uniti, non esistono convenzioni periodiche, nè v’è un partito organizzato per far propaganda in favore dei diritti delle donne, ma v’è una società composta di membri numerosi ed attivi organizzata e diretta dalle donne per uno scopo meno radicale, cioè di ottenere il diritto di suffragio. Non è soltanto in Inghilterra ed in America che le donne cominciano a protestare, alleandosi più o meno contro le incapacità che le colpiscono. La Francia, l’Italia, la Svizzera e la Russia ci offrono lo spettacolo di un egual movimento. Chi può contare quante donne nutrono in silenzio le stesse aspirazioni? Vi sono molte ragioni per presumere che queste sarebbero ancora assai più numerose, se non si addestrassero così bene a reprimere queste aspirazioni come contrarie alla parte assegnata al loro sesso. Ricordiamoci che gli schiavi non han mai cercato a tutta prima la loro completa libertà. Quando Simone di Montfort chiamò i deputati dei comuni a sedere per la prima volta in Parlamento, ve n’ebbe forse uno solo che imaginasse di chiedere che un’Assemblea elettiva potesse fare e disfare i ministeri e dettare al re la sua condotta negli affari di Stato? Questa pretesa non entrò mai nei sogni dei più ambiziosi di loro. La nobiltà l’aveva già; ma i comuni non manifestavano altro desiderio che di sottrarsi alle imposte arbitrarie ed alla oppressione brutale degli ufficiali reali. È una legge politica naturale che quelli che subiscono un potere d’origine antica non cominciano mai a lagnarsi del potere in sè stesso, ma solo del modo oppressivo col quale viene esercitato. Vi furono sempre delle donne che si lagnarono dei cattivi procedimenti dei loro mariti; e ve ne sarebbero state ancora molto di più, se la querela non fosse sempre stata la più grave provocazione che si attirava senza fallo un raddoppiamento di mali trattamenti. Non si può in pari tempo mantenere il potere del marito e proteggere la donna contro i suoi abusi; tutti gli sforzi sono inutili; ecco ciò che la rovina. Non v’ha che la donna che, i figli eccettuati, dopo aver provato che ha sofferto un’ingiustizia, sia ricollocata sotto la mano del colpevole. Per cui le donne non osano anche dopo i trattamenti i più odiosi e prolungati, prevalersi di leggi fatte per proteggerle, e se nell’eccesso della loro indignazione, o cedendo a consigli, esse vi ricorrono, non tardano a far di tutto per non isvelare che il meno possibile le loro miserie, per intercedere in favore del loro tiranno, ed evitargli il castigo meritato.

Tutte le condizioni sociali e naturali concorrono a rendere press’a poco impossibile una ribellione generale delle donne contro l’autorità degli uomini. La loro posizione ne è ben diversa da quella delle altre classi di sudditi. I loro padroni ne esigono assai maggiore servitù. Gli uomini non s’appagano dell’obbedienza delle donne. Essi si arrogano un diritto anche sui loro sentimenti. Tutti, i più brutali eccettuati, vogliono avere nella donna che è loro strettamente unita, non una schiava sol-tanto, ma una favorita. Conseguentemente, essi nulla trascurano per educare il suo spirito al servilismo. I padroni d’altri schiavi, contano sul timore che ispirano essi stessi, o che ispira la religione, per assicurarsi la loro obbedienza. I padroni delle donne vogliono più dell’obbedienza, per cui han rivolto a profitto dei loro disegni tutte le forze dell’educazione. Tutte le donne si allevano dall’infanzia nella credenza che l’ideale del loro carattere è l’antitesi di quello dell’uomo: esse sono educate a non volere da sè medesime, a non condursi dietro la volontà loro, ma a sottomettersi e cedere all’altrui. Ci si dice, in nome della morale che il dovere della donna è di vivere per gli altri, ed in nome del sentimento che la natura lo vuole: s’intende ch’ella faccia abnegazione completa di sè stessa, ch’ella non viva che dei suoi affetti, cioè dei soli affetti che le si permettono dall’uomo al quale è unita, o dai figli che costituiscono fra lei e l’uomo un vincolo novello ed irrevocabile. Che se noi poniamo mente dapprima alla spontanea attrazione che avvicina i due sessi, e poscia alla totale sottomissione della donna all’autorità del marito, dalla grazia del quale ella tutto aspetta, piaceri ed onori, e finalmente alla impossibilità nella quale si trova di cercare e di ottenere l’obietto primario delle umani aspirazioni, l’estimazione, non che tutti gli altri beni sociali, altrimenti che pel tramite di lui, noi ci capacitiamo bentosto, che sarebbe d’uopo di un miracolo, perchè il desiderio di piacere all’uomo non divenisse nell’educazione e nella formazione del carattere della donna una specie di stella polare. Una volta possessori di questo poderoso mezzo d’influenza sullo spirito delle donne, gli uomini se ne sono serviti con un egoismo istintivo, come del mezzo supremo di tenerle soggette. Essi insegnano loro essere la debolezza, l’abnegazione, l’abdicazione di tutte le loro volontà nelle mani dell’uomo come l’essenza il segreto della seduzione femminile. È forse lecito dubitare, che le altre catene che l’umanità ha riescito a spezzare non sarebbero durate fino ai dì nostri se si avesse avuto altrettanta cura di piegarvi gli spiriti? Se si fosse dato per obiettivo all’ambizione di ogni giovinetto plebeo ottenere il favore di qualche patrizio, ad ogni giovine servo quello del suo signore; se divenire il servitore di un grande e dividere i suoi personali affetti ed i suoi onori fossero state le ricompense proposte al loro zelo, se i migliori ed i più ambiziosi avessero potuto aspirare alle più alte distinzioni e ricchi premi, e se una volta questi premi ottenuti, il servo ed il plebeo fossero stati separati da un muro di bronzo da tutti gli interessi che non si concentravano nella persona del padrone, da ogni sentimento, da ogni desiderio, che quelli non fossero che con esso lui dividevano, non vi sarebb’egli stata fra i signori ed i servi, fra i patrizi ed i plebei una distinzione tanto profonda quanto quella degli uomini e delle donne? Tutt’altri che un pensatore avrebbe creduto che questa distinzione fosse un fatto fondamentale ed inalterabile della natura umana.

Le precedenti considerazioni bastano a dimostrare che l’abitudine, per quanto universale, non può decidere per nulla in favore delle istituzioni che assoggettano le donne agli uomini politicamente e socialmente. Se non che io mi spingo più oltre, e pretendo che il corso della storia e le tendenze d’una società in progresso, non solo non arrecano nessuna presunzione in favore di questo sistema di disuguaglianza, ma creano anzi una fortissima presunzione contro di esso; sostengo che, se il cammino del perfezionamento delle istituzioni umane, e la corrente delle tendenze moderne, ci consentono di cavare un’induzione a questo proposito, è la scomparsa inevitabile di questo vestigio del passato che fa ai pugni coll’avvenire.

Infatti qual’è il carattere proprio del mondo moderno? Che cosa distingue le istituzioni, le idee sociali, la vita dei tempi moderni da quella dei tempi trascorsi? Gli è che l’uomo non nasce più nel posto ch’egli occuperà tutta la vita, ch’egli non vi è più incatenato da un vincolo indissolubile, ma ch’egli è libero d’impiegare le sue facoltà, e le circostanze favorevoli, che può incontrare, per formarsi il destino che gli sembra più desiderabile. La società umana era testè costituita sopra altri principii. Ciascuno nasceva in una posizione sociale fissa, ed il maggior numero vi era tenuto per legge, o si trovava privato del diritto di lavorare per sortirne. In quella guisa che l’uno nasce nero e l’altro bianco, l’uno nasceva schiavo, l’altro libero e cittadino, qualcuno nasceva patrizio ed altri plebeo, alcuni nascevano nobili e signori di feudi, altri ignobili e servi. Uno schiavo, un servo, non poteva farsi libero da sè stesso, non poteva divenirlo che per la volontà del padrone. Nella maggior parte delle contrade europee, gl’ignobili non poterono esser capaci di nobilitarsi che sulla fine del Medio Evo ed in seguito all’incremento della regia potenza. Fra i nobili stessi, il primogenito solo era l’erede dei domini paterni e molto tempo trascorse prima che si riconoscesse al padre il diritto di diseredarlo. Nelle classi industriali gl’individui ch’erano nati membri di una corporazione, o che vi erano stati ammessi dai suoi membri potevano, soli, esercitare la loro professione nei limiti imposti alla corporazione, e niuno poteva esercitare una professione, stimata importante, se non nei modi fissati dalla legge; dei manufatturieri furono condannati alla gogna, dietro legale processo, per aver avuto la presunzione di fare i loro affari con metodi perfezionati. Nell’Europa moderna e sopratutto nelle contrade che hanno più progredito, regnano oggi i principii più opposti a queste antiche dottrine. La legge non determina da chi sarà o non sarà condotta una operazione industriale, nè quali procedimenti saranno legali. L’individuo è libero ed arbitro della sua scelta. In Inghilterra si è persino riferito sulle leggi che obbligavano gli artefici a fare un tirocinio; si è convinti, che, in tutte le professioni per le quali è indispensabile un tirocinio, la sua necessità basterà per imporlo. L’antica teoria voleva che si lasciasse il meno possibile all’arbitrio dell’individuo, che tutte le sue azioni fossero possibilmente dirette da un senno superiore, si credeva che lasciato a sè stesso l’individuo volgerebbe al male. Nella moderna teoria, frutto di mille anni d’esperienza, si afferma che laddove l’individuo è solo direttamente interessato, non si cammina mai tanto bene, come lasciandolo a sè stesso, e che l’intervento dell’autorità, altrimenti che per proteggere i diritti altrui, è pernicioso. Si durò lunga pezza prima di venire a questa conclusione, non si è adottata se non quando tutte le applicazioni dell’opposta dottrina ebbero prodotti in copia i loro disastrosi effetti, ma essa prevale oggi finalmente in quasi tutti i paesi avanzati, e quasi dappertutto, per lo meno per quanto concerne l’industria presso le nazioni che hanno la pretesa di progredire. Questo non vuol già dire che tutti i procedimenti siano egualmente buoni, e che tutte le persone siano egualmente idonee a tutto, ma si ammette oggidì, che la libertà che gode ciascun individuo di scegliere da sè, è il mezzo più sicuro di far adottare i metodi migliori e di porre ciascun lavoro nelle mani del più capace. Nessuno crederebbe utile una legge che prescrivesse ai fabbro ferrai d’aver braccia gagliarde. La libertà e la concorrenza bastano, perchè uomini provvisti di braccia gagliarde si trovino per fare dei fabbro ferrai, perchè gli uomini che hanno braccia meno robuste possono guadagnare di più impegnandosi in altre funzioni per le quali sono più atti. Gli è in nome di questa dottrina che si nega all’autorità il diritto di decidere anticipatamente, in base a qualche vaga presunzione, che certi individui non sono atti a certe cose; vi si scorge un abuso di potere. È perfettamente ammesso oggidì che, quand’anche questa presunzione esistesse, essa non sarebbe infallibile. Fosse pur anco fondata sulla generalità dei casi (che potrebbe anche non essere) rimarrebbe sempre un numero di casi pei quali essa non istarebbe, ed allora vi sarebbe ingiustizia pei privati e nocumento per la società ad innalzare barriere che vietano a taluni individui di cavare dalle loro facoltà tutto il meglio che possono pel profitto proprio e per l’altrui. D’altro lato, se l’incapacità è reale, i motivi comuni che reggono la condotta degli uomini basta, in ultima analisi, ad impedire l’incapace di tentare o di persistere nel suo tentativo.

Se questo principio generale di scienza sociale ed economica non è vero; se gl’individui aiutati dall’opinione di quelli che li conoscono non sono giudici migliori della propria vocazione che non le leggi ed i governi; il mondo non porrebbe tempo in mezzo a rinunciarvi per ritornare al vecchio sistema di reggimento e di incapacità. Ma se il principio è vero, dobbiamo adoperare come credendovi, e non decretare che il fatto d’esser nato femmina, piuttosto che maschio, debba decidere della sorte di un individuo per tutta la di lui vita, più che non il fatto d’esser nato nero piuttosto che bianco, o plebeo piuttosto che nobile. Il caso affatto fortuito della nascita non deve escludere alcuno da tutte le posizioni sociali elevate, nè da alcuna rispettabile gestione. Quand’anche ammettessimo che gli uomini siano più atti alle funzioni che sono loro riserbate oggidì, noi potremmo invocare l’argomento che vieta di fare delle categorie d’eligibilità pei membri del Parlamento. Quando la condizione d’eligibilità escludesse, solamente ad ogni dodici anni, un soggetto capace di ben disimpegnare la funzione di deputato, vi sarebbe un danno effettivo, mentre non vi sarebbe, per converso, nessun guadagno dall’esclusione di mille incapaci; se il corpo elettorale è costituito così da permettere la scelta di soggetti incapaci, vi sarà sempre abbondanza di simili candidati. Per tutte le funzioni importanti e difficili il numero dei soggetti capaci di disimpegnarle sarà sempre più scarso del bisogno, quand’anche si lasciasse alla scelta la massima latitudine; ogni restrizione alla libertà della scelta priva la società di qualche probabilità di scegliere un individuo competente che la serva a dovere, senza preservarla dalla scelta di un incompetente.

Oggi nei paesi più avanzati l’incapacità delle donne è l’unico esempio, uno eccettuato, in cui le leggi colpiscono un individuo dalla sua nascita e decretano ch’egli non sarà mai tutta la sua vita durante, autorizzato a concorrere a date posizioni. La sola eccezione è la dignità reale. Vi sono ancora persone che nascono pel trono; niuno può salirvi, a meno di essere della famiglia regnante, ed in questa stessa famiglia, niuno può arrivarvi che per le norme della successione ereditaria. Tutte le altre dignità, tutti gli altri vantaggi sociali sono aperte al sesso maschile tutto intero; parecchi non possono, è vero, essere conseguiti che colle ricchezze, ma tutti hanno diritto di conquistare la ricchezza; e molti arrivati dalle più umili classi la conseguono. La pluralità incontra, è vero delle difficoltà che non possono superarsi che coll’aiuto di propizi accidenti, ma nessun individuo maschio è colpito da legale interdizione; niuna legge, nessuna opinione aggiunge agli ostacoli naturali, un ostacolo artificiale. La sovranità è, come dissi, la sola eccezione, ma ognuno vede che questa eccezione è la sola anomalia del mondo moderno, ch’essa è opposta ai suoi costumi ed ai suoi principi, e non si giustifica che con motivi di straordinaria utilità, che esistono realmente, benchè non tutte le nazioni, nè tutti gl’individui convengano nell’apprezzarli. Se in questa unica eccezione vediamo una suprema funzione sociale sottratta alla competenza e riserbata alla nascita per ragioni maggiori, tutte le nazioni non lasciano però di aderire in fondo al principio ch’esse infrangono nominalmente. Infatti esse circondano questa alta funzione di condizioni evidentemente calcolate per impedire, al soggetto che ostensibilmente la compie, di esercitarla realmente; mentre la persona che l’esercita realmente, il ministro responsabile, non l’acquista che per una competenza dalla quale nessun cittadino, giunto all’età matura, è escluso dall’aspirare. In conseguenza le incapacità, che colpiscono le donne pel solo fatto della loro nascita, sono l’unico esempio d’esclusione che s’incontra nella legislazione. In nessun altro caso, le alte funzioni sociali sono chiuse a qualcuno per una fatalità di nascita che niuno sforzo, e nessun cangiamento può vincere. Le incapacità religiose (che hanno d’altronde quasi cessato d’esistere ed in Inghilterra e sul continente) non chiudono irrevocabilmente una carriera; l’incapace diviene capace convertendosi ad altra confessione religiosa.

La subordinazione sociale delle donne sorge come un fatto isolato, in mezzo alle istituzioni sociali moderne; è una lacuna unica nel loro principio fondamentale; è il solo vestigio d’un vecchio mondo intellettuale e morale demolito dovunque, mal conservato in un punto solo, quello che presenta un interesse più universale. È come se una gigantesca pagoda, od un vasto tempio di Giove Olimpio surgesse al posto che occupa S. Paolo, servendo al culto quotidiano, mentre che intorno a lui le chiese cristiane non s’aprissero che nei giorni festivi. Questa dissonanza fra un fatto sociale unico e tutti gli altri fatti che lo circondano, e la smentita che questo fatto oppone al movimento progressivo, orgoglio del mondo moderno, che ha spazzato via una dopo l’altra tutte le istituzioni improntate dello stesso carattere d’ineguaglianza, dà seriamente da meditare ad un osservatore sulle tendenze dell’umanità. Di là scaturisce contro l’ineguaglianza dei sessi una presunzione prima facie assai più forte di quella che la consuetudine può creare in suo favore nelle presenti circostanze e che basterebbe, sola, a lasciar la questione indecisa, come la scelta fra la repubblica e la monarchia.

Il meno che si possa chiedere si è, che la questione non si consideri pregiudicata dal fatto esistente e dall’opinione regnante, ch’essa rimanga, al contrario, aperta, che la discussione se ne impadronisca e l’agiti sotto il doppio punto di vista della giustizia e della utilità; per questa, come per tutte le altre istituzioni sociali, la soluzione dovrebbe dipendere dai vantaggi che l’umanità, senza distinzione di sesso, potrebbe ritrarne dietro un apprezzamento illuminato. La discussione vuol essere seria; è d’uopo ch’essa vada al fondo e non si appaghi di vedute vaghe e generali. Per esempio non si deve ammettere in principio che l’esperienza ha pronunciato in favore del sistema vigente. L’esperienza non può aver deciso fra due sistemi mentre uno solo dei due fu messo in pratica. Si dice che l’eguaglianza dei sessi non si basa che sulla teoria, ma noi ci ricorderemo che l’idea contraria non ha altra base della teoria. Tutto quel che ci si potrà dire in suo favore in nome dell’esperienza si è, che l’umanità ha potuto vivere sotto questo regime ed acquistare il grado di sviluppo nel quale la vediamo oggi. Ma l’esperienza non dice che questa prosperità non si sarebbe realizzata più presto, o che non si sarebbe sorpassata oggidì se l’umanità non avesse vissuto sotto un altro regime. D’altro lato l’esperienza ci insegna che ciascun passo, nella via del progresso, fu invariabilmente accompagnato dall’elevazione di un grado nella posizione sociale delle donne; il che ha fatto prendere, agli storici ed ai filosofi, il grado d’elevazione, o d’abbassamento delle donne pel migliore e più sicuro criterio e pella più spedita e comoda misura della civiltà di un popolo e di un tempo. Durante tutto il periodo progressista la storia ci mostra la condizione delle donne che va grado grado accostandosi all’eguaglianza con quella dell’uomo. Ciò non prova che l’assimilazione debba procedere fino alla completa eguaglianza; ma fornisce certamente in favore di questa induzione una forte presunzione.

Non giova egualmente nulla il dire che la natura dei sessi li destina alla loro attuale posizione e ve li rende atti. In nome del senso comune, e basandomi sulla costituzione dello spirito umano, io nego che si possa sapere qual’è la natura dei due sessi fino a che si osserveranno nei rapporti reciproci nei quali si trovano oggidì. Se si fossero trovate delle società composte d’uomini senza donne, o di donne senza uomini, o d’uomini e di donne non posti fra loro in rapporti di sovranità e sudditanza, si potrebbe sapere qualche cosa di positivo sulle differenze morali ed intellettuali inerenti alla costituzione dei due sessi. Ciò che si chiama oggi la natura della donna è un prodotto eminentemente artificiale; è il risultato di una compressione forzata in un senso, e di uno stimolo fuor di natura in un altro. Si può arditamente affermare che il carattere dei sudditi non è mai stato così completamente deformato dai rapporti coi loro padroni nelle altre sorta di dipendenza; poichè se razze schiave, o popoli sottomessi dalla conquista furono sotto certi aspetti più energicamente compressi, tutte le loro tendenze che un giogo di ferro non ha schiacciate, se esse hanno avuto qualche agio di svilupparsi, hanno seguito una evoluzione naturale. Ma per le donne, si è sempre adoperato, a sviluppare date attitudini della loro natura, una coltura di serra calda, in vista degli interessi e dei piaceri dei loro padroni. Poscia, vedendo che certi prodotti delle loro forze vitali, germinano e si sviluppano rapidamente, in questa atmosfera riscaldata dove non si risparmia nessuna coltura, mentre altri arbusti della stessa radice, lasciati al di fuori in un’aria d’inverno, e circondati artatamente di ghiaccio, non producono niente e spariscono, gli uomini, coll’incapacità di riconoscere l’opera propria che caratterizza gli spiriti inetti all’analisi, si figurano senz’altro, che la pianta cresca spontaneamente in quella maniera colla quale la si fa crescere, e ch’essa morrebbe se non se ne tenesse la metà in un bagno a vapore e l’altra metà nella neve.

Fra tutte le difficoltà che si oppongono al progresso delle idee ed alla formazione di giusti criteri sulla vita e le sociali istituzioni la massima, è l’ignoranza inesprimibile e l’indifferenza generale sulle influenze che formano il carattere dell’uomo. Dacchè una parte della umanità è, o sembra essere in una data maniera, comunque sia questa maniera, si suppone ch’essa ha una naturale tendenza ad essere così, quand’anche la conoscenza la più elementare delle circostanze, nelle quali è stata situata, accenni chiaramente alle cause che l’hanno fatta quale la vediamo. Perchè un affittaiuolo irlandese arretrato nel pagamento dei suoi affitti non è assiduo al lavoro v’hanno taluni che opinano che gl’Irlandesi sono naturalmente indolenti. Perchè in Francia le costituzioni possono essere rovesciate quando le autorità costituite per farle rispettare rivolgono le armi contro di esse, vi son taluni che credono che i Francesi non sono fatti per un governo libero. Perchè i Greci ingannano i Turchi che saccheggiano i Greci senza pudore, v’è gente che stima essere i Turchi più leali dei Greci. Perchè si dice spesso che le donne in politica non pongono attenzione che ai personaggi, si suppone essere una disposizione naturale del loro spirito d’interessarsi meno degli uomini al bene generale. La storia meglio compresa oggi che altre volte c’insegna altrimenti: essa ci dimostra la estrema suscettibilità della natura umana a subire l’influenza delle cause esteriori e l’eccessiva mobilità di ciò stesso che presso di lei è tenuto per costante ed universale. Ma nella storia, come nei viaggi, gli uomini non vedono, d’ordinario, se non ciò di cui hanno già pieno lo spirito, e non vi si impara generalmente nulla, se prima di studiarvi non se ne sa già di molto. Ne risulta che su questa difficile questione di sapere quali sono le naturali differenze dei due sessi, sulla quale nel presente stato sociale, è impossibile d’acquisire conoscenza esatta e completa, quasi tutto il mondo dogmatizza senza ricorrere alla luce che può, sola, rischiarare l’argomento, lo studio analitico del capitolo più importante della psicologia: le leggi che reggono l’influenza delle circostanze sul carattere. Infatti, per quanto grandi ed incancellabili sembrino le intellettuali e morali differenze fra l’uomo e la donna, la prova che queste differenze sono naturali non può essere che negativa. Non si debbono considerare come naturali se non quelle che non possono in verun modo essere artificiali; il che ci apparirà quando si saranno sottratti tutti i particolari che nell’un sesso e nell’altro possono spiegarsi coll’educazione e le circostanze esteriori. È d’uopo possedere la più approfondita cognizione delle leggi della formazione del carattere per aver diritto d’affermare che v’ha una differenza, ed a più forte ragione per dire quale è la differenza che distingue i due sessi dal punto di vista intellettuale e morale. Niuno finora possiede questa scienza; poichè non v’ha argomento che sia stato, relativamente alla sua importanza, meno studiato, e quindi niuno ha diritto di avere intorno ad esso una opinione positiva. Tutto ciò che ci è permesso è di fare delle congetture più o meno probabili, più o meno legittime, secondo la cognizione che abbiamo delle applicazioni psicologiche alla formazione del carattere.

Se, abbandonando le origini delle differenze, noi domandiamo, in che cosa esse consistono, si ottiene ben poca cosa. I medici ed i fisiologi hanno constatato fino ad un certo punto delle differenze nella costituzione fisica, ed è questo un fatto grave pel psicologo, ma è raro trovare un medico che sia psicologo. Le loro osservazioni sui caratteri mentali della donna non hanno maggior portata di quelli della comune degli uomini. È un punto sul quale nulla si saprà di definitivo, fino a che le persone che possono, sole, conoscerlo, le donne stesse cioè, non daranno che indizi insignificanti, e peggio, degli indizi suggeriti. È agevole cosa conoscere una donna stupida; la stupidità è dappertutto la stessa. Si possono congetturare i sentimenti e le idee dalla cerchia nella quale vive. Non è così delle persone i cui sentimenti ed idee sono il prodotto delle loro proprie facoltà. V’è tutt’al più, qua e là, un uomo che conosce passabilmente il carattere delle donne della sua famiglia, senza nulla sapere delle altre. Delle loro attitudini non parlo; nessuno le conosce, neppure loro stesse, perchè per la massima parte non furono mai messe in gioco. Io non parlo che delle loro idee e sentimenti attuali. Vi sono degli uomini che credono conoscere perfettamente le donne perchè furono in relazione galante con parecchie di loro, forse con molte. Se dessi sono fini osservatori e se la loro esperienza unisce la qualità alla quantità, essi hanno potuto imparare qualche cosa sopra un lato del carattere delle donne che non è senza importanza. Ma pel rimanente essi sono i più ignoranti degli uomini, perchè ve n’ha ben pochi, pei quali, questo rimanente non sia accuratamente dissimulato. Il soggetto sul quale l’uomo può studiare più favorevolmente il carattere delle donne è la sua propria moglie; le occasioni sono più propizie, ed i casi di una perfetta simpatia fra due sposi non sono introvabili. Infatti tutto ciò che sull’argomento vale la pena d’essere conosciuto deriva da questa sorgente. Ma la maggior parte degli uomini non ha potuto studiare così più di una donna, per cui si può con ridevole esattezza indovinare il carattere di una donna quando si conoscono le opinioni del marito sulla generalità delle donne. Per trarre da questo caso unico qualche risultato bisogna che quella donna valga la pena d’essere conosciuta, e che l’uomo sia, non solo giudice competente, ma ch’egli abbia ancora un carattere simpatico e sì ben adatto a quello della moglie, ch’egli possa leggere nello spirito di lei con una sorta d’intuizione, e che ella non senta nessun imbarazzo a fargli conoscere il fondo dei suoi sentimenti. Nulla è, forse, più raro che una tale combinazione. V’è spesso fra la donna ed il marito una consonanza perfetta di sentimenti e comunanza di vedute quanto alle cose esteriori, e tuttavia, l’uno non penetra più addentro nelle viste dell’altro che se fossero semplici conoscenti. Quand’anche un affetto vero li unisca, l’autorità da un lato e la subordinazione dall’altra impediscono che si stabilisca una confidenza completa. Può darsi che la donna non abbia l’intenzione di dissimulare, ma v’hanno di molte cose ch’ella non lascia tuttavia trapelare. Fra i genitori ed i figli si può constatare un fatto analogo. Malgrado l’affetto reciproco che unisce realmente il padre ed il figlio, accade spesso, a saputa di tutti, che il padre ignora, e neppure imagina, certi lati del carattere di suo figlio, mentre i colleghi e gli eguali del figlio li conoscono perfettamente. Fatto sta che quando si è in diritto di aspettare da un altro della deferenza, si è molto mal collocati per trovare in lui una perfetta sincerità ed una franchezza completa. Il timore di perdere nell’estimazione o nell’affetto della persona che si riguarda con rispetto è tale, che ad onta di un carattere lealissimo s’inclina, senza avvedersene, a non mostrargli che il lato, se non più bello, almeno più grato ai suoi occhi: si può dire con sicurezza che due persone non possono avere l’una dell’altra una perfetta conoscenza, che a patto di essere non solo intime ma eguali. A più forte ragione è impossibile giungere a conoscere una donna soggetta all’autorità coniugale, alla quale si è insegnato che il suo dovere consiste nel subordinare tutto al benessere ed al piacere del marito, ed a non lasciargli vedere in lei nulla che non sia piacevole. Tutte queste difficoltà fanno sì che un uomo non possa giungere che imperfettamente a conoscere l’unica donna ch’egli sarebbe a portata di studiare seriamente. Se per sovrappiù si considera che conoscere una donna non è conoscerne necessariamente un’altra; che, laddove anche potessimo studiare le donne di un dato rango e di un dato paese, non comprenderemmo ancora le donne d’un altro rango e d’un altro paese; che quand’anche giungessimo a questo non conosceremmo ancora che le donne di un sol periodo storico; noi ci sentiamo in diritto di affermare che l’uomo non ha potuto acquistare della donna, tal quale è stata e tal quale è, senza preoccuparmi di ciò che potrebbe essere, che una cognizione incompleta e superficiale, e che non potrà acquistarne di più finchè le donne stesse non ci avranno detto tutto quel che hanno da dirci.

Quest’ora non verrà e non può venire che lentamente. È da ieri soltanto che le donne hanno acquistato pel loro talento letterario, o pel permesso della società il diritto di dirigersi al pubblico. Fino ad oggi poche donne avevano osato dire ciò che gli uomini, dai quali dipende il loro successo letterario, non vogliono udire. Ricordiamoci, in qual modo fino a questi ultimi giorni era accolta l’espressione di sentimenti stimati eccentrici, o di opinioni poco diffuse, quando l’autore era un uomo. Vediamo come ancora la si accoglie, ed avremo una debole idea degli ostacoli che ha davanti a sè una donna allevata nell’idea che la consuetudine e l’opinione debbono essere le supreme norme della sua condotta, quando ella vuol mettere in un libro un po’ di quel ch’ella cava dal fondo dell’anima sua. La donna più illustre, che abbia lasciato opere abbastanza belle per darle un posto eminente nella letteratura del suo paese, ha creduto necessario di mettere questa epigrafe al suo lavoro più ardito: «Un uomo può affrontare l’opinione; una donna deve sottomettervisi1». La massima parte di ciò che le donne scrivono non è che adulazione per gli uomini. Se la donna che scrive non è maritata, ella non sembra scrivere che per trovare un marito. Molte donne vanno più oltre: esse diffondono sulla soggezione del loro sesso delle idee il cui servilismo sorpassa i desiderii d’ogni uomo, eccettuati i più volgari. Oggi è vero, ciò non accade più con quella frequenza. Le donne si fanno coraggio ed osano affermare i loro veri sentimenti. In Inghilterra sopratutto, il carattere delle donne è un prodotto così artificiale, che i loro sentimenti si compongono di un piccol numero di osservazioni e d’idee personali, miste ad un gran numero di pregiudizii ricevuti. Questo stato di cose si cancellerà di giorno in giorno, ma persisterà in gran parte finchè le nostre istituzioni non autorizzeranno le donne a sviluppare la loro originalità liberamente al par dell’uomo. Allora e non prima, noi intenderemo e quel che è più, vedremo tutto che ci bisogna imparare per conoscere la natura delle donne, e sapere come le altre cose le si confanno.

Se ho insistito così a lungo sulle difficoltà che impediscono agli uomini d’acquistare una cognizione vera della reale natura delle donne, gli è perchè su questo punto al par che in molti altri, opinio copiæ inter maximas causas inopiæ est, e che v’è poca probabilità di acquistare su questo proposito delle idee ragionevoli, fino a che si lusingherà di capire perfettamente ciò che la pluralità degli uomini ignora del tutto, e che è oggi impossibile a ciascun uomo in particolare ed a tutti gli uomini presi insieme di conoscerne abbastanza da arrogarsi il diritto di prescrivere alle donne la loro vocazione. Fortunatamente non è d’uopo d’una cognizione così completa per regolare le questioni relative alla posizione delle donne in società; poichè, secondo tutti i principi costitutivi della società moderna, tocca alle donne stesse a regolarle, tocca a loro modificarle dietro la loro propria esperienza e coll’aiuto delle loro proprie facoltà. Non v’è altro mezzo di capire quel che un individuo o molti possono fare; che ponendoli all’opera e lasciandoli fare; niuno può mettersi al loro posto per iscovrire ciò ch’esse debbono fare, o quel da cui debbono astenersi pel loro meglio.

Noi possiamo tranquillizzarci perfettamente sopra questo, che nessuno farà fare alle donne quello a cui esse ripugnano, dando loro intera libertà. L’umanità non guadagna, nè vuol saperne di sostituirsi alla natura per timore ch’essa non riesca a toccare il suo scopo. È affatto superfluo di vietare alle donne ciò che la loro costituzione loro vieta. La concorrenza basta per proibir loro tutto quel che non possono far tanto bene quanto gli uomini, loro naturali competitori, poichè non si chiede già in loro favore nè primato, nè dritti protettori; tutto quel che si domanda è l’abolizione del primato e dei diritti protettori di cui godono gli uomini. Se le donne hanno pronunciata inclinazione ad una data cosa più che ad un’altra, non v’è bisogno di leggi nè di pressioni sociali perchè la pluralità delle donne si dia alla prima anzichè alla seconda. La funzione più cercata dalle donne sarà sempre, checchenessia, quella stessa che la libertà della concorrenza le stimolerà più vivamente ad intraprendere; e, come lo stesso senso della parola significa, esse saranno più cercate per le operazioni per le quali manifestano maggiore idoneità: in guisa che quel che si sarà fatto in favor loro non farà che guarentire alle collettive facoltà dei due sessi l’impiego più vantaggioso.

Nell’opinione generale degli uomini si pretende che la naturale vocazione delle donne sia il matrimonio e la maternità. Dico, si pretende, perchè a giudicarne dal complesso dell’attual costituzione della società, si potrebbe inferirne che l’opinione è diametralmente l’opposta. A ben considerare, gli uomini sembrano credere che la pretesa vocazione delle donne è quella che più ripugna alla loro natura; che se esse avessero libertà di fare tutt’altro, se loro si lasciasse un mezzo tollerabile d’impiegare il loro tempo e le loro facoltà, il numero di quelle che accetterebbero la condizione che si dice esser loro naturale sarebbe insufficiente. Se questa è l’opinione degli uomini sarebbe bene confessarla. Senza dubbio questa teoria è in fondo di tutto ciò che ho scritto in argomento, ma vorrei veder qualcheduno confessarlo apertamente, e dirci: «È necessario che le donne si maritino e facciano figli. Esse non lo farebbero se non vi fossero forzate. Dunque bisogna forzarle». Alla buon’ora si vedrebbe allora il nodo della questione. Questo linguaggio avrebbe una somiglianza evidente con quello tenuto dai difensori della schiavitù nella Carolina del Sud e nella Luisiana. «È necessario, dicevano, coltivare lo zucchero ed il cotone. I bianchi non possono, i negri non vogliono, dunque bisogna costringerli». Un altro esempio che calza egualmente a capello, è l’arrolamento forzato dei marinai che si giudicava assolutamente necessario per la difesa del paese. «Accade spesso, si diceva, ch’essi non vogliono arrolarsi volontariamente, dunque è necessario che noi abbiamo il potere di forzarli». Quante volte si è ragionato così! Se non vi fosse stato un certo vizio in questo ragionamento, esso avrebbe trionfato fino ad oggi. Ma si poteva rispondere: «cominciate dal pagare ai marinai il valore del loro lavoro, e quando l’avrete reso presso di voi tanto lucrativo quanto presso altri imprenditori, voi non durerete maggior fatica di loro ad ottenere il vostro bisogno». A questo, non era possibile altra risposta logica che: «noi non vogliamo»; e siccome oggi si arrossisce di rubare al lavorante il suo salario, e che si è finito di volerlo rubare, l’arrolamento forzato non ha più difensori. Quelli che pretendono forzare la donna al matrimonio, chiudendole ogni altra sortita, si espongono ad una simile risposta. S’essi pongono mente a quel che dicono, la loro opinione significa che gli uomini non rendono il matrimonio abbastanza attraente alle donne, per sedurle coi vantaggi che presenta. Non si ha l’aria di aver grand’opinione di quel che si esibisce, quando si dice offrendolo: «Prendete questo o non avrete niente». Ecco, secondo me, ciò che spiega perchè certi uomini sentono una vera antipatia per la libertà e l’eguaglianza delle donne. Essi temono, non già che le donne non vogliano maritarsi (non credo che uno solo provi realmente questa apprensione) ma piuttosto che le donne cerchino nel matrimonio condizioni d’eguaglianza; essi temono che le donne di talento e di carattere, non preferiscano fare tutt’altro, che non sembri loro degradante, piuttosto che maritarsi se, maritandosi, esse non fanno che darsi un padrone, e dargli tutto quel che possedono sulla terra. Davvero, se questa conseguenza è un accessorio obbligato del matrimonio, credo che l’apprensione sia molto fondata, e la divido: mi par probabilissimo che ben poche donne, capaci di tutt’altra cosa, preferirebbero, a meno che una irresistibile attrazione le acciechi, scegliere una sorte così indegna, se avessero a loro disposizione altri mezzi di occupare in società un posto onorevole. Se gli uomini sono disposti a sostenere che la legge del matrimonio dev’essere il dispotismo, essi fanno perfettamente bene i loro interessi non lasciando alle donne altra scelta da quella di cui parlavamo. Ma allora tutto quel che si è fatto nel mondo moderno per alleggerire le catene che gravitano sullo spirito della donna è stato un errore. Non bisognava mai dar loro una istruzione letteraria. Donne che leggono, ed a doppia ragione, donne che scrivono sono, nello stato attuale, una contraddizione ed un elemento perturbatore: si ha avuto torto d’insegnare alle donne altra cosa oltre la loro parte di odalisca o di ancella.


Note

  1. Mad. Staël Delphine.