La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze/Libro secondo/Capitolo LXXI

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Libro secondo
Capitolo LXXI

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Questo uomo non potette stare alle mosse d’aver pazienza che io dicessi ancora i gran difetti di Cacco; l’una si era che io dicevo ’l vero, l’altra si era che io lo facevo conoscere chiaramente al Duca e agli altri che erano alla presenzia nostra, che facevano i piú gran segni e atti di dimostrazione di maravigliarsi e allora conoscere che io dicevo il verissimo. A un tratto quest’uomaccio disse: - Ahi cattiva linguaccia, o dove lasci tu ’l mio disegno? - Io dissi che chi disegnava bene e’ non poteva operar mai male - imperò io crederrò che ’l tuo disegno sia come sono le opere -. Or, veduto quei visi ducali e gli altri, che con gli sguardi e con gli atti lo laceravano, egli si lasciò vincere troppo dalla sua insolenzia, e voltomisi con quel suo bruttissimo visaccio, a un tratto mi disse: - Oh sta’ cheto, soddomitaccio -. Il Duca a quella parola serrò le ciglia malamente inverso di lui, e gli altri serrato le bocche e aggrottato gli occhi inverso di lui. Io, che mi senti’ cosí scelleratamente offendere, sforzato dal furore, e a un tratto, corsi al rimedio e dissi: - O pazzo, tu esci dei termini: ma Iddio ’l volessi che io sapessi fare una cosí nobile arte, perché e’ si legge ch’e’ l’usò Giove con Ganimede in paradiso, e qui in terra e’ la usano i maggiori imperatori e i piú gran re del mondo. Io sono un basso e umile omicciattolo, il quale né potrei né saprei impacciarmi d’una cosí mirabil cosa -. A questo nessuno non potette esser tanto continente che ’l Duca e gli altri levorno un rumore delle maggior risa che immaginar si possa al mondo. E con tutto che io mi dimostrassi tanto piacevole, sappiate, benigni lettori, che dentro mi scoppiava ’l cuore, considerato che uno, ’l piú sporco scellerato che mai nascessi al mondo, fussi tanto ardito, in presenza di un cosí gran principe, a dirmi una tanta e tale ingiuria; ma sappiate che egli ingiuriò ’l Duca e non me; perché, se io fussi stato fuor di cosí gran presenza, io l’arei fatto cader morto. Veduto questo sporco ribaldo goffo che le risa di quei Signori non cessavano, ei cominciò, per divertirgli da tanta sua beffe, a entrare innun nuovo proposito, dicendo: - Questo Benvenuto si va vantando che io gli ho promesso un marmo -. A queste parole io subito dissi: - Come! non m’hai tu mandato a dire per Francesco di Matteo fabbro, tuo garzone, che se io voglio lavorar di marmo, che tu mi vuoi donare un marmo? E io l’ho accettato, e vo’ lo -. Allora ei disse: - Oh fa’ conto di noll’aver mai -. Subito io, che ero ripieno di rabbia per le ingiuste ingiurie dettemi in prima, smarrito dalla ragione e accecato della presenza del Duca, con gran furore dissi: - Io ti dico espresso che se tu non mi mandi il marmo insino accasa, cèrcati di un altro mondo, perché in questo io ti sgonfierò a ogni modo -. Subito avvedutomi che io ero alla presenza d’un sí gran Duca, umilmente mi volsi a Sua Eccellenzia, e dissi: - Signor mio, un pazzo ne fa cento; le pazzie di questo omo mi avevano fatto smarrire la gloria di Vostra Eccellenzia illustrissima e me stesso; sí che perdonatemi -. Allora il Duca disse al Bandinello: - è egli ’l vero che tu gli abbia promesso ’l marmo? - Il detto Bandinello disse che gli era il vero. Il Duca mi disse: - Va all’Opera, e to’tene uno a tuo modo -. Io dissi che ei me l’aveva promesso di mandarmelo a casa. Le parole furno terribile; e io innaltro modo nollo volevo. La mattina seguente e’ mi fu portato un marmo accasa; il quale io dimandai chi me lo mandava: e’ dissono che e’ me lo mandava ’l Bandinello, e che quello si era ’l marmo che lui mi aveva promesso.