Le Odi e i frammenti I/Ode Nemea IX

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Ode Nemea IX

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Pindaro - Le Odi e i frammenti I (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Nemea IX
Ode Nemea I Ode Pitia I

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ODE NEMEA IX

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Senza nessuna ragione quest’ode fu dai grammatici compresa fra le Nemee. Fu scritta per una vittoria riportata nei giuochi di Sicione, fondati da Adrasto in onore di Febo e della sorella sua Artemide (v. 5 e 12), sùbito dopo la fondazione d’ Etna (476-5). Non è composta in sistemi, bensi in strofe.

Alle solite lodi al vincitore (v. 1-14) segue il mito di Adrasto. I figli di Talao (v. 19) cioè Adrasto ed i suoi fratelli, antichi re d’Argo, fiaccati in lotta civile da Anfiarao, avevano dovuto abbandonare la patria. Adrasto, venuto a Sicione, ed eletto signore della città, le die’ vita novella con feste e con gare; e fondò i giuochi sacri ad Apollo. Poi si rappattumò anche con Anfiarao, dandogli sposa la sorella Erifila; ed insieme presero parte alla impresa condotta da Polinice, il fatale figlio d’Edipo, contro Tebe. La spedizione, incominciata con tristi auspici, fallí. Lo stesso Anfiarao, colto da pànico, si diede alla fuga; e Periclimeno lo avrebbe trafitto alle spalle, se Giove, scagliando una folgore, non gli avesse risparmiata l’onta, facendogli sprofondar sotto i piedi la terra (v. 15-39). Qui il poeta prega Giove che tenga lontano dalla nuova città un pericolo di feroce mischia, e le dia pace e prosperità durevole, perché gli Etnei, oltre a tante altre belle doti, sono insigni per disinteresse (v. 39-46). Prova ne è Cromio, che si condusse come tutti sanno nelle tante guerre affrontate. L’elogio [p. 104 modifica] si stende fino al verso 66. La conclusione è un brindisi in onore del vincitore. —

Come nella 1a Olimpia, il mito non ha rapporto diretto col vincitore, bensì con la gara in cui esso vinse. Del resto, è innegabile che senza stiracchiare, si possono trovare corrispondenze tra mito e avvenimenti politici. Polizelo era fuggito come Anfiarao, e aveva trovato asilo ad Agrigento; e poi s’era conclusa la pace, e Ierone aveva sposato la nipote di Terone. Si potrebbe trovare anche un altro sistema di allusioni; ma è terreno assai sdrucciolevole.

Dai versi 5 sg., sembra si possa indurre che Cromio facesse il suo ingresso in Etna sul carro, trionfalmente. Il «cimento feroce di lance sanguinee» (v. 40) è ambiguo. Forse è la lotta civile che a mala pena s’era potuta allora evitare, e che dopo la morte di Terone scoppiò, e fu davvero sanguinosissima. Veramente la parola che io traduco sanguineo (ψοινικόστολος) è da altri intesa per: fenicio, cartaginese; ma la minaccia cartaginese contro Etnea la intendo poco. Dai versi 71 sg., si ricava che premio delle gare sicionie erano coppe d’argento: il che sappiamo anche dall’ode nemea X, antistrofe III.

Pel movimento fantastico, è da notare che la immagine della morte di Anfiarao e dei sette roghi divampanti innanzi a Tebe è ripresa con maggior larghezza nella ode olimpia VI.


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PER CROMIO D’ETNA
VINCITORE SUL CARRO A SICIONE



I


Musa, rechiam da Sicione, da Febo, la pompa ed i cantici
d’Etna alle mura novelle rechiamo, e alla casa felice
di Cromio, là dove le porte
s’aprono agli ospiti, vinte. Di versi melliflui s’intrecci
l’inno: ché il cocchio dai saldi corsieri egli ascese, e a Latona
e ai gemini figli, di Pito
l’eccelsa concordi custodi, il canto annunziò trionfale.


II


Vige tal detto tra gli uomini: che mai non si dee col silenzio
l’opere buone sotterra nascondere; e il suono divino
dei versi, ai gran fatti s’addice.
Su, con tinniti di cetere, con voci di flauti, si esalti
l’alto fastigio dell’ippico certame che Adrasto per Febo
fondò su le rive de l’Asopo.
Ben io lo rammento; e fo adorno con inclite lodi l’eroe.

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III


Argo ei fuggendo e la furia civile, fuggendo il superbo
Anfïarào, da la casa paterna qui giunse; ed eletto
sovrano, con feste e con gare
d’uomini saldi e di cocchi politi, die’ lustro a Sicione:
poi che prostrati da lotta civile, i figliuoli di Tàlao
non più regno avevano in Argo:
ché spesso il signor più possente pon fine all’antico diritto.

IV


Anfïarao s’ebbe sposa di poi la vezzosa Eriffíle,
suora d’Adrasto: fu pegno di pace; e allor furon supremi
signori dei Dànai biondi.
E contro Tebe settemplice l’esercito mossero un giorno,
senza favore d’auspici. Né Giove, scagliando la folgore,
quando essi furenti lasciarono
la patria, incorava l’impresa, bensí da la via li distolse.

V


Verso palese sciagura cosi s’affrettavan le schiere
con i corsieri ed i cocchi, con l’arme di bronzo; e sui rivi
d’Ismèno, mentre essi anelavano
il dolce ritorno, coi corpi il candido fumo fèr pingue.
Sette bruciavano roghi le giovani membra: il Cronide
ad Anfïarao sotto i piedi
la terra sprofonda col folgore, e lui coi cavalli inabissa.

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VI


prima che, a tergo colpendolo con l’asta, l’onor suo guerresco
potesse macchiar Periclimeno. Ché quando nei cuori terrore
infondono i Numi, anche i figli
fuggon dei Numi. — Cronide, stia lunge, se tanto i- miei voti
possono, questo cimento feroce di vita e di morte,
di lance sanguinee: concedi,
ti prego, durevole sorte, durevoli leggi agli Etnèi.

VII


Giove, e di feste magnifiche partecipe il popolo sia:
ché di corsieri son vaghi qui gli uomini; e Palme dispregiano
ricchezze. Incredibile cosa!
Poi che buon nome ed onore spariscon, se il lucro li soffoca.
Ma se tra fanti e cavalli, tra zuffe di mare, pugnato
a lato di Cromio tu avessi,
avresti ben dato giudizio se rigido fosse il suo cuore:

VIII


ché solo Onor nelle pugne fu il Nume che il petto gli armava,
sÍ che le lance ed il lutto d’Enfalo tenesse lontani.
Ben pochi la nube di strage
presso a piombar, sanno provvidi, con opra di senno e di mano,
sopra i nemici stornare. Raccontan che ad Ettore gloria
fiori di Scamandro vicino
ai flutti: vicino alle rive scoscese rupestri d’Elòro,

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IX


dove le genti designano il passo di Marte, la gloria
volse al figliuol d’Agesidamo. negli anni suoi primi, già gli occhi.
E quanto fra polve di campi,
e sui finitimi flutti negli anni seguenti compieva,
io canterò. Dei travagli che onesti l’uom giovine compie
si allegrano gli anni cadenti.
Conosci che diedero i Numi a te felicissima sorte:

X


che quando un uomo consegue con grande opulenza alta gloria,
lecito a lui, sacro a morte, non è muovere oltre, poggiare
le piante su vetta più eccelsa. —
Ama il simposio la pace. E il fior di vittorie novelle
levasi al morbido suono dei cantici. Acquista baldanza
la voce vicino al cratere,
profeta soave ai convivi. Di vino ora alcuno lo infonda,

XI


e de la vite il gagliardo figliuol ne le coppe d’argento
mesca, che un dí le cavalle vincevano a Cromio; ed insieme
coi serti intrecciati ad Apollo
nella divina Sicione a lui li recaron. Concedi,
Giove, che insiem con le Cariti io celebri tanta prodezza,
la gloria di tante vittorie;
e possa, lanciando i miei dardi, la mèta colpir de le Muse.