Le due tigri/Capitolo VIII - L'oni-gomon

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Capitolo VIII - L’oni-gomon

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Capitolo VIII - L’oni-gomon
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Capitolo VIII
L’oni-gomon


Il barbaro costume di abbruciare sui cadaveri dei mariti le vedove indiane, se è interamente abolito dagl’indiani che hanno abbracciata la fede mussulmana, sussiste sempre nelle caste dei bramini, dei Thugs ed in quelle militari, non ostante gli sforzi prodigiosi tentati dagl’inglesi in quest’ultimo secolo per sradicarlo.

L’impero è cosí vasto, che la polizia anglo-indiana non riesce sempre a intervenire a tempo e non sempre viene a saperlo, giacché i parenti del defunto prendono le piú grandi precauzioni per ingannare le autorità.

Oggi quest’uso è abbastanza raro, specialmente nel Bengala, ma nelle provincie settentrionali e nell’alto corso del Gange si rileva ancora un numero considerevole di oni-gomon.

Dobbiamo anzi aggiungere che nei primi lustri del secolo scorso, quei sacrifici si erano cosí spaventosamente moltiplicati, non ostante le leggi rigorose emanate dal governo anglo-indiano, che in un solo anno, ossia nel 1817 furono consumati nel solo Bengala ben 700 di quei terribili olocausti.

Oggi per evitarli, o almeno per attenuarne il numero, il governo esige che la vedova che abbia il desiderio d’immolarsi, comparisca prima dinanzi ai magistrati e ne ottenga l’autorizzazione, la quale non viene concessa se non quando la sua decisione si mostra irremovibile.

La maggior parte però si rifiutano di lasciarsi abbruciare. Lasciarsi è la vera parola, perché i bramini le costringono colla violenza e quando quelle povere creature, alla vista delle fiamme sono colte dal terrore e tentano di fuggire, i parenti del morto le respingono nel fuoco a colpi di bastone o le legano al cadavere del marito.

Quante in tal modo ne furono arse nel secolo scorso, violentemente!... Ben poche furono quelle che vennero salvate all’ultimo istante dai paria, che trovandole belle le hanno strappate alle fiamme ancora in tempo per poi sposarle, non temendo quei disgraziati, disprezzati da tutte le caste, di disonorarsi prendendo una vedova.

La condizione delle donne indiane che hanno la sventura di perdere il marito è d’altronde tale, che buon numero di esse preferiscono la morte.

Se hanno dei figli sono meno stimate di tutte le altre donne; se non ne hanno, diventano in certo modo oggetto d’obbrobrio.

Il lutto di quelle sventurate che non hanno avuto il coraggio di bruciarsi sul cadavere del marito, dura fino alla loro morte.

Sono costrette a radersi il capo una volta al mese, non portare piú gioielli, non vestire abiti di tela bianca, non ingiallirsi né ungersi piú alcuna parte visibile del corpo; è perfino vietato a loro di tracciarsi sulla fronte i distintivi della casta a cui appartengono, di masticare il betel o di fumare, di assistere alle feste di famiglia. Che piú? Si sfuggono come appestate, perché gli indiani credono che l’incontro d’una vedova porti sfortuna.

Eppure bisogna che si rassegnino, giacché per quanto sia disprezzata, essa lo è sempre meno di colei che si rimarita: in questo caso diverrebbe l’oggetto di disprezzo assoluto da parte di tutte le caste, eccettuata da quella dei poveri paria.

Il drappello che s’avanzava attraverso la jungla si componeva d’una quarantina di persone fra cui una giovane donna, la moglie del defunto, che era sorretta da due sacerdoti.

Precedevano il corteo, quattro suonatori che portavano dei djugo, specie di tamburo di terracotta di forma cilindrica, composti di due parti, ciascuna delle quali è coperta d’una pelle che si può allentare o restringere per mezzo d’una cordicella; seguivano alcuni mussalchi ossia portatori di torce, poi altri uomini che portavano sulle spalle un palanchino su cui si trovava il defunto, abbigliato con vesti ricchissime ricamate in oro ed ultima la disgraziata vedova circondata dai parenti piú prossimi e che portavano recipienti contenenti probabilmente l’olio profumato da versarsi sul rogo.

Il vecchio manti era nel numero che precedeva la vedova recitando delle preghiere assieme ai sacerdoti.

La vedova era una bella giovane che non doveva avere ancora quindici anni; aveva già i capelli rasi e non portava piú al collo il cordone a cui era appeso un gioiello che tutte le donne maritate usano portare quale indizio della loro qualità.

Si reggeva a malapena, e piangeva e gridava disperatamente, maledicendo il suo destino, mentre i sacerdoti che la sostenevano la incoraggiavano a mostrarsi forte, promettendole che il suo nome sarebbe stato celebrato in tutta la terra e cantato in tutti i sacrifici e assicurandola che andava a godere una felicità immensa e che sarebbe diventata la sposa di qualche dio in ricompensa della sua virtú e del suo sacrificio.

Non opponeva alcuna resistenza e si lasciava trascinare senza proteste. Certo dovevano averle dato da bere non poco bang1 per abbatterla completamente e impedirle di tentare la fuga.

Giunto il corteo sulla spianata che stendevasi dinanzi alla pagoda, alcuni uomini che erano armati di coltellacci, abbatterono rapidamente un certo numero di grossi bambú formando una catasta alta mezzo metro che subito annaffiarono abbondantemente d’olio di cocco profumato, poi sopra vi deposero il cadavere del thug.

I mussalchi si erano già collocati ai quattro angoli colle torce accese, pronti a dar fuoco alla pira, mentre i suonatori percuotevano con furore i loro tamburi ed i parenti cantavano le lodi del defunto e l’eroismo e le virtú della vedova.

Il manti si era accostato alla pira tenendo in mano una torcia, intanto che la disgraziata vedova, con voce rotta dai singhiozzi dava l’ultimo addio ai parenti i quali, colle lagrime agli occhi, si rallegravano invece dell’eterna felicità che essa andava ad incontrare.

A un tratto una fiamma guizzò, propagandosi rapidamente a tutta la pira e avvolgendo il cadavere.

Il manti aveva dato fuoco ai bambú impregnati d’olio: il momento terribile del barbaro sacrificio era giunto.

I sacerdoti avevano afferrata rapidamente la vedova e la spingevano brutalmente verso le fiamme, mentre i tamburi rullavano con fracasso indiavolato ed i parenti gridavano a piena gola per stordire maggiormente la vittima.

La disgraziata si era lasciata spingere senza opporre resistenza, ma quando si vide dinanzi a quella cortina di fuoco lo spirito di conservazione si ridestò ad un tratto. Mandò un urlo orribile:

— No!... No!... Grazia!...

Poi con una forza che non si sarebbe mai supposta in quel giovane corpo, con una scossa disperata atterrò uno dei sacerdoti e si trasse indietro di alcuni passi, dibattendosi furiosamente per liberarsi anche dall’altro.

I parenti però accorrevano in aiuto dei sacrificatori. Il manti aveva intanto raccolto un tizzone acceso e stava per scagliarsi contro la vittima per incendiarle le vesti, quando si udí una voce tuonante a gridare:

— Fermi o vi fuciliamo come cani!...

La Tigre della Malesia era improvvisamente comparsa sulla soglia della pagoda circondata dai suoi pirati e dai suoi amici, i quali avevano già puntate le carabine.

Un urlo di spavento si era alzato fra i Thugs, poi, passato il primo istante di sorpresa, tutti si erano sbandati lasciando a terra la vedova.

— Addosso al manti! — aveva gridato Sandokan, slanciandosi innanzi.

Il vecchio stregone, che forse era il solo che aveva riconosciuto il comandante del praho, era stato il primo a darsi alla fuga, cacciandosi in mezzo alla folta jungla.

In pochi salti però Sandokan e Tremal-Naik gli erano piombati addosso, mentre Yanez faceva fare ai pirati una scarica in aria per spaventare maggiormente i parenti del morto ed i loro compagni, i quali fuggivano invece attraverso il bosco di cocchi.

— Fermati, vecchio briccone! — gridò Tremal-Naik, puntando la canna della carabina sul petto dello stregone, il quale tentava di estrarre un pugnale che portava nella fascia.

Sandokan l’aveva già afferrato per le spalle e l’aveva costretto a cadere in ginocchio.

— Chi siete voi e che cosa volete da me? — gridò il manti, tentando, ma inutilmente di sottrarsi alla stretta poderosa della Tigre. — Voi non siete policeman, né cipayes per arrestarmi.

— Chi sono? Vecchio stregone, saresti per caso diventato cieco? — chiese Sandokan, lasciandolo rialzare. — Non mi conosci piú dunque?

— Io non ti ho mai veduto.

— Eppure tre sere or sono hai tentato di farmi strangolare dai tuoi amici, presso la pagoda di Kalí, subito dopo la festa del fuoco.

Non te ne ricordi?

— Tu menti! — gridò lo stregone con suprema energia.

— Dunque non sei tu quello che hai scannato il capretto e acceso il fuoco sacro a bordo del mio praho? — chiese Sandokan ironicamente.

— Io non ho mai scannato capre. Tu mi prendi per qualche altro personaggio.

— Vieni con noi manti...

Manti hai detto? Io non lo sono mai stato.

— Troverai nella pagoda una persona che ti darà una solenne smentita.

— Infine che cosa volete da me? — gridò il vecchio, digrignando i denti.

— Vederti il petto, innanzi a tutto, — disse Tremal-Naik, rovesciandolo improvvisamente a terra e premendogli il ventre con un ginocchio.

— Fa’ portare una torcia, Sandokan.

Quella domanda era inutile. Yanez, dopo un simulato inseguimento per allontanare i sacrificatori tornava verso Sandokan assieme a Sambigliong, che si era munito d’una delle torce abbandonate dai mussalchi.

— È preso? — gridò il portoghese.

— E non ci sfuggirà neanche piú, — rispose Sandokan. — E la vedova?

— L’abbiamo salvata a tempo e pare che sia anche assai lieta di essere ancora viva.

«L’abbiamo portata nella pagoda.»

— Accosta la torcia, Sambigliong, — disse Tremal-Naik lacerando d’un colpo solo la casacca di tela che copriva il petto del prigioniero.

Il manti aveva mandato un urlo di rabbia e aveva tentato di ricoprirsi, ma Sandokan fu lesto ad afferrargli le braccia, dicendogli:

— Lascia che vediamo dunque se sei un vero thug, innanzi a tutto.

— Lo vedi? — disse Tremal-Naik.

Sul petto dell’indiano vi era un tatuaggio di color azzurro, raffigurante un serpente colla testa di donna, circondato da alcuni segni misteriosi.

— È l’emblema degli strangolatori, — disse Tremal-Naik. — Tutti gli affigliati a quella setta di assassini l’hanno.

— Ebbene, — gridò il manti, — se sono un thug che v’importa?

«Io non ho ucciso nessuno.»

— Alzati e seguici, — disse Sandokan.

Il vecchio non se lo fece ripetere due volte. Appariva assai abbattuto e preoccupato, pur lanciando sguardi feroci contro gli uomini che lo circondavano.

Fu condotto verso la pira su cui terminava d’incenerirsi il cadavere e dove si erano radunati i marinai del praho, dopo d’aver disposte qua e là delle sentinelle.

— Surama, — disse Yanez alla giovane bajadera che era uscita dalla pagoda. — Conosci quest’uomo?

— Sí, — rispose la fanciulla. — È il manti dei Thugs, il luogotenente del «figlio delle sacre acque del Gange».

— Vile danzatrice! — gridò il vecchio, dardeggiando sulla bajadera uno sguardo carico d’odio. — Tu tradisci la nostra setta.

— Io non sono mai stata un’adoratrice della dea della morte e delle stragi, — rispose Surama.

— Ora che non puoi negare di essere l’anima dannata di Suyodhana, — disse Tremal-Naik, — mi dirai dove si sono raccolti i Thugs che un tempo abitavano i sotterranei di Rajmangal.

Il manti guardò il bengalese per alcuni istanti, poi gli disse:

— Se tu credi che io ti dica dove hanno nascosta tua figlia, t’inganni. Puoi uccidermi, ma io non parlerò.

— È la tua ultima parola?

— Sí.

— Sta bene: vedremo se saprai resistere a lungo.

Il manti udendo quelle parole era diventato pallidissimo, e la sua fronte si era coperta d’un freddo sudore.

— Che cosa vuoi fare di me? — chiese con voce strozzata.

— Ora lo saprai.

Si volse verso Sandokan e scambiò sotto-voce alcune parole.

— Lo credi? — chiese la Tigre della Malesia, facendo un gesto di dubbio.

— Vedrai che non resisterà molto.

— Proviamo.


Note

  1. Liquore composto per la maggior parte di oppio liquido che ubriaca fortemente. (N.d.A.)