Le novelle della nonna/Il talismano del conte Gherardo

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Il talismano del conte Gherardo

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Il talismano del conte Gherardo

Dacché la notizia del nuovo cuginetto che doveva nascere era stata conosciuta dai bambini Marcucci, questi assediavano Vezzosa, e già parlavano di lui come di una persona che esistesse e che per una ragione qualsiasi fosse assente da casa. - Questo lo serbiamo al mimmi, questo è per il mimmi, - dicevano continuamente; e nella loro impazienza non si rassegnavano ad attender tanto la venuta di questo bambino. Cecco era più impaziente di tutti, e ogni settimana, su quel che portava a casa di salario, prelevava due lire per fare il corredo al piccino, per il quale la vecchia Regina già faceva cuffiette e camiciolini. Vezzosa evitava di parlare del figlio che aspettava, poiché si accorgeva che tutte le donne di casa volevano risparmiarle le fatiche, ed ella desiderava di lavorare come prima, per non riuscire gravosa alla famiglia. Frattanto il poco grano raccolto era stato battuto, e non serviva neppure per tutto l’anno al consumo della famiglia, mentre negli anni precedenti ne potevano vendere cento sacchi e più. Questo fatto rendeva molto pensieroso il capoccia, che faceva i conti e vedeva che, col guadagno di Cecco e di Beppe, e l’affitto della casa per la villeggiatura, mancava sempre un bel po’ ad arrivare alla somma occorrente per nutrire e vestire la famiglia fino alla nuova raccolta. Anche gli altri fratelli avevano gli stessi sopraccapi di Maso, e per questo non si rallegravano della nascita di un nuovo figliuolo. Del grano avevano tutti sperato un prodotto maggiore; ma, svanita questa speranza, la tristezza si era di nuovo impossessata dei loro animi. - Beveremo vino soltanto la domenica; - aveva detto un giorno Maso a tavola, - non lo daremo che alla mamma, che è vecchia, e a Vezzosa, che ha bisogno di forze. - No, davvero! - avevano risposto Regina e la giovine sposa, - noi vogliamo esser trattate come il resto della famiglia, e se voialtri fate dei sacrifizî, li vogliamo fare anche noi. Così il vino era sparito di tavola, ma per tutti costituiva una forte mancanza e non pareva loro di desinare bevendo acqua pura. Anche le frutta, le belle frutta del podere, eran vendute ai villeggianti, o andavano al mercato insieme con le fragole e i lamponi raccolti dai bambini nei boschi; ma tutto questo non serviva a rasserenar Maso e i fratelli. E fu col volto triste che essi si sederono la domenica accanto alla mamma, per ascoltare la solita novella. La Regina non attese l’invito, e vedendo che nessuno mancava, neppure il professore e la moglie, incominciò:

- Tanti, ma tanti anni fa, un signore di Porciano condusse in moglie una sposa del Mugello, della famiglia de’ Tosinghi. Il padre della sposa era ricco, e non aveva, oltre quella figlia, altro che un maschio; così messer Gherardo di Porciano sperava di avere una bella dote. Ma ogni volta che faceva cadere il discorso su questo tasto, ser Bernardo Tosinghi gli rispondeva: - Messer il Conte, non avrete a lagnarvi di me. E così lo chetava. Venne il giorno delle nozze, che furon celebrate con tutta la pompa degna della famiglia; ma di dote, ser Bernardo non ne parlava. Se il Conte fosse stato meno invaghito della sua bella sposa, forse avrebbe avuto il coraggio d’insistere su quel punto; ma madonna Luisa, gli pareva che costituisse già un gran tesoro e non vedeva il momento di condursela a Porciano. Tuttavia, quando gli sposi e il numeroso seguito stavano per montare a cavallo e già erano state caricate le mule che dovevano portare il corredo della giovine Contessa, comparve ser Bernardo nel cortile del castello, e dietro a lui veniva un robusto asino, curvo sotto il peso di una cassa collocatagli a traverso sul basto. - Questa è la dote promessavi, Conte; sappiatela custodire e non avrete penuria di nulla, - disse ser Bernardo. E abbracciata la figlia e il genero, assisté alla loro partenza. Appena il conte di Porciano giunse con la sposa al suo castello, fece riporre la cassa nella stanza del tesoro e distratto dalle giostre e dai banchetti, per più giorni non penso altro che a festeggiare la bella Luisa e a fare onore agli ospiti accorsi da ogni parte del Casentino. Ma quando questi furono partiti, egli ebbe curiosità di vedere a qual somma ascendeva la dote della moglie, e andò nella stanza del tesoro, dove, con la chiave datagli da ser Bernardo, aprì la cassa. Questa ne conteneva una seconda di ferro. - Mio suocero è un uomo prudente; - disse il conte di Porciano, - ha pensato che il fuoco poteva distruggere il legno ed ha rinchiuso l’oro in una cassa invulnerabile. E con la stessa chiave aprì anche quella; ma quando ebbe alzato il coperchio, rimase molto meravigliato, vedendo che ve n’era una terza di rame. - Quante precauzioni! - esclamò. E, sempre con la medesima chiave, aprì anche la cassa di rame, che a sua volta ne conteneva una d’argento finamente lavorata. - Questa è una burla che mi ha fatto ser Bernardo per indurmi a credere che la dote era grossa; ma questa cassa finalmente conterrà l’oro, - disse il Conte. Poi, aperta anche la cassa d’argento, vide che ne conteneva una d’oro. - Sono stanco della burletta! - disse, vedendo il pavimento ingombro di casse. - Ma qui dentro ci deve essere la dote! Aprì anche la cassa d’oro, e sul fondo di essa scòrse un rotolo di pergamena e una rôcca coperta di lana. - Sono burlato! - esclamò il Conte, - tanto peggio per me. Dovevo farmi assegnare la dote prima delle nozze. Maledetto quel vecchio! E preso il rotolo e la rôcca, andò in traccia di madonna Luisa per narrarle il tiro fattogli dal padre di lei. Ella era seduta in mezzo alle sue donne, intenta a ricamare sopra un tappeto i fatti della vita di san Francesco, allorché il Conte entrò. - Ritiratevi subito, - disse alle donne, che guardavano con curiosità il Conte accigliato. Esse obbedirono, e quando la giovine sposa fu sola col marito, gli domandò: - Che ti avviene, dolce signor mio? Il tuo sguardo non è sereno come per il passato e tu tieni fra le mani una cosa che si conviene a femminella e non a un cavalier pari tuo? - Gli è, madonna, - rispose il Conte, - che io sono stato burlato, e ogni burla equivale a un affronto. - E chi ha osato burlarti? - Il padre tuo. Rammenti, madonna, che al momento della nostra partenza tuo padre ci consegnò un somaro carico di una cassa e disse che in quella era rinchiusa la tua dote? - Lo rammento come se fosse ora, ed io, dal fondo del cuore, ringraziai mio padre di avermi così largamente dotata. - Ebbene, madonna, quella cassa ne conteneva una di ferro, un’altra di rame, una terza d’argento e nella quarta, che è d’oro, non v’era altro che questo rotolo di pergamena e questa rozzissima rôcca. - Leggiamo quel che sta scritto su questa pergamena. Forse la dote assegnatami da mio padre non è tanto meschina quanto tu credi, - disse la contessa Luisa, che era donna prudente. Marito e moglie sciolsero il rotolo e lessero quanto segue: «Io, ser Bernardo de’ Tosinghi, giuro sull’anima mia che è vero quanto sto per narrare, Amen. Allorché madonna Anna, mia moglie, stava per dare alla luce la nostra dilettissima figlia Luisa, le apparve in camera una vecchia curva, tutta vestita di azzurro e col crine canuto. Quella vecchietta si accostò al letto della partoriente e disse: "Madonna, tu sei stata sempre molto devota di me, sant’Anna, tua protettrice. E, per ricompensarti della venerazione che mi hai tributata, io ti ho portato una dote per la figlia che deve nascere. Questa dote non consiste in oro o in argento, ma in una rôcca coperta di lana che ella deve filare nel momento del pericolo, bagnandola di lacrime. Con quel filato ella potrà avvolgere tutte le persone che le sono care e renderle invulnerabili ai colpi di arma, alle malattie e a qualsiasi minaccia. Nessuna donna sarà meglio dotata di lei; ma se non costudirà debitamente la rôcca che le porto, essa andrà incontro a mille mali". Sant’Anna sparì dopo avere deposta la rôcca sul letto, e di poi venne al mondo Luisa. Alla quale non credo di dover dare altra dote che quella assegnatale dalla gloriosa Madre della Vergine Maria». Questo stava scritto sulla pergamena e questo lessero i due sposi. - Vedi, signor mio, - disse madonna Luisa, - che mio padre non ha voluto farti nessuna burla. - Lo vedo, - rispose il Conte. E chinò la testa poco soddisfatto della dote che sant’Anna aveva assegnata alla sua sposa. Nonostante, per non mostrarsi ingrato, rinchiuse la rôcca e il rotolo di pergamena nella cassa d’oro, ripose questa nell’altra d’argento, e quando tutte le casse furono sparite in quella di legno, girò la chiave e l’affidò a madonna Luisa. Passarono due mesi senza che nulla di anormale avvenisse a Porciano, e talvolta il Conte, parlando con la moglie, rideva della dote che aveva ricevuto; ma in capo a due mesi giunse da Poppi un messo. Questi invitava, a nome del suo padrone, il conte Gherardo, a riunire buon numero di armati per tentare un colpo contro Fronzola, tenuta dai Tarlati, i quali non cessavano di molestare Poppi. - Dirai al tuo signore, che domani io ed i miei uomini saremo nel suo castello, - disse il conte Gherardo al messo di Poppi. E subito fece preparar le armi e scegliere i guerrieri che dovevano seguirlo. - Già mi lasci, signor mio caro? - disse la bella Luisa accorrendo presso il marito. - Che farò io, meschina, se tu muori? - Madonna, - rispose il Conte con un sorriso incredulo, - già hai dimenticato il talismano di sant’Anna? Apri le diverse casse, togli la rôcca e fila tanta lana da avvolgere me e i miei guerrieri; così non avrai da tremare per la nostra sorte, e, anche sapendomi in guerra, vivrai tranquilla. La bella contessa Luisa rasciugò le lacrime, e tolta la rôcca dal suo prezioso astuccio, si diede a filare, accompagnando il lavoro con le preci per la salute del marito e dei guerrieri di lui. E quando ebbe coperto un fuso di filato, attese che il Conte avesse rivestito l’armatura e poi lo avvolse tutto con la lana sottile, per modo che i fili fossero appena visibili da vicino. Quindi fece lo stesso col portastendardo, con i paggi, i valletti e gli uomini d’arme, supplicandoli di non levarsi mai l’armatura finché durava la guerra, per non spezzare il sottil filo che doveva riparare i colpi micidiali. Tutti, dal Conte fino all’ultimo dei suoi uomini, le promisero quant’ella chiedeva e tutti erano pieni di fede nel talismano, meno Bosio, il portastendardo, un omaccione incredulo che non portava rispetto né a Dio né ai santi. Egli si lasciò fasciare dal filo della rôcca miracolosa; ma appena giunto a Poppi, disse: - Voglio far altro che coricarmi con quest’armatura addosso; tanto, se devo morire, morirò lo stesso. E toltasi l’armatura si mise a dormire. A giorno, quelli di Porciano e quelli di Poppi uscirono al seguito dei loro signori per dare una meritata lezione agli incomodi vicini di Fronzola; ma questi, avvertiti forse da qualche spia, invece di lasciarsi sorprendere, andarono incontro al nemico e lo attesero in un bosco di abeti. E lì, favoriti dalle posizioni che avevano occupate in precedenza, gli fecero piovere addosso una grandine di dardi. Poi, approfittando della confusione, si gettarono sulle schiere di Poppi e di Porciano e ne fecero strage. Cioè, dico male, fecero strage di quelle di Poppi, ma non di quelle di Porciano, le quali, rimaste illese, si gettarono sui fronzolesi già stanchi e uccisero tutti quelli che non si raccomandarono in tempo alle gambe dei cavalli o alle proprie. Attorno a messer Gherardo di Porciano si riunirono, dopo terminata la zuffa, tutti i suoi, e videro che di loro non mancava altri che Bosio, il portastendardo, il quale si era voluto togliere l’armatura durante la notte, spezzando i fili avvolti dalla bella contessa Luisa. - Per sant’Anna! - esclamò il conte di Porciano, - la mia nobile sposa mi ha recato in dote una cosa veramente preziosa, e chi non lo riconosce non è degno di combattere al mio fianco! Dopo un breve riposo nel castello di Poppi, il conte di Porciano riprese la via del suo palazzo. Quando fu alle falde del colle su cui ergevasi il castello, egli vide sulla torre più alta di quello, la bianca figura di madonna Luisa, della dolce signora che lo attendeva impaziente. Egli sventolò il fazzoletto per accennarle che era salvo, e il ponte levatoio si abbassò per lasciarlo passare. - Mi hai recato in dote un vero tesoro, - disse il conte Gherardo alla moglie, - tutti noi siamo salvi, meno Bosio, il bravaccio, che ha voluto combattere senza il talismano. La bella Contessa cadde in ginocchio e ringraziò fervidamente sant’Anna della grazia concessa al marito ed ai suoi. Ma era destino che ella non avesse un giorno di riposo e di tranquillità. Di lì a poco, i fronzolesi, imbaldanziti dalla morte di tanti loro nemici di Poppi e furenti della vittoria riportata da quelli di Porciano, mossero per molestare quel castello. Il soldato che stava sempre in vedetta sulla torre più alta, segnalò il loro avvicinarsi, e madonna Luisa corse alla rôcca, e gira gira il fuso finché non ebbe tanto filato da formare una specie di grata intorno alle armature dei combattenti. Naturalmente l’armatura che avvolse con cura maggiore fu quella del Conte suo sposo, e questa volta lo vide muovere sicuro incontro al nemico, e andò sulla torre per assistere al combattimento, che doveva decidersi nella pianura. Di lassù ella vedeva le spade dei nemici volare in pezzi appena toccavano il filo della rôcca miracolosa, e le quadrella che scoccavano tornar contro quelli che le avevano lanciate. I fronzolesi cadevano tutti, uno dopo l’altro, mentre gli uomini del conte di Porciano erano tutti immuni e formavano un compatto drappello intorno al loro signore. Il quale, tornando al castello, abbracciò la bella sposa e la ringraziò di nuovo del tesoro che ella gli aveva recato. Ma la contessa Luisa ripose per pochi giorni soltanto la rôcca nella cassa d’oro. I Tarlati di Fronzola non s’erano dati per vinti e, alleatisi con i Saccone di Bibbiena, mossero con un piccolo esercito contro Porciano. Un contadino ne portò la notizia al conte Gherardo, il quale, prima d’armare i suoi, disse alla moglie: - Madonna, sbrigati a filare perché questa volta il pericolo è grande. E madonna Luisa con le agili dita girava il fuso sollecitamente; ma a un certo punto del suo lavoro, la lana venne a mancare. - Signor mio, questa volta saremo vinti, perché non ho tanto filato da avvolgere tre cavalieri. - Prega sant’Anna che ti conceda altra lana, - rispose il marito, il quale fidava nell’aiuto soprannaturale. E madonna Luisa si rinchiuse nell’oratorio. Mentre nel castello si udiva il cozzare dell’armi e le grida delle scorte che vegliavano sulle torri, ella inalzava preci alla sua Santa protettrice e la pregava di darle altra lana da filare, per rendere invulnerabili i difensori del castello. A un tratto fu dato l’allarme. Si era veduto una massa nera inerpicarsi sulla via che faceva capo alla posterla. Il Conte ordinò che un drappello di armati facesse una sortita per vedere se chi giungeva era amico o nemico. I guerrieri tornarono in breve ridendo. Essi trascinavansi dietro un villoso montone. - Ecco l’aiuto invocato! - esclamò la Contessa appena fu informata della cattura. E fattogli subito radere una parte del vello, ne coprì la rôcca e si diede a filar la lana. E fila e fila, prima del far del giorno ne aveva riempito molti fusi, e così poté avvolgere tutte le corazze dei combattenti e renderli immuni da ogni pericolo. Ma gli assedianti, invece di invitare i porcianesi a battaglia, cinsero d’assedio il colle, e si vedeva bene che volevano prenderli con la fame. Infatti, per più settimane, dal castello non poté uscire né entrare nessuno, e intanto le provviste venivano a mancare. Furono mangiati tutti i bovi, tutti i maiali, tutte le pecore, e si dava pure la caccia ai corvi e alle civette annidate nelle torri del castello. Ma tutto questo non bastava, e ogni volta che il Conte con i suoi tentava di scendere al piano, incontrava una forte schiera di assedianti che difendevano le trincee formate ai piedi del colle. In quel lunghissimo assedio non era stato possibile agli uomini del conte Gherardo di tener sempre addosso l’armatura. Ogni sera essi la toglievano e la Contessa doveva continuamente filar nuova lana per cingerli del filo miracoloso. Così, fila fila, fu consumata tutta la lana del montone, e un giorno in cui gli assediati non avevan più nulla da mangiare, pensarono di ucciderlo. La Contessa si oppose, ma debolmente, poiché anche alla mensa sua mancava la carne da più giorni. E il montone fu scannato, messo arrosto e distribuito agli assediati che ne mangiarono avidamente. Quella notte la Contessa ebbe un sogno che la fece piangere a calde lacrime. Ella vide dinanzi a sé sant’Anna, col volto corrucciato, che la rimproverava di non aver saputo difendere il montone. - Quell’animale avrebbe sempre rifornito la tua rôcca di lana; - disse la Santa, - ora non posso far più nulla per proteggere il Conte e i suoi uomini dalle offese degli assedianti. La povera Contessa, desolata, andò a ricercare per tutto il castello i fili di lana spezzati dal marito e dagli altri combattenti nel togliersi le armature, e riuscì, con grande pazienza e facendo molti nodi, a raccapezzarne un gomitolino. - Se così avessi fatto sempre! - pensava rimproverandosi la poca previdenza. E con quel gomitolino ella riuscì appena a ricoprire l’armatura del Conte. Intanto gli assedianti, sicuri ormai che la gente del castello doveva esser esausta dalle privazioni, avevano stabilito di dare un assalto alle potenti mura. E il giorno seguente a quello in cui i porcianesi avevano divorato, più che mangiato, il montone, quei di Fronzola e di Bibbiena salirono in massa all’assalto. I difensori, vedendosi dinanzi un numero così preponderante di nemici e non sentendosi più protetti dai fili miracolosi, non osarono irrompere contro di loro. Il Conte però, che voleva ad ogni costo liberare dall’assedio il suo castello e temeva che la bella Luisa soffrisse per le dure privazioni imposte dalla carestia, si slanciò coraggiosamente contro i nemici, i quali, nel vederlo, indietreggiarono un momento temendo che fosse seguìto dai suoi invincibili guerrieri. Quando però si accòrsero che i porcianesi restavano a distanza, circondarono il Conte e, disarmatolo, lo trassero prigioniero nel loro campo. L’infelice signora, che aveva assistito da una torre a questa sortita, quando vide il marito trascinato via dai nemici, scese a precipizio e, capitando in mezzo ai suoi uomini di arme, li rimproverò acerbamente di aver lasciato che il loro signore si esponesse solo. - Se non avete seguìto lui, seguirete me, - ella disse. - Il conte Gherardo non deve rimanere un’ora nelle mani dei nostri nemici. E invece di armarsi di spada o di pugnale, ebbe l’ispirazione di brandire la rôcca donatale da sant’Anna, e con quella in mano, pregando fervidamente, uscì dal castello con grande slancio. La bella Contessa camminava alla testa dei porcianesi, i quali, vedendo una donna dar loro l’esempio del coraggio, si vergognavano di aver abbandonato il loro signore e fremevano di vendicarlo. Essi incolpavano quei fili miracolosi di averli resi così vili. - Prima si combatteva anche senza quelli e si moriva, - dicevano. - Dopo che non li abbiamo più avuti, c’è mancato il coraggio; ma ora... I nemici, sicuri che i porcianesi, privati del loro capo, si terrebbero più che mai sulla difesa senza pensare all’attacco, non avevano lasciata nessuna retroguardia. Sicché essi si videro assaliti all’improvviso, e non avevano ancora dato mano alle armi, che la contessa Luisa piombava nelle loro file, brandendo la rôcca e gridando: - Per sant’Anna, alla riscossa! Dietro a lei, volendo lavar l’onta subìta, si slanciarono i porcianesi e, ferendo a destra e a sinistra, passavano come un turbine in mezzo a quelli di Bibbiena e di Fronzola. La Contessa si avanzava sempre fra i nemici sgomenti, che non osavano colpirla, e così giunse a un gruppo di guerrieri in mezzo ai quali riconobbe il marito con i polsi carichi di catene. - Per sant’Anna, alla riscossa! - gridò di nuovo in quel momento. E maneggiando la rôcca, come se fosse stata un’arma, giunse fino a messer Gherardo, intanto che i suoi continuavano a far strage dei nemici. In pochi istanti, di tutti i guerrieri che circondavano il prigioniero, non ne era rimasto uno solo salvo. Allora ella sciolse dai ceppi il marito e, raccolta la spada di un caduto, gli disse: - Ora combatti! Il Conte non aveva bisogno di quell’incitamento. Egli si mise alla testa dei suoi, ritornati prodi come per il passato, e continuò la pugna. Il conte di Fronzola giaceva ferito in terra, il signor di Bibbiena era in un lago di sangue, e le schiere dei due signori si davano a fuga precipitosa. Ben presto sul campo del combattimento non rimase un solo nemico capace di reggere un’arma. Il conte Gherardo fece trasportare al castello i due capi degli assedianti, e subito ordinò che si procacciassero vettovaglie per Porciano. Quindi risalì al suo palazzo con l’amata sposa, che l’aveva salvato con la prontezza e il coraggio. - Ti sono debitore della vita; - le diceva commosso, - senza di te sarei morto, oppure sarei rimasto per sempre prigioniero dei miei nemici. Oramai egli non temeva più nessun attacco, ma non restituì così presto il ferito signore di Fronzola né quello di Bibbiena, per avere in mano ostaggi tali che gli permettessero di dettare patti vantaggiosi di pace. Le trattative furono assai lunghe; i fronzolesi e i bibbienesi consumarono la strada che metteva a Porciano per riavere i loro signori. Prima offrirono forti somme di denaro, che al conte Gherardo non parvero sufficienti; poi unirono a quelle somme l’offerta di molti capi di bestiame, e neppur allora il signor di Porciano l’accettò. Finalmente aggiunsero al denaro e al bestiame armi bellissime e tesori incalcolabili in argenterie, vasellami d’oro, che erano l’orgoglio delle famiglie Saccone di Bibbiena e Tarlati di Fronzola, e il conte Gherardo accettò l’offerta, tanto più che da due anni teneva prigionieri i suoi nemici e che la prigionia aveva ridotto i due fieri signori, due innocui invalidi. Allorché la pace fu conchiusa, egli ordinò grandi feste al suo castello, alle quali volle assistesse anche il suocero, per dimostrargli la gratitudine che gli serbava per avergli dato una moglie modello come la contessa Luisa, e un talismano che nessun altro possedeva. E volle che dell’esistenza del talismano fossero informati amici e nemici, affinché i primi ricercassero la sua alleanza, e i secondi fossero persuasi che era inutile molestarlo. E così da un dotto cappellano, che teneva al suo servigio, fece scrivere e copiare in molti e molti esemplari la storia della rôcca e dell’assedio di Porciano, e inviò questi esemplari per tutto il Casentino e anche più lontano. Poi fece costruire, nel circuito stesso del castello, un oratorio a sant’Anna, e sotto l’altar maggiore depose la cassa d’oro contenente la rôcca miracolosa, la quale si ricoprì di lana e servì a proteggere i porcianesi in ogni guerra. Ma venuto a morte il conte Gherardo e la contessa Luisa, i loro discendenti non ebbero più per sant’Anna la stessa venerazione; anzi, fecero struggere la cassa d’oro per batterne moneta, e la rôcca fu rinchiusa in una cassa di legno. Ma un bel giorno il filo della rôcca perdé la sua miracolosa virtù, e i porcianesi furono vinti e soggiogati.

- E qui ha termine la novella, - disse il professor Luigi sorridendo, - la quale insegna molte cose, e fra queste una di speciale importanza. - E quale? - domandarono i bambini. - Che la fede è quella che opera veramente i miracoli. La contessa Luisa, che si slancia nelle file nemiche armata della sola rôcca, non ne è una prova? E questa fede ella non la comunicava soltanto ai suoi, ma anche ai nemici, che fuggivano sgomenti. Di questi fatti se ne hanno mille esempî nella storia; e ora che la fede è quasi morta, i miracoli non si vedono più. Ma allorché quella fede era viva, gli uomini, sicuri di esser protetti dall’alto, operavano sforzi così possenti, da far credere che le loro forze fossero centuplicate. E questa credenza in un intervento soprannaturale, la troviamo nei più antichi popoli. I greci, all’assedio di Troia, quando si credevano protetti da Minerva e da Giunone, operavano miracoli; appena i troiani supponevano da qualche indizio che Venere, la dea con gli occhi glauchi, combattesse nelle loro file o intercedesse presso Giove, baldi tornavano all’assalto. Enea stesso, nel suo periglioso viaggio dall’Asia alle sponde del Tevere, fu sostenuto, in mezzo a mille pericoli, dalla convinzione che il Cielo lo guidasse; i Cristiani poi, animati da questa fede, più volte hanno pugnato contro gl’Infedeli e li hanno vinti. Ora, alla fede nel soprannaturale si è sostituita la fede in un’idea o in un uomo, e si sono visti, anche recentemente, dei popoli insorgere e battere nemici molto più forti di loro, sostenuti soltanto dal pensiero della redenzione di una patria sminuzzata e avvilita. A Garibaldi, all’eroe maraviglioso, non attribuivano i siciliani, che lo avevano veduto sbarcare con i suoi Mille a Marsala, un potere soprannaturale? E quando ebbe corso, trionfante, tutta la Sicilia, dal Lilibeo a Messina, non dissero che era figlio di una Santa, di santa Rosalia, o del Demonio? E questa convinzione che egli fosse aiutato da un’occulta potenza, non dette ai siciliani l’ardire d’insorgere contro i Borbonici, di accorrere a migliaia fra le schiere garibaldine, e di pugnare con coraggio indomito? - Ha ragione: - disse Cecco, - la fede nell’aiuto soprannaturale, la fede in un’idea, la fede in un uomo, la fede in noi stessi, ecco la spiegazione di tanti fatti che ci sembrano miracolosi e che la fantasia popolare ha giudicato tali. - Vedo che mi avete capito; - disse il professor Luigi, - il miracolo io l’ammetto, ma lo spiego diversamente da molti altri. Figuratevi che una volta una mia parente fu morsa da un cane, che dopo cinque giorni morì arrabbiato. Ella non si era fatta bruciare, e, appena morto il cane, ella ebbe tutti i sintomi del terribile male: avversione al cibo e soprattutto alle bevande; desiderio di mordere, spasimi, dolori acutissimi alle ferite prodotte dai denti del cane. - Il padre di lei era uomo molto pio e aveva poca fede nei medici. Sapendo che nelle montagne, che sovrastavano al villaggio ove abitava la famiglia, v’era un santuario dedicato alla Madonna, vicino al quale scaturiva un’acqua miracolosa, fece porre la figlia in una lettiga, solidamente imbavagliata, perché non potesse recar offesa ad altri, e salmodiando la seguì a piedi nudi insieme con la famiglia, la servitù e i contadini. - Appena giunta al santuario e aspersa con l’acqua miracolosa, la ragazza guarì. Ora, non credete che fosse la fede potente che animava la malata, che le rendesse la salute? Io ne sono convinto. La Regina non era persuasa da quella spiegazione, e neppure le altre donne; ma Cecco disse: - La fede è ciò che salva l’uomo! Poi il bell’artigliere tacque, ma non cessò di pensare, e quando il professore Luigi e la moglie si furono allontanati, disse: - Cerchiamo di acquistarla, questa fede, in noi stessi, e vedrete che ci aiuterà a combattere lo scoraggiamento, che è il primo passo verso la rovina. Siamo giovani, siamo uniti, e perché non si dovrebbe trionfare di questa sventura, che pare voglia trascinarci? - Sì, abbiamo fede in noi, - ripeterono in coro i fratelli. La Regina non aveva detto una parola e piangeva in silenzio, commossa. Ella aveva fede e sperava.