Le novelle della nonna/La criniera del leone

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La criniera del leone

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L'Albergo Rosso L'impiccato vivo
Parte Quarta ed Ultima
La criniera del leone

Per alcune domeniche la Regina non aveva avuto uditori per ascoltare le sue novelle, e aveva fatto a meno di raccontarle, poiché uomini e ragazzi della numerosa famiglia dei Marcucci approfittavano di quel giorno di riposo per riaccomodare la casa in modo da renderla abitabile ai forestieri, ai quali volevano affittarla per l’estate. Essi ritingevano le finestre, imbiancavano le stanze, ribattevano le materasse e cercavano di dare un aspetto di giardino all’orto, che si stendeva dietro la casa, e con molte canne avevano anche formato un padiglione, sul quale facevano arrampicare una vite e delle zucche con le foglie larghe. La cucina non era più nera come nell’inverno, e intanto che la casa e l’orto si trasformavano, le donne eran tutte intente a lavare i gusci delle materasse, a ribatter la lana ed a tagliare dai rotoli di tela delle lenzuola nuove, che mettevano in bucato e poi stendevano sull’aia per farle diventar candide. E neppure la Regina se ne stava con le mani in mano; anche lei orlava canovacci e tovagliuoli e incoraggiava tutti nel lavoro, che doveva aiutare la famiglia a sbarcare quell’annata disastrosa. La Vezzosa aveva già scritto alla moglie del nuovo ispettore di Camaldoli, alla gentile signora dalla quale doveva entrare al servizio l’Annina, affinché ella trovasse qualche famiglia che volesse passar l’estate al podere di Farneta; ed allorché i preparativi furono terminati, tutti attendevano con ansia la risposta della signora Durini. Terminati i lavori, l’ultima domenica di giugno tutta la famiglia era adunata sull’aia, aspettando che la Regina incominciasse la novella. I ragazzi erano stanchi per essere stati tutta la mattina nei boschi a coglier fragole, che già avevano spedite ad Arezzo, e per questo non facevano il chiasso; i grandi, senza confessarlo scambievolmente, erano rosi dall’ansia nell’attesa della risposta della signora, e per questo tacevano. Vezzosa, che leggeva nel cuore degli altri, e specialmente in quello di Cecco, che ella vedeva così irrequieto, disse alla Regina: - Aiutateci a passare questo lungo dopopranzo. Scommetto che avete una novella bell’e preparata? - Se la volete udire, sono pronta a dirla, - rispose la vecchia. E subito cominciò:

- C’era una volta, al tempo dei tempi, un signore di Romena, che pare ne avesse fatte d’ogni colore, perché suo padre, che non voleva figliuoli cattivi d’intorno, gli disse un giorno con fare imperioso: - Eccoti una borsa ben guarnita; scegli un cavallo e fa’ che io non senta più parlare di te. Il giovane Valfredo non intese a sordo. Egli riunì pochi abiti, abbracciò la madre piangente, la quale gli consegnò una medaglia d’oro con l’effigie di san Marco raccomandandogli di non separarsene mai, e via a spron battuto. Da principio, l’esilio paterno gli fece piacere. Incontrava gente nuova, paesi non mai veduti, e nelle osterie dove si fermava si imbatteva sempre in allegri compagni di tavola e di giuoco. Così viaggiò fino ad Ancona, e quando vi giunse non gli rimaneva un soldo in tasca. «Che farò ora? - pensò il giovane signore. - Mangiar bisogna e divertirsi anche, e intanto i quattrini son finiti!...» - Ma il cavallo mi resta! - esclamò subito dopo, - e con quello posso far moneta. Infatti, senza tanto riflettere, entrò nella cucina dell’albergo ove alloggiava, e che era gremita in quel momento di cavalieri che attendevano d’imbarcarsi per una impresa contro i Turchi, e disse: - Chi vuol comprare il mio cavallo? Io lo vendo. - Io! - rispose un cavaliere. - Ne ho appunto uno che si è azzoppito e me ne occorre un altro. Costì fu fatto il patto in un battibaleno e il cavalier Valfredo rimase senza cavalcatura, e in breve anche senza denari, perché in quella sera perdette tutto quello che aveva ricavato dalla vendita del cavallo, e avrebbe perduto anche la camicia se i compagni l’avessero voluta giocare. Non per questo egli si sgomentò. - Andrò anch’io contro i Turchi; - disse, - il mio braccio e la mia spada valgono ancora qualche cosa. Infatti s’intese col capo della spedizione, che assoldava uomini per conto dei Veneziani, e di lì a pochi giorni la nave che doveva sbarcar lui e i suoi compagni sulle coste della Dalmazia per movere insieme all’assedio di Scutari, spiegò le vele al vento e traversò l’Adriatico come una freccia. Ma al punto stabilito, invece d’incontrare le navi della Serenissima Repubblica di San Marco, i viaggiatori trovarono molti bastimenti turchi, che li fecero prigionieri e li condussero a Costantinopoli. Neppur quel fatto fece perder d’animo il cavalier Valfredo. - Tanto meglio, - disse, - se sono prigioniero avrò un padrone, ed esso non mi farà morir di fame. Per me è lo stesso di stare in un posto o in un altro, poiché a Romena non c’è più aria per me. Si capisce come Valfredo, cui non importava nulla della prigionia, si mostrasse allegro; e mentre i suoi compagni se ne stavano accigliati e taciturni, egli rideva e cantava. Inoltre fra tanta gente rozza, usa a maneggiare soltanto l’alabarda o la picca, egli era il solo cavaliere che aveva buon aspetto, belle maniere e abiti convenienti al suo grado. Tutti questi fatti prevennero in suo favore il Sultano di Costantinopoli, che lo vide al suo arrivo. - Tutta questa marmaglia mandatela a lavorare la terra; - disse il Sultano a colui che aveva guidata la spedizione, - quest’uomo solo voglio che rimanga al palazzo, - e accennava a Valfredo. - E quali lavori gli si debbono assegnare? - fu domandato al Sultano. - Egli sarà il guardiano del terribile leone d’Africa, che ho ricevuto in dono dal Sultano di Tunisi. Valfredo non capiva le parole che il sovrano scambiava con l’esecutore dei suoi ordini, ma s’accorgeva bene che parlavano di lui, e sorrideva. Allora il Sultano fece chiamare un genovese, che da lungo tempo era caduto in ischiavitù, per farsi interprete della sua volontà presso Valfredo. E il genovese gli disse: - Il successore di Maometto, il grande e potente capo dei Mussulmani, mi ordina, cristiano, di dirti, che tu devi ammansire il terribile leone d’Africa, che egli tiene custodito in una gabbia, e ridurlo così docile come un cane. Il Sultano nostro signore ti dà tempo un mese, in capo al quale tu devi, in presenza sua, contare i peli della criniera del feroce leone. - Io non ho mai addomesticato bestie, - disse impallidendo Valfredo. - Non importa: questa è la volontà del Sultano; e se tu non riesci ad addomesticare la fiera, quella ti sbranerà. - Ebbene, proverò! - rispose Valfredo. Le guardie lo condussero nel giardino del palazzo e lo lasciarono solo davanti alla gabbia del leone, il quale ruggì nel vederlo. - Si comincia male! - disse Valfredo, - pare che mi voglia inghiottire tutto in un boccone. Ma non importa, tentiamo se si lascia prendere per il lato della vanità, - e incominciò a fargli di berretto e dirgli: - Potente signore del deserto... Ma nel far questi salamelecchi s’era avvicinato alla gabbia, e il leone, passata una zampa attraverso le sbarre di ferro, gli acchiappò il berretto e glielo fece in mille pezzetti. - Alla larga! - esclamò Valfredo, - pare che i complimenti non lo commuovano; proviamo con le minacce. E tagliato un ramo d’albero, se ne fece un bastone che alzò sulla testa del ruggente animale, dicendogli: - Lo vedi questo randello? Ebbene, io te lo romperò sul groppone, se tu non mi ubbidirai come i cani ubbidiscono al loro padrone. Il leone allungò il muso e stritolò con le potenti zampe il randello, come se fosse stato un fuscellino. - Perbacco! neppur le minacce bastano a nulla! - esclamò il cavaliere di Romena. - L’impresa non è facile, ed io prevedo di finire in bocca al leone. Ma c’è un mese di tempo, e in un mese si fanno tante cose. Questo pensiero gli rese la tranquillità e il buonumore, e non pensando più a quel che doveva fare, si mise a passeggiare per il fiorito giardino, ammirando le piante, i bizzarri giuochi d’acqua, le strane costruzioni che vi erano disseminate ed il placido mare che lo bagnava. Nessuno lo sorvegliava ed a lui pareva d’esser libero. Era l’ora del pomeriggio e l’aria si faceva soffocante. Valfredo, vedendo una vasca, pensò di tuffarvisi per procurarsi un po’ di refrigerio, e, spogliatosi, si buttò nell’acqua limpidissima. Quando vi fu dentro, abbassando gli occhi sul petto, gli venne fatto di vedere, insieme con altre medaglie di bronzo e d’argento, quella d’oro con l’effigie di san Marco, datagli dalla madre al momento della partenza, e, intenerito da quel ricordo, disse: - San Marco benedetto, voi che prendeste a simbolo il leone, aiutatemi a domare la terribile fiera! E con un bacio ardente, deposto sull’immagine, suggellò la preghiera. In quel momento gli parve che gli occhi del santo Evangelista, ch’egli invocava, brillassero di una luce vivissima e che la testa circondata dall’aureola si abbassasse in atto di annuire. Questo bastò a Valfredo per riacquistare fede nell’impresa e, uscito dall’acqua, stava per rivestirsi, quando si vide davanti uno dei mori, che formavano la guardia del Sultano. Questi, vedendo luccicar sul petto al cristiano la medaglia d’oro, stese la mano per afferrarla, ma Valfredo, che era agile e forte, spiccò un salto all’indietro, e afferrato un sasso minacciò di lanciarlo sulla testa a chi osava avvicinarglisi. Il moro non si lasciò intimidire da quella minaccia, e tolta dal fodero la terribile scimitarra che portava al fianco, la brandì e si slanciò contro Valfredo, il quale, indovinata l’intenzione del nemico, senza esitare, lanciò con gesto rapido la pietra. Essa colpì in pieno petto il moro, che cadde rantolando per terra. - San Marco benedetto, e tu, madre mia, abbiatevi un giuramento: nessuno mi toglierà questa medaglia, doppiamente sacra, altro che dopo la mia morte! - disse Valfredo. E, rivestitosi in fretta, lasciò il suo nemico agonizzante per terra, e si allontanò. Ma poco dopo sopraggiunse una squadra di guardie che, raccolto il ferito, seppe da lui, prima che spirasse, che il feritore non era altri che il cristiano addetto alla guardia del leone d’Africa. Questa indicazione bastò perché Valfredo fosse subito arrestato e condotto incatenato alla presenza del Sultano. Il genovese serviva al solito d’interprete fra il sovrano de’ Turchi e il cavaliere di Romena. - Can d’un cristiano, - disse il primo, - perché hai uccisa una delle mie guardie? - Signore, - rispose Valfredo, - io possiedo un talismano che deve servirmi a domare il feroce leone e renderlo docile come una pecorella. Mentre uscivo da una vasca del giardino, nella quale avevo cercato refrigerio ai bollori meridiani, la guardia mi s’è avvicinata e ha voluto rubarmi il mio talismano. Io mi son fatto indietro ed egli ha sguainata la scimitarra per mozzarmi la testa. In quel momento, non avendo armi per difendermi, ho afferrato un sasso e l’ho colpito. Signore, io non ho difeso soltanto la mia vita, ma ho voluto conservare il talismano che deve procurarti la soddisfazione di vedere a’ tuoi piedi, reso mansueto, il terribile leone del deserto. - Se è così, cristiano, hai fatto bene ad uccidere la guardia; ma io non ho molta pazienza di attendere, e voglio che non più dentro ad un mese, ma dentro una settimana, tu mi conduca davanti il leone sciolto, al quale in presenza mia tu conterai i peli della criniera. Hai capito? Valfredo capiva purtroppo, ma non si perdeva d’animo. Gli furono tolte le catene e venne rimesso in libertà. Egli si grattò il capo, non sapendo come cominciare l’educazione del leone, e ritornò dintorno alla gabbia. Il leone lo salutò con un ruggito, che pareva una cannonata. - Le disposizioni della belva sono buone; si principia bene davvero! - esclamò Valfredo. Mentre stava pensando al modo di addomesticare il leone, capitò accanto a lui un veneziano prigioniero. - Amico, - gli disse, - per tutto il palazzo non si parla altro che di te e della bella medaglia d’oro che porti al collo. Vuoi giuocarla contro questo prezioso pugnale che io tengo nascosto nelle vesti? E gli faceva vedere un’arma dalla impugnatura d’argento, tempestata di pietre preziose, e nello stesso tempo toglieva di tasca due dadi. Valfredo, alla vista del pugnale e soprattutto dei dadi che aveva sempre maneggiati con tanta passione di giocatore, si sentì rimescolare il sangue, e già stava per cedere all’invito, quando gli parve di scorgere dinanzi agli occhi la faccia rannuvolata di san Marco. - No, - rispose con fermezza, - io non cederò alla tentazione e non arrischierò il mio talismano contro il tuo pugnale prezioso; tu fai in questo momento con me la parte del Diavolo. Vattene! Il veneziano si offese della repulsa, e, pieno d’ira, si gettò addosso a Valfredo per piantargli l’arma nel cuore. Ma Valfredo, più pronto, gli afferrò la mano, lo disarmò, e come sfregio gli fece una leggiera scalfittura sulla guancia, poi se ne andò. Dopo un’ora, incatenato di nuovo, Valfredo era alla presenza del Sultano. - Dunque, can d’un cristiano, non vuoi concedermi un momento di pace e dovrò sempre occuparmi di te? Prima mi uccidi una guardia, ora mi ferisci uno schiavo, che io tenevo in gran conto perché era abilissimo nei lavori d’orafo ed ha arricchito il mio tesoro di gioielli ed armi preziose! Che dici a tua difesa? - Nulla, - rispose Valfredo, cui il genovese serviva d’interprete, - quel veneziano voleva che io giocassi il mio talismano, ed essendomi rifiutato, egli ha tentato di uccidermi, ed io l’ho disarmato e ferito al volto. Del resto, signore, la sua ferita è così lieve che, se egli volesse, potrebbe subito tornare al lavoro. - Lieve o non lieve che sia, tu gliel’hai fatta, quella ferita, e devi essere punito. Non ti concedo più una settimana, ma un giorno per ammansire il leone, tanto da contargli in presenza mia i peli della criniera. Va’! Il cavalier di Romena, per ordine del Sultano, fu riposto in libertà, e afflitto e sconsolato andò in un punto solitario del giardino e si buttò in ginocchio. - San Marco benedetto, datemi un suggerimento, un’ispirazione per uscire da questo impiccio, perché io non so davvero come fare per ammansire il leone! Se mi aiutate, vi prometto, per l’eterna salute mia, di porre il mio braccio in difesa della fede e della città di Venezia, che vi ha eretto un tempio splendido e vi ha scelto a protettore. Subito dopo che aveva pronunziato questa promessa, si sentì invaso da una forza e da un coraggio straordinario. Gli pareva che avrebbe spezzato una incudine di ferro con una mano e avrebbe divelto dalla terra uno degli alberi giganteschi del giardino. Volle provarsi, e, cinto infatti con le braccia il tronco robusto di un albero, si mise a tirarlo. Con tre strattoni le radici si sollevarono dalla terra, come avrebbe fatto una pianta di rose da un vaso. Animato da questo primo esperimento, Valfredo aprì la gabbia del leone, e vi penetrò. La fiera ruggì, e con gli occhi spalancati, la bocca aperta, fece un lancio per saltargli addosso e piantargli nel petto i potenti artigli; ma Valfredo, invocato che ebbe san Marco, stese le mani, e, afferrato il leone per le gambe, lo mantenne a distanza. La fiera ruggiva, mandava schiuma dalla bocca e lampi dagli occhi, ma non poteva moversi, trattenuta dalle ferree mani del giovine cavaliere. La belva e l’uomo stettero così un pezzo con gli occhi fissi, e fu il leone che dovette abbassare lo sguardo dinanzi a Valfredo. Allora questi liberò le zampe dalla stretta; ma appena il terribile avversario si sentì padrone dei suoi potenti mezzi di offesa, con la bocca spalancata si avventò alle gambe del giovine, il quale, prima che le zanne gli lacerassero le calze, afferrò per le ganasce l’animale e lo costrinse a rimanere a bocca aperta senza poterlo mordere, senza poter fare nessun movimento. Dapprima, il terribile abitatore del deserto, fremette; ma poi, a poco a poco, si ammansì, e piegate le ginocchia rimase in atteggiamento umile dinanzi al suo soggiogatore. Le mani ferree si staccarono dalle ganasce del mostro, il quale non si mosse e con la lingua incominciò a leccare le palme di Valfredo. - San Marco, vi ringrazio di avermi fatto il miracolo! - esclamò il cavalier di Romena. - Ora sono salvo. E senza timore alcuno spalancò la gabbia e andò nel giardino. Il leone lo seguiva scodinzolando, ma i giardinieri, vedendolo, fuggivano spaventati, cosicché la notizia che Valfredo aveva domato il leone, giunse a palazzo prima che egli vi conducesse la fiera. Le guardie però non vollero lasciarlo entrare con quella compagnia, e il giovine cavaliere dovette attendere un ordine del Sultano. Intanto egli si era seduto sopra uno scalino di marmo e il leone gli stava accucciato ai piedi come un mansueto cagnolino. Poco dopo giunse l’ordine del Sultano, e allora Valfredo fu introdotto nella sala del trono alla presenza del temuto signore. - Cristiano, compi ciò che ti ho imposto, - ordinò. Valfredo non rispose, ma inginocchiatosi a fianco dell’animale incominciò a contargli i peli della criniera. Il conto riusciva lungo, perché la criniera del re del deserto era foltissima; ma il leone non si moveva e si lasciava toccare senza dar segno alcuno di tedio o di ribellione. Il Sultano non fiatava, ma le guardie, con la scimitarra sguainata, stavano pronte per difenderlo. Quando Valfredo ebbe terminato di contare, disse: - Vedi, potente signore, che io ho compiuto in un giorno un miracolo. Avevi una fiera e io l’ho ridotta più mansueta di un agnello. Questo leone potrai tenerlo ai piedi del tuo trono, ed esso darà maggior idea della tua possanza e sarai paragonato agli antichi imperatori di Roma e di Bisanzio. Non ti pare che in cambio di questo servizio io meriti qualche ricompensa? - E l’avrai, infatti, cane d’infedele! - rispose il Sultano. - Guardie, legatelo, e fra un’ora voglio che il suo cadavere penzoli dalla forca. Fremé Valfredo a tanta ingratitudine, e quando vide le guardie che si avanzavano per legarlo, urlò: - A me, leone di san Marco! A quel grido la fiera si scosse, ruggì, e, gettandosi addosso alle guardie, le sbranò; poi, saliti i gradini del trono, piantò gli artigli nel petto al Sultano e lo ridusse in pochi istanti boccheggiante cadavere. Le altre guardie fuggirono spaventate a rinchiudersi nelle cantine del palazzo. Ovunque era lo scompiglio. Si udiva il rumore di porte sbatacchiate, di catenacci scorrenti nei ferrei anelli. Valfredo era rimasto solo col leone, in presenza del cadavere del Sultano. Allora, animato da insolito ardimento, si slanciò nei giardini, preceduto dalla fiera, gridando: - A me, cristiani, per il leone di san Marco, noi siamo liberi! A un tratto una folla di prigionieri di tutte le nazioni, circondò il cavaliere di Romena. Accorrevano dal ponte, dalle galere, dai giardini, da ogni banda, carichi di ceppi, ma sorridenti a quel grido che prometteva loro la libertà. Invano i soldati turchi cercavano di sbandarli; il leone ne disperdeva le schiere, e la falange dei prigionieri avanzava sempre verso la rada del palazzo, nella quale si cullavano le dorate galere su cui sventolava l’orifiamma. I prigionieri se ne impossessarono mercè il leone, che fece strage dei mori che le costudivano, e poco dopo essi spiegavano le vele al vento e navigavano alla volta dell’Adriatico, verso la terra della libertà! Allorché le sentinelle della torre di Malamocco videro giungere le dorate galere sormontate dall’orifiamma, dettero l’allarme. Ma Valfredo scese in una imbarcazione, chiese di parlamentare e fu condotto dal Doge, al quale narrò dell’uccisione miracolosa del grande nemico della Repubblica e della liberazione di tanti cristiani, trattenuti lungo tempo in dure catene. Vennero fatti solenni rendimenti di grazia al protettore di Venezia per quel fatto, e quando Valfredo espresse il suo desiderio di porre il suo braccio e la sua spada al servizio della Serenissima, il Doge e il Consiglio lo investirono del comando delle navi prese ai Turchi. E su quelle Valfredo corse vittorioso i mari, sempre accompagnato dal leone, che era docile con i cristiani e ferocissimo con gli infedeli, sbranandone quanti più poteva. Il cavalier di Romena salì ai più alti onori e acquistò grandi ricchezze. Già inoltrato negli anni, tornò a Romena. Il padre suo era morto, morta la buona madre che lo aveva pianto così amaramente per lunghi anni, e i suoi fratelli eran tutti vecchi. Essi, che avevano contribuito a farlo scacciare dal padre, ora, sapendolo ricco, lo accarezzavano e lo circondavano di attenzioni, apparentemente affettuose, ma dalle quali egli non si lasciava ingannare. Valfredo si trattenne alcuni mesi nel castello di Romena, e in quel tempo, chiamati da Firenze architetti, scultori e pittori, fece costruire una ricca cappella in onore di san Marco, nella quale ordinò che fosse trasportato il cadavere della buona madre sua, di colei che lo aveva protetto nell’esilio. Vi potete figurare se il leone, che era il compagno inseparabile di Valfredo, destasse la curiosità degli abitanti del Casentino! Essi scendevano dai monti più alti per vederlo, e il leone, che era docile e buono con quelli che amavano il padrone, riprendeva i suoi istinti bestiali appena si accorgeva che qualcuno tentava di far male a Valfredo. Infatti sbranò un cugino del suo padrone perché lo diffamava, e staccò con una zannata la mano destra di un perfido suo nipote, il quale, non contento dei molti doni avuti da lui, gli aveva rubato una grossa somma in tanti fiorini d’oro della Serenissima Repubblica di Venezia. Quella belva pareva guidata da una intelligenza soprannaturale e si sarebbe detto che l’anima del santo protettore della città del mare si fosse trasfusa in lui. Valfredo visse molti anni e morì a Venezia carico d’onori. Il giorno stesso della sua morte fu trovato stecchito anche il leone, la cui pelle servì di lenzuolo funebre al cavalier di Romena.

- La vostra novella, - disse Vezzosa quando si accòrse che la Regina aveva terminato di narrare, - ha prodotto il solito benefico effetto sopra di noi. Vedete, mamma, i volti nostri non esprimono più l’ansietà; voi ci avete divagati e noi siamo più calmi, più fiduciosi e più forti. Però, nonostante l’assicurazione che Vezzosa aveva data alla Regina, la conversazione languì. Nessuno osava parlare vedendo Maso col capo chino e gli occhi fissi in terra, come nei giorni della morte di un manzo o dello sperpero della raccolta; e quel silenzio e quell’abbattimento del capoccia si rifletteva su tutta la famiglia. Questo silenzio si sarebbe prolungato chi sa quanto, se un incidente non fosse venuto a interromperlo. - Una lettera! - gridò dalla viottola un frate converso di Camaldoli che tornava da Poppi. - Presto, datemi un mulo prima che faccia notte. Mentre i ragazzi correvano nella stalla a prendere il trapelo, Vezzosa aveva preso la lettera a lei diretta e la leggeva alla luce dell’ultimo chiarore crepuscolare. Non appena ebbe terminato di leggerla, esclamò: - Le nostre speranze non sono deluse, le nostre fatiche non sono state sprecate. Sentite: la moglie del nuovo ispettore, la buona signora Durini, mi dice che sua madre e suo padre prendono tre stanze da noi per quattro mesi e ci dànno cento lire al mese e il servizio a parte. Sperano che li provvederemo di vino, d’olio, di farina, di legna, di tutto, insomma. Dobbiamo rispondere subito, se siamo, o no, contenti della somma che ci offrono, perché essi cercano una villeggiatura. Il padre della signora Durini è stato ammalato ed ha bisogno di rimettersi. - Sia ringraziato il Cielo che ha esaudite le mie preghiere! - esclamò la buona Regina con le lacrime agli occhi. - E quando giungerebbero? - domandò la Carola. - Martedì, che è il primo luglio. Maso era il più attaccato all’interesse di tutti i Marcucci. Prima di dare una risposta egli si consultò coi fratelli e domandò loro se non credevano che dall’affitto di una parte della casa potessero ricavare un utile maggiore. Aveva sentito dire che il segretario comunale di Poppi aveva affittato quattro stanze e la cucina per centottanta lire al mese, e che l’Amorosi, il locandiere di Bibbiena, prendeva da ogni camera quarantacinque lire. Non potevano essi pretendere di più? Eppoi, due vecchi soli, che cosa avrebbero consumato? Non credevano i fratelli che se la famiglia fosse stata più numerosa, avrebbero guadagnato di più vendendo il vino, l’olio, i polli e il resto? I fratelli gli fecero però osservare che questo era un affare fatto, e se aspettavano una offerta più lucrosa, rischiavano di perdere il mese di luglio e forse l’intiera stagione. - Maso, non vi riconosco; - disse la Vezzosa, - lasciare il certo per l’incerto, scusate, mi sembra una bella pazzia. Inoltre, una famiglia molto numerosa, con bambini, per esempio, sperpererebbe le frutta e l’uva. Non vi lasciate tentare da un guadagno maggiore, e accettate questo di cento lire, che ci piovono dal Cielo. Chi sa che non doveste pentirvi di aver dato un calcio alla fortuna! Scusate se io, ultima venuta in casa, m’ingerisco di queste cose; ma darei metà del sangue mio per levarvi dalle angustie. - Ti devo proprio dare ascolto? - disse il capoccia a Vezzosa. - Vi prego, per quanto ho di più caro a questo mondo, che è il mio Cecco, accettate. - Vada dunque per cento lire! - disse il capoccia. - Vezzosa, tu che sai mettere in carta tanto benino, scrivi alla signora Durini che i suoi genitori possono pure venire quando vogliono e da noi troveranno un piatto di buon cuore, che è tutto ciò che i poveri possono offrire. Quella sera i Marcucci cenarono con grande appetito e la notte dormirono tranquillamente, sicuri ormai che una buona sommetta sarebbe entrata nella cassa della famiglia. E la mattina dopo, donne e uomini erano di nuovo tutti in faccende per lustrare ancora e pulire tutta la casa, Pareva che aspettassero l’acqua benedetta, tanto si davano da fare. Vezzosa mandò i ragazzi nei boschi in cerca di rami di quercia, e alle bimbe dette incarico di portare quanti fiori avessero potuto trovare. Essi tornarono carichi, e Vezzosa disponeva i rami sulle porte a guisa di festoni, e i fiori nei rozzi vasi di vetro e anche nei bicchieri. - Fanno allegria! Fanno festa! - ella diceva a mano a mano che coi fiori adornava le stanze. - I signori debbono ricevere una buona impressione della nostra casa e debbono conservarla... Bambini miei, - aggiunse poi rivolta ai nipotini, - a voi spetta di esser molto cortesi con i villeggianti, per tre ragioni: sono gente anziana, sono signori e sono nostri ospiti, avete capito? I bambini avevan capito benissimo e si proponevano di rendere lieto il soggiorno di Farneta ai genitori della signora Durini.