Le odi di Orazio/Libro terzo/VIII

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Libro terzo
VIII

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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VIII.


Che mai di Marzo faccia alle calende
    Io celibe, e che dir vogliano i fiori
    E l’incensiere pieno e il foco in vivo
                4Cespite acceso,

Tu, dotto in ambe le due lingue, ammiri?
    Dolci banchetti e un capro bianco a Bacco
    Io votai quando fui d’un tronco al colpo
                8Presso a morire.

Compie ora l’anno, e questo dì festivo
    Caverà al doglio il sughero impeciato,
    Che a bere il fumo cominciò, quand’era
                12Console Tullo.

Prendi, o Mecena, per l’amico illeso
    Cento bicchieri; fino al dì produci
    Le vigilanti lampe; e stia lontano
                16Ira e clamore.

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Lascia di Roma le civili cure:
    Perì del dace Cotison la schiera;
    Il Medo, infesto a sè, fra luttuose
                20Armi parteggia.

Vecchio nemico del confine ibero
    Serve il Cantabro a noi, da tardi ceppi
    Domo; pensan con lento arco gli Sciti
                24Cedere il campo.

Qual uom privato un po’ ti svaga; cessa
    Troppo curar se il popolo si affanni;
    Dell’ora i doni allegro cogli, e l’aspre
                28Cure abbandona.