Le supplici (Euripide)/Quinto episodio

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Quinto episodio

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Euripide - Le supplici (423 a.C. / 421 a. C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Quinto episodio
Quarto stasimo Quinto stasimo
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Tragedie di Euripide (Romagnoli) III-0080.png


Il corteo esce, seguito da Adrasto. Dei servi alzano la pira di Capaneo accanto al tempio, sotto la rupe.
coro
Le stanze già vedo che attendono
Capanèo, vedo il tumulo sacro,
e, fuori del tempio,
le pire che ai morti innalzò
Tesèo. Vedo pure la sposa
dell’eroe sterminato dal fulmine.
Evadne, che figlia fu d’Ifi
sovrano. Perché su la roccia
che eterea si leva sul tempio,
salí? Perché scelse quel tramite?
Sulla sommità della rupe appare Evadne, in abiti festivi
Strofe
evadne
Che fulgore dal cocchio
suo diffondea, che raggio,
Elio quel dí per l’ètere,

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e Selène, che il lume nel rapido viaggio
spingendo, fra le tenebre
cavalcava, quel dí che l’imenèo
Argo intonava, e i fausti
voti per me, pel celebre
mio sposo Capanèo
insigne nel fulgor dell’armi bronzee!
A te, come delira
Mènade, dalla mia casa or precipito,
la fiamma della pira
cercando, ed una fossa
dove i dolor’ miei cessino,
dove finir la vita grama io possa.
Perché, quando si muoia
coi nostri cari, se tal sorte un Dèmone
ha segnata per noi, la morte è gioia.
corifea
La pira è questa, vedila, ché sopra
le muovi, a Giove sacra, ove il tuo sposo
giace, abbattuto dal baglior dei folgori.

Antistrofe
evadne
Io vedo, io vedo il termine
a cui mi trovo: il passo
mio la fortuna vigila.
Ora, per la mia gloria, giú da questo ermo sasso
balzerò con un lancio
giú nella pira; nel baglior del rogo,

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il corpo al dilettissimo
consorte unendo in cenere
in un sol luogo,
scenderò nelle stanze di Persèfone.
Fido l’animo mio
ti sarà piú, nei regni sotterranei.
O nozze, o luce, addio!
Deh, simili giacigli
di giuste nozze, possano
trovare in Argo i figli!
D’insolubili nodi
cosí confuso il padre a una magnanima
consorte fu, con aure senza frodi.
corifea
Ecco tuo padre, il vecchio Ifi, che appressa
a udir le tue nuove parole. Ancora
le ignora; e a udirle, lieto non sarà.
Entra Ifi, senza accorgersi subito della figliuola.
ifi
O sciagurata, e sciagurato me
vecchio, che giungo, un duplice recando
lutto dei miei parenti: ché d’Etèocle
spento dall’armi dei Cadmèi, la salma
in patria voglio ricondurre; e cerco
la figlia mia, di Capanèo la sposa,
che sparí d’improvviso, che fuggí
via dalla casa: ché morir bramava

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col suo consorte. E ben guardata in casa
dapprima fu; ma poi che le sventure
fecero sí che meno io le badassi,
fuggí. Ma se c’è luogo ove trovarla,
è questo, io penso. Or voi, l’avete vista?
evadne
Lo chiedi a queste? O padre, a mo’ d’augello,
di Capanèo sul rogo, ecco, io mi libro
da questa rupe, con infausto volo.
ifi
Quale aura mai, qual tramite, qual causa,
dalla tua patria a questo suol t’addusse?
evadne
Ira concepiresti, udendo, o padre,
i miei disegni; e vo’ che tu l’ignori.
ifi
Devo ignorarli, e son tuo padre? È giusto?
evadne
Farne tu non potresti equo giudizio.

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ifi
Perché son tanto le tue vesti adorne?
evadne
A gloria aspira questo adornamento.
ifi
Non sembri in lutto pel tuo sposo, no!
evadne
Perché sono disposta a nuova impresa.
ifi
E alla fossa e alla pira allor t’appressi?
evadne
Sí, ché la mia vittoria ivi otterrò.
ifi
Chi vincerai? Lo vorrei pur sapere.
evadne
Le donne tutte, quante il sol ne vede.

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ifi
Nell opere d’Atena? O per saggezza?
evadne
Per valor: ch’io morrò col mio consorte.
ifi
Che dici? Quale esprimi orrido enigma?
evadne
Di Capanèo mi lancerò nel rogo.
ifi
Figlia, non dir tal motto, innanzi a tanti!
evadne
Questo io vo’, che gli Argivi tutti l’odano.
ifi
Ma non io patirò che tu l’effettui.

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evadne
Non val: ché sopra me la mano stendere,
cogliermi non potrai: vedi ch’io già
piombo; e non tu, ma io, lo sposo mio,
ch’arso meco sarà, gioia ne avremo.
Si precipita.
coro
Orrendo l’atto, ch’hai, donna, ardito!
ifi
Figliuole d’Argo, ahimè, sono finito!
coro
Ahi le tue pene sono terribili!
Lo scempio piú d’ogni altro orrido hai visto.
ifi
Trovar non ne potresti uno piú tristo.
coro
Ahimè tapino!
tu stesso, o vecchio, e la mia patria misera
partecipaste d’Edipo il destino.

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ifi
Ahimè, perché non è concesso agli uomini
esser due volte giovani, e due volte
vecchi? Se cosa v’è che nelle leggi
proceda male, noi possiam correggerla
con riforme novelle; ma correggere
l’età, non è concesso. Ove potessimo
due volte essere giovani, e due vecchi,
se un uom fallisse, ov’egli avesse duplice
la vita, riparar potrebbe al fallo.
Io, cosí, nel veder gli altri che avevano
figli, figli bramavo, e mi struggevo
nel desiderio. Ov’io già fatto avessi
prova, che cosa per un padre sia,
esser privo dei figli, al male d’ora
non sarei giunto, che al miglior dei figli
diedi spirito e vita, ed or l’ho perso.
Ed ora, che potrò fare, me misero?
Alla mia casa ritornar? Non veggo
altro colà che immensa solitudine,
desolato cordoglio. Oppure ai tetti
di Capanèo? Dolcissimo soggiorno
eran per me, quando vivea la figlia.
Ma viva or non è piú, lei che le labbra
sempre accostava alla mia gota, e il capo
mi stringea fra le palme. A un vecchio padre
nulla è piú dolce d’una figlia. L’anime
dei figli, grandi sono piú; ma dolci
meno, ed han meno di lusinga. Orsú,
quanto sia prima, a casa conducetemi,
rinchiudetemi al buio; e nel digiuno
il corpo mio quivi io distrugga e spenga.

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Prender l’ossa del figlio, a che mi giova?
Come l’odio, o vecchiaia ineluttabile,
come odio quei che prolungare bramano
la vita, e con pozioni e droghe e incanti
svïan, per non morir, di sorte il tramite!
E invece, quando alla lor patria inutili
sono, morire, andare alla malora
dovrebbero, e sgombrar la strada ai giovani.
Parte.


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