Le tigri di Mompracem/Capitolo XII - La canoa di Giro-Batol

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Capitolo XII - La canoa di Giro-Batol

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Capitolo XII - La canoa di Giro-Batol
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Capitolo XII
La canoa di Giro-Batol


La capanna di Giro-Batol sorgeva proprio nel mezzo di quel fittissimo macchione, fra due colossali pombo i quali, coll’enorme massa delle loro fronde, la riparavano completamente dai raggi del sole.

Era una catapecchia più che una abitazione, appena capace di ricoverare qualche coppia di selvaggi, bassa, stretta, col tetto formato di foglie di banano, sovrapposte a strati e le pareti di rami intrecciati grossolanamente. L’unica apertura era la porta, di finestre nessuna traccia. L’interno non valeva certo di più! Non vi si trovavano che un letto di foglie secche, due rozze pentole d’argilla male cotta e due sassi che dovevano servire da focolare.

V’erano però dei viveri in abbondanza, delle frutta di ogni specie e anche un mezzo babirussa di pochi mesi, sospeso al tetto per le gambe posteriori.

- La mia capanna non vale gran cosa, capitano - disse Giro-Batol. - Qui però potete riposarvi a vostro agio senza tema di venire disturbato.

«Perfino gli indigeni dei dintorni ignorano che qui si trova un rifugio. Se volete dormire posso offrirvi questo letto di fresche foglie tagliate questa mattina; se avete sete ho una pentola ripiena di acqua fresca e se avete fame delle frutta e delle deliziose costolette.»

- Non domando di più, mio bravo Giro-Batol - rispose Sandokan. - Non speravo di trovare tanto.

- Concedetemi una mezz’ora per arrostirvi un pezzo di babirussa. Intanto potrete saccheggiare la mia dispensa.

«Ecco qui degli ananassi eccellenti, delle banane profumate, dei pombo succulenti come ne avete mai gustati a Mompracem, delle frutta d’artocarpo d’inverosimile grossezza e dei durion che sono migliori della crema. Tutto è a vostra disposizione.»

- Grazie, Giro-Batol. Ne approfitterò perché sono affamato come una tigre a digiuno da una settimana.

- Intanto accenderò il fuoco.

- Non si scorgerà il fumo?

- Oh!... non temete, mio capitano. Gli alberi sono così alti, e così fitti che non lo permetteranno.

Sandokan, che era assai affamato in causa di quelle lunghe marce attraverso la foresta, assalì un cavolo palmista che non pesava meno di venti libre e si mise a sgretolare quella sostanza bianca e dolce che gli rammentava il sapore delle mandorle.

Intanto il malese, accumulato sul focolare dei rami secchi, li accendeva servendosi per fare ciò di due pezzetti di bambù spaccati per metà. È assai curioso il sistema usato dai malesi per procurarsi il fuoco senza aver bisogno di zolfanelli.

Prendono due bambù spaccati e sulla superficie convessa di uno fanno una intaccatura.

Coll’altra si comincia a fregare su quel taglio, adoperando la costa, dapprima lentamente poi sempre più in fretta. Il pulviscolo generato da quello sfregamento a poco a poco si incendia e cade sopra un po’ di esca di fibra di gomut. L’operazione è assai facile e rapida e non richiede una speciale abilità.

Giro-Batol mise ad arrostire un bel pezzo di babirussa infilato in una bacchetta verde, sostenuta da due rami forcuti infissi al suolo, poi andò a frugare sotto un mucchio di foglie verdi traendo un vaso il quale esalava un profumo poco promettente, ma che faceva dilatare le narici al selvaggio figlio della foresta malese.

- Cosa mi offri, Giro-Batol? - chiese Sandokan.

- Un piatto delizioso, mio capitano.

Sandokan guardò entro il vaso e fece una smorfia.

- Preferisco le costolette di babirussa, amico mio. Il blaciang non è fatto per me. Grazie egualmente della tua buona intenzione.

- L’avevo serbato per le straordinarie occasioni, mio capitano - disse il malese mortificato.

- Sai bene che io non sono un malese. Finché io saccheggio le tue frutta, manda giù il tuo famoso piatto. In mare si guasterebbe.

Il malese non se lo fece dire due volte e assalì ingordamente la pentola manifestando un grande piacere.

Il blaciang è avidamente ricercato dai malesi i quali, in fatto di alimenti, possono dare dei punti ai cinesi, i meno schizzinosi di tutti i popoli. Non sdegnano i serpenti, non le bestie già in putrefazione, i vermi in salsa e nemmeno le larve delle termiti, per le quali anzi fanno delle vere pazzie.

Il blaciang passa però ogni immaginazione. È un miscuglio di gamberetti e di piccoli pesci tritati insieme, lasciati marcire al sole e poi salati. L’odore che esala da quell’impasto è tale da non poter reggere, anzi fa venir male. I malesi ed anche i giavanesi sono tuttavia ghiottissimi per quel piatto immondo e lo preferiscono ai polli e alle costolette succolenti dei babirussa. Mentre attendevano l’arrosto avevano ripresa la conversazione.

- Partiremo questa notte, è vero mio capitano? - chiese Giro-Batol.

- Sì, appena la luna sarà tramontata - rispose Sandokan.

- Sarà libera la via?

- Lo spero.

- Temo sempre un altro cattivo incontro, mio capitano.

- Non preoccuparti, Giro-Batol. Non si possono avere dei sospetti su di un sergente.

- E se qualcuno vi riconoscesse anche sotto quelle vesti?

- Non vi sono che pochissime persone che mi conoscono e sono certo che quelle non le ritroverò sui miei passi.

- Avete fatto delle relazioni adunque?

- E con delle persone importanti, con baroni e conti - disse Sandokan.

- Voi la Tigre della Malesia? - esclamò Giro-Batol, stupito.

Poi guardando Sandokan con un certo imbarazzo, gli chiese esitando:

- E la fanciulla bianca?

- La Tigre della Malesia rialzò bruscamente il capo, fissò sul malese uno sguardo che mandava cupi bagliori, poi con un sospiro profondo, disse:

- Taci, Giro-Batol. Taci! Non risvegliare in me terribili ricordi!...

Stette alcuni istanti silenzioso, tenendosi il capo stretto fra le mani e gli occhi fissi nel vuoto poi parlando come fra sé, riprese:

- Ritorneremo presto, qui, su quest’isola. Il destino sarà più potente della mia volontà e poi... anche a Mompracem, fra i miei valorosi, come dimenticarla? La sconfitta non bastava adunque? Dovevo lasciare anche il cuore su quest’isola maledetta!...

- Di chi parlate, mio capitano? - chiese Giro-Batol, al colmo della sorpresa. Sandokan si passò una mano sugli occhi come se volesse cancellare una visione, poi scuotendosi, disse:

- Non chiedermi nulla, Giro-Batol.

- Ma ritorneremo qui, è vero?

- Sì.

- E vendicheremo i nostri compagni morti combattendo sulle spiagge di questa terra esecrata.

- Sì, ma forse sarebbe meglio per me di non riveder più mai questa isola.

- Cosa dite capitano?

- Dico che quest’isola potrà dare un colpo mortale alla potenza di Mompracem e forse incatenare per sempre la Tigre della Malesia.

- Voi, così forte e così tremendo? Oh! voi non potete avere paura dei leopardi dell’Inghilterra.

- No, di loro no, ma... chi potrà leggere nel destino? Le mie braccia sono ancora formidabili ed il cuore lo sarà?

- Il cuore! Non vi comprendo mio capitano.

- Meglio così. A tavola Giro-Batol. Non pensiamo al passato.

- Voi mi fate paura, capitano.

- Taci Giro-Batol - disse Sandokan con accento imperioso.

Il malese non osò continuare. Levò l’arrosto che mandava un profumo appetitoso, lo depose su di una larga foglia di banano e lo offrì a Sandokan, poi andò a frugare in un angolo della catapecchia e da un buco levò una bottiglia semispezzata, ma accuratamente coperta con un cartoccio formato con una delle fibre di rotang abilmente intrecciata.

- Del gin, mio capitano - disse guardando quella bottiglia con due occhi ardenti. - Ho dovuto lavorare non poco per carpirla agl’indigeni e la serbavo per rinvigorirmi in mare. Potete vuotarla fino all’ultima goccia.

- Grazie, Giro-Batol - rispose Sandokan con un mesto sorriso. - La divideremo fraternamente.

Sandokan mangiò in silenzio facendo minore onore al pasto di quanto aveva creduto il bravo malese, bevette qualche sorso di gin poi si stese sulle fresche foglie, dicendo:

- Riposiamo alcune ore. Intanto calerà la sera e poi dovremo aspettare che la luna tramonti.

Il malese chiuse accuratamente la capanna, spense il fuoco e vuotata la bottiglia si aggomitolò in un angolo sognando già di trovarsi a Mompracem. Sandokan invece, quantunque fosse stanchissimo avendo camminato l’intera notte precedente, non fu capace di chiudere gli occhi.

Non era già per la tema di venire, da un istante all’altro sorpreso dai nemici, non essendo possibile che essi potessero trovare quella capanna così ben celata agli sguardi di tutti. Era il pensiero della giovane inglese che lo teneva desto. Cos’era accaduto di Marianna dopo gli avvenimenti successi? Cos’era avvenuto fra lei e lord James?... E quali accordi erano passati fra il vecchio lupo di mare ed il baronetto William Rosenthal? L’avrebbe ritrovata ancora a Labuan ed ancora libera al suo ritorno? Quale tremenda gelosia ardeva nel cuore del formidabile pirata! E nulla poter fare per quella donna amata! Nulla, fuorché fuggire per non cadere sotto i colpi degli odiati avversari!...

- Ah! - esclamava Sandokan, dimenandosi sul letto di foglie, - darei mezzo del mio sangue per trovarmi ancora presso quella fanciulla che ha saputo far palpitare il cuore della Tigre della Malesia!...

«Povera Marianna! Chi sa quali angosce la tormenteranno. Forse mi crederà vinto, ferito, fors’anche morto!...

«I miei tesori, i miei vascelli, la mia isola per poterle dire che la Tigre della Malesia è ancora viva e che la ricorderà sempre...!

«Orsù, coraggio!... Questa notte lascerò quest’isola maledetta portando con me la sua promessa, ma ritornerò dovessi trascinare con me fino l’ultimo mio uomo; dovessi impegnare una lotta disperata contro tutte le forze di Labuan; dovessi subire un’altra sconfitta e venire nuovamente ferito.»

Sandokan, così pensando, attese che il sole fosse tramontato, poi, quando le tenebre ebbero invasa la capanna e la macchia, svegliò Giro-Batol il quale russava come un tapiro.

- Andiamo, malese - gli disse. - Il cielo s’è coperto di nubi, quindi è inutile aspettare che la luna tramonti. Vieni subito perché sento che se io dovessi rimanere qui ancora qualche ora di più, rifiuterei di seguirti.

- E voi lascereste Mompracem per quest’isola maledetta?

- Taci Giro-Batol - disse Sandokan quasi con ira. - Dove si trova la tua canoa?...

- A dieci minuti di strada.

- È così vicino adunque il mare?

- Sì, Tigre della Malesia.

- Vi hai messo dei viveri dentro?

- Ho pensato a tutto, capitano. Non mancano né frutta, né acqua, né i remi e nemmeno la vela.

- Partiamo, Giro-Batol.

Il malese prese un pezzo d’arrosto che aveva messo da parte, s’armò d’un nodoso bastone e seguì Sandokan.

- La notte non poteva essere più propizia - disse, guardando il cielo che erasi coperto di nuvoloni. - Prenderemo il largo senza venire scorti.

Attraversata la macchia, Giro-Batol, sostò un momento per ascoltare, poi rassicurato dal profondo silenzio che regnava nella foresta, riprese la marcia piegando verso l’ovest.

L’oscurità era fittissima sotto quei grandi alberi, ma il malese ci vedeva anche di notte forse meglio dei gatti e poi era pratico dei luoghi. Ora strisciando fra le centomila radici che ingombravano il suolo, ora issandosi fra le fitte reti intrecciate dai lunghissimi calamus e dai nepentes ed ora superando dei tronchi colossali caduti forse per decrepitezza, Giro-Batol s’avanzava sempre più nella tenebrosa foresta senza mai deviare. Sandokan cupo, taciturno, lo seguiva da vicino, imitando tutte quelle manovre.

Se un raggio di luna avesse illuminato il volto del fiero pirata, lo avrebbe mostrato alterato da un intenso dolore.

A quell’uomo che venti giorni prima avrebbe dato la metà del suo sangue per potersi trovare a Mompracem, ora riusciva immensamente penoso l’abbandonare quell’isola sulla quale lasciava sola, ed indifesa, la donna che amava alla follia.

Ogni passo che l’avvicinava al mare si ripercuoteva nel suo petto come un colpo di pugnale, e parevagli che la distanza, che lo separava dalla «Perla di Labuan», crescesse di minuto in minuto enormemente.

Certi momenti egli si arrestava indeciso se dovesse tornare o andare innanzi, ma il malese che si sentiva scottare il terreno sotto i piedi e che sospirava l’istante di imbarcarsi lo decideva a continuare la via facendogli osservare quanto fosse pericoloso il minimo ritardo.

Camminavano da un mezz’ora, quando Giro-Batol si arrestò improvvisamente, tendendo gli orecchie.

- Udite questo fragore? - chiese.

- L’odo: è il mare - rispose Sandokan. - Dov’è la canoa?

- Qui presso.

Il malese guidò Sandokan attraverso una fitta cortina di fogliame e passata questa gli mostrò il mare che brontolava, infrangendosi sui banchi dell’isola.

- Vedete nulla? - chiese.

- Nulla - rispose Sandokan i cui occhi percorsero rapidamente l’orizzonte.

- La fortuna è con noi: gli incrociatori dormono ancora.

Scese la sponda, rimosse i rami di un albero e mostrò un’imbarcazione che si cullava nel fondo di un piccolo seno.

Era una barcaccia scavata nel tronco di un grosso albero, col fuoco e con la scure, somigliante a quelle che adoperano gli indiani del fiume Amazzoni e i polinesiani del Pacifico.

Sfidare il mare con simile barca di forme barocche era una temerità senza pari, poiché sarebbero bastate poche onde per rovesciarla, ma i due pirati non erano persone da spaventarsi.

Giro-Batol fu il primo a balzarvi dentro ed alzare un alberetto a cui aveva adattata una piccola vela di fibre vegetali accuratamente intrecciate.

- Venite capitano - diss’egli disponendosi a prendere i remi. - Fra pochi minuti la via potrebbe esserci tagliata.

Sandokan, cupo, colla testa china e le braccia sul petto, stava ancora a terra guardando verso l’est, come se cercasse di discernere, fra la profonda oscurità ed i grandi alberi, l’abitazione della «Perla di Labuan». Pareva che ignorasse che il momento della fuga era giunto e che un piccolo ritardo poteva riuscirgli fatale.

- Capitano - ripetè il malese. - Volete farvi prendere dagli incrociatori? Venite, venite, o sarà troppo tardi.

- Ti seguo - rispose Sandokan con voce triste. Balzò nella canoa, chiudendo gli occhi e mandando un profondo sospiro.