Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Morto da Feltro

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Marco Calavrese Francia Bigio

MORTO DA FELTRO

Pittore

Coloro che sono per natura di cervello capriccioso e fantastico, sempre nuove cose ghiribizzano e cercano investigare, e coi pensieri strani e diversi da gli altri, fanno l’opere loro piene et abondanti di novità; che spesso per il nuovo capriccio da loro trovato sono cagione a gli altri di seguitargli, i quali di qualche novità piú, se possono, cercano di passargli di maniera che sono ammirati e di grandissima lode nell’opre loro per ogni lingua vengono esaltati. Questo si vide nel Morto pittore da Feltro, il quale molto fu astratto nella vita come era nel cervello e nelle novità della maniera nelle grottesche ch’egli faceva, le quali furono cagione di farlo molto stimare. Condussesi il Morto a Roma nella sua giovanezza in quel tempo che il Pinturicchio per Alessandro VI dipinse le camere papali, et in Castel Sant’Angelo molte altre logge e stanze da basso nel torrione e sopra in altre camere. Perché egli, che era maninconica persona, di continuo alle anticaglie studiava, dove spartimenti di volte et ordini di facce alla grottesca vedendo e piacendogli, quelle sempre studiò. E sí i modi del girar le foglie anticamente prese, che di quella professione a nessuno era al suo tempo secondo. Per il che non restò di vedere sotto terra ciò che poté in Roma di grotte antiche et infinitissime volte. Stette a Tivoli molti mesi nella Villa Adriana disegnando tutti i partimenti e grotte, che sono in quella sotto e sopra terra. E sentendo egli che a Pozzuolo, nel Regno, vicino a Napoli X miglia, erano infinite muraglie piene di grottesche, fra di rilievo, di stucchi e dipinte, antiche, tenute tutte bellissime, attese parecchi mesi in quel luogo a cotale studio. Né restò che in Campana, strada antica di quel luogo, piena di sepolture antiche, ogni minima cosa non disegnasse; et ancora al Trullo, vicino alla marina, molti di quei tempii e grotte sopra e sotto ritrasse. Andò a Baia et a Mercato di Sabato, tutti luoghi pieni d’edificii guasti e storiati cercando, e con lunga et amorevole fatica di continuo in quella virtú crebbe infinitamente di valore e di sapere. Ritornò a Roma, e quivi lavorò molti mesi et attese alle figure, parendoli che di quella professione egli non fosse tale, quale nel magisterio delle grottesche era tenuto. E poi che era venuto in questo desiderio, sentendo i romori che in tale arte avevano Lionardo e Michele Agnolo per li loro cartoni fatti in Fiorenza, subito si mise per andare a Fiorenza; e vedute l’opere, non gli parve poter fare il medesimo miglioramento, che nella prima professione aveva fatto. Laonde egli ritornò a lavorare alle sue grottesche.

Era allora in Fiorenza Andrea di Cosmo pittor fiorentino, giovane diligente, il quale raccolse in casa il Morto, e lo trattenne con molto amorevoli accoglienze. E piaciutoli i modi di tal professione, volto egli ancora l’animo a quello esercizio, e’ riuscí molto valente, e piú del Morto fu col tempo raro et in Fiorenza molto stimato. Perch’egli fu cagione che il Morto dipignesse a Pier Soderini, allora Gonfalonieri, la camera a quadri di grottesche, le quali bellissime furono tenute; ma oggi, per racconciar le stanze del Duca Cosimo, state ruinate e rifatte. Fece a Maestro Valerio frate de’ Servi, un vano d’una spalliera, che fu cosa bellissima; e similmente per Agnolo Doni in una camera molti quadri, di variate e bizzarre grottesche. E perché si dilettava ancora di figure, lavorò alcuni tondi di Madonne, tentando se poteva in quelle divenir famoso, come era tenuto. Perché, venutogli a noia lo stare a Fiorenza, si transferí a Vinegia. E con Giorgione da Castelfranco, ch’allora lavorava il Fondaco de’ Tedeschi, si mise ad aiutarlo, faccendo gli ornamenti di quella opera. Et in quella città dimorò molti mesi, tirato da i piaceri e da i diletti che per il corpo vi trovava. Poi se ne andò nel Friuli a fare opere, né molto vi stette che, faccendo i signori viniziani soldati, egli prese danari; e senza avere molto esercitato quel mestiero, fu fatto capitano di dugento soldati. Era allora lo essercito d’i Viniziani condottosi a Zara di Schiavonia dove, appiccandosi un giorno una grossa scaramuccia, il Morto, desideroso d’acquistar maggior nome in quella professione, che nella pittura non aveva fatto, andando valorosamente innanzi e combattendo in quella baruffa, rimase morto, come nel nome era stato sempre, d’età d’anni XLV. Ma non sarà già mai nella fama morto, perché coloro che l’opere della eternità nelle arti manovali esercitano e di loro lasciano memoria dopo la morte, non possono per alcun tempo già mai sentire la morte delle fatiche loro, percioché gli scrittori grati fanno fede delle virtú di essi. Però molto deverebbono gli artefici nostri spronar se stessi con la frequenza de gli studi, per venire a quel fine che rimanesse ricordo di loro per opere e per scritti, perché, ciò facendo, darebbono anima e vita a loro et all’opere ch’essi lasciano dopo la morte. Ritrovò il Morto le grottesche piú simili alla maniera antica, ch’alcuno altro pittore, e per questo merita infinite lode, da che per il principio di lui sono oggi ridotte dalle mani di Giovanni da Udine e di altri artefici a tanta bellezza e bontà in questo mestiero. Per il che meritamente gli fu fatto questo epitaffio:
MORTE HA MORTO NON ME CHE IL MORTO SONO,
MA IL CORPO; CHE MORIR FAMA PER MORTE
NON PVÒ. L’OPERE MIE VIVON PER SCORTE
DE’ VIVI, A CHI VIVENDO OR LE ABBANDONO.