Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Pietro Cavallini Romano

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Ambruogio Lorenzetti Simon Sanese

PIETRO CAVALLINI ROMANO

Pittore

Era già stata Roma anni piú di seicento non solamente priva de le buone lettere e de la buona gloria dell’armi, ma eziandio di tutte le scienze e di tutte le virtú e d’ogni buono artefice; pure quando Dio volse le diede uno che l’ornò grandemente. Costui fu dipintore e chiamossi Pietro Cavallini Romano, perfettissimo maestro di musaico, la quale arte insieme con la pittura apprese da Giotto nel lavorare che aveva fatto con esso lui nella nave del musaico di San Pietro, e fu il primo, che dopo lui illuminasse questa arte. Fu di ottima vita e certo nella sua città fu sempre di grandissima utilità e visse reputatissimamente. Costui fece in Roma le sue prime pitture e dipinse in Araceli, sopra la porta della sagrestia, storie che sono ora molto consumate dal tempo; et in Santa Maria di Trastevere fece moltissime cose, colorite per tutta la chiesa in fresco. E lavorando alla capella maggiore di musaico insieme con la faccia dinanzi della chiesa, mostrò nel principio di tale opera, senza l’aiuto di Giotto, saperla non meno esercitare e condurre a fine che e’ si facesse la pittura. Fece ancora in San Grisogono per la chiesa varie storie a fresco, in piú pareti di muro, e si sforzò sempre di farsi conoscere per ottimo discepolo di Giotto e per buono artefice. Costui dipinse in Santa Cecilia, nel medesimo Trastevere, quasi tutta la chiesa di sua mano, poi lavorò nella chiesa di San Francesco appresso Ripa molte altre cose. Et in San Paulo fuor di Roma, fece la facciata del musaico che v’è e per la nave del mezzo v’interpose molte storie del Testamento Vecchio. E lavorando pur nel capitolo, dentro nel primo chiostro, di sua mano in fresco con diligenza, gli fu dato, da quei che miglior giudicio in tale essercizio avevano, nome di grandissimo maestro. Ma da’ prelati fu favorito talmente, che n’ebbe infinitissime lode e grandissima utilità, perché e’ furono cagione di fargli fare la facciata di San Pietro, di dentro fra le finestre, tra le quali mostrò, di grandezza straordinaria, a uso delle figure che in quel tempo non s’usavano molto, i quattro Evangelisti lavorati a bonissimo fresco, et un San Pietro e S. Paulo et, in una nave da lato, buon numero di figure, nelle quali, per molto piacergli la maniera greca, essa mescolò sempre con quella di Giotto. E per dilettarsi di dar rilievo alle figure in quelle mostrò il desiderio che sempre ebbe in migliorar di quello che poté l’arte della pittura, per mostrarsi amator delle fatiche e dilettarsene molto. La bontà delle quali gli fece utile in vita, e diede fama et onore grandissimo al nome dopo la morte. Lavorò costui in diversi altri luoghi, per Roma e fuor di essa, e condotto all’età d’anni LXXV, se ne morí di mal di fianco, preso nel lavoro in muro, per la umidità di quello e per lo star continuo a tale esercizio. Furono le sue pitture nel MCCCXLIIII, et esso fu sepolto in San Paulo fuor di Roma con onoratissime esequie e con cotale epitaffio:

QVANTVM ROMANAE PETRVS DECVS ADDIDIT VRBI
PICTVRA TANTVM DAT DECVS IPSE POLO.