Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Proemio della seconda parte delle Vite

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Lorenzo di Bicci Iacopo della Quercia Sanese

PROEMIO DELLA SECONDA PARTE DELLE VITE

Quando io presi primieramente umanissimo lettor mio, a descrivere queste vite, e’ non fu mia intenzione fare una nota delli artefici et uno inventario, dirò cosí, delle opere loro, né giudicai mai degno fine di queste mie, non so come belle, certo lunghe e fastidiose fatiche, ritrovare il numero et i nomi e le patrie loro, et insegnare in che città et in che luogo appunto di esse si trovassino al presente le loro pitture o sculture o fabriche; che questo io lo arei potuto fare con una semplice tavola, senza interporre in parte alcuna il giudizio mio. Ma vedendo che gli scrittori delle istorie, quegli che per comune consenso hanno nome di avere scritto con miglior giudizio, non solo non si sono contentati di narrare semplicemente i casi seguiti, ma con ogni diligenzia e con maggior curiosità che hanno potuto, sono iti investigando i modi et i mezzi e le vie che hanno usati i valenti uomini nel maneggiare l’imprese, e sonsi ingegnati di toccare gli errori, et appresso i bei colpi e ripari e partiti prudentemente qualche volta presi ne’ governi delle faccende, e tutto quello insomma che sagacemente o straccuratamente, con prudenzia o con pietà o con magnanimità, hanno in esse operato, come quelli che conoscievano la istoria essere veramente lo specchio della vita umana, non per narrare asciuttamente i casi occorsi a un principe od a una republica, ma per avvertire i giudizii, i consigli, i partiti et i maneggi degli uomini, cagione poi delle felici et infelici azzioni. Il che è proprio l’anima della istoria; e quello che invero insegna a vivere e fa gli uomini prudenti, e che appresso al piacere che si trae del vedere le cose passate come presenti, è il vero fine di quella. Per la qual cosa avendo io preso a scriver la istoria de’ nobilissimi artefici, per giovar all’arti quanto patiscono le forze mie, et appresso per onorarle, ho tenuto quanto io poteva, ad imitazione di cosí valenti uomini, il medesimo modo; e mi sono ingegnato non solo di dire quel che hanno fatto, ma di scegliere ancora discorrendo il meglio da ’l buono, e l’ottimo da ’l migliore, e notare un poco diligentemente i modi, le arie, le maniere, i tratti e le fantasie de’ pittori e degli scultori; investigando, quanto piú diligentemente ho saputo, di far conoscere a quegli che questo per se stessi non sanno fare, le cause e le radici delle maniere e del miglioramento e peggioramento delle arti, accaduto in diversi tempi et in diverse persone. E perché nel principio di queste vite io parlai de la nobiltà et antichità di esse arti, quanto a questo proposito si richiedeva, lasciando a parte molte cose che io mi sarei potuto servire di Plinio e d’altri autori, se io non avessi voluto, contra la credenza forse di molti, lasciar libero a ciascheduno il vedere le altrui fantasie ne’ proprii fonti, mi pare che e’ si convenga fare al presente quello che, fuggendo il tedio e la lunghezza, mortal nemica della attenzione, non mi fu lecito fare allora, ciò è aprire piú diligentemente l’animo et intenzione mia, e mostrare a che fine io abbia diviso questo corpo delle vite in tre parti.

Bene è vero che quantunque la grandezza delle arti nasca in alcuno da la diligenzia, in un altro da lo studio, in questo da la imitazione, in quello da la cognizione delle scienzie che tutte porgono aiuto a queste, et in chi da le predette cose tutte insieme o da la parte maggiore di quelle, io nientedimanco per avere nelle vite de’ particulari ragionato a bastanza de’ modi de l’arte, de le maniere e de le cagioni del bene e meglio ed ottimo operare di quelli, ragionerò di questa cosa generalmente, e piú presto de la qualità de’ tempi che de le persone, distinte e divise da me, per non ricercarla troppo minutamente, in tre parti, o vogliamole chiamare età, da la rinascita di queste arti sino al secolo che noi viviamo, per quella manifestissima differenza che in ciascuna di loro si conosce. Con ciò sia che nella prima e piú antica si sia veduto queste tre arti essere state molto lontane da la loro perfezzione, e come che elle abbino avuto qualcosa di buono, essere stato acompagnato da tanta imperfezzione, che e’ non merita per certo troppa gran lode; ancora che, per aver dato principio e via e modo al meglio che seguitò poi, se non fusse altro, non si può se non dirne bene e darle un po’ piú gloria che, se si avesse a giudicare con la perfetta regola dell’arte, non hanno meritato l’opere stesse. Nella seconda poi si veggono manifesto esser le cose migliorate assai e nelle invenzioni e nel condurle con piú disegno e con miglior maniere e con maggior diligenzia, e cosí tolto via quella ruggine della vecchiaia e quella goffezza e sproporzione che la grossezza di quel tempo le aveva recata addosso. Ma chi ardirà di dire in quel tempo essersi trovato uno in ogni cosa perfetto? E che abbia ridotto le cose al termine di oggi e d’invenzione e di disegno e di colorito? E che abbia osservato lo sfuggire dolcemente delle figure con la scurità del colore, che i lumi siano rimasti solamente in su i rilievi, e similmente abbia osservato gli strafori e certe fini straordinarie nelle statue di marmo come in quelle si vede? Questa lode certo è tocca alla terza età, nella quale mi par potere dir sicuramente che l’arte abbia fatto quello che ad una imitatrice della natura è lecito poter fare, e che ella sia salita tanto alto, che piú presto si abbia a temere del calare a basso, che sperare oggimai piú augumento.

Queste cose considerando io meco medesimo attentamente, giudico ch’e’ sia una proprietà et una particulare natura di queste arti, le quali da uno umile principio vadino appoco appoco migliorando, e finalmente pervenghino a ’l colmo della perfezzione. E questo me lo fa credere il vedere essere intervenuto quasi questo medesimo in altre facultà; che, per essere fra tutte le arti liberali un certo che di parentado, è non piccolo argumento che e’ sia vero. Ma nella pittura e scultura in altri tempi debbe essere accaduto questo tanto simile che, se e’ si scambiassino insieme i nomi, sarebbono appunto i medesimi casi. Imperò che e’ si vede (se e’ si ha a dar fede a coloro che furono vicini a que’ tempi e potettono vedere e giudicare de le fatiche de gli antichi) le statue di Canaco esser molto dure e senza vivacità o moto alcuno, e però assai lontane dal vero, e di quelle di Calamide si dice il medesimo, benché fussero alquanto piú dolci che le predette. Venne poi Mirone, che non imitò affatto affatto la verità della natura, ma dette alle sue opere tanta proporzione e grazia che elle si potevono ragionevolmente chiamar belle. Successe nel terzo grado Policleto e gli altri tanto celebrati, i quali, come si dice e credere si debbe, interamente le fecero perfette. Questo medesimo progresso dovette accadere nelle pitture ancora, perché e’ si dice, e verisimilmente si ha a pensare che fussi cosí nell’opere di quelli che con un solo colore dipinsero, e però furon chiamati monocromati, non essere stata una gran perfezzione. Di poi nelle opere di Zeusi e di Polignoto e di Timante, o degli altri che solo ne messono in opera quatro, si lauda in tutto i lineamenti, et i dintorni e le forme, e senza dubbio vi si doveva pure desiderare qualcosa. Ma poi in Ethione, Nicomaco, Protogene et Apelle, è ogni cosa perfetta e bellissima, e non si può imaginar meglio, avendo essi dipinto non solo le forme e gli atti de’ corpi eccellentissimamente, ma ancora gli affetti e le passioni dell’animo. Ma lasciando ire questi, che bisogna referirsene ad altri e molte volte non convengano i giudizii e, che è peggio, népure tempi, ancora che io in ciò seguiti i migliori autori, vegniamo a’ tempi nostri, dove abbiamo l’occhio, assai miglior guida e giudice che non è l’orecchio. Non si vede egli chiaro quanto miglioramento et acquisto fece, per cominciarsi da un capo l’architettura da Buschetto Greco ad Arnolfo Tedesco et a Giotto? Vegghinsi le fabriche di que’ tempi, i pilastri, le colonne, le base, i capitegli e tutte le cornici con i membri difformi, come n’è in Fiorenza in Santa Maria del Fiore, e nella incrostatura di fuori di San Giovanni, a San Miniato al Monte, nel Vescovado di Fiesole, al Duomo di Milano, a San Vitale di Ravenna, a Santa Maria Maggiore di Roma et al Duomo vecchio fuore d’Arezzo, dove, ecettuato quel poco di buono rimasto de’ frammenti antichi, non vi è cosa che abbia ordine o fattezza buona. Ma quelli certo la migliorarono assai, e fece non poco acquisto sotto di loro; perché e’ la ridussero a migliore proporzione e fecero le lor fabbriche non solamente stabili e gagliarde, ma ancora in qualche parte ornate; certo è nientedimeno che gli ornamenti loro furono confusi e molto imperfetti, e per dirla cosí, non con grande ornamento. Perché nelle colonne non osservarono quella misura e proporzione che richiedeva l’arte, né distinsero ordine che fusse piú dorico che corinto o ionico o toscano, ma alla mescolata con una loro regola senza regola, faccendole grosse grosse o sottili sottili, come tornava lor meglio. E le invenzioni furono tutte, parte di lor cervello, parte de ’l resto delle anticaglie vedute da loro. E facevano le piane parte cavate da ’l buono, parte agiuntovi lor fantasie, che rizzate con le muraglie avevano un’altra forma. Nientedimeno chi comparerà le cose loro a quelle dinanzi, vi vedrà migliore ogni cosa, e vedrà delle cose che danno dispiacere in qualche parte a’ tempi nostri, come sono alcuni tempietti di mattoni lavorati di stucchi a Santo Ianni Laterano di Roma. Questo medesimo dico de la scultura, la quale in quella prima età della sua rinascita ebbe assai del buono, perché, fuggita la maniera goffa greca che era tanto rozza che teneva ancora piú della cava che dello ingegno degli artefici, essendo quelle loro statue intere intere senza pieghe o attitudine o movenzia alcuna, e proprio da chiamarsi statue, dove, essendo poi migliorato il disegno per Giotto, molti migliorarono ancora le figure d’i marmi e delle pietre, come fece Andrea Pisano e Nino suo figliuolo e gli altri suoi discepoli che feron molto meglio che i primi, e storsono piú le lor statue, e dettono loro migliore attitudine assai; come que’ due sanesi Agostino et Agnolo che feciono la sepoltura di Guido Vescovo di Arezzo, e que’ Todeschi che feciono la facciata d’Orvieto. Vedesi adunque in questo tempo la scultura essersi un poco migliorata e dato qualche forma migliore alle figure, con piú bello andar di pieghe di panni e qualche testa con migliore aria, certe attitudini non tanto intere, et infine cominciato a tentare il buono; ma avere tuttavolta mancato di infinite parti per non esser in quel tempo in gran perfezzione il disegno, né vedersi troppe cose di buono da potere imitare. Laonde que’ maestri che furono in questo tempo, e da me son stati messi nella prima parte, meriteranno quella lode e d’esser tenuti in quel conto, che meritano le cose fatte da loro, pur che si consideri, come anche quelle delli architetti e de’ pittori di que’ tempi, che non ebbono innanzi aiuto et avevano a trovare la via da per loro; et il principio, ancora che piccolo, è degno sempre di lode non piccola.

Non corse troppo miglior fortuna la pittura in questi tempi, se non che essendo allora piú in uso per la divozione de’ popoli, ebbe piú artefici, e per questo fece piú evidente progresso che quelle due. Cosí si vede che la maniera greca, prima co ’l principio di Cimabue, poi con l’aiuto di Giotto, si spense in tutto, e ne nacque una nuova la quale io volentieri chiamo maniera di Giotto, perché fu trovata da lui e da’ suoi discepoli, e poi universalmente da tutti venerata et imitata. E si vede in questa levato via il proffilo che ricigneva per tutto le figure, e quegli occhi spiritati e piedi ritti in punta e le mani aguzze et il non avere ombre et altre mostruosità di que’ Greci, e dato una buona grazia nelle teste e morbidezza nel colorito. E Giotto in particulare fece migliori attitudini alle sue figure, e mostrò qualche principio di dare una vivezza alle teste, e piegò i panni che traevano piú alla natura che non quegli innanzi, e scoperse in parte qualcosa de lo sfuggire e scortare le figure. Oltre a questo egli diede principio agli affetti, che si conoscesse in parte il timore, la speranza, l’ira e lo amore; e ridusse a una morbidezza la sua maniera, che prima era e ruvida e scabrosa; e se non fece gli occhi con quel bel girare che fa il vivo, e con la fine de’ suoi lagrimatoi, et i capegli morbidi, e le barbe piumose, e le mani con quelle sue nodature e muscoli, e gli ignudi come il vero, scusilo la difficultà della arte et il non aver visto pittori migliori di lui. E pigli ognuno in quella povertà dell’arte e de’ tempi, la bontà del giudizio nelle sue istorie, l’osservanza dell’arie e l’obedienza di un naturale molto facile, perché pur si vede che le figure obbedivano a quel che elle avevano a fare; e perciò si mostra che egli ebbe un giudizio molto buono, se non perfetto. E questo medesimo si vede poi negli altri, come in Taddeo Gaddi nel colorito, il quale è piú dolce et ha piú forza; e dette migliori incarnazioni e colore ne’ panni e piú gagliardezza ne’ moti alle sue figure. In Simon Sanese si vede il decoro nel compor le storie; in Stefano Scimmia et in Tommaso suo figliuolo, che arecarono grande utile e perfezzione nel disegno et invenzione della prospettiva e nello sfumare et unire de’ colori, riservando sempre la maniera di Giotto. Tale feciono nella pratica e destreza Spinello Aretino, Parri suo figliuolo, Iacopo di Casentino, Antonio Veniziano, Lippo e Gherardo Starnini e gli altri pittori che lavorarono dopo Giotto, seguitando la sua aria, lineamento, colorito e maniera, et ancora migliorandola qualche poco, ma non tanto però che e’ paresse ch’e’ la volessino tirare ad altro segno. Laonde chi considererà questo mio discorso, vedrà queste tre arti fino a qui essere state, come dire, abbozzate, e mancar loro assai di quella perfezzione che elle meritavano, e certo, se non veniva meglio, poco giovava questo miglioramento e non era da tenerne troppo conto. Né voglio che alcuno creda che io sia sí grosso, né di sí poco giudizio, che io non conosca che le cose di Giotto e di Andrea Pisano e Nino e degli altri tutti, che per la similitudine delle maniere ho messi insieme nella prima parte, se elle si compareranno a quelle di coloro che dopo loro hanno operato, non meriteranno lode straordinaria né anche mediocre; né era che io non lo vedessi, quando io gli ho laudati. Ma chi considererà la qualità di que’ tempi, la carestia de gli artefici, la difficultà de’ buoni aiuti, le terrà non belle, come ho detto io, ma miracolose, et arà piacere infinito di vedere i primi principii e quelle scintille di buono che nelle pitture e sculture cominciavono a risuscitare. Non fu certo la vittoria di Lucio Marzio in Spagna tanto grande, che molte non avessino i Romani delle maggiori. Ma avendo rispetto al tempo, al luogo, al caso, alla persona et al numero, ella fu tenuta stupenda et ancor oggi pur degna delle lode, che infinite e grandissime le son date da gli scrittori. Cosí a me, per tutti i sopradetti rispetti, è parso che e’ meritino non solamente d’essere scritti da me con diligenzia, ma laudati con quello amore e sicurtà che io ho fatto. E penso che non sarà stato fastidioso a’ miei artifici l’aver udite queste lor vite e considerato le lor maniere e lor modi: e ne ritrarrano forse non poco utile, il che mi fia carissimo e lo reputerò a buon premio delle mie fatiche, nelle quali non ho cerco altro che far loro, in quanto io ho potuto, utile e diletto.

Ora, poi che noi abbiamo levate da balia, per un modo di dir cosí fatto, queste tre arti, e cavatele ancora de la fanciullezza, ne viene la seconda età, dove si vedrà infinitamente migliorato ogni cosa; e la invenzione piú copiosa di figure, piú ricca d’ornamenti; et il disegno piú fondato e piú naturale verso il vivo; et inoltre una fine nell’opre condotte con manco pratica, ma pensatamente con diligenzia; la maniera piú leggiadra, i colori piú vaghi, in modo che poco ci resterà a ridurre ogni cosa al perfetto, e che elle imitino appunto la verità della natura. Perché prima con lo studio e con la diligenzia del gran Filippo Brunelleschi la architettura ritrovò le misure e le proporzioni degli antichi cosí nelle colonne tonde come ne’ pilastri quadri e nelle cantonate rustiche e pulite, et allora si distinse ordine per ordine e fecisi vedere la differenza che era tra loro. Ordinossi che le cose andassino per regola, seguitassino con piú ordine e fussino spartite con misura. Crebbesi la forza et il fondamento al disegno, e dettesi alle cose una buona grazia, e fecesi conoscere l’eccellenzia di quella arte. Ritrovossi la bellezza e varietà de’ capitelli e delle cornici, in tal modo che si vide le piante de’ tempii e de gli altri suoi edifizi esser benissimo intese, e le fabbriche ornate, magnifiche e proporzionatissime, come si vede nella stupendissima machina della cupola di Santa Maria del Fiore di Fiorenza, nella bellezza e grazia della sua lanterna, ne l’ornata, varia e graziosa chiesa di Santo Spirito, e nel non manco bello di quell’edifizio di San Lorenzo, nella bizzarissima invenzione del tempio in otto facce degli Angioli, e nella ariosissima chiesa e convento della Badia di Fiesole, e nel magnifico e grandissimo principio del palazzo de’ Pitti. Oltra il comodo e grande edifizio che Francesco di Giorgio fece nel palazzo e chiesa del Duomo di Urbino, et il fortissimo e ricco castello di Napoli, e lo inespugnabile castello di Milano, senza molte altre fabbriche notabili di quel tempo, et ancora che e’ non ci fussi la finezza et una certa grazia esquisita et appunto nelle cornici, e certe pulitezze e leggiadrie nello intaccar le foglie e far certi stremi ne’ fogliami, et altre perfezzioni che furon di poi, come si vedrà nella terza parte, dove seguiteranno quegli che faranno tutto quel di perfetto nella grazia, nella fine e nella copia e nella prestezza che non feceno gli altri architetti vecchi, nondimeno elle si possono sicuratamente chiamar belle e buone. Non le chiamo già perfette, perché, veduto poi meglio in questa arte, mi par potere ragionevolmente affermare che le mancava qualcosa. E se bene e’ vi è qualche parte miracolosa e de la quale ne’ tempi nostri per ancora non si è fatto meglio, né per avventura si farà in que’ che verranno, come verbigrazia la lanterna della cupola di Santa Maria del Fiore, e per grandezza, essa cupola, dove non solo Filippo ebbe animo di paragonar gli antichi ne’ corpi delle fabbriche, ma vincerli nella altezza delle muraglie; pur si parla universalmente in genere, e non si debbe da la perfezzione e bontà d’una cosa sola, argumentare la ecellenzia del tutto. Il che della pittura ancora dico e de la scultura, nelle quali si vede ancora oggi cose rarissime de’ maestri di questa seconda età, come quelle di Masaccio nel Carmino, che fece uno ignudo che triema del freddo, et in altre pitture vivezze e spiriti; ma in genere e’ non aggiunsono a la perfezzione de’ terzi, de’ quali parleremo al suo tempo, bisognandoci qui ragionare de’ secondi; i quali per dire prima degli scultori, molto si allontanarono dalla maniera de’ primi, e tanto la migliorarono, che lasciorono poco ai terzi. Et ebbono una lor maniera tanto piú graziosa, piú naturale, piú ordinata, di piú disegno e proporzione, che le loro statue cominciarono a parere pressoché persone vive, e non piú statue come le prime. Come ne fanno fede quelle opere, che in quella rinovazione della maniera si lavorarono, come si vedrà in questa seconda parte, dove le figure di Iacopo della Quercia sanese hanno piú moto e piú grazia e piú disegno e diligenza, quelle di Filippo piú bel ricercare di muscoli e miglior proporzione e piú giudizio, e cosí quelle de’ loro discepoli. Ma piú vi aggiunse Lorenzo Ghiberti nell’opera delle porte, dove mostrò invenzione, ordine, maniera e disegno, che par che le sue figure si muovino et abbino l’anima. Ma non mi risolvo in tutto, ancora che fussi ne’ lor tempi Donato, se io me lo voglia metter fra i terzi, restando l’opre sua a paragone degli antichi buoni, dirò bene che in questa parte si può chiamar lui regola de gli altri, per aver in sé solo le parti tutte che a una a una erano sparte in molti; poiché e’ redusse in moto le sue figure dando loro una certa vivacità e prontezza, che posson stare e con le cose moderne e, come io dissi, con le antiche medesimamente. Et il medesimo augumento fece in questo tempo la pittura, da la quale l’eccellentissimo Masaccio levò in tutto la maniera di Giotto, nelle teste, ne’ panni, ne’ casamenti, negli ignudi, nel colorito, negli scorti che egli rinovò, e messe in luce quella maniera moderna, quale fu in que’ tempi e fino a oggi da tutti i nostri artefici seguitata, e di tempo in tempo con miglior grazia, invenzione, ornamenti, arricchita et abbellita; come particularmente si vedrà nelle vite di ciascuno, e si conoscerà una nuova maniera di colorito, di scorci, d’attitudini naturali; e molto piú espressi moti dello animo et i gesti del corpo, con cercare di appressarsi piú a ’l vero delle cose naturali nel disegno; e le arie del viso che somigliassino interamente gli uomini, sí che fussino conosciuti per che ’glieron fatti. Cosí cercaron far quel che vedevono nel naturale e non piú; e cosí vennono ad esser piú considerate e meglio intese le cose loro, e questo diede loro ardimento di metter regola alle prospettive e farle scortar appunto, come faccevano, di rilievo, naturali et in propria forma, e cosí andarono osservando l’ombre et i lumi, gli sbattimenti e le altre cose difficili, e le composizioni delle storie con piú propria similitudine, tentaron fare i paesi piú simili al vero, e li albori, l’erbe, i fiori, l’arie, i nuvoli et altre cose della natura, tanto che si potrà dire arditamente che queste arti sieno non solo allevate, ma ancora ridotte nel fiore della lor gioventú, e da sperare quel frutto che intervenne di poi, e che in breve elle avessino a venire a la loro perfetta età. Daremo adunque con lo aiuto di Dio principio alla vita di Iacopo della Quercia sanese, e poi agli altri architetti e scultori, fino che perverremo a Masaccio; il quale per essere stato primo a migliorare il disegno nella pittura, mosterrà quanto obligo se gli deve per la sua nuova rinascita. E poi che ho eletto Iacopo sopradetto per onorato principio di questa seconda parte, seguitando l’ordine delle maniere, verrò aprendo sempre colle vite medesime, la dificultà di sí belle, dificili et onoratissime arti.

IL FINE