Lettere (Seneca)/Alle Loro Eccellenze

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Angelo Dalmistro

Alle Loro Eccellenze ../Discorso preliminare dell'editore IncludiIntestazione 22 settembre 2017 100% Da definire

Lucio Anneo Seneca - Lettere (I secolo)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Alle Loro Eccellenze
Discorso preliminare dell'editore


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ALLE LORO ECCELLENZE

CARLO MICHIEL

E

CATERINA PISANI




FRANCESCO PISANI

E

MADDALENA MICHIEL.





Sì; l’uso, o a meglio dire l’abuso delle poetiche Raccolte per Nozze, per Monache, per addottoramenti, per elezioni a Dignità Ecclesiastiche, o secolaresche, e per altrettali avvenimenti erasi di sorte avanzato, che nessuna [p. iv modifica]omai più occorreva di simili solennità, che a celebrarla non si avesse ricorso alle Dame di Pindo; e quel che da principio reputato era un giusto tributo d’ossequio al merito, divenne in appresso soggetto di vanità, e pascolo all’insana ambizione. Nè certo potea d’altronde procedere quell’alluvione di sterminati Raccoltoni, che quasi ad ogn’istante usciano non saprei ben dire se alla luce del mondo, o alle tenebre per tutt’Italia, giacchè omai non v’era angolo d’essa, che non ne fosse fatalmente inondato. Libri sì fatti sovente dall’adulazione, e rado dettati da un’intima persuasione, che abbiasi delle persone prese ad encomiare, dopo aver per un momento formato la dilizia e l’occupazion degli oziosi e degli scioperati, gittavansi alla rinfusa tra il polveroso ciarpame delle famiglie, o, passati nelle mani delle fantesche, diventano serbatoj d’acce, e d’aguglie, come quelli che per lo più nulla in se racchiudeano, che degni rendesseli di venir elevati all’onore d’aver un luogo nelle scansie d’una privata, o pubblica [p. v modifica]biblioteca. Rifiniti non che stanchi i buoni Poeti di comporre in simili occasioni appunto per la soverchia frequenza, con che esse ricorrevano, sottentrarono a tener le lor veci i poetastri o prezzolati, o ambiziosi di veder girare a stampa il proprio nome in fronte alle loro canore zacchere insulse. Ecco quindi l’amabilissima e divina poesia, a decantare trovata le gloriose geste degli eroi, o l’alto potere de Numi, di nobil matrona ch'ell’è, colpa di cotestoro, sozza divenir sgualdrinella, e farsi bordello il Tempio delle sante Muse.

Bene impertanto e saggiamente adoperarono in questi ultimi tempi quegli uomini, i quali a’ soliti ammassi di rime, che Raccolte s’appellano, l’edizione sostituirono di alcuni Opuscoli o inediti, o, comechè altra volta stampati, renduti rarissimi: della qual cosa nel paese nostro ci porse un luminoso esempio, tra gli altri, il Chiariss. Ab. Morelli, ch’io nomino volentieri per cagion d’onore. E’ pare esser venuto il tempo di togliere al tutto di mezzo [p. vi modifica]l’inveterato uso, pessimo già diventato, di biscantare per checcessia; mentre accade talora che quei medesimi, a loda de’ quali tesseansi Sonetti a bizzeffe e Madriali e Canzoni, ricusino oggidì l’obblazione di tali insipide cantilene, che accomunavanli con un numero immenso di dissennati e superbi, andanti a caccia di plausi. Di fatti qual più ridicola costumanza della già invalsa tra noi di pregare, ed anco di pagar gente, che strimpelli un colascion posto a prezzo, per sentirsi grattato soavemente l’orecchio dal suono delle laudi propie? Dolce, nol niego, è l’armonia de’ versi, quando sieno ben temprati alla faticosa incudine; ma più dolce riesce d’assai, quando offerti vengano spontaneamente da un cuor sincero, poichè gli encomj, che accattansi eziandio presso i gran Poeti, tornano biasmi, e creano vitupero, anzi che gloria, sempre che non giungasi a meritarli. Ma siccome del propio merito nissuno esser puote giudice competente, e siccome un uom modesto rifugge dal credersi da più degli altri, e sdegna [p. vii modifica]d’ascoltare le mellite voci degli assentatori non solo, ma quelle eziandio de’ candidi lodatori, nè punto invanisce per quanti gli si tessano panegirici; debbesi dal lato nostro chiuder l’entrata nel campo delle nostre lodi, e non già altrui invitar follemente ad entrarvi.

Voi sì che la conoscete una sì fatta verità, Eccellentissimi Sposi, i quali a me vago di mettere insieme per le applaudite vostre felicissime nozze alcune scelte composizioni de’ migliori Italici Cigni, le quali, lungi dal confondersi colle vulgari Raccolte, degne fussero del cedro e del minio, proibiste severamente di farlo, acconsentendo unicamente ch’io (per secondare in qualche guisa il corrente andazzo, che nelle nuziali celebrità vuol che s’abbiano non solo a sgretolar candìti a josa, ma a scorrer anco con rapid’occhio curioso gentilmente legato uno di que’ volumi preziosi, de’ quali più sopra parlai) imprimer facessi un libro, che su tutt’altro, che sovra le vostre qualitadi e le virtù vostre versasse. Ammirabil modestia ella si è [p. viii modifica]questa, e d’imitazione degnissima, della quale, finchè sia in pregio, e lo sarà sempre, la classica version delle Lettere, che stampate v’offero colla più rispettosa devozione nel volume presente, durerà la ricordanza. A tale insigne virtù, che l’ultima certo non è dell’altre molte, ond’ite adorni, reputerassi debitrice l’Italia d’un tesoretto in fatto del suo gentile idioma, che stette finora ascoso; e ve ne sapran buon grado tutti gli amatori dell’amena letteratura, come professerebbevisi grata per simil servigio, ove tuttora esistesse, quell’illustrissima Accademia, che abburattava le tosche voci, e il più bel fior ne cogliea. Non vi sien pertanto disgradevoli, o Sposi Eccellentissimi, le attente cure da me usate intorno a un’opera, la cui pubblicazione, comechè picciola ella siasi di mole, riuscita sarebbe impossibile, quando con men che paziente mano stata fosse assistita. Posso assicurarvi d’essermi con tutto l’impegno occupato, ond’essa la luce vedesse del Pubblico, che l’aspetta, vestita d’un abito alla odierna [p. ix modifica]pompa non disdicevole. Ho cercato che nitida ne fusse la stampa, ed esatta la correzione, e spero d’avere in ambe queste cose il mio intento ottenuto. Quand’io abbia la sorte di veder, se non commendata, compatita almeno da Voi, a’ quali da me consecrata viene, la mia qualunque fatica, reputerommi un avventuroso uomo quant’altri mai. Qui mi si aprirebbe l’adito a discorrere delle belle prerogative, che adornano Voi tutti insieme, e ciaschedun di Voi in particolare. Che non potrei dire senz’ombra di menzogna di Voi, che delle vetustissime, non meno che nobilissime Famiglie vostre, che finalmente de’ vostri respettivi Maggiori tanto, e tanto a ragione famigerati! Ma quella modestia, che m’impedì di cogliere poesie lodatrici delle distinte doti che fregianvi a dovizia, quella disdegna anco ch’io le commendi e magnifichi in isciolta orazione. Mi sia lecito almeno qui su la fine di congratularmi vivissimamente con essovoi de’ bei vostri nodi, che posson ben credersi, per valermi d’un’espressione poetica, orditi in [p. x modifica]Cielo, se vi riempiono a vicenda di quell’ineffabil contento, che chiaro su le serene fronti vi si appalesa e traspare. Da vincoli sì fausti e sì bene stretti io posso a Voi presagire un tenor di vita pacatissima e tranquilla per inalterabile felicità, e posso del par presagirvi generosa prole, erede dell’indole aurea degl’integri costumi, e delle morali e sociali vostre virtù. Oh! S’avveri un presagio, che l’interna esultazione, ch’io provo vedendo Voi giunti a riva de’ vostri fervidi voti, a formare m’induce. Sono dell’E. E. V. V. colla più profonda venerazione


Vinegia 30 Agosto 1802.


Umiliss. Devot. Obbl. Serv.
Angelo Dalmistro.