Lo schiavetto/A' benigni lettori

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A' benigni lettori

../Dedica ../Interlocutori IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Teatro

Dedica Interlocutori


A’ BENIGNI LETTORI
GIOVAN BATTISTA ANDREINI


L’avere io molti anni esercitato l’Arte Comica, benché io sia di poco nome, m’ha persuaso a dar alla luce molti di que’ suggetti, ch’io composi in varie città recitando; sì per mostrare che in così fatta professione m’affaticai qualche poco, come per far noto, a’ molti invidi laceratori, che, quando hanno le comedie de’ moderni tempi lacerate, che più per seguitare un pessimo loro costume, che perché meritassero censura, le biasimarono. Ora, da questo, e da altri suggetti miei, ch’io (non mi mancando il tempo) sono per dare alle stampe, conoscer ciascuno potrà che que’ comici, che tali favole annodarono e disciolsero, furono gente, che s’affaticarono in conoscer l’arte del comporre, e in sapere quanto più dell’altr’uomo quello sia, che la virtù, che l’onore, seguita.

E se a ciò mosso non mi avessero le ragioni sudette, credasi certissimo che la penna avrei deposta allora, quando io composi la Florinda tragedia; overo, per deporla con più lode, quando io composi la Divina Visione, la Tecla, la Maddalena, e l’Adamo. Dunque l’intento mio particolare sarà, scrivendo, di fuggir l’ozio e di ricrearmi come uomo in qualche giovevole passatempo, e trattenere, in certo modo, l’umana fiacchezza con inganno utile e virtuoso; a guisa di accorto medico, che nel vaso di miele asperso fa cara all’infermo per la salute l’amara bevanda. E bene quel grande oratore Cicerone, considerando il giovamento che con dolci ravvolgimenti si tra’ dalla comedia, la chiamò speculum vitae, poiché, sì come lo specchio rappresenta ad altrui ogni macchia, che nel volto si porti, onde volendo quella levare, far lo possa; così, fatto specchio la comedia, nella quale lo spettatore miri le macchie sue, possa con agevolezza quelle dalla fronte levarsi. In questo specchio, adunque, di questa comedia mia, detta lo Schiavetto, altri potrà, mirando, scorgere nella brutezza d’Alberto, uomo avarissimo, le macchie dell’avarizia sua propria, se di tal pece sarà macchiato; e in uno considerare che, quello che d’Alberto ei leggerà per ridicolosa favola, di lui per istoria indegna dir si potrebbe nelle pubbliche piazze; poiché la piazza altro non è che il teatro de’ fatti mondani, e i recitanti sono quelli che, stracchi de’ fatti loro, ad altro non attendono che a recitar de gli altri i casi. Onde, fatto cauto, perciò cerchi di sottrarsi da quelle calunnie, che in figura d’Alberto a sé medesimo vedrà indirizzate, co’l darsi a generosa, a liberale vita. Pur, dallo stesso Alberto, trar si potrà che chi per avarizia tiene gran tempo figlia da marito in casa, o ch’ella da sé di marito si procura, overo che, credendo di maritarla senza dote, la sposa con chi è il maggior fallito del mondo.

Da Nottola, lucido come sole, ogni talpa vedrà che male dispensa colui quel dinaro, che senza fatica acquistò; e chi è vago di rapinar l’altrui, spesso a miserabil passo vien condotto. E dalla stessa parte imparerassi a non far capitale più di gente strana, che de’ suoi; atteso che, amando quegli più la tua roba, che il tuo utile, in altro non istudia che in far tanto te povero, quanto lui ricco bramasti.

Da Schiavetto, nel fine Florinda donna, pur vedrassi come giovine che, innamorata, non sa essere moderatrice de gli affetti suoi, pone inoncale l’esser donna; e, per ricordarsi dell’amante, di sé stessa si scorda, si scorda il fior virginale, i parenti, e si supponga a mille rischi e d’onore e di vita; e fatta micidiale quanto amante, cerchi al suo amatore di tôr la vita. E al fin poi, capitando nelle mani dello stesso fratello, chieda in premio la vita. Sì che pure s’alcuna fosse, che, di questo amore ardendo, intenta fosse a qualche fuga, considerar potrà, ne gli eventi miseri di costei, i suoi proprii; onde perciò, saggia moderatrice delle sue passioni, imparerà a discoprire gl’interni amorosi flutti a i congiunti in sangue, accioché, con l’aura benigna de’ loro consensi, il tempestoso mare si tranquilli, e ’l tutto in calma felicemente goda, non paventando di que’ scogli onde Florinda oggi va incontrando.

Da gli ingressi d’Orazio, che volubile sarà nell’amare e in osservar la fede, altri, che in caso tale si ritrovi, conoscerà quanto disdica ad essere infedele; cosa più dell’infedeltà non v’essendo che macchi l’uomo, e tanto più l’uomo ben nato, cui pria la vita che la parola perder dovrebbe, tanto più con donna fedifrago essendo in fede maritale. E qui non li sarà celato come, per vendicar questa violata fede, s’armin le donne, gli uomini e il Cielo. Anzi imparar dovrassi a stare bene sempre con lo stesso Cielo, l’ora dei morir nostro essendo, nella vita, incerta, come dal creduto avelenamento d’Orazio scorger potrassi.

Da Fulgenzio poi scorgerà, colui ch’è fedele in un solo maritale amore, benché riamato egli non sia, come il tutto superi questa incorrotta voglia, quel solo merito di quella candidissima fede facendoli ottener quello, che d’ottenere in tutto egli non credeva giamai.

E dalla parte di Facceto, ben vedrà chiaro colui che dell’onor suo è geloso, che fatica lasciar non si dee, né peregrinazione, per conservare e vendicare l’onore, cosa di maggior stima l’uomo non possedendo che la ragione e l’onore.

E da Belisario al fine conoscerassi che il bene acquistato con buon sudore più dificilmente si perde, che ’l male acquistato.

Circa poi che alcuna paroletta licenziosa in bocca di persona bassa s’abbia posto, fatto è solo perché dalle spine si traggano le rose, poiché se, a sorte, al Lettore, che modesto sarà, dispiacerà quel suono, benché sotto velame di metafora, sarà un farlo accorto che, in cotali parole, egli non prorompa giamai, ma sempre delle oneste si serva, poiché se l’anfibologia offende orecchio onesto, tanto più offenderanlo poi parole che alla scoperta si dicano. E qui, credendo al sicuro di dilettar giovando (come a tal fine ne gli andati tempi fu trovata la comedia) finisco.