Lo schiavetto/Atto primo/Scena II

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Atto primo - Scena II

../Scena I ../Scena III IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Teatro

Atto primo - Scena I Atto primo - Scena III


Succiola, Nottola, Rampino, scrocchi

Succiola.
Lucciola lucciola vien da me
ti darò del pan del Re
e del vin del bottiscino
e del cascio marzolino.
nottola.
O buono! o buono! Rampino, batti.
Rampino.
O dall’osteria, olà, alcuno non risponde?
Succiola.
Oh, corpo di sanpuccio, e chi bussa così alla sbardellata? e che sì, che vi getto del ranno caldo su ’l capo? Oh vedete che bel briccone! A quest’otta sono fatte le mie limosine? Va’ a lavorà, dappocaccio.
Nottola.
Che cosa ha detto, che non così tosto apparì alla finestra, che se ne sparì?
Rampino.
Ch’io vada in buon ora, ch’è fatta la elemosina.
Nottola.
Eh? Veramente tu hai l’aria, non sol che l’abito, da poverissimo uomo; lascia battere a me. O dall’osteria?
Succiola.
O sudicio, o forestico, o sbandeggiato, ascolta: e’ ti darò d’una pentola su ’l capo se di qui non ti levi, ve’? O tornami a stuzzicare, manigoldo.
Nottola.
Ah, Rampino, ha pur tolto me per guidone! Di’ pur il vero, all’aria ho più del guidone, che non hai tu del sicuro, non è così? di’, sì, dillo dico! dillo, fa’ presto.
Rampino.
Poi che vuol che così dica: signor sì.
Nottola.
Dammi la mano, tu l’hai indovinata. Or sù torna a battere! Ma eccola ch’esce su la strada.
Succiola.
O raviggioli freschi, vo’ siete i be’ buacci! Levatevimi d’andar ronzando intorno a cotesto albergo, ché albergare non vo’ di cotesti sudici! se non, che per il corpo di mene i’ vi darò de’ frugoni, vedete? Che è cotesto, povera mee?
Rampino.
O povera voi, certo, questi è un principe incognito e voi non lo conoscete.
Succiola.
E se non è incognito non ci si torni! La disgrazia li ha cavato un occhio e la Natura hallo fatto gobbo perché vada incognito bene bene.
Rampino.
Vi dico ch’è prencipe, madonna.
Succiola.
Oh? A quell’otta stessi tu a manucare, che l’entrate vengono a questo principe. O che bamboccierìe, il mio bel bamboccio! Con coteste pattocchierìe mi voreste impastocchiare, ma non m’impastocchierete.
Nottola.
Piano, piano, madonna! Imparate a praticare co’ prìncipi bizzarri.
Succiola.
Signor principe mio ascoltate: io non voglio che alcuna fiata, per bizarìa, vo’ mi portaste via le lenzuola del letto e la coltrice. Per questo i’ non voglio alla lunga bazzicar con voi.
Nottola.
Siete povera?
Succiola.
Sonla. Ma non voglio che voi più m’impoveriate.
Nottola.
Adagio. Avete padre?
Succiola.
Hollo.
Nottola.
Dove sta, come ha nome, che mestiere è ’l suo?
Succiola.
Sta a Pogibonci, ha nome Ceccobimbi, è mercante da fichi secchi.
Nottola.
Piano un poco, fermatevi. Avete madre? com’ha nome?
Succiola.
Holla, e ha nome la Ceccabimba. Ho una sirocchia, che pur si chiama Ceccabimba, una Ceccobimbetta, un’altra Ceccobimbotta. Ora ne volete più di cotesta Ceccobimbaria? O come ride cotesto principe de’ Scrocchi, o come si getta via, o come strabuzza que’gli occhi di struzzolo!
Nottola.
Ohimè, questa Ceccobimbata m’ha fatto tanto ridere, ch’io mi sono pisciato addosso! Rampino?
Rampino.
Signore.
Nottola.
Donategli una catena d’oro di quelle grosse.
Rampino.
Adesso, signore.
Succiola.
I’ voglio pur istare a vedere che cicciurlaia ha da essere cotesta.
Rampino.
Pigliate, madonna, quest’è la vostra ventura, riconoscetela e pelatela, fate come fanno i cortegiani con i prìncipi, che chi non sa adular non sa regnare. Così vidi scritto sovra il limitare d’uno che s’era fatto ricco la corte servendo.
Succiola.
Ma cappari con l’asceto, coteste non sono frascherìe, né pappolate, va’ daddovero. Signor principe?
Nottola.
Ah, ah, si cala. Donagli venticinque piastre fiorentine.
Rampino.
Pigliate. Da’ qua quel sacchetto di dinari d’argento.
Succiola.
Questo è ben altro che rumore di craice.
Rampino.
Pigliate.
Succiola.
Uh, quante piastre! o che siate vo’ benedetto! gnene rendo grazie! Perdonatemi, vedete, signore, se non la conoscendo la strapazzai: fui iscema, lo confesso; un’altra volta non sarò così sboccataccia. Vuol ella degnarsi di venire con cotestoro a soiare in casa mia? Sì, sì, di grazia. Craldio, Cencio, Bista, Meo, Pippo, Tonio, Maso, Beco, Sandro, Cecco; Bita, Pippa, Ghita, Nena, Tea, Tina, Tancia, Cecca, Sandra, Cece, Beca, uscite, uscite.
Nottola.
Non chiamate, non chiamate! Voglio sì desinar con voi, ma pigliate. Questi, per ora, sono ducento scudi, parecchiatemi un poco di collazioncella. Pigliate questi quattrocento, parecchiate il desinare. Pigliate questi cinquecento, darete ordine per la cena. E s’inviti tutta questa città in questa osteria a corte bandita per tre giorni. Entriamo figlioli.
Succiola.
O care mane vi bascio e ribascio, anzi i’ vi vorrei potere ingollare. Signore, per tutto iscendete e ascendete, ché di tutta casa mia siete signore.
Nottola.
O pigliate questo anellino. Di grazia, cantate una canzone alla fiorentinesca, poiché vi ho sentita poco fa in casa a cantare.
Succiola.
Di grazia, cotesta canzona appunto è storia vera, poscia ch’un bello spirito fiorentino per mene già la compose.
Nottola.
Cheti tutti, figlioli! Di’ sù, e poi con questo appetito andiamo a mangiare.
Succiola.
Or m’udite signore, che per amor vostro i’ la vuo’ ancora cantare.
Sono i capegli della manza mia,
morbidi com’un lino scotolato;
e ’l suo viso pulito par che sia
di rose spicciolato pieno un prato,
il suo petto è di marmo una mascìa,
dov’Amor s’acovachia e sta apiattato
sue parole garbate mi sollucherano,
gli occhi suoi mi succiellano e mi bucherano.
Nottola.
Eh, eh, eh, eh, o bene, o bene, viva Succiola, cridi ciascuno.
Rampino.
Viva Succiola! Viva Succiola! Viva Succiola!